Banda della Uno bianca

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Banda della Uno bianca
Fiat Uno 5door first generation.jpg
Una Fiat Uno di colore bianco, il modello d'auto che dette il nome alla banda criminale
Area di origineBologna
Aree di influenzaEmilia-Romagna, Marche
Periodo19 giugno 1987 - 24 maggio 1994
BossFratelli Savi
Attivitàrapina
omicidio

La banda della Uno bianca fu un'organizzazione criminale operante in Italia, in particolare nella regione Emilia-Romagna, che tra il 1987 e il 1994 commise 103 crimini, soprattutto rapine a mano armata, provocando la morte di ventiquattro persone e il ferimento di altre centodue.[1]

Il nome deriva dal modello di automobile, la Fiat Uno, utilizzato in alcune delle loro azioni criminali, in quanto piuttosto facile da rubare e di difficile identificazione data l'estrema diffusione in quel periodo. La maggior parte dei componenti della banda armata erano membri della Polizia di Stato.[2]

I componenti della banda vennero tutti arrestati alla fine del 1994 e successivamente condannati.

Cronologia delle principali azioni criminali[modifica | modifica wikitesto]

In attività tra il 1987 e fino all'autunno del 1994, la banda commise centotrè azioni delittuose,[3] provocando la morte di ventiquattro persone ed il ferimento di altre centodue.[4]

Il sovrintendente della Polizia Antonio Mosca

La banda cominciò a compiere i suoi crimini dal 1987, dedicandosi nelle ore notturne alle rapine dei caselli autostradali lungo l'Autostrada A14. Il 19 giugno 1987 la banda mise a segno il primo colpo con una rapina al casello di Pesaro, consumata a bordo della Fiat Regata grigia di proprietà di Alberto Savi alla quale avevano apposto una targa falsa; il bottino ammontava a circa 1.300.000 lire. Subito dopo il primo colpo la banda mise a segno dodici rapine ai caselli in circa due mesi.

Nell'ottobre 1987 organizzarono un tentativo di estorsione nei confronti di un autorivenditore riminese, Savino Grossi. I Savi inviarono una lettera a Grossi, indicando la procedura per il pagamento. Il rivenditore fece finta di cedere al ricatto ma aveva già avvertito il commissariato di Rimini. Il 3 ottobre Savino Grossi si recò in autostrada con la sua autovettura nascondendo nel portabagagli un agente di Polizia, mentre altre autovetture del commissariato di Rimini lo seguivano a breve distanza. A questa operazione partecipò l'ispettore Baglioni, colui che nel 1994 con le proprie indagini avrebbe consentito di scoprire l'identità dei componenti della banda.[5] Grossi venne contattato dagli estorsori e si fermò nei pressi di un cavalcavia poco prima del casello di Cesena. Con l'intervento della Polizia scaturì un conflitto a fuoco durante il quale rimase gravemente ferito il sovrintendente Antonio Mosca, che sarebbe morto il 29 luglio 1989 dopo un lungo periodo di sofferenza.[6] L'omicidio di Mosca fu il primo della serie che avrebbero commesso i componenti della banda.[7]

Il 30 gennaio 1988 venne ucciso, durante una rapina ad un supermercato, Giampiero Picello, guardia giurata in servizio a Rimini.[8]

Il 20 febbraio 1988 rimase ucciso Carlo Beccari, anch'egli guardia giurata, in servizio a Casalecchio di Reno in un supermercato. Nella rapina al furgone portavalori rimase ferito anche Francesco Cataldi, collega di Beccari.[9]

Il 20 aprile 1988 vennero uccisi due carabinieri, Cataldo Stasi e Umberto Erriu, mentre si trovavano in un parcheggio a Castel Maggiore, nei pressi di Bologna, dopo che gli stessi avevano fermato l'auto dei Savi.[10][11] Per questo omicidio sono stati successivamente accertati depistaggi da parte di un carabiniere.[12][13]

Nel 1989 venne ucciso, durante una rapina ad un supermercato di Corticella, Adolfino Alessandri, pensionato di cinquantadue anni, che si trovò ad essere testimone oculare della rapina e venne di conseguenza crivellato di colpi.[14]

Nel 1990 vennero complessivamente uccise sei persone. A Bologna, in via Mazzini, il 15 gennaio venne ferito gravemente Giancarlo Armorati, pensionato, durante una rapina ad un ufficio postale che causò altri quarantacinque feriti. Egli sarebbe morto un anno dopo per le ferite riportate. Il 6 ottobre venne ucciso Primo Zecchi, la cui colpa fu quella di annotare il numero di targa della macchina dei criminali.[15][16]

Il 23 dicembre 1990 la banda aprì il fuoco contro le roulotte che componevano il campo nomadi di Bologna in via Gobetti, provocando due vittime (Rodolfo Bellinati e Patrizia Della Santina) e alcuni feriti.[17]

Il 27 dicembre 1990 vennero uccise due persone a Bologna in due diversi episodi di violenza. La prima vittima fu Luigi Pasqui, commerciante di cinquanta anni, ucciso durante una rapina ad un distributore di Castelmaggiore mentre tentava di dare l'allarme. Pochi minuti dopo a Trebbo di Reno la banda uccise Paride Pedini, che si era avvicinato alla Uno bianca appena abbandonata con le portiere aperte.[18]

La strage del Pilastro[modifica | modifica wikitesto]

Una foto dell'epoca sul luogo della strage del Pilastro

Il 4 gennaio 1991, intorno alle 22:00, nel quartiere Pilastro di Bologna, una pattuglia dell'Arma dei Carabinieri fu trucidata dalle pallottole del gruppo criminale.[19] La banda si trovava in quel luogo per caso, essendo diretta a San Lazzaro di Savena in cerca di un'auto da rubare. All'altezza delle Torri, in via Casini, l'auto della banda fu sorpassata dalla pattuglia dall'Arma. La manovra fu interpretata dai criminali come un tentativo di registrare i numeri di targa e pertanto essi decisero di liquidare i carabinieri. Dopo averli affiancati, Roberto Savi esplose alcuni proiettili verso i militari, sul lato del conducente Otello Stefanini.[20] Nonostante le gravi ferite riportate, il militare cercò di fuggire, ma andò a sbattere contro dei cassonetti della spazzatura. In breve tempo l'auto dei Carabinieri fu investita da una pioggia di proiettili.[21] Gli altri due militari, Andrea Moneta e Mauro Mitilini, riuscirono a uscire dall'abitacolo e a rispondere al fuoco, ferendo tra l'altro Roberto Savi. La potenza delle armi utilizzate dalla banda però non lasciava speranze ed entrambi i militari caddero feriti sull'asfalto. I tre furono finiti con un colpo alla nuca. Il gruppo criminale si impossessò anche del foglio di servizio della pattuglia e si allontanò dal luogo del conflitto a fuoco. La Uno bianca coinvolta nel massacro fu abbandonata a San Lazzaro di Savena nel parcheggio di via Gramsci ed incendiata; uno dei sedili era sporco del sangue di Roberto Savi, rimasto lievemente ferito all'addome durante il conflitto a fuoco. Il fatto di sangue fu rivendicato dal gruppo terroristico "Falange Armata". Tale rivendicazione fu però ritenuta inattendibile, in quanto giunta dopo il comunicato dei mass media. La strage rimase impunita per circa quattro anni. Gli inquirenti seguirono delle piste errate, che li portarono ad incriminare soggetti estranei alla vicenda: la Digos di Bologna dichiarò di avere una testimone oculare, tale Simonetta Bersani, che fornì indicazioni dirette sugli autori degli omicidi, accusando un pregiudicato, Peter Santagata, con dovizia di particolari, quali, ad esempio, “le fiamme che uscivano dalle mani del Santagata mentre sparava"[22][23]; il 20 giugno 1992 furono arrestati i due fratelli Peter e William Santagata e il camorrista Marco Medda (ex braccio destro di Raffaele Cutolo)[24][25], accusati di aver fatto parte del commando omicida[26], cui seguì una maxi-operazione con 191 arresti sul quartiere del Pilastro definita "Quinta mafia" per una serie di reati ulteriori connessi a quelli della Uno bianca, operazione condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Bologna che vi impiegò enormi energie investigative[27][28]. Il 24 gennaio 1995 i Santagata e Medda furono dichiarati estranei ai fatti dalla corte di Assise di Bologna[29][30][31] poiché i veri assassini confessarono il delitto durante il processo.[21]

Azioni successive[modifica | modifica wikitesto]

Il 20 aprile 1991 venne ucciso, a Borgo Panigale, Claudio Bonfiglioli, benzinaio di cinquanta anni, nel corso di una rapina.[32]

Il 2 maggio 1991, in un'armeria di Bologna, vennero uccisi Licia Ansaloni, titolare dell'esercizio, e Pietro Capolungo, carabiniere in pensione.[33] Durante tale rapina una donna vide Roberto Savi fuori dall'armeria e fornì un identikit agli investigatori. Quando esso venne mostrato al marito della Ansaloni, questi dichiarò che assomigliava molto a Roberto Savi, suo cliente abituale, poliziotto di Bologna. Nessuno però, tra gli investigatori, collegò realmente Savi al fatto di sangue.[34]

Il 19 giugno 1991 perse la vita a Cesena Graziano Mirri, benzinaio e padre di un poliziotto, ucciso davanti alla moglie durante una rapina al suo distributore in viale Marconi.[35][36]

Il 18 agosto 1991 vennero uccisi in un agguato, a San Mauro Mare, Ndiaj Malik e Babou Chejkh, due operai senegalesi, mentre un terzo, Madiaw Diaw, rimase ferito. L'aggressione non fu a scopo di rapina né per eliminare testimoni di un reato, ma fu motivata dalle ideologie razziste dei membri della banda. Poco dopo il duplice omicidio, l'auto della banda tagliò la strada ad una Fiat Ritmo con a bordo alcuni giovani, che inveirono contro il guidatore della Uno bianca per la manovra azzardata. Dall'auto della banda vennero esplosi colpi di arma da fuoco contro le persone a bordo della Ritmo, che rimasero illese.[37]

Nel 1992, non si registrarono omicidi, ma la banda si rese protagonista di quattro rapine in banca e una in un supermercato.[38]

Il 24 febbraio 1993 la banda si rese responsabile dell'omicidio di Massimiliano Valenti[36][39][40], un ragazzo di ventuno anni che aveva assistito a un cambio macchina della banda dopo una rapina in banca. La banda sequestrò il giovane e lo trasportò in una zona isolata dove ebbe luogo una vera e propria esecuzione.[41] Il corpo di Massimiliano Valenti venne ritrovato in un fossato nel comune di Zola Predosa. Dall'esame autoptico effettuato sul suo volto emersero fori di proiettili sparati dall'alto verso il basso.[42]

Il 7 ottobre venne ucciso a Riale Carlo Poli, elettrauto.[43]

Nel 1994 la banda intensificò la sua attività criminale verso gli istituti di credito, rapinandone complessivamente nove durante l'anno.[38]

Il 24 maggio 1994 venne ucciso il direttore della Cassa di Risparmio di Pesaro, Ubaldo Paci, freddato mentre stava aprendo la sua filiale alle 08:15.[44][45]

I componenti della banda[modifica | modifica wikitesto]

Roberto Savi[modifica | modifica wikitesto]

Roberto Savi nel corso di una traduzione

Nato a Forlì, il 19 maggio 1954. Insieme al fratello Alberto fu membro della Polizia di Stato presso la Questura di Bologna, dove al momento dell'arresto rivestiva il grado di assistente capo ed effettuava il servizio di operatore radio nella centrale operativa.

Da giovane militò come attivista nell'organizzazione di estrema destra Fronte della Gioventù.[46]

Nel 1976, all'età di ventidue anni, entrò in Polizia e prese servizio a Bologna. Quando nel 1987 iniziò l'attività criminale della banda, aveva trentatré anni e svolgeva la funzione di operatore in volante. Nel 1992 venne poi trasferito, per cause disciplinari, alla centrale operativa, per aver rasato i capelli a un giovane ragazzo trovato in possesso di sostanze stupefacenti.

Roberto Savi possedeva una collezione di armi, regolarmente registrate, fra cui due Beretta AR 70[47], calibro .223 Remington, versione civile del fucile d'assalto Beretta AR70 calibro 5,56mmx45.

Dopo la strage del Pilastro del 4 gennaio 1991 (durante la quale rimase ferito), la procura dispose che venisse compilata una lista dei cittadini dell'Emilia-Romagna possessori del fucile d'assalto Beretta AR 70 utilizzato durante la sparatoria. Dalla lista stilata il 14 gennaio 1991, risultarono una trentina di individui. Alla 26ª posizione dell'elenco compariva il nome di Roberto Savi che risultava possederne due, acquistati il 3 gennaio 1989 e il 27 dicembre 1990 (il secondo dunque, solo otto giorni prima della strage del Pilastro). Savi, poiché l'arma non era conosciuta dalla polizia bolognese, per facilitare il lavoro della scientifica venne invitato a portare ai colleghi uno dei suoi fucili, egli perciò non potendo consegnare quello utilizzato durante la sparatoria sollecitò l'armeria per l'arrivo del secondo, insistendo molto con il negozio per averlo (telefonò quattro volte in tre giorni). Alla fine, portò in questura quello nuovo che non aveva ancora sparato.[48] Nessuno andò mai a controllare l'altro fucile che deteneva in casa.[49]

Roberto Savi fu, in ordine di tempo, il primo componente della banda ad essere arrestato, la sera del 21 novembre 1994, mentre si trovava in questura a Bologna. Immediatamente dopo l'arresto, disse ai colleghi «Potevo farvi saltare tutti in aria...»[50].

Durante il processo, la moglie, che lo sapeva coinvolto nelle vicende criminali ma non lo aveva mai denunciato, definì Roberto un uomo strano ed aggressivo, di carattere molto taciturno e schivo, che non frequentava molte persone, a parte i fratelli, e che passava gran parte del suo tempo a giocare con i videogiochi. Diverse volte, le aveva puntato la pistola contro per minacciarla. Ai processi, Savi stupì tutti per l'estrema freddezza con cui, beffardo e provocatorio, parlava dei reati più atroci da lui commessi; alle domande non rispondeva «» oppure «no», bensì «affermativo» e «negativo».

Il padre dei fratelli Savi, Giuliano Savi, si suicidò il 29 marzo 1998, ingoiando sette scatole di Tavor, dentro una Uno bianca, parcheggiata a Villa Verucchio, a tredici chilometri da Rimini[51].

Il 3 agosto 2006, Roberto Savi fece richiesta di concessione del provvedimento di grazia, al tribunale di Bologna[52]. La domanda venne ritirata il 24 agosto, dallo stesso Savi, a seguito del parere sfavorevole espresso dal procuratore generale bolognese, Vito Zincani. Il 1º ottobre 2008, si è risposato con una detenuta olandese del carcere di Monza[53].

Fabio Savi[modifica | modifica wikitesto]

Fabio Savi al momento dell'arresto

Nato a Forlì, il 22 aprile 1960. Fratello di Roberto e co-fondatore della banda, nel 1987. Anche lui, come il fratello, fece domanda per entrare in polizia, ma un difetto alla vista gli pregiudicò questa carriera. Dai quattordici anni in poi, svolse molti lavori saltuari, e possedeva un carattere spavaldo e aggressivo. Insieme a Roberto, era l'unico membro presente a tutte le azioni criminali della banda. Fabio venne arrestato qualche giorno dopo il fratello, a ventisette chilometri dal confine con l'Austria, mentre tentava di espatriare, venendo bloccato da un'auto della Polizia stradale. Lavorava come carrozziere e camionista, e conviveva a Torriana, con una ragazza rumena, Eva Mikula, le cui testimonianze si riveleranno decisive nella risoluzione delle indagini. Dopo la condanna all'ergastolo, venne trasferito nel carcere di Sollicciano a Firenze, e in seguito in quello di Fossombrone a Pesaro.

Il 24 settembre 2009, Fabio Savi, dopo circa un mese di sciopero della fame presso il carcere di Voghera, venne ricoverato all'ospedale della città, per motivi clinici. La motivazione dello sciopero sarebbe la richiesta da parte di Savi di essere trasferito in un carcere più vicino alla sua famiglia e la possibilità di lavorare per provvedere alla stessa[54]. Il 4 gennaio 2010, venne trasferito nel carcere di massima sicurezza di Spoleto.

Nell'ottobre del 2014, chiese di poter usufruire a posteriori del rito abbreviato, che avrebbe tramutato l'ergastolo in trenta anni di carcere[55]. La richiesta venne respinta il 3 dicembre 2014, dalla Corte d'Assise di Bologna.[56]

Alberto Savi[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Cesena, il 19 febbraio 1965. Fratello minore di Roberto e Fabio. Assieme ai fratelli, formava la struttura principale della banda. Fece il poliziotto come Roberto, al momento dell'arresto prestava servizio presso il Commissariato di Rimini. Debole di carattere, subì la personalità più forte e dominante dei fratelli maggiori. Sconta l'ergastolo dal 26 novembre 1994. Il 23 ottobre 2010, Alberto Savi chiese di poter uscire dopo sedici anni scontati in carcere[57]. Dopo ventitré anni di carcere, ha beneficiato di un permesso premio nel febbraio 2017, per incontrare la madre ricoverata in gravissime condizioni di salute[58]. Dal 2019, usufruisce di un permesso premio per le vacanze natalizie.[59]

Pietro Gugliotta[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Catania, nel 1960. Non partecipava mai alle azioni omicide del gruppo. Venne comunque condannato a diciotto anni di reclusione. Anche lui poliziotto, svolgeva la funzione di operatore radio nella questura di Bologna assieme all'amico Roberto Savi. Venne scarcerato nel 2008, dopo quattordici anni di reclusione, grazie all'indulto e alla legge Gozzini[60].

Marino Occhipinti[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Santa Sofia, il 25 febbraio 1965. Membro minore della banda, prese però parte a un assalto a un furgone della Coop di Casalecchio di Reno, il 19 febbraio 1988, durante il quale morì una guardia giurata e per questo venne condannato all'ergastolo. Anche lui poliziotto presso la squadra mobile di Bologna, al momento dell'arresto, avvenuto il 29 novembre 1994, era vice-sovrintendente della sezione narcotici della Squadra mobile. In una recente intervista, Marino Occhipinti chiese perdono ai familiari della guardia giurata uccisa. Dal 2002, lavora presso una cooperativa[61].

Il 30 marzo 2010, con un decreto motivato del tribunale di sorveglianza, Marino Occhipinti, dopo sedici anni di detenzione, usufruì di un permesso premio di cinque ore per partecipare ad una Via crucis a Sarmeola di Rubano, nel Padovano, assieme ad altri detenuti e accompagnato da operatori sociali.[62] L'11 gennaio 2012, gli venne concessa la semilibertà[63].

Il 20 giugno 2018, il suo avvocato, Milena Micele, ha presentato in udienza la documentazione a favore della libertà, che comprende le relazioni sul suo lavoro svolto fuori e dentro il carcere con la cooperativa Giotto. Secondo il provvedimento del Tribunale di sorveglianza, il suo pentimento è autentico, ha rivisitato in modo critico il suo passato e non è socialmente pericoloso. Marino Occhipinti è stato quindi scarcerato, il 2 luglio 2018.

Luca Vallicelli[modifica | modifica wikitesto]

Poliziotto al momento dell'arresto, avvenuto il 29 novembre 1994, era agente scelto presso la sezione Polizia Stradale di Cesena. Membro minore della banda, partecipò solamente alle prime rapine, che si conclusero senza omicidi. Patteggiò tre anni e otto mesi in carcere, ed è attualmente un uomo libero, destituito dalla Polizia di Stato[63].

Le indagini[modifica | modifica wikitesto]

Agli inizi del 1994, il magistrato di Rimini Daniele Paci, costituì un pool di investigatori per risolvere il caso, dopo sette anni di omicidi e crimini ancora senza un colpevole reale, nonostante un grande numero di arresti nel corso degli anni precedenti, poi dimostratisi errati e fuorvianti.[46][64][65] Il pool, inizialmente non riuscì ad ottenere molto, solo la ricostruzione di un identikit di un bandito, registrato a volto scoperto durante la rapina in banca del 3 marzo 1994. Verso la metà del 1994, il pool dei magistrati riminesi fu sciolto e la direzione delle indagini venne consegnata ad un pool di magistrati a Roma.

Due poliziotti della Questura di Rimini, l'ispettore Luciano Baglioni e il sovrintendente Pietro Costanza, che avevano collaborato con l'appena disciolto pool di magistrati riminesi, chiesero alla procura che il lavoro del pool riminese non venisse perso ed avviarono delle indagini autonome, volte a scoprire i componenti della banda della Uno bianca[66] e, ottenuto il permesso dal procuratore di Rimini, cominciarono a dedicarsi praticamente a tempo pieno alle loro indagini, mettendo in atto appostamenti, ricerche, controlli agli istituti di credito rapinati e cercando di capire le modalità operative della banda. Eseguirono un minuzioso lavoro di studio di ogni singolo delitto commesso dalla banda. Iniziarono a sospettare che i componenti della banda potessero essere persone all'interno delle forze di polizia vista l'abilità dimostrata con le armi da fuoco, l'uso in diverse occasioni di armi non facilmente reperibili (come ad esempio i fucili Beretta AR 70/90 di Roberto Savi), l'apparente inafferrabilità del gruppo, probabilmente dovuta a una conoscenza del modus operandi delle forze dell'ordine, le tattiche usate nelle rapine e in casi come la strage del Pilastro, che ricordavano vere e proprie azioni militari, e diversi atteggiamenti tenuti nelle rapine e riferiti dai testimoni. Questo avrebbe anche spiegato perché i criminali riuscissero sempre a evitare le pattuglie e i posti di blocco delle forze dell'ordine, oltre che la loro probabile conoscenza di itinerari che permettessero rapide vie di fuga dopo ogni colpo. Baglioni e Costanza fecero poi una considerazione che si rivelerà fondamentale: i banditi conoscevano troppo bene le abitudini dei dipendenti delle banche assaltate; questo significava che svolgevano una puntigliosa opera di documentazione e di controllo prima di compiere la rapina. Decisero quindi di comportarsi come loro, passando le loro giornate ad appostarsi davanti ad istituti di credito, ubicati nelle zone che i criminali preferivano colpire, in attesa di notare qualche persona sospetta.[48]

Il 3 novembre 1994, Fabio Savi eseguì un sopralluogo presso una banca a Santa Giustina nel riminese, davanti alla quale si trovavano appostati Baglioni e Costanza. Savi giunse sul posto con una Fiat Tipo bianca, che però esibiva una targa irriconoscibile per la sporcizia. Questo destò la curiosità degli investigatori presenti sul posto, che confrontarono la fisionomia del conducente con quella rimasta impressa nei filmati ripresi nelle banche rapinate. Ne riscontrarono una vaga somiglianza e pertanto decisero di seguirlo. Fabio Savi li condusse infine presso la sua abitazione, a Torriana. Da questo momento, le indagini subirono uno sviluppo sempre più nitido, fino ad acclarare le responsabilità dei criminali, a cominciare dall'arresto di Roberto Savi.[48]

I processi e le condanne[modifica | modifica wikitesto]

I processi si conclusero il 6 marzo 1996, con la condanna all'ergastolo per i tre fratelli Roberto, Fabio e Alberto Savi e per Marino Occhipinti. Ventotto anni di carcere per Pietro Gugliotta, diminuiti poi a diciotto. Luca Vallicelli, componente minore della banda, patteggiò una pena di tre anni e otto mesi; venne inoltre stabilito che lo Stato italiano versasse ai parenti delle ventiquattro vittime, la somma complessiva di diciannove miliardi di lire.[67]

I presunti rapporti coi servizi segreti italiani[modifica | modifica wikitesto]

In un'intervista riportata nel programma televisivo Blu notte - Misteri italiani di Carlo Lucarelli, un giornalista affermava che dietro la banda si celassero in realtà i servizi segreti. Fabio Savi, uno dei componenti della banda, negò affermando:

«Dietro la Uno bianca c'è soltanto la targa, i fanali e il paraurti. Basta. Non c'è nient'altro.»

(Fabio Savi[68])

Nel 2001, Fabio Savi concesse un'intervista al programma di Rai 3, Storie maledette, durante la quale dichiarò che il movente delle attività criminali della banda era procurarsi denaro[69].

In occasione dell'omicidio di Graziano Mirri, benzinaio e padre di un poliziotto, il senatore Libero Gualtieri denunciò la probabile implicazione di apparati dello Stato nella vicenda della Banda della Uno Bianca.

Secondo l'edizione di un telegiornale andato in onda all'epoca su Raitre:

«La scelta di Cesena quale teatro dell'ultimo delitto può non essere casuale. A Cesena, abita il senatore Libero Gualtieri, presidente della commissione stragi ora impegnato sulla vicenda Gladio. Nei giorni scorsi, il senatore Gualtieri, prendendo in esame l'assalto criminale all'Emilia Romagna, ha richiamato analogie con l'azione di un gruppo terroristico che nel decennio passato ha provocato una trentina di vittime in Belgio. Risultarono schegge impazzite di organi dello Stato sfuggite al controllo.[70]»

Nella cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Banda della "Uno bianca", scarcerato l'ex poliziotto Marino Occhipinti, su www.ilmessaggero.it. URL consultato il 3 gennaio 2019.
  2. ^ raiplay.it, https://www.raiplay.it/video/2017/02/Blu-notte-La-banda-della-Uno-Bianca-75a1a038-01e0-4264-9789-c9cc97da2c98.html.
  3. ^ Elenco delle azioni criminali (PDF), su misteriditalia.it.
  4. ^ La Banda della «Uno bianca» implora il perdono Il Giornale 5 gennaio 2006
  5. ^ la banda della uno bianca 2ª parte - YouTube
  6. ^ Sovrintendente della Polizia di Stato Comm.to di Rimini (Oggi Questura)29 luglio 1989
  7. ^ Uno bianca in Romagna Altri tre ergastoli per i fratelli Savi Corriere della Sera 7 marzo 1996
  8. ^ " Fanne un altro di figlio " Corriere della Sera 21 novembre 1995
  9. ^ ASSALTO AL FURGONE CON UNA BOMBA RESTA UCCISA UNA GUARDIA GIURATA La Repubblica 20 febbraio 1988
  10. ^ Ferita mai chiusa per i familiari di Umberto Erriu[collegamento interrotto] L'Unione Sarda 24 febbraio 1995
  11. ^ Uno bianca vent' anni per un processo inutile La Repubblica 17 aprile 2008
  12. ^ Uno bianca: si indaga su un ex carabiniere, in Corriere della Sera, 9 dicembre 1994 (archiviato dall'url originale il 6 novembre 2015).
  13. ^ Bianca: un carabiniere aiutò a uccidere 2 colleghi?, in Corriere della Sera, 4 ottobre 1996 (archiviato dall'url originale l'8 novembre 2015).
  14. ^ «Uno bianca», storia maledetta anche in tv Corriere della Sera 4 febbraio 2001
  15. ^ 3 ottobre 2007 Intitolazione del Giardino della "Noce" a Primo Zecchi
  16. ^ Quelle "esecuzioni" della Uno bianca, in la Repubblica, 25 febbraio 1993. URL consultato il 21 ottobre 2009.
  17. ^ TERRORE NEL CAMPO - NOMADI ' CI DIFENDEREMO CON LE ARMI' La Repubblica 27 dicembre 1990
  18. ^ BOLOGNA NELLA MORSA DELLA VIOLENZA La Repubblica 28 dicembre 1990
  19. ^ Uno Bianca, al Pilastro il ricordo dell'eccidio, in la Repubblica (Bologna), 04 gennaio 2007. URL consultato il 21 ottobre 2009.
  20. ^ STEFANINI OTELLO Sito dei dell'Arma dei Carabinieri
  21. ^ a b Copia archiviata, su rai.tv. URL consultato il 24 marzo 2009 (archiviato dall'url originale il 30 aprile 2009).
  22. ^ ' LORO ERANO CON I SAVI, MA ... ' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 2 gennaio 2021.
  23. ^ ' SONO LORO I TRE KILLER DEI CARABINIERI UCCISERO PER COPRIRE UN CARIC - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  24. ^ UN FERMO PER LA STRAGE DEL PILASTRO - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  25. ^ ' E' IL BOSS MEDDA, ERA A BOLOGNA IL GIORNO DELLA STRAGE DEL PILASTRO' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  26. ^ QUEL FEROCE CLAN CHE AVEVA OSATO SFIDARE LA ' STIDDA' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  27. ^ STRONCATA LA PIOVRA DELLE DUE TORRI - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 2 gennaio 2021.
  28. ^ ' COSI' E' NATA LA MAFIA DI BOLOGNA' - la Repubblica.it, su Archivio - la Repubblica.it. URL consultato il 4 gennaio 2021.
  29. ^ strage del Pilastro: sospettato un quarto uomo Corriere della Sera 13 maggio 1993
  30. ^ UNA FAMIGLIA DI KILLER PER LA STRAGE DEL PILASTRO ARRESTATO IL TERZO UOMO La Repubblica 10 settembre 1992
  31. ^ Pilastro, indagini e liti fra polizia e carabinieri Corriere della Sera - Giugno 1992
  32. ^ 'I KILLER VOGLIONO IMPAURIRE BOLOGNA' La Repubblica 23 aprile 1991
  33. ^ BANDE ASSASSINE CONTRO BOLOGNA La Repubblica 3 maggio 1991
  34. ^ La Banda della Uno Bianca La storia siamo noi-RaiTre
  35. ^ Luigi Spezia, I KILLER DI BOLOGNA UCCIDONO ANCORA, in La Repubblica, 21 giugno 1991. URL consultato il 6 maggio 2014.
  36. ^ a b Paola Cascella, UNA FIRMA PER QUEL DELITTO, in La Repubblica, 28 febbraio 1993. URL consultato il 6 maggio 2014.
  37. ^ TROVATE TRACCE DEI KILLER DI RIMINI La Repubblica 29 agosto 1991
  38. ^ a b Elenco azioni criminali della banda
  39. ^ QUELLE ESECUZIONI DELLA UNO BIANCA, in La Repubblica, 25 febbraio 1993.
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  41. ^ TROPPE SPIETATE ANALOGIE A BOLOGNA TORNA L'INCUBO DELLA 'UNO BIANCA' La Repubblica 26 febbraio 1993
  42. ^ troppe spietate analogie a Bologna torna l'incubo della 'Uno bianca', in la Repubblica, 26 febbraio 1993. URL consultato il 21 ottobre 2009.
  43. ^ Uno Bianca, quattro ergastoli Corriere della Sera 1º giugno 1997
  44. ^ sparò il "lungo" della Uno bianca Corriere della Sera 27 maggio 1994
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  47. ^ Dov'è la nostra tragedia? La Repubblica febbraio 2001
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  50. ^ Roberto Savi (PDF), su misteriditalia.it.
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  54. ^ Uno Bianca: Savi in sciopero della fame, "la mia famiglia non deve pagare"Corriere della Sera settembre 2009
  55. ^ Uno Bianca, Fabio Savi chiede lo sconto di penala Repubblica settembre 2009
  56. ^ Uno Bianca, niente sconto di pena per Fabio Savi
  57. ^ Uno Bianca: Alberto Savi chiede perdono - Top News - ANSA.it
  58. ^ Uno bianca, l'avvocato di Alberto Savi: «Il dolore non l'ha mai abbandonato», 6 aprile 2017. URL consultato il 5 settembre 2017.
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  64. ^ La Banda della Uno Bianca - La storia siamo noi
  65. ^ al Pilastro sparò la banda dei Savi (4 dicembre 1994) - Corriere della Sera
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  68. ^ Blu notte - Misteri italiani a cura di Carlo Lucarelli, 4a stagione, 6a puntata.
  69. ^ «Iniziò per scherzo, finì con 24 delitti» Corriere della Sera 14 ottobre 2001
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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