Baldassarre Castiglione
| Baldassarre Castiglione | |
|---|---|
| II Signore di Casatico | |
| Predecessore | Cristoforo Castiglione |
| Successore | Camillo Castiglione |
| Nascita | Casatico, 6 dicembre 1478 |
| Morte | Toledo, 8 febbraio 1529 (50 anni) |
| Luogo di sepoltura | Santuario delle Grazie |
| Dinastia | Castiglione |
| Padre | Cristoforo Castiglione |
| Madre | Luigia (Aloisia) Gonzaga |
| Consorte | Ippolita Torelli |
| Figli | Camillo Anna Ippolita |
| Religione | Cattolicesimo |
Baldassarre Castiglione, anche chiamato Baldassar e Baldesar (Casatico, 6 dicembre 1478 – Toledo, 8 febbraio 1529), è stato un umanista, letterato, diplomatico e militare italiano, al servizio dello Stato della Chiesa, del Marchesato di Mantova e del Ducato di Urbino.

La sua prosa e la lezione che offre sono considerate una delle più alte espressioni del Rinascimento italiano[1]. Soggiornò in molte corti, tra cui quella di Francesco II Gonzaga a Mantova, quella di Guidobaldo da Montefeltro a Urbino e quella di Ludovico il Moro a Milano. Al tempo del sacco di Roma fu nunzio apostolico per papa Clemente VII. La sua opera più famosa è Il Cortegiano, pubblicata a Venezia nel 1528 e ambientata alla corte d'Urbino, presso la quale l'autore aveva potuto vivere pienamente la propria natura cortigiana. Tema cardine del libro è la trattazione, in forma dialogata, di quali siano gli atteggiamenti più consoni a un uomo di corte e a una "dama di palazzo", dei quali sono riportate raffinate ed equilibrate conversazioni che l'autore immagina si tengano durante serate di festa alla corte dei Montefeltro attorno alla duchessa Elisabetta Gonzaga.
Biografia
[modifica | modifica wikitesto]Le origini e la formazione
[modifica | modifica wikitesto]La famiglia
[modifica | modifica wikitesto]| Baldassarre Castiglione | |
|---|---|
| Nascita | Casatico, 6 dicembre 1478 |
| Morte | Toledo, 8 febbraio 1529 |
| Cause della morte | febbre |
| Luogo di sepoltura | Grazie (Curtatone), Santuario delle Grazie |
| Etnia | italiana |
| Religione | cattolica |
| Dati militari | |
| Paese servito | |
| Unità | Cavalleria |
| Battaglie | Assedio della Mirandola 1510 |
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Figlio di Cristoforo Castiglione (novembre 1459-8 marzo 1499)[2] e di Luigia Gonzaga (9 febbraio 1458- 25 marzo 1542)[2], Baldassarre nacque a Casatico, nel mantovano, il 6 dicembre del 1478[3][4]. Il padre Cristoforo, condottiero al soldo di Francesco II Gonzaga e uomo assai colto[5], combatté con il marchese e gli altri potentati italiani a Fornovo nel 1495[4]; la madre Luigia, figlia di Antonio Gonzaga e amica di Isabella d'Este, si sposò con Cristoforo nel 1477[2] dal quale ebbe, oltre a Baldassarre, Anna, Girolamo, Francesca, Polissena e Francesco[4][6].
Il periodo milanese
[modifica | modifica wikitesto]Proveniente dunque da una famiglia dedita per necessità al culto delle armi e al prestar servizio presso signori più potenti[7], Baldassarre all'età di dodici anni[8] fu inviato, sotto la protezione del parente Giovan Stefano Castiglione[9], alla corte di Ludovico il Moro, signore di Milano, ove, secondo la tradizione, studiò alla scuola degli umanisti Giorgio Merula, per quanto riguarda il latino, e Demetrio Calcondila, per il greco[10]. Si impratichì invece della letteratura italiana, appassionandosi in particolar modo a Petrarca, Dante, Lorenzo il Magnifico e Poliziano, sotto l'umanista bolognese Filippo Beroaldo[11]. Per quanto riguarda l'esercizio e la pratica delle armi, si formò insieme a Pietro Monte[12]. Amedeo Quondam, basandosi sulle poche informazioni del periodo milanese, suppone che Castiglione ebbe come maestri costoro ma ritiene comunque che «anche in mancanza di documenti, l'esperienza formativa milanese, fondata sui primi studi mantovani e sul forte modello paterno di miles letteratus, resterà per Baldassarre un acquisto stabile»[13]. Il soggiorno milanese, funestato negli ultimi anni dalla morte della duchessa Beatrice d'Este e del padre in seguito alle ferite riportate nella battaglia di Fornovo del 1495, dovette terminare e costrinse Castiglione, in quanto figlio primogenito, a occuparsi degli interessi familiari a fianco della madre[3].
La parentesi gonzaghesca
[modifica | modifica wikitesto]Nel 1499 tornò a Mantova al servizio di Francesco II Gonzaga, marito di Isabella d'Este[N 1], anche se, secondo la biografa britannica Julia Cartwright, Castiglione non fu mai attratto dalla personalità rude del marchese[14]. Qui, proseguendo la tradizione familiare, si mise al servizio di Francesco II quale cavaliere[4], seguendolo prima a Pavia e poi nuovamente a Milano, dove assistette all'entrata trionfale di re Luigi XII di Francia il 5 ottobre[10]. Rientrato a Mantova, Baldassarre si prestò a servire il suo signore come funzionario marchionale (fu castellano di Castiglione nel Mantovano durante la ridiscesa di Ludovico il Moro a Milano[15]) e, nell'autunno 1503, lo seguì nel Mezzogiorno ad affrontare gli spagnoli nella battaglia del Garigliano, subendo, in quel 29 dicembre, una grave sconfitta[3][16].
Al servizio del Ducato d'Urbino
[modifica | modifica wikitesto]Una corte cosmopolita
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Nel frattempo il duca d'Urbino Guidobaldo da Montefeltro, rientrato in possesso dei suoi domini dopo la morte di Alessandro VI[17], scese a Roma per rendere omaggio al nuovo papa Giulio II[10]. Con la diretta conoscenza di Roma, di Urbino e del duca Guidobaldo, Castiglione provò «il fascino, tanto diverso, ma egualmente profondo, delle due città»[9] rispetto al'ambiente mantovano[N 2]. Grazie anche all'interesse della duchessa Elisabetta Gonzaga, ottenne così di essere dispensato dal servigio al signore gonzaghesco per trasferirsi nella corte marchigiana[18], anche se ciò suscitò nel marchese Francesco II un certo risentimento verso il suo ex servitore[19]: infatti, più di una volta, Castiglione fu oggetto di attentati veri e propri da parte di Francesco II, venendo salvato dall'intervento del cugino Cesare Gonzaga e dello stesso Guidobaldo[20]. Nonostante questi attriti col marchese di Mantova, il 4 luglio 1504[21] iniziò forse il periodo più felice per Castiglione. Pur militando per il duca d'Urbino ed essendo a capo di un contingente militare di cinquanta uomini[3][22], egli poté frequentare la corte urbinate, all'epoca rilevante centro culturale e diplomatico:
Luigi Russo ricorda poi anche il conte Ludovico di Canossa e il celebre letterato veneziano e futuro cardinale Pietro Bembo[23]. Alla corte urbinate il Castiglione poté vivere appieno la sua natura cortigiana, dedicandosi alla letteratura e al teatro. Infatti, si occupò dell'allestimento scenico prima dell'egloga Tirsi (1506), poi nel 1513 de La Calandria, l'opera teatrale dell'amico e futuro cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena[3][24]. In secondo luogo, raffinò ulteriormente la sua attività cortigiana, ponendo le basi per l'esposizione teorica del buon cortigiano nell'opera omonima.
Le ambascerie e le missioni militari
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La residenza a Urbino fu però caratterizzata anche da numerosi impegni politici e diplomatici. Castiglione fu, infatti, tra l'autunno e l'inverno 1506[25] in Inghilterra alla corte di Enrico VII Tudor per ringraziare il sovrano inglese della concessione a Guidobaldo dell'onore di far parte dell'Ordine della Giarrettiera[26][27][28]. Fu in quest'occasione che dedicò al sovrano inglese la Epistola de vita et gestis Guidubaldi Urbini Ducis[3]. Successivamente, Castiglione fu a Milano nel maggio del 1507 per rappresentare il duca presso Luigi XII di Francia[4][29], per poi essere inviato anche a Roma sempre in veste di ambasciatore, visti gli strettissimi legami feudali che intercorrevano tra la Santa Sede e il Ducato d'Urbino, ora che il titolo ducale era passato a Francesco Maria I della Rovere, parente di Giulio II (1508)[30]. Nel frattempo, agli inizi del ducato di Francesco Maria, Castiglione era stato nominato dal nuovo duca di Urbino podestà di Gubbio affinché i suoi cittadini rimanessero fedeli alla causa roveresca, obiettivo che Castiglione conseguì con successo[31]. Durante questi anni l'umanista partecipò anche alle imprese belliche del papa guerriero, quale per esempio l'assedio della Mirandola che si svolse dal 19 dicembre 1510 al 20 gennaio 1511 o la presa di Bologna da parte delle truppe urbinati[3]. Inoltre, nel 1511, Castiglione fu inviato a Roma da Giulio II per placare l'ira del pontefice per l'omicidio del cardinale Alidosio ad opera del duca d'Urbino[4]. Dimostratosi devoto alla causa del suo signore, questi gli concesse il 2 settembre 1513 il castello di Nuvilara, nel Pesarese, col titolo di conte[31][32][33].
Dalla Roma di Leone X all'invasione del Ducato d'Urbino
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Fu questa l'intellighenzia artistico-culturale ereditata dal nuovo pontefice, Leone X, dalla Roma di Giulio II. Figlio di Lorenzo il Magnifico e amico del duca e di Castiglione[34], ebbe come ambasciatore di Francesco Maria proprio quest'ultimo, che doveva rimanere a Roma per seguitare a fare gli interessi rovereschi[35]. I tre anni che Baldassarre Castiglione passò alla festosa corte pontificia fecero credere al cortigiano mantovano di «avere la sensazione che la corte [pontificia, n.d.r.] fosse quasi un duplicato di quella urbinate»[3]: l'aver ritrovato gli antichi amici del periodo montefeltrino, la loro frequentazione, l'essere entrato in contatto con Raffaello e con Michelangelo, stabilendo rapporti cordiali con loro, gli fecero credere del ritorno all'epoca felice delle feste e delle conversazioni che spesso Castiglione intratteneva con la colta duchessa Elisabetta Gonzaga. Come scrive il Mazzuchelli a tal proposito:
Inoltre, a partire dal 1513, l'autore iniziò la stesura del Cortegiano, dando principio alla sua attività anche di scrittore[36]. Tuttavia, la politica del nuovo pontefice modificò questi progetti. Leone X, infatti, desideroso di elevare la sua famiglia, dichiarò decaduto nel 1516 il duca Francesco Maria a favore del nipote Lorenzo II, nonostante il parere negativo del fratello del pontefice, Giuliano de' Medici duca di Nemours[37]. L'installarsi dei nuovi signori, la fuga del duca a Mantova e la dichiarata fedeltà alla causa roveresca da parte di Castiglione lo costrinsero a lasciare Roma per far ritorno nei suoi vecchi domini di Casatico[24][38]. Da Senigallia, però, Castiglione (anche se nominalmente l'autore fu Francesco Maria) inviò il 21 febbraio 1517 una lettera al Collegio Cardinalizio in cui si sostiene che il duca d'Urbino fosse stato vittima da parte di un'ingiustizia da parte del pontefice che non intende lasciare libero Francesco Maria di vivere onorevolmente la sua vita, costringendolo all'esilio[39].
Il secondo periodo mantovano
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Rientrato a Mantova, il 15 ottobre 1516 sposò la quindicenne[40] Ippolita Torelli, figlia di Guido Torelli e di Francesca Bentivoglio[34]. Ristabiliti cordiali rapporti col signore di Mantova Francesco II Gonzaga, Castiglione trascorse un periodo di serena stabilità - si ricorda un viaggio a Venezia in compagnia della sposa e della corte gonzaghesca - finché nel 1519, divenuto marchese di Mantova il giovane Federico II, fu rimandato a Roma per consolidare la posizione del nuovo signore presso papa Leone X[4][41]. Nel contempo contribuì anche alla causa roveresca facendo sì che, morto Leone X, il collegio cardinalizio lo reintegrasse nei suoi domini precedentemente riconquistati con le armi[42], evento che avvenne nel febbraio 1522[43].
Al servizio del papato
[modifica | modifica wikitesto]Castiglione rimase però ben presto vedovo: il 25 agosto del 1520 la moglie Ippolita Torelli morì di parto[4], lasciando il marito prostrato dal dolore. Di questo stato d'animo è testimone la stesura di un epitaffio che il vedovo compose in memoria della moglie, epitaffio raccolto nei Carmina e che recita[44]:
Anche al fine di garantire stabilità economica a sé e alla propria famiglia, Castiglione ricevette l'ordinazione presbiterale[3]. Ricevette, difatti, la conferma del suo nuovo stato col breve del 9 giugno 1521 da parte del pontefice medesimo[9][45]. Inviato a Roma al conclave che elesse Adriano VI nella speranza che venisse nominato pontefice il cardinale Scipione Gonzaga[3], servì sotto Federico Gonzaga ancora come cortigiano e comandante militare[46][47], ma non c'era più la felicità e il brio della corte urbinate e della Roma medicea:
La situazine mutò' quando, nel 1523, fu eletto al soglio pontificio il cardinale Giulio de' Medici col nome di Clemente VII.
Nunzio in Spagna: il Sacco di Roma
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Con queste parole l'umanista riferiva a Federico Gonzaga della nomina, annunciata il 19 luglio 1524 da parte del papa, a nunzio apostolico in Spagna presso l'imperatore Carlo V[3]. Sciolto dal legame con il marchese di Mantova, il 7 ottobre del medesimo anno[3][48] (o il 17/18 dicembre, secondo Quondam[49]) egli partì da Roma per occuparsi di quest'incarico. La missione risultava di difficile compimento, in quanto il giovane imperatore era in lotta con il re di Francia Francesco I per la supremazia in Italia, dove si giocava anche la sicurezza e la credibilità dello Stato Pontificio: ne è testimone la lettera che inviò al cardinale GiovannI Salviati da Lione l'11 gennaio 1525, ove Castiglione «è consapevole delle difficoltà che la sua missione incontrerà, tanto da pensare che vi sarà "mal visto"»[50]. Sconfitto il re di Francia nella battaglia di Pavia del 1525, Clemente VII, che per arginare lo strapotere imperiale si era alleato ai francesi, fu attaccato e lo Stato Pontificio fu invaso dalle truppe spagnole e tedesche dando origine al sacco di Roma del 1527. Il letterato fu accusato dal papa di non aver saputo prevedere l'evento[51], nonostante col cardinale Salviati avesse presentato un memoriale con cui il pontefice si congratulava della vittoria imperiale[52]. Infatti Clemente VII, nella lettera del 20 agosto di quell'anno, accusava esplicitamente il nunzio di essere «il responsabile del Sacco»[53], accusa che Castiglione rispose con un'articolata e piccata lettera del 9 novembre[53].
La disputa con Alfonso de Valdés
[modifica | modifica wikitesto]Oltre a difendersi dalle accuse mossagli da papa Clemente, Castiglione intraprese una vera e propria querelle letteraria con il politico spagnolo e segretario del cancelliere Mercurino Arborio di Gattinara, Alfonso de Valdés. Questi, infatti, poco dopo il Sacco, scrisse il Diálogo de las cosas occurridas in Roma, seguito due anni dopo dal Diálogo de Mercurio y Caròn in cui giustificava da un lato la visione della monarchia universale sotto la guida degli Asburgo[54]; dall'altro, che il Sacco fosse stata una punizione divina per la corruzione morale del papapto, adottando in chiave politica alcune critiche di natura puramente morale mosse da Erasmo da Rotterdam[55]. Castiglione, che fu attaccato in una lettera proprio da Valdés riguardo alle sue responsabilità nel Sacco, intraprese col politico castigliano una violenta disputa anche per la difesa dell'ortodossia cattolica, opponendosi in tal modo alla diffusione dell'erasmismo in Spagna[56].
La morte
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Gli ultimi anni di vita di Castiglione videro, oltre alle diatribe col papa e con Valdés, anche la pubblicazione, dietro interessamento dell'amico Pietro Bembo, del Cortegiano a Venezia nel 1528[57]. Colpito da attacchi febbrili, Castiglione, riabilitato dalla Curia, morì a Toledo l'8 febbraio 1529[3]. Fu inizialmente sepolto, per volontà dell'imperatore che aveva sempre avuto grande stima di lui, nella cappella di Sant'Ildefonso nella Metropolitana di Toledo[58]. Ai parenti che giunsero in Spagna, l'imperatore Carlo espresse il proprio cordoglio per la scomparsa del nunzio con queste parole:
Dopo sedici mesi l'anziana madre, volendo adempiere alla disposizione testamentaria del figlio, fece trasferire la sua salma a Mantova per tumularla, accanto a quella della moglie, nel santuario di Santa Maria delle Grazie, alle porte della città, nella tomba allestita da Giulio Romano[59]. Se nella colonna di destra del monumento funebre vi sono due iscrizioni, una ad opera di Castiglione e una ad opera di Bembo[60], nella colonna di sinistra a lato del sarcofago è inciso invece il lungo epitaffio latino dettato sempre da Pietro Bembo:
Mantuano omnibus naturae
dotibus plurimis bonis
artibus ornato Graecis
litteris erudito in Latinis
et Hetruscis etiam poetae
oppido Nebulariae in Pisauren[si]
ob virt[utem] milit[arem] donato duab[us]
obitis legation[ibus] Britannica
et Romana Hispanien[sem] cum
ageret ac res Clemen[tis] VII
pont[ificis] max[imi] procuraret quattuorq[ue]
libros de instituen[da] regum
famil[ia][N 3] perscripsisset
postremo eum Carolus V
imp[erator] episc[opum] Abulae creari
mandasset Toleti vita
functo magni apud omnes
gentes nominis qui vix[it] ann[os] L
m[ense]s II d[iem] I Aloysia Gonzaga
contra votum superstes
Discendenza
[modifica | modifica wikitesto]Ascendenza
[modifica | modifica wikitesto]| Genitori | Nonni | Bisnonni | ||||||||
| Baldassarre Castiglione | Cristoforo Castiglione | |||||||||
| Antonia da Baggio | ||||||||||
| Cristoforo Castiglione | ||||||||||
| Polissena Lisca | Alessandro Lisca | |||||||||
| Amante da Fogliano | ||||||||||
| Baldassarre Castiglione | ||||||||||
| Antonio Gonzaga | Luigi Gonzaga | |||||||||
| Luigia Gonzaga | ||||||||||
| Luigia Gonzaga | ||||||||||
| Francesca degli Uberti | Gianfrancesco degli Uberti | |||||||||
| Bianca Gonzaga | ||||||||||
Pensiero
[modifica | modifica wikitesto]Uno scrittore non professionista
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Castiglione non fu uno scrittore professionista al pari di Pietro Bembo o di Ludovico Ariosto. La sua testimonianza letteraria, a partire dall'opera maggiore fino alle prove minori, era inquadrata da un lato nel tentativo di celebrare un modello di cortigiano ideale in un'epoca in cui il principato era diventato la realtà quasi assoluta nel contesto geopolitico italiano del XVI secolo; dall'altro, invece, era quella di un'esibizione della sua cultura personale ai fini sempre della cortigianeria. Come scrive Giulio Ferroni: «la sua cultura ricca e varia non è però [...] la cultura di un professionista: la letteratura è per lui espressione del suo essere gentiluomo e un modo di partecipare alla vita della società nobiliare»[24]. Semmai, piuttosto, se si prende Il Cortegiano quale misura del mondo castiglionesco, si può anche parlare di doverosa testimonianza di un mondo che non c'è più, «un luogo mitico, immagine di una felicità perduta»[36][N 4] devastata poi dalle guerre per il potere e il dominio tra gli uomini[N 5][61]. Lasciando parola all'autore stesso:
Il perfetto cortigiano
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In un'epoca in cui la cortigianeria era divenuto il nuovo modello del vivere sociale presso i potenti, Castiglione fu, nella schiera dei principali letterati dell'epoca, il «precettista della vita di corte»[62]. Nel quadro della corte feltrina e poi roveresca, Castiglione delinea una serie di modi di porsi e di comporsi da parte del cortigiano, oltreché a precise indicazioni sulla sua condotta e alla sua formazione culturale e fisica. Il Cortegiano si presenta quale «moderno erede della pedagogia umanistica»[63] in quanto l'uomo che vi si raffigura è «un uomo versatile e aperto, duttile e completo; è esperto di armi e di politica, ma sa anche di lettere, filosofia ed arti, è raffinato ma senza affettazione, è coraggioso e valente, ma senza ostentazione»[63]. In sostanza, è un trattato di pedagogia e antropologia rivolto a chi vive nel mondo ristretto ed elitario delle corti[N 6].
Grazia e sprezzatura
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Doti fondamentali su cui si deve poggiare il cortigiano per Castiglione sono la grazia e la sprezzatura. La grazia del cortigiano, propria di una specifica classe aristocratico-nobiliare[64], è essenziale alla vita di corte in quanto «la grazia, le maniere gentili e amabili sono dunque le condizioni che permettono al gentiluomo di conquistare "quella universal grazia de' signori, cavalieri e donne"»[65]. Sempre seguendo il ragionamento di Maria Teresa Ricci, «la grazia appare dunque come una specie di abilità che ha per scopo di piacere e convincere. Il cortegiano, come l'oratore, deve saper commuovere, persuadere, convincere gli altri. Egli deve essere in grado di dare sempre una "buona opinione" di sé»[66]. L'apprendimento di questa capacità risulta quindi indispensabile per poter vivere nell'ambiente di corte. La grazia però è connessa con la cosiddetta sprezzatura, ossia la non visibilità dello sforzo con cui il cortigiano fa manifesto della grazia acquisita, qualità contrapposta all'affettazione, ossia «l'ostentazione di un comportamento ricercato, di cui risulta sottolineata l'innaturalezza e artificiosità»[67]:
Castiglione però propone, nonostante la naturalezza della sua teoria, una vita che sia mimesi di quella reale: il cortigiano agisce «in un teatro delle apparenze»[68] nel quale invece è l'affettazione a dominare sulla sprezzatura e non il contrario.

L'esaltazione delle lettere
[modifica | modifica wikitesto]All'interno della discussione dialogica del Cortegiano emerge con chiarezza la supremazia artistica e formativa delle lettere tra le costellazioni di doti del gentiluomo. Per Castiglione «la vera gloria degli uomini è quella che si commenda "al sacro tesauro delle lettere"»[69]: nel trattato si sottolinea come gli stessi grandi conquistatori e i politici dell'antichità[70], avessero riconosciuto la necessità di affidarsi alla parola scritta e alla letteratura per garantire l'immortalità delle proprie imprese e una fama duratura nei secoli.
Consigliere del principe
[modifica | modifica wikitesto]Nel IV libro del Cortegiano si tratta dei rapporti tra cortigiano e principe. Il discorso, tenuto da Ottaviano Fregoso, tratta di un argomento che risulta «inatteso, in qualche modo disomogeneo con le prime tre parti dell'opera»[71]. Il tono del discorso, infatti, risulta molto più serio e concreto, in quanto Fregoso (sotto il quale si cela l'animo dell'autore) denuncia la degenerazione delle corti dovuta a cortigiani inetti e all'immoralità dei principi. Sarà dunque il cortigiano perfetto, quello delineato nei primi tre libri, a dover “correggere” questo stato di cose, educando e consigliando il principe sulla strada della virtù. Il modello del principe di Castiglione, che si rifà ancora all'Umanesimo quattrocentesco di Coluccio Salutati e Matteo Palmieri[72] e che trova riscontri nella pedagogia erasmiana dell'Institutio principis christiani[73], è quanto mai lontano da quello machiavelliano: se entrambi concordano sulla necessità della virtù del principe per governare, Castiglione si propone di allontanare dall'immoralità il principe, la stessa che invece Machiavelli dichiara essere necessaria per il governo dello Stato nei casi di necessità:
Come fanno notare Salvatore Guglielmino ed Hermann Grosser, però, il modello politico del cortigiano castiglionesco è simbolo di una crisi di valori per cui il suo campo d'azione presso il principe non è quello di un primus inter pares, quanto solo quello di un semplice consigliere, preludio alla trasformazione del cortigiano nel secretario custode dei segreti indiscutibili del principe[74].



Il neoplatonismo e la formazione morale del cortigiano
[modifica | modifica wikitesto]Nel libro IV del Cortegiano, Baldassarre Castiglione affida all'amico Pietro Bembo l'esaltazione dell'amore platonico quale veicolo per raggiungere la perfezione morale. In seguito alla diffusione del neoplatonismo in Italia ad opera dell'Accademia fondata nel 1462 da Cosimo de' Medici per Marsilio Ficino[75], le tematiche della pia philosofia ficiniana furono alquanto diffuse all'inizio del XVI secolo, grazie anche ai lavori di Mario Equicola (Libro della natura de amore) e agli stessi Asolani di Bembo[76]. Riprendendo il De Amore e il Commento al Simposio di Marsilio Ficino[76], Castiglione, per bocca di Bembo, esalta l'amore non finalizzato alla contemplazione dei corpi e della bellezza estetica, bensì rivolto all'amore inteso come agape, individuando una "scala" gerarchica che va dall'amore sensuale a quello intellettuale (di cui il Bembo fa un'esaltazione alla fine del IV libro[77]), passando da quello razionale[78]. Il cortigiano, specialmente se non più giovanissimo, deve infatti superare l'amore sensuale[79]: la bellezza fisica della donna cortegiana (percepita solo attraverso i sensi più "nobili", vista e udito) diventa il primo gradino per contemplare la bellezza spirituale, fino a giungere all'estasi della bellezza divina[80].
La dama di corte
[modifica | modifica wikitesto]Corrispettivo dell'uomo di corte deve essere la dama di palagio, che nell'opera assume una posizione rilevante grazie alla figura della duchessa Elisabetta Gonzaga, della cognata Emilia Pio, di Costanza Fregoso e Margherita Gonzaga[81]. Secondo quanto disposto d Castiglione nel III libro della sua opera, la dama di palazzo (o di corte) deve essere istruita nelle belle lettere, nelle arti, nella musica e nella danza, oltre ad essere al contempo una buona moglie ed una buona madre di famiglia[82][N 7]: deve essere dunque una donna «honesta», vocabolo che non indica l'onestà come virtù morale, bensì l'adozione di quei valori etici e sociali che ci si aspetterebbe da una donna di buoni costumi così come delineati nell'opera. Per quanto riguarda la dama non ancora sposata, sarà necessario che essa ami soltanto chi è disponibile a maritarsi con lei e deve rivolgere le attenzioni maschili a discorsi virtuosi e onesti, disdegnando invece le promesse d'amore fatte in modo vago e senza alcun preciso intento di mantenerle[82]. Fulcro della perfezione della dama di palazzo è rappresentato dalla duchessa Elisabetta Gonzaga, come delineato da Uberto Motta:
La questione della lingua
[modifica | modifica wikitesto]All'inizio del Cinquecento, davanti alla rinascita dell'interesse del volgare dovuto all'umanesimo omonimo, ci si pose quale dovesse essere il veicolo comunicativo da utilizzare fra gli italiani e quali dovessero essere i modelli di questa lingua. Secondo Uberto Motta, Castiglione si pone nella linea dell'anticiceronianesimo appreso alla scuola milanese di Calcondila e di Merula[83], sostenendo quella che la critica avrebbe catalogato come teoria cortigiana, opposta a quella che in quegli anni Pietro Bembo stava elaborando e che vedrà la luce con le Prose della volgar lingua del 1525. Claudio Marazzini sintetizza così la teoria cortigiana: «la differenza tra questo ideale linguistico e quello di Bembo sta nel fatto che i fautori della lingua cortigiana non volevano limitarsi all'imitazione del toscano arcaico, ma preferivano far riferimento all'uso vivo di un ambiente sociale determinato, quale era la corte»[84]. Infatti tale posizione viene esplicitata da Federico Fregoso nel Cortigiano nel I libro:
Opere in volgare
[modifica | modifica wikitesto]Il Cortegiano
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La sua fama è legata a Il libro del Cortegiano, trattato in quattro libri in forma dialogica. Scritto in varie fasi tra il 1508 e il 1524[85], Il Cortegiano si ambienta nel 1507, quando il duca Guidobaldo era ancora vivo, e fu stampato nel 1528 a Venezia[36]. Nel signorile ambiente della corte di Urbino si svolgono, in quattro serate, dei dialoghi in cui si disegna l'ideale figura del perfetto cortigiano: nobile di stirpe, vigoroso, esperto delle armi, musico, amante delle arti figurative, capace di comporre versi, arguto nella conversazione. Tutto il suo comportamento doveva dare l'impressione di grazia ed eleganza.
Simile a lui la perfetta "dama di palazzo". Serve così a comprendere non una realtà d'epoca, ma le aspirazioni di una classe a una vita contraddistinta da un elegante ordine razionale, un'idea di bellezza che desse alla vicenda terrena un significato superiore ed eterno. Il trattato ebbe un'immediata e generale fortuna in Europa e servì da modello per la prosa del tempo, benché non fosse pienamente conforme ai precetti di Pietro Bembo; nel Cortegiano si espone infatti un ideale di compostezza armoniosa nel campo della produzione letteraria, contraddistinta da elevatezza di impianto, ricchezza, fluidità e duttilità a registri diversi di scrittura.
Tirsi
[modifica | modifica wikitesto]meco del mio dolor non si lamenti?
Non è più in questi monti arbor o pietra
che non intenda le mie pene e i stenti;
Nè pur ancor mercè da te s'impetra,
ninfa crudel, di sì lunghi tormenti:
anzi, s'odi i miei mali acerbi e duri,
di non udir t'infingi, o non ti curi.»

Il Tirsi è un'egloga in 55 ottave[86], elaborata insieme al cugino e amico Cesare Gonzaga, che celebra i vari letterati presenti alla corte urbinate, riconoscibili attraverso i loro stessi versi. La scena si apre con il lamento del pastore Iola per il rifiuto della ninfa Galatea di unirsi a lui, quando interviene Tirsi che esalta una divinità locale (dietro cui c'è Elisabetta Gonzaga) e tutti coloro che si sono posti sotto la sua protezione[87]. Il chiaro retaggio virgiliano dell'opera è dovuto al fatto che i personaggi che vi compaiono derivano tutti dalle Bucoliche del poeta mantovano[88], ma vi si intravedono anche stilemi tratti da Orazio, Ovidio e Catullo, oltreché la metrica adottata nell'Orfeo del Poliziano[89]. Fu stampato per la prima volta nel 1553 a Venezia a cura di Anton Giacomo Corso[90].
Rime
[modifica | modifica wikitesto]che 'l nome sol di Roma ancor tenete,
ahi che reliquie miserande avete,
di tant'anime eccelse e pellegrine!
Colossi, archi, teatri, opre divine,
trionfal pompe gloriose e liete,
in poco cener pur converse siete,
e fatte al vulgo vil favola al fine.
Così, se ben un tempo al tempo guerra
fanno l'opre famose, a passo lento
e l'opre e i nomi il tempo invido atterra:
Vivrò dunque fra' miei martir contento;
che se l' tempo dà fine a ciò ch'è in terra,
darà forse ancor fine al mio tormento.»

La produzione in ambito poetico è alquanto esigua, anche se nell'epitaffio composto da Bembo si parla di «litteris [...] hetruscis etiam poetae». Le rime, concentrate nel periodo urbinate[91], per Castiglione appaiono «come strumento di estrinsecazione dell'identità del cortigiano»[92] e risentono del petrarchismo[92] oltreché dall'influenza poetica classica[93]. Constano di due canzoni e di cinque sonetti[94], stampati dall'abate Serassi nel 1771 nel secondo volume delle Lettere[95].
Il Prologo a La Calandria
[modifica | modifica wikitesto]Nel 1513 il cardinale Bernardo Dovizi da Bibbiena, caro amico di Castiglione e autore di commedie rinascimentali, compose e mise in scena alla corte urbinate la commedia La Calandria, una delle più importanti opere teatrali del XVI secolo. Dal momento che Dovizi da Bibbiena, però, si dovette assentare, Castiglione decise di scriverne il prologo per presentarlo ufficialmente agli spettatori. Tale prologo tuttavia non si esaurì in una semplice esposizione delle tematiche della commedia, ma si risolse in una vera e propria apologia dell'uso della lingua volgare nelle opere teatrali, contro i classicisti che sostenevano solo l'utilizzo del latino[96].
Epistole
[modifica | modifica wikitesto]L'epistolario castiglionesco - curato da Guido La Rocca, da Angelo Stella e Umberto Morando e pubblicato dopo tanti anni di gestazione in tre volumi nel 2016[97] - consta di 1779 lettere, vertenti su problematiche quotidiane, politiche e letterarie e che spaziano dal 1497 al 1529[98]. Il carteggio, in sostanza, «rivela un’eccezionale capacità relazionale e segue pressoché l’intera parabola biografica e professionale di un personaggio che attraversò, con ruoli da protagonista in ambito politico, culturale, artistico, alcuni decenni cruciali della storia dell’Italia e dell’Europa moderna»[98]. Tra le lettere degne di menzione si ricordano la Lettera a papa Leone X, scritta a nome di Raffaello e che tratta delle antichità romane e del modo con cui i romani costruivano i loro edifici[99][N 8]; e la Lettera a Clemente VII, scritta in Spagna poco prima di morire. Questa lettera è una pubblica e vigorosa apologia politica, in cui Castiglione si dfese dalle accuse di Alfonso de Valdés (segretario di Carlo V), che lo incolpava di non aver previsto e impedito il sacco di Roma del 1527, nonostante fosse il nunzio apostolico[100].
Opere latine
[modifica | modifica wikitesto]Carmina
[modifica | modifica wikitesto]Alconem nemorum decus, et solatiae
amantum,
quem toties Fauni, et Dryades sensere canentem,
quem toties Pan est, toties miratus Apollo;
[...]»
sbocciò per la prima volta sotto il fiore della giovinezza,
che Fauni e Driadi hanno così spesso udito cantare,
che Pan ha così spesso ammirato,
che Apollo ha così spesso ammirato.»

I Carmina comprendono un'egloga intitolata Alcon, dedicata in morte dell'amico Domizio Falcone[101] e basata su metri e tematiche estratte dalle Bucoliche e dalle Georgiche virgiliane[102], un poemetto col titolo Cleopatra, oltre a elegie ed epigrammi[95].
Furono raccolti per la prima volta da Giovanni Antonio e Gaetano Volpi nell'edizione delle Opere volgari e latine del 1733 in numero di diciotto, cui ne fu aggiunto un altro inedito nell'edizione delle Poesie volgari e latine del 1760 curata da Pierantonio Serassi per un insieme di diciannove carmi. I diciannove componimenti presentano i seguenti titoli: Alcon, Cleopatra, Prosopopoeia Ludovici Pici Mirandulani, De Elisabella Gonzaga canente, Elegia qua fingit Hippolyten suam ad se ipsum scribentem, Ad puellam in litore ambulantem, Ad eamdem, De morte Raphaelis pictoris, De Paullo canente, De viragine, Ad amicam, Epitaphium Gratiae puellae, Insignium domus Castilioniae descriptio, Hippolytae Taurellae coniugis epitaphium, Eiusdem tumulus, Ex Corycianis, In Cupidinem Praxitelis, De Julio Caesare, De amore[103].
De vita et gestis Guidubaldi Urbini ducis ad Henricum Angliae regem
[modifica | modifica wikitesto]Nel 1504, Enrico VII Tudor aveva concesso a Guidobaldo da Montefeltro la massima onorificenza cavalleresca del regno: l'Ordine della Giarrettiera[104]. Guidobaldo, però, era gravemente malato di podagra e, non potendo muoversi, nel 1506 decise di inviare Baldassarre Castiglione a Londra come suo rappresentante ufficiale per ricevere l'insegna. Castiglione, che raggiunse la capitale inglese il 1° novembre[105], visse quell'esperienza come un momento straordinario della sua carriera, portando al re regali preziosissimi (tra cui un celebre dipinto di Raffaello, San Giorgio e il drago). Quando Guidobaldo morì nel 1508 Castiglione inviò tale orazione funebre, stesa tra la primavera e l'estate di quell'anno[106] ma edita ad Urbino solo nel 1513[107], al re d'Inghilterra non solo per mantenere vivi i rapporti tra il ducato e gli altri potentati europei, ma anche per delineare la perfetta figura del principe e della sua corte[108], anticipando in tale maniera le tematiche delineate nel Cortegiano[109].
La fortuna
[modifica | modifica wikitesto]La critica letteraria
[modifica | modifica wikitesto]La diffusione de Il Cortegiano in Europa
[modifica | modifica wikitesto]L'opera del Castiglione ebbe subito una grande fortuna in Italia e in Europa: oltre alla nostra Penisola, la velocità con cui Il Cortegiano si diffuse fu significativa: nel 1536 ci fu la traduzione spagnola ad opera di Juan Boscán[110]; nel 1537 quella francese curata da Jacques Colin[111][112]; nel 1561 quella inglese a cura di Thomas Hoby[113] e nel 1563 quella tedesca ad opera di Laurentz Kratzer, seguita da quella di Johann Engelbert Noyse von Camphnhouten nel 1593[114]. L'influenza del pensiero di Castiglione fu particolarmente significativa nell'Inghilterra elisabettiana in quanto il modello del cortigiano come delineato da Castiglione fu il prototipo del man of court di quel periodo, influenzando profondamente la poetica di Edmund Spenser[115] e fornendo materiale per la commedia Molto Rumore per nulla di Shakespeare[116], mentre la storiografia letteraria più recente tende a escludere un condizionamento diretto sulla figura e sugli scritti di Philip Sidney[117].
La lezione di Tasso e la Controriforma
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A partire però dalla seconda metà del Cinquecento, la fortuna del Cortegiano si incrinò sia per varie tematiche affrontate in seno al libro dal letterato mantovano, sia per divergenze ideologiche con altri autori a lui successori. Torquato Tasso, nel suo dialogo Il Malpiglio overo de la corte, scritto tra il 1584 e il 1585, critica parzialmente l'opera di Castiglione: se questi è «elogiato per la capacità di tratteggiare un modello atemporale valido per ogni corte»[118], il letterato di origine bergamasca si distanzia dal modello castiglionesco a causa sia delle forti discordie che intercorrevano tra l'ambiente della corte ferrarese e il Tasso, ma anche per il mutato cambiamento sociale intercorso[119]: il cortigiano, infatti, deve mirare alla prudenza, a tacere e ad essere remissivo nei confronti del principe[118][N 9], atteggiamento contrario rispetto al modello proposto da Castiglione. La lezione tassiana prevarrà su quella castiglionesca per tutto il XVII secolo, grazie a Nicolas Faret (autore dell'hhonnête homme del 1630)[120], a Torquato Accetto e all'evolversi degli Stati in senso assolutista, quando questi adottarono la lezione politica tratta da Il Principe di Machiavelli[121].
Nel frattempo, con l'avvento della Controriforma, la Chiesa procedette alla creazione dell'Indice dei libri proibiti ove furono elencati tutti quei libri che potevano nuocere alla morale cattolica. Il Cortegiano, benché non avesse di mira la critica alla Chiesa, usava termini come "fortuna", di ispirazione pagana, e altri concetti teologici in un ambiente del tutto laico, cosa inaccettabile per la Chiesa post-tridentina[122]. Camillo Castiglione, figlio di Baldassarre, ricevette notizia direttamente dalla Santa Sede della «necessità di purgare il libro» nel 1576[122]. Neanche la versione "ripulita" di Antonio Ciccarelli permise al Cortegiano di essere tolto dai libri proibiti, decisione riconfermata da papa Sisto V nel 1590[123]. Il libro di Castiglione, ad eccezione dell'edizione emendata da Ciccarelli, rimarrà all'indice fino al 1966, quando questi fu definitivamente abolito da papa Paolo VI[124].
Il '700
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Se per tutto il XVII secolo la lezione tassiana e di Fauret prevalse su quella castiglionesca, per gli intellettuali illuministi (come il gruppo del Caffè di Pietro Verri o Giuseppe Parini nel poemetto Il Giorno), la parola "cortigiano" diventa sinonimo di parassitismo, ipocrisia, corruzione morale e superficialità aristocratica. Parini, ad esempio, da un lato elogia lo stile di Castiglione (per i rimandi alla prosa classica, ideologia condivisa dal neoclassicismo imperante nel XVIII secolo)[125]; dall'altro, invece, il letterato lombardo critica ferocemente il nobile lassista e indolente dipinto nella figura del giovin signore, denigrando in tal modo la vita della corte ed esaltando al contrario la nobiltà d'animo e la partecipazione alla vita civile da parte dell'aristocratico[126]. Vittorio Alfieri, nel suo trattato Del principe e delle lettere, scaglierà invettive durissime contro la letteratura servile legata alle corti, specialmente nei libri V e VI. In essi, l'astigiano critica veementemente il letterato che si pone al servizio della corte, vedendo in questo modello una decadenza della figura dell'intellettuale:
Giulio Ferroni, comunque, annota come la posizione di Alfieri, che adotta in realtà un «criterio aristocratico e restrittivo» proprio della sua specifica e libera condizione di aristocratico volto a liberarsi dalla tirannia dei principi in nome della libertà intellettuale[127], sia stata rivista durante il Risorgimento come un modello di rivolta contro il sistema cortigiano[128].
Infine è da ricordare la posizione dell'erudito gesuita Girolamo Tiraboschi, uno dei primi a tentare nel proporre un resoconto organico e unitario della letteratura italiana. Tiraboschi, nella sua Storia della letteratura italiana, al contrario di Parini e Alfieri, afferma, con le parole di Motta, che «il Cortegiano [è] un libro che non può essere passato sotto silenzio»[129]
Tra il romanticismo e Vittorio Cian
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Con l'avvento del Romanticismo, Il Cortegiano fu visto nel XIX secolo come l'emblema stesso del Rinascimento[130] grazie allo svizzero Jacob Burckhardt nel suo saggio La civiltà del Rinascimento in Italia (1860): in esso l'opera di Castiglione «veniva considerat[a] una guida alla costruzione del sé come opera d'arte»[131], concentrandosi sull'estetica che tale dialogo offriva. Nonostante gli apprezzamenti dei romantici, però, Castiglione finì nella polemica in seguito alla nascita del Regno d'Italia ad opera del padre della storiografia letteraria italiana, Francesco de Sanctis (1817-1883). Questi, nel capitolo XV mentre tratta di Machiavelli, ricorda come da un lato Castiglione sia un esempio di prosa perfetta, ma che manca di coscienza e serietà civile:
Nonostante l'affossamento di de Sanctis, Castiglione fu profondamente rivalutato e reso una lettura obbligatoria a scuola[132] grazie anche all'opera dello studioso Vittorio Cian (1862-1951). Lo studioso veneto, nel suo magistero di critico letterario legato alla Scuola storica, pubblicò nel 1894 un'edizione critica del Cortegiano[133] e diede un grande impulso generale alla ricostruzione della biografia e dell'opera di Castiglione[134]. Nella prefazione, lo studioso veneto riassume così l'importanza di Castiglione:
Tra il XX e il XXI secolo
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Il XX secolo ha portato a un compimento più maturo degli studi su Castiglione a partire dalla lezione di Cian. Per esempio, intorno alla metà del secolo scorso, Ghino Ghinassi ha dimostrato, attraverso un attento studio dei codici riportanti Il Cortegiano, una continua e profonda revisione dell'opera da parte dell'autore da un punto di vista linguistico[135]. Nel 1955 Bruno Maier estese l'indagine filologica anche alle opere minori, alle Rime e all'Epistolario, restituendo per la prima volta un profilo biografico e letterario organico del mantovano[136], mentre Giulio Preti, riprendendo la tesi ottocentesca di Burckhardt, sottolinea la dimensione estetica e filosofica de Il Cortegiano[137].
Parallelamente alle letture formali, il Novecento avverte l'esigenza di ricollocare il testo nel drammatico contesto delle Guerre d'Italia, spogliando Urbino della sua aura di idillio senza tempo. In questa direzione, le riflessioni di Carlo Dionisotti (1908-1998) risultano decisive per demistificare l'immagine di una corte pacificata e felice. Dionisotti, oltre allo studio filologico e cronologico dell'opera castiglionesca[138], invita a leggere Il Cortegiano non come la celebrazione serena di un'epoca, bensì come un'elegia dolorosa: un monumento eretto a un modello sociale e politico di cui Castiglione, diplomatico di lungo corso, avvertiva già l'inevitabile e imminente crollo sotto i colpi del Sacco di Roma e della dominazione straniera nella penisola[139].
La critica più recente individua nelle figure di Amedeo Quondam (1943-2024) e di Uberto Motta i principali punti di riferimento per lo studio dell'opera castiglionesca, in special modo per quanto riguarda l'europeizzazione de ''Il Cortegiano'', sottratto così a una dimensione puramente nazionale. Per Quondam, infatti, il trattato di Castiglione non ha soltanto plasmato l'immagine della civiltà rinascimentale italiana, ma ha codificato un modello di comportamento e di relazione che ha permeato le corti dell'intera Europa[140][141]. Motta invece, in Castiglione e il mito di Urbino, sottolinea ciò che aveva riportato anni prima Dionisotti, ossia che l'opera sia permeata da una forte sensazione di nostalgia da parte del letterato mantovano e che dunque egli abbia voluto esaltare quel periodo trascorso alla corte dei Da Montefeltro come un periodo d'oro[142].
Omaggi poetici e letterari
[modifica | modifica wikitesto]Il poeta Matteo Bandello ha dedicato a Baldassarre Castiglione la Novella XLIV della Prima parte (1554)[143], mentre Ludovico Ariosto citò il letterato mantovano nella satira terza («formator del cortigiano») e nell'Orlando Furioso, esattamente nel canto XXXVII («c'è chi, qual lui / vediamo, ha tali i cortigian formati»)[144].
Note
[modifica | modifica wikitesto]Esplicative
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ I rapporti tra il Castiglione e Isabella d'Este furono sempre improntati ad armonia per spirito di vedute e per interessi comuni. A rappresentare l'amicizia ormai consolidata, Isabella decise di partecipare in prima persona al corteo nuziale del Castiglione con Ippolita Torelli. Cfr. Bongiovanni, p. 60.
- ↑ Quondam, p. 110 sottolinea come Castiglione fosse anche interessato molto di più dalla personalità culturale di Guidobaldo rispetto a «quella di Francesco Gonzaga, scialba e deludente agli occhi di Castiglione».
- ↑ De instituenda regum familia ("Sull'istruzione della corte dei regnanti") è il titolo latinizzato che il Bembo dà a Il Cortegiano.
- ↑ Per un discorso più ampio, cfr. Motta 2003, pp. 69-168.
- ↑ In Ferroni, p. 9 non a caso si parla di un tentativo di «esaltare [con] questo sogno [...] un modo di rispondere alle rovinose "mutazioni" dell'Italia contemporanea».
- ↑ Motta, 2025, p. 51:«La corte di Castiglione è il luogo di un uomo nuovo, e di una nuova antropologia, che non annulla la natura prima, unica e irriducibile, dei singoli, ma mira – insieme – alla sua valorizzazione ed educazione, per espungerne o governarne, nella misura del possibile, le punte eccentriche o irrazionali.»
- ↑ Finucci, p. 92:«Le donne sono presenti inoltre perché necessario, lo si metterà ben in chiaro, "non solamente all'esser ma ancor al ben esser" (3, 40, 246) dell'uomo, della famiglia e della corte, quindi ai valori familiari, sociali e politici che costituiscono la società che qui con cura viene messa in scena dall'autore.»
- ↑ Quondam, p. 192 riassume così il rapporto tra il pittore urbinate e il nobile mantovano:«Malgrado le tante e profonde differenze che li dividevano, di stato e di professione, e soprattutto di formazione culturale, credo che tra i due l'intesa sia stata immediata: per un'affinita naturale, propriamente elettiva, quella che per gli antichie era la ragione stessa di un'amicizia, e che chiamavano similarità e conformità.»
- ↑ Anche il politico fiorentino Francesco Guicciardini, nei suoi Ricordi, anni prima della lezione tassiana, affondava la proposta idealizzata di Castiglione a favore dell'esperienza diretta e del contesto, in base al passo riportato da Barberis, p. LXI:«È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione e eccezione per la varietà delle circunstanze, le quali non si possono fermare con una medesima misura: e questa distinzione e eccezione non si truovano scritte in su’ libri, ma bisogna le insegni la discrezione.»
Bibliografiche
[modifica | modifica wikitesto]- ↑ Motta, Baldassarre Castiglione:«L'opera, all'indomani della prima edizione (1528), si afferma, a livello internazionale, come autentico capolavoro e nuovo punto di riferimento nella letteratura etica e politica, sulla scia dei sublimi modelli antichi di Aristotele e Cicerone, di cui, consapevolmente, aggiorna e puntualizza la lezione.»
- 1 2 3 Quondam, p. 23
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 Mutini.
- 1 2 3 4 5 6 7 8 9 Litta, Castiglioni di Milano
- ↑ Quondam, pp. 23-26 delinea la ricca biblioteca umanistica di Cristoforo Castiglione.
- ↑ Rebecchini, pp. 100-101
- ↑ «La guerra come duro scotto di privazioni e di sangue, o come gioco millantato e fastoso, era il loro appannaggio: la morte e la finzione costituivano i termini di un'alterità in cui si celebrava, in mancanza di una struttura sociale subordinante, l'assoluta devozione al signore...»
- ↑ Così suppone Quondam, p. 27
- 1 2 3 Cian.
- 1 2 3 Mazzuchelli, p. 16.
- ↑ Cartwright, 1, p. 12.
- ↑ Bongiovanni, p. 25.
- ↑ Quondam, p. 30
- ↑ Cartwright, 1, p. 27: «But loyally as Castiglione served his master, Francesco Gonzaga's personality, it is evident, never attracted him», ossia «A parte che Castiglione servì lealmente il suo signore, la personalità di Francesco Gonzaga, è evidente, non l'entusiasmò mai».
- ↑ Cartwright, 1, p. 28.
- ↑ Quondam, p. 35
- ↑ Cartwright, 1, p. 38.
- ↑ Mazzuchelli, pp. 16-17.
- ↑ Martinati, p. 12.
- ↑ Barberis, pp. XVII-XVIII, n. 65
- ↑ Quondam, p. 111
- ↑ Martinati, p. 13.
- ↑ Russo, p. 510.
- 1 2 3 Ferroni, p. 7.
- ↑ Martinati, p. 16.
- ↑ Mazzuchelli, p. 17.
- ↑ Martinati, p. 14.
- ↑ Cartwright, 1, p. 188:(inglese)«Henry, by the grace of God, King of England and France, Lord of Ireland, Soveraign of the Most Noble Order of the Garter...Forasmuch as we understand that the right noble prince, Gwe de Ubaldis, Duke of Urbin, who was heretofore, elected to be one of the companions of the said noble Order»(italiano)«Enrico, per la grazia di Dio, Re d'Inghilterra e Francia, Signore d'Irlanda, protettore del nobilissimo ordine della Giarrettiera...Dato che noi intendiamo che il giusto nobile principe, Guidobaldo, Duca di Urbino, che era fino a questo momento, eletto ad essere uno dei membri del suddetto nobile Ordine...»
- ↑ Martinati, p. 18.
- ↑ La coppia ducale era senza figli per l'impotenza di Guidobaldo e così, il 18 settembre 1504, Guidobaldo fu costretto ad accettare come successore Francesco Maria Della Rovere, nipote del pontefice. Cfr. Cartwright, 1, p. 107.
- 1 2 Mazzuchelli, p. 18.
- ↑ Martinati, p. 24.
- ↑ Bongiovanni, p. 31.
- 1 2 Mazzuchelli, p. 19.
- ↑ Martinati, p. 23.
- 1 2 3 Ferroni, p. 8.
- ↑ Bongiovanni, p. 141.
- ↑ Martinati, p. 28 e sgg.
- ↑ Quondam, pp. 124-125
- ↑ Cartwright, 1, p. 411; p. 415: «Ippolita married at fifteen, and died four years later, before she was quite twenty».
- ↑ Martinati, p. 35.
- ↑ Martinati, p. 41.
- ↑ Quondam, p. 163
- ↑ L'epitaffio, raccolto e tradotto nell'edizione dei Carmina a cura di Massimo Scorsone, è riportato in: Uberto Motta, La morte della moglie, su internetculturale.it. URL consultato il 31 maggio 2026.
- ↑ Quondam, p. 185
- ↑ Mazzuchelli, p. 21.
- ↑ Bongiovanni, p. 39.
- ↑ Cartwright, 2, p. 248.
- ↑ Quondam, p. 209
- ↑ Quondam, p. 221
- ↑ Mazzuchelli, p. 22.
- ↑ Martinati, p. 47.
- 1 2 Quondam, p. 234
- ↑ Quondam, p. 240
- ↑ Vagni 2018, pp. 542-551
- ↑ Quondam, pp. 242 e sgg.
- ↑ Elisabetta Soletti, Castiglione, Baldassarre, su treccani.it. URL consultato l'8 luglio 2026.
- ↑ Mazzuchelli, p. 23.
- ↑ Martinati, p. 56.
- ↑ Quondam, pp. 334-335
- ↑ Barberis, p. XXVI:«In quegli anni di primo Cinquecento, l’Europa, e in particolare l’Italia, avrebbero definitivamente abbandonato la speranza di un qualsivoglia, mitico equilibrio. Re cristianissimi e cesaree maestà cattoliche si sarebbero dichiarati guerre infinite, Travolgendo con sé l’ondivago e pur fondamentale terminale romano. E, intanto, mezza Europa sarebbe rifluita in un nuovo orizzonte cristiano, bollando il papa di Roma e i suoi fedeli come irriducibili nemici della fede genuina, della morale e della civiltà.In questo contesto, la prospettiva del Castiglione era ormai una memoria del tempo perduto; l’ultimo esempio di una grande stagione della retorica; il sussulto ideologico di un mondo al tramonto.»
- ↑ Russo, 1, p. 257.
- 1 2 Guglielmino-Grosser, p. 282.
- ↑ Ricci, p. 237.
- ↑ Ricci, p. 237. Il testo del Cortegiano è tratto dal capitolo II, par. 17.
- ↑ Ricci, p. 238.
- ↑ Ferroni, p. 78, n. 15 §1.
- ↑ Ferroni, p. 9.
- ↑ Russo, p. 520.
- ↑ Russo, pp. 519-520.
- ↑ Ferroni, p. 93.
- ↑ Ercole Bottari, Baldassare Castiglione e il suo Libro del cortegiano, Pisa, Tipografia dei FF. Nistri, 1874, p. p. 24 e sgg., SBN LIA0247898. URL consultato il 7 giugno 2026.
- ↑ Scarpati, p. 435: «La rete dei valori e dei disvalori che si disegna non è dissimile da quella tracciata da Erasmo».
- ↑ Guglielmino-Grosser, pp. 282-283.
- ↑ Accademia platonica fiorentina, su treccani.it, Istituto della Enciclopedia Treccani, 2009. URL consultato il 2 giugno 2026.
- 1 2 di Giulio, p. 254
- ↑ Baldassarre Castiglione, Libro IV, in Il Cortegiano, 1528, pp. 299-303.
- ↑ di Giulio, p. 255
- ↑ «Dico adunque che, poichè la natura umana nella età giovenile tanto è inclinata al senso, conceder si può al Cortegiano, mentre che è giovane, l’amar sensualmente; ma se poi ancor negli anni più maturi per sorte s’accende di questo amoroso desiderio, deve esser ben cauto, e guardarsi di non ingannar sè stesso, lasciandosi indur in quelle calamità che ne’ giovani meritano più compassione che biasimo, e per contrario ne’ vecchi più biasimo che compassione.»
- ↑ «[...] e prima considerar che ’l corpo, ove quella bellezza risplende, non è il fonte ond’ella nasce, anzi che la bellezza, per esser cosa incorporea, e, come avemo detto, un raggio divino [...]»
- ↑ Finucci, p. 91.
- 1 2 Ferroni, p. 88.
- ↑ Motta 1998, p. 694.
- ↑ Marazzini, p. 266.
- ↑ Motta, Il libro del Cortegiano. La genesi del testo.
- ↑ Vagni, p. 773.
- ↑ Vagni, p. 734.
- ↑ Vagni 2015, p. 187.
- ↑ Cartwright, 1, p. 159.
- ↑ Vagni 2015, p. 192.
- ↑ Vagni 2015, p. XXVI.
- 1 2 Vagni 2015, p. XXV.
- ↑ Vagni 2015, p. XXX.
- ↑ Mazzuchelli, p. 32.
- 1 2 Mazzuchelli, p. 33.
- ↑ «Non è latina: però che, dovendosi recitare ad infiniti, che tutti dotti non sono, lo autore, che piacervi sommamente cerca, ha voluto farla vulgare; a fine che, da ognuno intesa, parimenti a ciascuno diletti. Oltre che, la lingua che Dio e Natura ci ha data non deve, appresso di noi, essere di manco estimazione né di minor grazia che la latina, la greca e la ebraica: alle quali la nostra non saria forse punto inferiore se la esaltassimo, la osservassimo, la polissimo con quella diligente cura che li greci e altri ferno la loro.»
- ↑ Motta, 2025, p. 45
- 1 2 Valeri, p. 2
- ↑ Mazzuchelli, p. 34.
- ↑ Vagni 2018, pp. 527-551
- ↑ Motta, La produzione poetica. I carmi latini.
- ↑ Cartwright, 1, p. 144.
- ↑ Mazzuchelli, pp. 33-34.
- ↑ (EN) List of the Knights of the Garter, n. 259, su heraldica.org. URL consultato il 10 giugno 2026.
- ↑ Quondam, p. 113
- ↑ Quondam, p. 115
- ↑ Quondam, p. 121
- ↑ Uberto Motta, La morte di Guidubaldo, su internetculturale.it. URL consultato il 28 maggio 2026.
- ↑ Motta 2003, p. 113: « [...] nell'epistola a Enrico VII, dove era messo a punto uno degli snodi concettuali sfruttati nella sua opera maggiore».
- ↑ Burke, p. 62
- ↑ Burke, p. 63
- ↑ Sicard-Joubaud, p. 36
- ↑ Loewenstein-Mueller, p. 349.
- ↑ Burke, p. 64.
- ↑ Thorpe Rowe, p. 139 n. 37
- ↑ Si veda il saggio di Collington.
- ↑ Si veda il saggio di Kuin.
- 1 2 Valentina Leone, Il Malpiglio overo de la corte, su Tasso Online, 4 aprile 2024. URL consultato il 1º giugno 2026.
- ↑ Cfr. il saggio di Cox, pp. 897-918.
- ↑ Burke, p. 124
- ↑ Burke, p. 119 e sgg.
- 1 2 Burke, p. 101
- ↑ Burke, p. 101; p. 103
- ↑ Burke, p. 104
- ↑ Russo, 1959, p. 513; così Parini in Burke, p. 132: «[Il Cortegiano] merita di essere studiato per la maniera elegante e naturale in cui è scritto».
- ↑ Ferroni, 8, p. 82
- ↑ Ferroni, 9, p. 62
- ↑ Ferroni, 9, p. 62: « [...] tuttavia nell'Italia risorgimentale il messaggio fu recepito cper il suo significato di rottura con la tradizione cortigiana, nella quale l'uomo di lettere era asservito al potere, dipendeva da protettori ed era sottomesso a compromessi»
- ↑ Motta 2025, p. 32
- ↑ Cfr. Burke, IV di cop.
- ↑ Burke, p. 136
- ↑ Burke, p. 132
- ↑ Cian, 1894
- ↑ Motta, 2025, p. 42:«L’ampia campagna di ricerche condotta da Cian aveva il merito, innanzi tutto, di affrontare insieme, saldandole, la ricostruzione della biografia di Castiglione (e del suo mondo) e l’interpretazione della sua opera, fondando l’una e l’altra su solide basi documentarie.»
- ↑ (LA, IT) Ghino Ghinassi, Dal Belcalzer al Castiglione: studi sull'antico volgare di Mantova e sul cortegiano, a cura di Paolo Bongrani, Firenze, L. S. Olschki, 2006, ISBN 88-222-5520-8.
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- ↑ Motta, 2025, p. 42
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- ↑ Motta, 2025, p. 49
- ↑ Motta 2003, pp. 26-27:«Al di là della morte o dispersione degli amici di un tempo, della degradazione della situazione politica italiana, pareva a Castiglione che nulla potesse inficiare la resistenza dell'immagine rimandata dal testo: autoritratto di gruppo, sotto le insegne del valore e della virtù, prodotto dalla [sic!] nobili figure della corte di Urbino in una occasione memorabile.»
- ↑ La prima parte de le Novelle, In Lucca, per il Busdrago, 1554.
- ↑ Quondam, p. 42
Bibliografia
[modifica | modifica wikitesto]Monografie e articoli scientifici
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Romanzi
[modifica | modifica wikitesto]- Edgarda Ferri, Il racconto del Cortigiano. Vita e storie di Baldassarre Castiglione, Collana Saggi, Milano, Solferino, 2021, ISBN 978-88-282-0737-5.
Voci correlate
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Collegamenti esterni
[modifica | modifica wikitesto]- Castiglióne, Baldassarre, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana.
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| Controllo di autorità | VIAF (EN) 39446776 · ISNI (EN) 0000 0001 2100 7795 · SBN CFIV027349 · BAV 495/18586 · CERL cnp01337922 · Europeana agent/base/120498 · ULAN (EN) 500204778 · LCCN (EN) n50052782 · GND (DE) 118519573 · BNE (ES) XX1721405 (data) · BNF (FR) cb123195492 (data) · J9U (EN, HE) 987007313492105171 · NSK (HR) 981005680663209366 · NDL (EN, JA) 00435504 · CONOR.SI (SL) 45113443 |
|---|
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