Basilica di San Dionigi (Milano)

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Basilica di San Dionigi
Basilica di San Dionigi Milano.jpg
Stato Italia Italia
Regione Lombardia Lombardia
Località CoA Città di Milano.svgMilano
Religione Cristiana Cattolica di rito ambrosiano
Diocesi Arcidiocesi di Milano
Consacrazione V secolo
Inizio costruzione V secolo
Demolizione 1783

Coordinate: 45°28′29.05″N 9°12′11.27″E / 45.474735°N 9.203131°E45.474735; 9.203131

La basilica di San Dionigi (nome originale paleocristiano basilica prophetarum) era un luogo di culto di Milano, distrutto nel Settecento per far spazio ai giardini pubblici e poi al Museo civico di storia naturale. Assieme alla basilica martyrum, alla basilica apostolorum ed alla basilica virginum, la basilica prophetarum era annoverata tra le quattro basiliche ambrosiane, ovvero quelle fatte costruire per ordine di sant'Ambrogio.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Le origini della chiesa sono da ascrivere a sant'Ambrogio il quale, vescovo di Milano, diede ordine di recuperare la salma di un suo predecessore, san Dionigi perché potesse essere meglio onorata dai cristiani milanesi. Il vescovo Basilio di Ancira, ci dà a tal proposito un resoconto dell'operazione secondo il quale la salma del santo vescovo sarebbe giunta a Milano per essere deposta in una cappella voluta dallo stesso sant'Ambrogio e definita Sanctorum Veteris Testamenti o Sanctorum Omnium Prophetarum et Confessorum. Nella stessa cappella, nel 475, venne posta anche la salma del vescovo armeno Aurelio, deceduto mentre era di passaggio a Milano e da quel momento la piccola cappella ebbe il titolo di Santi Dionigi e Aurelio.

Secondo l'Itinerario Salisburghese del VI secolo, sappiamo che la cappella era in grande decadenza, così pure il culto dei due santi a tal punto che nell'830 l'arcivescovo di Milano donò al vescovo di Vercelli, Nottingo, parti del corpo di sant'Aurelio, trattenendone a Milano il capo. Nell'882 l'arcivescovo Angilberto I si risolse dunque a costruire una nuova chiesa più grande per degnamente onorare il corpo di san Dionigi.

Il mausoleo della Patarìa[modifica | modifica wikitesto]

Durante il periodo della Pataria sappiamo che nella chiesa di San Dionigi venne sepolto Erlembaldo Cotta, campione della lotta[1] e nel 1099 il vescovo Anselmo IV da Bovisio, da poco eletto, vi fece traslare la salma di sant'Arialdo martire già sepolta nella chiesa di San Celso. La chiesa continuava in quest'epoca ad essere officiata dai decumani[2] di San Dionigi che facevano parte del clero secolare dell'arcidiocesi di Milano, anche se a partire dal 1066 essi si trasferirono nella chiesa di San Bartolomeo lasciando l'officiatura delle celebrazioni liturgiche ai benedettini che ne ottennero il pieno possesso solo a partire dal 1217, anno nel quale incominciarono i lavori per costruire un monastero annesso alla chiesa.

Di fronte alla chiesa di San Dionigi sappiamo inoltre che nel 1266 si tenne un eccidio di ghibellini ordinato da Napo Torriani che fece decapitare 28 esponenti della fazione politica come rappresaglia contro l'uccisione di suo fratello Paganino, nominato da poco podestà di Vercelli.

L'inizio della decadenza[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1410 ai benedettini subentrarono i cassinesi che però abbandonarono il monastero attorno al 1433 e da allora ebbe inizio la decadenza della chiesa e del suo complesso. Venne infatti nominato il 13 ottobre 1478 il primo abate commendatario nella persona di Giovanni Antonio da Busseto.

Dagli atti di un processo del 1521 sappiamo che la chiesa di San Dionigi disponeva di una pianta simile a quella dell'antica basilica di Santa Tecla, con cinque navate culminanti in un altare maggiore centrale alla struttura, affiancato da due più piccoli lateralmente. Nel XVI secolo, però, la chiesa era del tutto in decadenza anche se ancora si faceva memoria che proprio di fronte ad essa re Luigi XII di Francia era risalito a cavallo dopo la vittoria di Agnadello.

Nel 1528 i lanzichenecchi discesi in Italia al seguito di Carlo V devastano la chiesa ed il monastero, sottraendo anche alcune reliquie per poi richiedere un riscatto ai benedettini i quali, rivoltisi alla curia milanese, dopo aver pagato, decidono di trasferire i preziosi resti nella cattedrale.

Nel 1533, su indicazione del nuovo abate commendatario cardinale Salviati, il monastero e la chiesa di San Dionigi vennero affidati ai Serviti i quali inaugurarono un nuovo periodo di fervore architettonico per la chiesa di San Dionigi. Nel 1535 il governatore di Milano dell'epoca, il celebre Antonio de Leyva decise, in accordo con il nuovo ordine regolare giunto a Milano, di abbattere l'antica e ormai cadente chiesa per far spazio alla costruzione dei nuovi bastioni di difesa della città. Il progetto di costruzione della nuova chiesa (dove in seguito trovò sepoltura lo stesso Antonio de Leyva) venne affidato a Pellegrino Tibaldi, architetto di fiducia della curia milanese, il quale si preoccupò di realizzare una nuova chiesa a tre navate con otto cappelle laterali. A partire dal 1549 è sempre il Tibaldi a dare il via all'abbattimento di parte del monastero annesso alla chiesa, lasciandone in piedi il solo campanile salvo poi ricostruire la struttura conventuale più a sud. Della chiesa cinquecentesca ci restano alcuni disegni risalenti al 1573 realizzati da tale Fabriczy.

La demolizione[modifica | modifica wikitesto]

Il sarcofago di Ariberto d'Intimiano e la croce del Carroccio (oggi al duomo di Milano) un tempo conservati presso la chiesa di San Dionigi

Nel 1770 il governo austriaco, in accordo alle riforme giuseppiniane, soppresse dapprima il monastero nel 1782 per far spazio ai giardini pubblici[3] e poi dal 1783 anche la chiesa venne abbattuta, costringendo i serviti a trasferirsi nella chiesa di Santa Maria del Paradiso. La demolizione della chiesa, ad ogni modo, salvò alcune opere d'arte oltre alle reliquie ed al sarcofago del vescovo Ariberto d'Intimiano, il quale venne trasferito in duomo ove ancora oggi si trova abbinato all'originaria croce del Carroccio che in un primo tempo era passata alla chiesa di San Calimero e poi a quella di Santa Maria del Paradiso.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Riconosciuto santo in quegli anni da papa Urbano II e la cui lapide commemorativa, ricordataci da Galvano Fiamma citava:
    Urbanus summus praesul dictusque secundus
    Noster et Arnulphus pastor pius atque benignus
    Huius membra viri tumulant translata beati
  2. ^ Quando, nel 569, di fronte all'avanzata longobarda, il vescovo milanese Onorato si era rifugiato a Genova, città bizantina, non tutto il clero ambrosiano fuggì con lui, e anzi a Milano giunsero, in aiuto al clero locale rimasto, dei missionari siri e greci. Si inaugurava così un periodo di dualismo nel clero milanese.

    « Con il ritorno in sede del metropolita Giovanni il Buono (649) [...] vengono a convivere, non sempre pacificamente, due ordini clericali: il maior e il minor. Il primo, reduce da Genova, è costituito dai cardinales (termine apparso nel 787) od ordinarii, officianti dapprima le basiliche più venerate ("matrici"), poi dal IX secolo solo la cattedrale, e dalle cui fila proviene spesso l'arcivescovo. Il secondo è composto dai decumani (denominazione dell'864) o peregrini, addetti alla cura pastorale (analogamente alle contemporanee diaconie caritative romane) e diretti da un primicerius, detto anche coepiscopus (forse per le sue funzioni di supplenza svolte durante l'esilio del vescovo). [...] La distinzione fra i due ordini, rilevante fino al XIII secolo, va via via estinguendosi, lasciando tracce nella liturgia, fino a scomparire col decreto di soppressione dei decumani, sollecitato da Carlo Borromeo e promulgato da Pio V (1569). »

    ( Marina Troccoli Chini, L'arcidiocesi di Milano (fino al 1884), in Patrick Braun e Hans-Jörg Gilomen (a cura di), Helvetia sacra, vol. 1.6, Basilea, Francoforte sul Meno, Helbing & Lichtenhahn, 1989, pp. 310-311, ISBN 3-7190-1043-0.)
  3. ^ I locali dell'ex monastero vennero in un primo tempo sfruttati come salone pubblico, poi vennero abbattuti per fare spazio all'attuale Museo di scienze naturali

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Cattaneo E., La religione a Milano nell'età di S. Ambrogio, Milano 1974
  • Kinney D., Le chiese paleocristiane di Milano, in Millennio ambrosiano, I, p. 65
  • Paredi A., L'esilio in Oriente del vescovo milanese Dionisio, in Atti del Congresso La Lombardia e l'Oriente, Milano 1963, 229-244
  • Traversi G., Una nota su S. Dionigi, basilica ambrosiana sconosciuta in “Arte Lombarda”, VIII, 1963

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]