Basilica di San Domenico (Perugia)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Basilica di San Domenico
Perugia, san domenico, esterno 00.jpg
La facciata
Stato Italia Italia
Regione Regione-Umbria-Stemma.svg Umbria
Località Logocomuneperugia.png Perugia
Religione cattolica
Titolare San Domenico di Guzman
Diocesi Arcidiocesi di Perugia-Città della Pieve
Architetto Carlo Maderno
Stile architettonico Gotico
Inizio costruzione 1304
Completamento 1632

Coordinate: 43°06′24″N 12°23′30″E / 43.106667°N 12.391667°E43.106667; 12.391667

Interno
Il monumento funebre dedicato a Benedetto XI

La basilica di San Domenico è situata a Perugia ed è l'edificio religioso di maggiori dimensioni dell'Umbria.[senza fonte]

Nel febbraio del 1961 papa Giovanni XXIII la elevò alla dignità di basilica minore.[1]

Storia e descrizione[modifica | modifica wikitesto]

La primitiva Chesa di San Domenico, edificata tra il 1235 e il 1260, sorgeva nell'area dell'odierno chiostro maggiore, in posizione strategica nella città di Perugia, a testimonianza della vicinanza all'ordine domenicano, individuato come ordine mendicante "ufficiale", a discapito dei francescani, la cui posizione con il loro complesso conventuale di San Francesco al Prato, era decisamente meno favorevole.

La crescente importanza dei domenicani nella vita religiosa e politica della città portò ben presto alla necessità di realizzare un edificio più grande, la cui costruzione cominciò 1304, seguendo il prototipo nordeuropeo delle Hallenkirche, che prevede le navate laterali della stessa altezza di quella centrale, con dieci pilastri ottagonali in laterizio (che si intravedono in alcune sezioni fatte riemergere dagli attuali pilastri seicenteschi), archi ogivali e finestroni con vetrate dipinte.

Questa costruzione rovinò tuttavia nel 1614, con il disastroso crollo delle volte, cosicché l'edificio fu ristrutturato tra il 1629 ed il 1632 da Carlo Maderno, ripetendo lo schema architettonico della Basilica di San Pietro, pure opera del Maderno, che prevede pilastri ionici abbinati a coppia e una volta a botte scandita da fasce, secondo un'impostazione tardo-manierista, che conferisce un'impostazione classica priva di tensione e movimento.

Nella facciata grezza, che rivela ancora l'impianto gotico, campeggia un elegante portale d'ingresso della fine del XVI secolo e la doppia rampa con balaustra in travertino, realizzata nel 1640 da Girolamo Ciofi.

Domina il paesaggio circostante il campanile, edificato tra il 1464 ed il 1500 dal lombardo Gasperino di Antonio, che in origine era alto ben 126 metri[2] ma nel 1546 venne portato all'attuale altezza di 60[3] metri per aumentarne la stabilità.

Restano dell'edificio gotico originario il bel chiostro (1455-1579) e l'area del presbiterio, nel quale nell'abside, sopra il bel coro ligneo realizzato nel 1476 da maestranze umbre, risplende per dimensione e colori la vetrata risalente al XV secolo.

Una lapide davanti all'altare maggiore indica la cripta dove sono sepolti molti Baglioni signori di Perugia, fino a Malatesta V.

Nella seconda cappella a destra dell'abside è conservato il monumento funebre a Benedetto XI, papa morto a Perugia nel 1304, autentico capolavoro della scultura del XIV secolo, scolpito probabilmente da lapicidi locali, fortemente ispirati dall'arte toscana.

Nel pilastro che separa la cappella di Benedetto XI dall'abside si trova la tomba di Elisabetta Cantucci de Colis; il busto marmoreo di pregevole fattura, fu realizzato nel 1648 da Alessandro Algardi.

Tra le numerose opere custodite nella Chiesa da segnalare:

- nella 4a cappella della navata destra, detta del voto o di San Lorenzo, notevole dossale in pietra e terracotta verniciata realizzata nel 1459 da Agostino di Duccio, all'interno della quale è inserita la statua della Madonna del Rosario,

- nella crociera sinistra sotto la grandiosa macchina dell'Organo seicentesco, la pala d'altare raffigurante la Pentecoste, opera eseguita nel 1554 da Suor Plautilla Nelli, che presenta un'originale iconografia sul tema della discesa dello Spirito Santo, inserendo accanto agli apostoli altre figure femminili,

- nella 3a cappella della navata sinistra Gonfalone della Beata Colomba, opera di Giannicola di Paolo eseguita nel 1494 nella quale è rappresentata Perugia, protetta dalla Madonna e dai Santi, all'apice architettonico durante la Signoria dei Baglioni,

- nella 4a cappella della navata sinistra Madonna del Rosario, tra i Santi Domenico e Caterina, tela del 1647 di Giovanni Lanfranco.

Adiacente alla chiesa è il chiostro maggiore e l'ex convento di San Domenico, oggi sede del Museo archeologico nazionale dell'Umbria e dell'Archivio di Stato di Perugia

Vetrata[modifica | modifica wikitesto]

La vetrata risalente al XV secolo (la parte superiore è del 1759) ha un'altezza di 23 metri per 8,5 di larghezza. Insieme a quelle absidali del Duomo di Milano è fra le più grandi finestre gotiche d'Italia. Si tratta di finestre dalle dimensioni inusuali per l'Italia, anche perché in genere si cercava di limitare la grandezza delle finestre per proteggere gli interni dal calore. In San Domenico tuttavia una tale finestra era resa necessaria dalla mancanza di un'altra fonte di luce. Questa grande finestra del coro a fronte delle altre più piccole è visibile anche in un affresco del XV secolo nella cappella del palazzo dei Priori.

Oltre alle dimensioni, è di estremo interesse la struttura muraria, inusitata nella tradizione italiana: poiché le nervature lapidee impostano e delimitano sei alte lancette della grandiosa polifora proseguendo oltre la curvatura della finestra a vincolare la partitura terminale; e pertanto lo schema compositivo adottato, anziché dare spazio al rosone come parte conclusiva e trionfale della polifora, si sviluppa secondo un andamento ad albero; uno schema usuale alle vetrate inglesi ove il rosone è sostituito da un gioco di racemi, ma inusitato in Italia.

La vetrata è firmata e datata 1411 da due iscrizioni. La prima, relativa al ruolo di Mariotto di Nardo - HOC OPUS MARIOCTUS NARDI DE FLORENTIA PINSIT DEO GRATIA AMEN- è discretamente appuntata lungo l’orlo del manto di Santa Caterina d’Alessandria; mentre la seconda, vistosamente leggibile alla base della vetrata, menziona l’intervento di fra’ Bartolomeo da Perugia:

AD HONOREM DEI ET SANCTE MATRIS VIRGINIS MARIE ET BEATI JACOBI APOSTOLI ET BEATI DOMINICI PATRIS NOSTRI ET TOTIU(S) CURIE CELESTIS BATHOLOMEUS PETRI DE PERUSIO HUIUS ALMI ORDINIS P(R)EDICATO(RUM) MINIMUS FRATER AD SUI PERPETUA(M) MEMORIA(M) FECIT HANC VITREAM FENESTRA(M) ET AD FINEM US(QUE) PERDUXIT DIVINA GRATIA MEDIANTE. ANNO AB INCARNATIONE DOMINI MCCCCXI D(E) ME(N)SE AUGUSTI.

La lunga puntigliosa iscrizione ha per molto tempo penalizzato nella vicenda critica il ruolo di Mariotto di Nardo confinato a semplice aiuto del domenicano fra’ Bartolomeo, e, al massimo, di autore del solo pannello di S. Caterina ove si trova l’iscrizione a lui dedicata.

Altri studiosi hanno ritenuto che l’attuale polifora fosse il risultato dell’assemblaggio di due distinte parti della vetrata, quella di base narrativa e quella superiore ad immagini iconiche.

È merito del Marchini l’aver nel suo volume Le vetrate italiane apparso nel 1955 - il primo nucleo di storia della vetrata italiana - avviato la rivalutazione di Mariotto. Nella sequenza espositiva lo studioso cita l’immensa vetrata dopo una lunga analisi delle vetrate di Orsanmichele – con notazioni attributive a Niccolò di Pietro Gerini ed a Lorenzo Monaco – e prima dell’attività del Ghiberti; tale sequenza diviene, sia pur in maniera allusiva, una collocazione critica di Mariotto nella temperie artistica segnata a Firenze dai due cantieri di Orsanmichele e del Duomo.

Quindici anni dopo nel volume della collana CVMA dedicato alle vetrate dell’Umbria, lo studioso matura altre osservazioni giovevoli alla fisionomia artistica di Mariotto. In concomitanza ed a latere dei testi del Marchini apparvero allora due saggi del Boskovitz miranti ad approfondire la conoscenza del corpus pittorico dell’autore ed a puntualizzarne le radici culturali.

Non pienamente risolto il problema attributivo della duplice paternità della vetrata di S. Domenico, quale appare dalle due iscrizioni. Ma sembra plausibile avanzare qui l’ipotesi che nello stretto rapporto collaborativo ed esecutivo instauratosi tra i due artisti - di cui si tenterà una disamina più oltre - le scelte iconografiche siano state assunte da fra’ Bartolomeo che, come domenicano, era in grado, rispetto al ‘laico’ Mariotto, di articolare il complesso tema prescelto: ossia la glorificazione dell’Ordine Domenicano mediante il dispositivo categorico- gerarchico di santi e beati ispirato alle concezioni tomistiche. E la individuazione di una trentina tra santi, beati domenicani, dottori della Chiesa è stata quasi sicuramente condotta con la supervisione dei Padri a garanzia della ortodossia di tali scelte.

E forse proprio a tale ‘presenza domenicana’ va attribuita l’importanza assegnata alla iscrizione. Mentre sul piano stilistico l’impegnativo compito di tradurre in immagini l’astratto ordine categorico verosimilmente è stato affidato – e da lui assunto in gran parte - a Mariotto, artista abituato al frescare intere superfici parietali.

Mariotto dunque ha optato per un rigoroso inquadramento dei ‘personaggi domenicani’ entro il sistema compositivo di una vetrata iconica a baldacchini. Come un grandioso magniloquente paliotto d’altare, la vetrata prende dunque l’avvio da una prima fascia: una ‘predella’ narrativa dedicata a storie di S. Gacomo, patrono del committente.

Più sopra, l’ordine gerarchico di santi e beati domenicani si svolge in quattro ranghi, ciascuno dei quali è visivamente definito da una rigida partitura a baldacchini, diversa per ogni rango gerarchico. Nel primo sei sante sono inquadrate da una serie di elaborate edicole: a partire dai primi piani segnati da un gradone poligonale, lo spazio si addentra con lo scorcio di colonnine tortili; vivacissimi dal timpano fioriscono cespi di rosse rose; e dietro, la cupola, dorata dal terso fulgore solare, si stonda nelle fulgide nervature a gattoni contro un cielo d’oriental zaffiro.

La gerarchica disposizione prosegue nel secondo rango: compaiono i ‘Dottori’ protagonisti del pensiero cristiano: Tommaso d’Aquino, S. Agostino, S. Ambrogio, S. Girolamo.

La tipologia del baldacchino acquista una sonorità particolare: una fascia di sei coppie di santi minori forma il frontale di un gradone continuo che crea la percezione di una pavimentazione unica, uno spazio ampio comune alle sei nicchie.

La corposa monumentalità delle figure è sottolineata dallo scorcio dei timpani colti dal sotto in su a lasciar intravedere le nervature della crociera. I colori si fanno più intensi e meno delicati: smeraldino emerge il turgore delle cupole sottolineato da fulgenti nervature dorate.

Nel terzo rango si affacciano i due fondatori dell’Ordine, S. Domenico e S. Pietro martire, accompagnati da altri santi. Lo scorcio dal sotto in su delle edicole è accentuato sino a nascondere la cupola dietro l’alto fastigio svettante di pinnacoli nitidamente stagliati contro l’intenso azzurro celestiale. Tale effetto di uno slontanare nel ciel che più della divina luce prende si accentua nel quarto, conclusivo, rango ove Arcangelo Michele e Vergine Annunciata sono affiancati da S. Paolo, S. Giacomo Maggiore con il donatore, S. Giovanni Evangelista, S. Pietro.

La definizione stilistica della vetrata di Mariotto è il punto conclusivo di un basilare studio condotto dalla del Nunzio sulle vetrate a baldacchini: una serrata, del tutto inedita, analisi dell’evoluzione nell’uso delle inquadrature architettoniche nelle vetrate iconiche. Per la prima volta la studiosa ha rilevato come dal punto di vista tipologico la vetrata perugina appartenga alla categoria delle vetrate iconiche con figure inquadrate da elementi a baldacchino. Un genere che nasce e si sviluppa in Europa dal XII al XVI sec. e trova nella vetrata di Mariotto una delle sue massime espressioni, sia per la scala gigante che per la complessità architettonica dei baldacchini. Essi, annota la studiosa, suggeriscono l’idea dello spazio tridimensionale e, grazie ad un alleggerimento progressivo delle strutture, guidano l’occhio dello spettatore dal basso verso l’alto in una sorta di profondità continua.

La struttura compositiva della vetrata di Mariotto si pone dunque come la prosecuzione, l’ampliamento monumentale ed il perfezionamento illusionistico di tutta quella serie continua di esempi toscani che va dalle vetrate Bardi e Tosinghi Spinelli in S.Croce a quelle di Agnolo Gaddi nel Duomo fiorentino, alla vetrata di Niccolò di Pietro Gerini nella Certosa del Galluzzo. Ma, rispetto ai precedenti esiti, la vetrata di Mariotto rivela una nuova inedita ricerca di una ‘verosimiglianza’ architettonica in senso volumetrico e spaziale.

Organo[modifica | modifica wikitesto]

L'ogano della basilica

L'organo fu costruito tra il 1638 e il 1641 dall'organaro Luca Neri da Leonessa (Rieti), è inserito nel transetto sinistro della chiesa, dove si trova la porta d'accesso alla sacrestia, ed è uno dei pochi organi secenteschi ancora superstiti in Umbria. È secondo per dimensioni solo a quello situato all'interno del duomo di Orvieto, mentre per qualità è uno dei più pregiati strumenti del secolo XVII. Dello strumento originale si conserva solo la cassa e la facciata mentre l'interno è stato ricostruito alla fine dell'Ottocento. L'organo era inizialmente racchiuso in una semplice cassa lignea alla quale venne aggiunta nel 1660 la sontuosa decorazione ad opera di Sallustio Lombardi da Lucignano e Ludovico Brocchetti da Cortona. Tale decorazione venne ultimata con doratura e marmorizzazione nel 1748.

Nel corso dei secoli l'organo ha ricevuto diversi interventi di restauro a partire dal 1726 in cui un fulmine si abbatté sulla cassa danneggiando uno degli angeli scolpiti accanto allo stemma di Benedetto XI; nel 1778 venne sostanzialmente modificato l'impianto fonico ad opera di frate Tommaso Pagnini di Pistoia che aggiunse una cospicua serie di registri passando dai precedenti 8 ai 18 e portando le canne da 450 a 797. Nel 1836 un secondo fulmine colpì lo strumento comportando la necessità di un ulteriore intervento di restauro. Il successivo intervento intorno al 1870 ad opera di Nicola Morettini andarono ad adeguarne le caratteristiche secondo i gusti musicali del periodo. Nel 1921 l'organaro Rodolfo Luna di Foligno compì un pesante rimaneggiamento sulla struttura dell'organo che peggiorò la qualità dei registri modificando sostanzialmente la tonalità delle canne. Un secondo intervento negli anni sessanta aveva peggiorato ulteriormente lo strumento portandolo al quasi completo inutilizzo. L'ultimo recupero ha riportato l'organo alle condizioni successive all'intervento effettuato dal Morettini. Tale operazione ha consentito di ripristinare buona parte dei registri e ciò ha permesso di ridare voce a questo prestigioso organo che da oltre quattro secoli è parte integrante della vita della basilica[4].

Fonica dell'organo dopo il restauro di Nicola Morettini[modifica | modifica wikitesto]

Principale 16' bassi
Principale 16' soprani
Principale 8' bassi
Principale 8' soprani
Ottava
Dodicesima
Quindicesima
Diciannovesima
Ventiduesima
Ventiseisima
Ventinovesima
Principale II soprani(8')
Flauto Traverso (8' coperto)
Flauto in ottava (4' cilindrico)
Quintetto soprani (2' 2/3 a cuspide)
Decimino soprani (1 '3/5 cilindrico)
Violetta soprani (4')
Voce Umana (dal Do#3)
Tromba (8')
Bombardino bassi (4')
Corno inglese soprani (16')
Controbassi (16' aperti)
Divisione bassi-soprani Do3-Do#3
Tastiera con 50 tasti Do-Fa con prima ottava corta
Pedaliera con 12 pedali
Tiratutti con 2 pedali
Timpano
Tremolante
Mantice a lanterna avviato da 2 pompe che funzionano grazie a due pedali raffreddati da un elettroventilatore[5]

Opere già in San Domenico[modifica | modifica wikitesto]

Dalla cappella di San Nicola in San Domenico proviene la Pala di Perugia di Beato Angelico, oggi alla Galleria nazionale dell'Umbria. Nello stesso museo si trova anche la Madonna in trono col Bambino e angeli musicanti di Gentile da Fabriano, sempre da San Domenico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Catholic.org Basilicas in Italy
  2. ^ Medioevo in Umbria - Tratto da “IL COMPLESSO DI SAN DOMENICO A PERUGIA - una ricchezza dimenticata” - a cura della Sezione Architettura del CENTRO CULTURALE S. TOMMASO D'AQUINO
  3. ^ http://www.campanologia.org/materiale/Campanili.pdf
  4. ^ Elena Pottini, Giulio Ser-Giacomi, Il Complesso di San Domenico a Perugia; Eugenio Becchetti, L'organo Luca Neri, vicende storiche
  5. ^ Eugenio Becchetti, L'organo Luca Neri, vicende storiche

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Francesco Federico Mancini: Perugia. Kunst- und Geschichtsführer. Perugia 1985
  • Rolf Toman (Hrsg.): Die Kunst der Gotik. Architektur - Skulptur - Malerei. Köln 1998
  • Klaus Zimmermanns: Umbrien. Köln 1987. (DuMont Kunst-Reiseführer), pag. 96, fig. 27
  • Elena Pottini, Giulio Ser-Giacomi: Il Complesso di San Domenico a Perugia, Tozzuolo ed., 2013 pag. 68-69
  • Eugenio Becchetti: L'organo Luca Neri, vicende storiche in La Basilica di San Domenico di Perugia, Quattroemme ed., 2006, pag. 535-537

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]