Basilica di San Pietro in Ciel d'Oro

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Basilica di San Pietro in Ciel d'Oro
0311 - Pavia - S. Pietro - Facciata - Foto Giovanni Dall'Orto, Oct 17 2009.jpg
StatoItalia Italia
RegioneLombardia
LocalitàPavia
Coordinate45°11′28.6″N 9°09′17.8″E / 45.191278°N 9.154944°E45.191278; 9.154944
Religionecattolica di rito romano
TitolareSan Pietro apostolo
Diocesi Pavia
Consacrazione1132
FondatoreLiutprando
Stile architettonicoromanico
Inizio costruzioneVIII secolo

La basilica di San Pietro in Ciel d'Oro (in coelo aureo) è una chiesa di Pavia con dignità di basilica minore[1].

Sorta, forse sopra una precedente chiesa del VI secolo[2], all'inizio del VIII secolo in piena epoca longobarda[3] è menzionata per la prima volta dallo storico Paolo Diacono (720-799).[4][5] Eretta in stile longobardo e in seguito ricostruita in stile romanico tra l'XI e il XII secolo, la basilica paleocristiana originale, San Pietro in Ciel d'Oro, così chiamata per via delle volte dorate, era sorta sul luogo ove era sepolto san Severino Boezio, filosofo e senatore romano fatto uccidere dal re ostrogoto Teodorico il Grande nel 525.[6] Alcuni scavi archeologici effettuati nel 2018/2019 dietro l'abside della basilica, hanno portato alla luce murature riferibili all'abside del precedente edificio[7].

Insigne esempio di architettura romanica lombarda e generalmente considerato, insieme alla basilica di San Michele Maggiore, il più importante monumento religioso medievale della città di Pavia, la chiesa venne riconsacrata da papa Innocenzo II nel 1132 dopo i grandi restauri di quel periodo in cui la chiesa era già cadente per vetustà[8] e vanta grande prestigio e notorietà nel mondo cattolico in quanto ospita le spoglie di sant'Agostino d'Ippona e di san Severino Boezio (475-525), martire e Padre della Chiesa.

Viene citata da Dante nella Divina Commedia (Paradiso - Canto decimo vv. 124-128[9]) in quanto sacra depositaria delle spoglie di Boezio e da Francesco Petrarca (Lettera del Petrarca a Giovanni Boccaccio in Seniles, Lib. V, Lett. 1a), inoltre appare in una delle ultime novelle del Decameron (Torello e il Saladino, Novella IX, Giornata X[10]) di Giovanni Boccaccio.

Caduta in uno stato di rovinoso abbandono dopo le spoliazioni sacrileghe napoleoniche, la basilica venne restaurata fra il 1875 e il 1899.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Monastero di San Pietro in Ciel d'Oro e Castello di Lardirago.
Lapide commemorativa della traslazione delle reliquie ad opera di Liutprando

La basilica fu fondata dal re longobardo Liutprando[3][11], su una precedente chiesa del VI-VII secolo[12], per ospitare le spoglie di sant'Agostino che erano state custodite fino al 722 a Cagliari nella omonima cripta, ove erano giunte nel 504 dalla città di Ippona, attualmente in Algeria, al seguito di Fulgenzio di Ruspe, esiliato assieme ad altri vescovi del Nord Africa dal re vandalo Trasamondo. Il re Liutprando, infatti, temeva che i saraceni potessero trafugare una così importante reliquia nel corso delle loro frequenti scorrerie sulle coste del Mediterraneo.

Il monastero fu affidato ai monaci colombaniani di san Colombano, fondatore a Bobbio nel 614 dell'abbazia di San Colombano[13][14][15]. Da giovane studiò e si formò come monaco Paolo Diacono, storico e poeta dei Longobardi. Nel monastero sorse nel IX secolo anche un importante scriptorium e una scuola, guidata dal monaco irlandese Dungal[16], presso la quale, come ordinato nel capitolare olonense, emanato dall'imperatore Lotario nel palazzo reale di Corteolona nell'825, dovevano recarsi a studiare gli studenti provenienti da Milano, Brescia, Bergamo, Lodi, Novara, Vercelli, Tortona, Asti, Acqui, Genova e Como[17]. Da X secolo il monastero godette di numerosi privilegi, tra i quali quello di essere soggetto solo all'autorità del papa. Nel 987 Maiolo di Cluny soggiornò nel monastero e ne riformò i costumi monastici, mentre, non molti anni dopo, nel 1004, l'imperatore Enrico II trovò riparo nel recinto fortificato del monastero dalla furia dei pavesi, che non volevano che il sovrano fosse incoronato. Nel 1022 nella basilica si tenne un importante concilio (nel quale vennero prese decisioni sul celibato dei religiosi) presieduto da papa Benedetto VIII[18].

L'importanza del monastero è evidenziata dalle ingenti donazioni imperiali ricevute (tra IX e XII secolo) degli imperatori Ugo, Ottone I, Ottone II, Ottone III, Enrico II, Corrado II, Enrico III, Enrico V, Federico Barbarossa. In particolare, quest’ultimo, con il diploma del 11 febbraio 1159 confermava al monastero il possesso di beni e diritti su possessioni intorno a Pavia, vari porti sul Ticino, su Lardirago (dove possedeva anche un castello), Villanterio, Pavone, Casei Gerola e Voghera nel distretto di Pavia, Fombio, Brembio, Secugnago, Bertonico, San Martino in Strada e Salerano nel Lodigiano, e su terre e chiese in Val Trebbia, nel Monferrato, a Firenze, in Val Camonica, in Val d'Ossola, a Bellinzona e in varie località delle diocesi di Milano, Parma, Novara, Como, Vercelli, Torino, Asti, Alba e Ivrea[11].

Dopo il 1000, in epoca comunale i monaci colombaniani lasciarono il cenobio pavese a causa dei disordini e si trasferirono sull'Appennino ligure, dando vita al monastero di Pietramartina di Rezzoaglio; a Pavia rimasero attive due chiese dedicate al santo irlandese Colombano fino al XVI secolo, di cui solo di una (la chiesa di San Colombano Maggiore) ne è rimasta traccia.

La ricchezza e i privilegi del monastero, spesso furono all'origine di dissidi con i vescovi di Pavia, scontri che furono particolarmente accesi durante gli anni dei vescovi Guglielmo d'Este e Guido II (1102- 1106)[19].

Nel 1221 l'abate del monastero fu ucciso da alcuni monaci, a causa dell’omicidio il papa Onorio III decise di trasformare il monastero in canonica e di affidarla ai canonici regolari di Santa Croce di Mortara[11]. Poco più tardi il papa Giovanni XXII affiancò a questi i padri eremitani di Sant'Agostino, o agostiniani, dato che la basilica erano conservate le reliquie di Sant’Agostino[20]. Inizialmente i canonici regolari e gli agostiniani vissero nello stesso edificio, ma successivamente, per sanare i contrasti che questa situazione provocava, gli agostiniani eressero un loro convento dal lato opposto della basilica (1332), affacciato sul lato orientale della piazza omonima, mentre i lateranensi realizzarono un nuovo convento. Figura di spicco tra gli agostiniani fu Iacopo Bussolari che nel 1356 capeggiò la rivolta che scacciò da Pavia i Beccaria e instaurò in città un governo popolare che seppe resistere per quasi tre anni alle operazioni militari scatenate dai Visconti contro Pavia[21][22].

Nel 1365 Galeazzo II Visconti spostò la sua residenza da Milano a Pavia, nel vicino castello Visconteo, dove installò la sua corte, il Visconti, volendo richiamarsi al passato regio di Pavia decise di trasformare la basilica, che vantava credenziali sepolcrali del calibro del re longobardo Liutprando, del padre della Chiesa Sant’Agostino e del filosofo Severino Boezio, in chiesa sepolcrale della dinastia. Nel 1361 Galeazzo II infatti concesse offerte alla chiesa e dall’anno successivo finanziò l’allestimento dell’arca marmorea di sant’Agostino. Da allora il privilegio della sepoltura all’interno della basilica regia longobarda divenne uno status symbol della corte di Galeazzo II: qui furono infatti tumulati i consiglieri di Galeazzo Giovanni Pepoli e Roberto de Fronzola, il duca di Clarence Lionello e marito di Violante, e vi furono inoltre celebrati i funerali del condottiero visconteo Luchino Dal Verme, morto nel 1367 a Costantinopoli. Galeazzo II stesso, per sua volontà, fu sepolto in S. Pietro in Ciel d’Oro. Inoltre i monaci erano in stretti rapporti con la corte (il priore degli eremitani Bonifacio Bottigella fu confessore di Bianca di Savoia, mentre Dionigi da Cermenate, l’abate dei canonici regolari, fu cappellano e confessore di Gian Galeazzo). La basilica rimase la principale chiesa sepolcrale della corte viscontea a Pavia sino alla fondazione della Certosa: tra il 1384 e l’inizio del secolo XV vi furono infatti sepolti Francesco d’Este, la figlia primogenita di Gian Galeazzo e Caterina Visconti, Violante Visconti e il condottiero ducale Facino Cane[23].

Nel 1465 la carica di abate della canonica fu dato in commenda e nel 1509 i canonici regolari furono uniti all'ordine Lateranense. Tra lateranensi e agostiniani esistevano ancora dei dissapori circa l'uso e l'officiatura della basilica: solo nel 1635 si giunse alla convenzione che gli agostiniani utilizzassero la navata destra, i lateranensi quella sinistra, mentre l'altare maggiore e il coro rimanevano in comune, alternandosi, mensilmente, i due ordini.

I canonici lateranensi furono soppressi nel 1781 e per alcuni anni la canonica, posta alla sinistra della basilica, fu affidata ai francescani, ma nel 1799 il locale fu confiscato, destinato ad usi diversi. A loro volta gli agostiniani furono allontanati dal loro convento nel 1785, e vi subentrarono i domenicani, ma anche questo stabile nel 1799 fu confiscato[19].

Il portale della chiesa

Si trovava nella parte nord del centro storico, all'interno di una zona chiamata Cittadella, cinta da mura, che serviva per attività militari (la zona è molto vicina al Castello Visconteo). Il nome della basilica è dovuto al fatto che la copertura dell'originaria chiesa, probabilmente a cassettoni o a capriate lignee a vista, presentava una sontuosa decorazione a foglia oro.

Ai lati della chiesa si trovavano due conventi; quello a nord era occupato dai canonici lateranensi, quello a sud dai monaci agostiniani.

La rovina napoleonica[modifica | modifica wikitesto]

I resti del mosaico pavimentale (XII sec.)

Nel 1796 le truppe al seguito di Napoleone Bonaparte entrarono in città e spogliarono la chiesa, che fu sconsacrata e usata come stalla o deposito, mentre i frati venivano cacciati ed i conventi affidati ai militari. L'Ottocento fu deleterio per l'edificio ormai all'abbandono: la navata destra e la prima campata della navata centrale crollarono e l'aula rimase aperta all'esterno, con gravissimi danni per gli affreschi sopravvissuti. Di fronte a questo stato, la "Società Conservatrice de' monumenti pavesi dell'arte cristiana", sotto la presidenza di Carlo dell'Acqua, trattò con l'esercito il riacquisto della basilica e dell'antico convento degli agostiniani, avvenuto nel 1884.

Il restauro e la riapertura al culto nel 1896[modifica | modifica wikitesto]

I lavori di restauro, affidati alla direzione dell'architetto pavese Angelo Savoldi, professore al Politecnico di Milano e Regio ispettore dei monumenti di Pavia,[8] furono eseguiti fra il 1875 e il 1896[24] e riportarono il prestigioso complesso romanico all'antico splendore, salvandolo dall'imminente totale rovina ricostruendone le navate mancanti, la cripta ed eliminando altre manomissioni che nei secoli precedenti si erano susseguite sull'impianto medievale della basilica. Le opere si conclusero dopo la solenne riapertura al culto della basilica, avvenuta il 15 giugno 1896.[8] Le spoglie di sant'Agostino, che erano state trasferite nel Duomo, furono riportate nella chiesa, assieme all'arca trecentesca destinata ad accoglierle.

La chiesa è officiata dai monaci agostiniani, che sono tornati ad occupare l'antico convento.

Architettura[modifica | modifica wikitesto]

Il "Ciel d'Oro"

Della chiesa longobarda rimangono pochissimi resti, nascosti sotto la ricostruzione romanica terminata intorno al 1132. San Pietro in Ciel d'Oro si presenta, così, come molte altre chiese pavesi dell'epoca: un edificio in mattoni, a tre navate con transetto, abside e cripta.

Particolare del portale

La facciata a capanna è scandita da due contrafforti che la dividono in tre zone, corrispondenti alle navate interne; il contrafforte di destra, più spesso, ospita una scala interna che permette di accedere al tetto. La sommità è coronata da una loggetta cieca e da un motivo ad archi intrecciati. La pietra (arenaria) è usata solo per le parti più importanti, come il portale, le finestrelle e gli occhi di bue. Lungo i contrafforti si notano le tracce di un antico nartece, o forse di un quadriportico, che precedeva l'ingresso alla chiesa[25].

Particolare dell'interno

L'interno è scandito da cinque campate, rettangolari nella navata centrale e quadrate nelle navate laterali. Rispetto alla basilica di San Michele Maggiore si percepiscono immediatamente le diverse proporzioni della navata centrale, più larga, più lunga e meno slanciata, la più rigorosa successione dei pilastri, tutti grossolanamente a medesima sezione anziché alternati come nell'altra chiesa, e l'assenza dei matronei. Le campate dalla seconda alla quinta sono coperte da volte a crociera; la prima, più alta, in funzione quasi di atrio interno (endonartece) o addirittura di falso transetto, è coperta da volta a botte. Essa svolge anche funzioni statiche poiché serve come appoggio per la facciata. Il diverso schema di coperture è percepibile anche all'esterno, osservando il differente andamento delle falde. La volta a crociera della navata centrale fu rifatta nel 1487 da Giacomo da Candia. Le prime due campate della navata sinistra sono decorate da interessanti affreschi cinquecenteschi. Dopo l'arco trionfale, si apre il transetto, che, contrariamente a quello di San Michele Maggiore non sporge rispetto al corpo principale, ma occupa la profondità delle tre navate. Le tre navate sono chiuse, ad est, da absidi decorate esternamente con una loggetta cieca, similmente alla facciata, come d'uso nell'architettura romanica; il catino di quella centrale, più grande delle altre due, è decorato da un affresco Ponziano Loverini (1900) che riprende un antico mosaico, distrutto nel 1796. All'incrocio tra la navata centrale e il transetto si eleva la cupola ottagonale su pennacchi di tipo lombardo, racchiusa esternamente dal tiburio in cotto.

La cripta, rifatta durante i restauri ottocenteschi sulle tracce esistenti, occupa lo spazio del presbiterio e del coro ed è collegata alla navata principale ed alle due laterali da quattro scale; chiusa ad est da un'abside, è spartita in cinque navate da ventiquattro colonne che reggono volte a crociera, le quali sostengono, a loro volta, il pavimento dei due ambienti superiori. La cripta ospita le spoglie di Severino Boezio. Addossato alla parete di fondo, si nota l'antico pozzo, di cui si narravano proprietà curative, già esistente nel XII secolo e ripristinato nel corso dei restauri di fine Ottocento.

Volta della sagrestia

Dalla navata sinistra si accede alla Sacrestia Nuova, ampio ed arioso ambiente rettangolare in schietto stile rinascimentale, con volte a vela ottimamente affrescate;

Nella chiesa vi è un pregevole organo a canne Lingiardi costruito nel 1913, modificato da Mascioni nel 1978 e restaurato nel 1990 dalla ditta Inzoli. Lo strumento è a due tastiere e pedaliera ed è contenuto in una sontuosa cassa in stile neogotico.

Arca di Sant'Agostino[modifica | modifica wikitesto]

Nel presbiterio, prima del coro, si trova l'Arca di Sant'Agostino, un capolavoro marmoreo del Trecento, scolpito da maestri comacini.

Si tratta di un'opera gotica divisa in tre fasce: in basso, uno zoccolo contenente l'urna con i resti del santo; al centro, una fascia aperta, con la statua di Sant'Agostino dormiente e, in alto, l'ultima fascia, poggiata su pilastrini e coronata da cuspidi triangolari. L'intera opera è decorata da più di 150 statue, che raffigurano angeli, santi, e vescovi, e da formelle con la vita del santo.

L'Arca fu commissionata nel 1362 sotto il priorato del pavese Bonifacio Bottigella, celebre professore dell'università cittadina e stimato dalla principessa Bianca Visconti di Savoia.[26]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Arca di sant'Agostino.

Cripta e sepoltura di Severino Boezio[modifica | modifica wikitesto]

Tomba di Severino Boezio nella cripta

Nella cripta della chiesa di san Pietro in Ciel d'oro sono ospitate le ossa di san Severino Boezio (475-525). Il filosofo autore del De Consolatione Philosophiae, opera immortale, da lui scritta durante i due anni di esilio pavese. Venne fatto uccidere nell’anno 525 d.C. dal re ostrogoto Teodorico.

Di tale sepoltura parla anche Dante nella Divina Commedia, nel canto X del Paradiso ove si trova scritto:

Nel Paradiso di Dante, nel cielo del Sole, fra gli spiriti beati della prima corona, che in terra hanno brillato per la loro sapienza cristiana, accanto a filosofi, letterati, scienziati e uomini d’azione, Dante colloca anche Severino Boezio, indicato attraverso la perifrasi “anima santa” e cita espressamente la chiesa di "Cieldauro".

Lapide sulla facciata

«Per vedere ogne ben dentro vi gode
l’anima santa che ‘l mondo fallace
fa manifesto a chi di lei ben ode
Lo corpo ond'ella fu cacciata giace
giuso in Cieldauro; ed essa da martiro
e da essilio venne a questa pace»

(Dante Alighieri, Paradiso - Canto decimo, versi 124-129)

Le ossa di Boezio sono collocate in una piccola urna di stile ravennate (eseguita da Antonio Cassi su disegno dell’architetto Brusconi). Dietro l’altare su una lastra di marmo è riportato un epitaffio che celebra la sapienza di Severino Boezio e che è attribuito a Gerberto di Aurillac, poi papa Silvestro II.

Lastra di marmo con l'epitaffio di Silvestro II

Altre sepolture[modifica | modifica wikitesto]

Ospita inoltre le tombe del mercenario condottiero Facino Cane (1360-1412), di alcuni consiglieri di Galeazzo II quali Giovanni Pepoli, Roberto de Fronzola, e di personaggi di spicco quali Lionello duce di Clarence (marito di Violante Visconti) e Francesco d'Este[27]. Nel 1525 venne sepolto nella basilica anche il capitano del lanzichenecchi Eitel Friedrich III, conte di Hohenzollern, caduto durante la battaglia di Pavia.

Secondo una tradizione locale, vi è sepolto anche il re longobardo Liutprando (circa 690-744), alla base dell'ultimo pilastro della navata destra. Delle ossa furono rinvenute e riconosciute il 6 agosto 1895 dal conservatore del museo civico di Pavia Rodolfo Majocchi e da Carlo dell'Acqua, Presidente della Società conservatrice de' Monumenti pavesi dell'arte cristiana. Sul ritrovamento delle ossa tradizionalmente attribuite al re il Majocchi scrisse la monografia Le ossa di Re Liutprando scoperte in S. Pietro in Ciel d'Oro di Pavia, Milano, 1896.[8] Al momento della morte, Liutprando fu sepolto inizialmente nella chiesa di Sant'Adriano di Pavia (che si trovava vicino a Santa Maria alle Pertiche). In età comunale, i suoi resti, insieme a quelli del padre Ansprando, furono trasportati nella chiesa di San Pietro in Ciel d'Oro, dove fu eretto un monumento funebre formato da un sarcofago marmoreo, sopraelevato su colonne, sul quale era scolpita l'effige del re. Nel XVI secolo, tuttavia, a causa delle prescrizioni adottate con il concilio di Trento, il monumento fu smantellato ed i resti del sovrano sepolti nel pavimento della chiesa[28]. Nel 2018 le ossa sono state oggetto di un'indagine bioarcheologica e genetica[29]. Le analisi hanno dimostrato che le ossa appartenevano a tre individui di ceto elevato, che mangiavano carne e possedevano una muscolatura molto forte e che risalgono al VI secolo e inequivocabilmente non possono appartenere a Liutprando, vissuto nell'VIII secolo Pavia, i misteri delle ossa di re Liutprando - Cronaca - ilgiorno.it.

Altri fatti notevoli[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Catholic.org Basilicas in Italy
  2. ^ Il problema dell’atrio e la dimensione urbanistica della basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, su academia.edu.
  3. ^ a b San Pietro in Ciel d'Oro, su monasteriimperialipavia.it.
  4. ^ (LA) Diacono, Paolo, 58, in De gestis Langobardorum: libri VI., VI, 1655.
  5. ^ Società Conservatrice de' monumenti, p. 24.
  6. ^ Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, su Ordine di Sant'Agostino, http://www.agostiniani.it.
  7. ^ Gli scavi e le indagini in San Pietro in ciel d’oro, su Pavia e i monasteri imperiali. URL consultato il 12 ottobre 2021.
  8. ^ a b c d Società Conservatrice de' monumenti.
  9. ^ "Per vedere ogni ben dentro vi gode/l'anima santa che 'l mondo fallace/fa manifesto a chi di lei ben ode:/lo corpo ond'ella fu cacciata giace/giuso in Cieldauro;..."
  10. ^ "....che facesse che quelle alle mani dell'abate di San Pietro in Cieldoro, il quale suo zio era, pervenissero".
  11. ^ a b c monastero di San Pietro in Ciel d'Oro, su lombardiabeniculturali.it.
  12. ^ Basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro, Piazza San Pietro in Ciel d'Oro - Pavia (PV) – Architetture – Lombardia Beni Culturali, su www.lombardiabeniculturali.it. URL consultato il 4 maggio 2021.
  13. ^ LombardiaBeniCulturali: Basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro – complesso – Pavia (PV)
  14. ^ Valeria Polonio Felloni Il monastero di San Colombano di Bobbio dalla fondazione all'epoca carolingia - Tabella I dei possedimenti in Italia - Pag 16a
  15. ^ Eleonora Destefanis Il Monastero Di Bobbio in Eta Altomedievale - Carte di distribuzione Fig. 44-44a-44b - Pag 67-70
  16. ^ DUNGAL in "Dizionario Biografico", su www.treccani.it. URL consultato il 4 maggio 2021.
  17. ^ Pavia città regia, su Pavia e i monasteri imperiali. URL consultato il 4 maggio 2021.
  18. ^ Concilio di Pavia (1022) - Cathopedia, l'enciclopedia cattolica, su it.cathopedia.org. URL consultato il 4 maggio 2021.
  19. ^ a b Basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro, su lombardiabeniculturali.it.
  20. ^ San Pietro in Ciel d’Oro – Storia – Associazione “Il Bel San Michele” O.d.V. – Pavia, su ilbelsanmichele.eu. URL consultato il 12 ottobre 2021.
  21. ^ Predicare i valori repubblicani in tempo di signorie: l’umanesimo repubblicano e popolare del frate agostiniano Giacomo Bussolari, su academia.edu.
  22. ^ "Come i Visconti asediaro Pavia". Assedi e operazioni militari intorno a Pavia dal 1356 al 1359, su academia.edu.
  23. ^ Non iam capitanei, sed reges nominarentur: progetti regi e rivendicazioni politiche nei rituali funerari dei Visconti (XIV secolo), su academia.edu.
  24. ^ Giulio Natali, Pavia e la sua certosa: guida artistica, Giacinto Romano, Pavia, Mattei, Speroni & C., 1911, p. 32. URL consultato il 4 novembre 2015.
  25. ^ San Pietro in Ciel d’Oro – Architettura – Associazione “Il Bel San Michele” O.d.V. – Pavia, su ilbelsanmichele.eu. URL consultato il 12 ottobre 2021.
  26. ^ Società Conservatrice de' monumenti, p. 27.
  27. ^ (EN) Piero Majocchi, Non iam capitanei, sed reges nominarentur: progetti regi e rivendicazioni politiche nei rituali funerari dei Visconti (XIV secolo), in “Non iam capitanei, sed reges nominarentur: progetti regi e rivendicazioni politiche nei rituali funerari dei Visconti (XIV secolo)”, in Courts and Courtly Cultures in Early Modern Italy and Europe. Models and Languages, Atti del Convegno, ed. S. Albonico, S. Romano, Viella, pp. 189-206.. URL consultato l'8 febbraio 2019.
  28. ^ (EN) Piero Majocchi, Piero Majocchi, La morte del re. Rituali funerari regi e commemorazione dei sovrani nell’alto medioevo, in “Storica”, n. 49, 17 (2011), pp. 7-61. URL consultato il 7 febbraio 2019.
  29. ^ Le ossa di Liutprando, su Pavia e i monasteri imperiali. URL consultato il 4 maggio 2021.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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