Bandiere del Regno di Napoli

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Regno di Napoli.

Nella storia del Regno di Napoli i vari monarchi o governi che si sono succeduti nell'amministrazione del suo territorio hanno adottato diverse bandiere, in corrispondenza spesso con il cambio delle dinastie regie.

Bandiera angioina[modifica | modifica wikitesto]

La prima vera e propria bandiera del regno di Napoli fu quella adottata da Carlo I al momento della sua incoronazione a Re di Sicilia. È l'evoluzione del suo blasone in cui erano rappresentati i gigli di Francia, una concessione araldica che il regno di Francia dava, a partire da Filippo il Bello ai nobili di particolare merito.[senza fonte] Sulla cima della bandiera, in linea con quanto rappresentato dallo stemma angioino, vi è il lambello rosso a tre gocce che contraddistingue il ramo cadetto della casa d'Angiò.

Bandiera aragonese[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Barre d'Aragona e Senyera (bandiera).

La bandiera aragonese fu portata a Napoli da Alfonso I, il quale riuscì nell'unificazione della corona del rex Siciliae ultra (o re di Trinacria, ovvero la Sicilia aragonese) con quella del rex Siciliae citra (regno di Sicilia angioino, ovvero il regno di Napoli) nel titolo di rex Utriusque Siciliae. Come bandiera del regno di Napoli egli adottò sia la versione tradizionale del suo stato, le Barre di Aragona, consistente in quattro barre orizzontali rosse su sfondo giallo, che, secondo la leggenda, rappresenterebbero le quattro linee rosse tracciate da Goffredo il Villoso sul proprio scudo dorato poco prima di morire in una battaglia contro gli arabi, sia una nuova bandiera locale creata inquartando le Barre di Aragona, con le insegne degli Angiò-Durazzo, che, oltre a quella napoletana, avevano cinto le corone di Ungheria e, nominalmente, di Gerusalemme[1][2].

Bandiera borbonica[modifica | modifica wikitesto]

Durante tutto il periodo borbonico il vessillo del regno fu una bandiera bianca, colore dei Borbone di Francia, sulla quale era rappresentato il blasone della famiglia reale. Questa usanza verrà mantenuta anche quando i regni di Napoli e Sicilia verranno unificati nel Regno delle Due Sicilie.

Bandiera repubblicana[modifica | modifica wikitesto]

La bandiera repubblicana fu direttamente ispirata al tricolore francese, dove però invece che il celebre blu, bianco e rosso che si vuole sia la combinazione dei colori dello stemma di Parigi con il colore reale dei Borbone, al bianco si sostituisce l'oro (colore dello stemma di Napoli) e al blu il turchino.[senza fonte]

Bandiere napoleoniche[modifica | modifica wikitesto]

Le prima bandiera napoleonica (1806-1808) del regno di Napoli fu adottata quando Giuseppe Bonaparte divenne re di Napoli (1806), riprendendo il tricolore della repubblica romana sorta in età rivoluzionaria e caduta poi nel 1799. Giuseppe Bonaparte frequentò spesso Roma durante la rivoluzione come ambasciatore della prima repubblica francese, potendo assistere poi anche alla fine dell'esperienza rivoluzionaria, quando le truppe borboniche si spinsero fino a Roma per reinsediare il governo pontificio. Quando però Napoleone tornò ad occupare Napoli, inviando nel Mezzogiorno le truppe francesi al comando di Laurent de Gouvion-Saint Cyr, conquistato il Napoletano, nominò suo fratello Giuseppe Bonaparte re di Napoli. Roma intanto veniva annessa all'impero francese insieme alla Toscana: il nuovo re di Napoli, per connotare l'identità italiana del Mezzogiorno, adottò come vessillo del suo regno gli antichi simboli della rivoluzione romana. Il tricolore romano era costruito sul modello di quello francese: le bande però erano orizzontali e al blu fu sostituito il nero, colore del drago capitolino[3], simbolo del potere laico restaurato che avrebbe dovuto governare su Roma e sull'antica teocrazia pontificia. Con l'avvincendamento sul trono di Napoli di Gioacchino Murat (1808), dopo la partenza di Giuseppe Bonaparte per la Spagna, i colori della rivoluzione romana furono disposti in modo tale da rappresentare, nella bandiera, una sorta di losanga, secondo la consuetudine dei rivoluzionari italiani ai tempi di Napoleone[4]. La prima bandiera murattiana (1808-1811) conteneva anche il nuovo stemma delle Due Sicilie (prima rappresentazione come entità storico-geografica), con l'aquila imperiale francese, il triscele siciliano e il cavallo di Napoli. La seconda bandiera murattina (1811-1815), la più originale fra i simboli del Mezzogiorno, rappresentava lo stemma del nuovo stato in un vessillo a sfondo azzurro circondato da una cornice rettangolare scaccata di rosso e bianco. Lo stemma unisce all'aquila d'oro, simbolo dell'Impero francese, il cavallo nero su sfondo dorato come emblema di Napoli e il triscele per rappresentare la Sicilia. La corona all'apice dello stemma rappresenta il titolo regale di Murat ottenuto secondo una costituzione, lo statuto di Baiona, mentre lo sfondo per la prima volta riprende i colori dello stemma degli Altavilla, primi sovrani di Sicilia. Per la prima volta l'unione formale, rivendicata da Murat, delle corone di Sicilia e Napoli era rappresentata in una bandiera. Nel titolo di re di Sicilia, annesso a quello ereditario del Legato di Sicilia per cui il re esercitava il controllo assoluto sul clero nazionale e sulle proprietà delle parrocchie, i movimenti politici rivoluzionari, giansenisti e anticurialisti individuavano la legittimazione storica alle loro ambizioni giurisdizionaliste.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Poiché nel 1277, Maria di Antiochia, che era stata la legittima pretendente al trono di Gerusalemme dopo la morte di Corradino, ma non era stata riconosciuta dall'Alta Corte, vendette i suoi diritti a Carlo I d'Angiò, che aggiunse l'insegna dei re di Gerusalemme a quelle del Regno.
  2. ^ Qualche approfondimento sulla storia della bandiera aragonese, su es.geocities.com (archiviato dall'url originale l'11 agosto 2006).
  3. ^ Il drago capitolino è il simbolo del rione di Roma Campitelli, ricordo della bestia sconfitta dai pontefici sul Campidoglio, nel tempio di Castore e Polluce, nella trasposizione mitologica della vittoria del cristianesimo sul paganesimo romano.
  4. ^ L'uso perdura ancora nel vessillo presidenziale della Repubblica Italiana.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]