Avetrana

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Avetrana
comune
Avetrana – Stemma Avetrana – Bandiera
Avetrana – Veduta
Localizzazione
Stato Italia Italia
Regione Regione Puglia-Stemma it.png Puglia
Provincia Provincia di Taranto-Stemma.png Taranto
Amministrazione
Sindaco Antonio Minó (centrodestra) dal 05/06/2016
Territorio
Coordinate 40°21′14″N 17°44′09″E / 40.353889°N 17.735833°E40.353889; 17.735833 (Avetrana)Coordinate: 40°21′14″N 17°44′09″E / 40.353889°N 17.735833°E40.353889; 17.735833 (Avetrana)
Altitudine 62 m s.l.m.
Superficie 73,23 km²
Abitanti 6 670[1] (30-4-2017)
Densità 91,08 ab./km²
Frazioni Urmo Belsito
Comuni confinanti Erchie (BR), Manduria, Nardò (LE), Porto Cesareo (LE), Salice Salentino (LE), San Pancrazio Salentino (BR)
Altre informazioni
Cod. postale 74020
Prefisso 099
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 073001
Cod. catastale A514
Targa TA
Cl. sismica zona 4 (sismicità molto bassa)
Cl. climatica zona C, 1 147 GG[2]
Nome abitanti avetranesi
Patrono san Biagio e sant'Antonio di Padova compatrono
Giorno festivo 28-29 aprile e 12-13 giugno
Cartografia
Mappa di localizzazione: Italia
Avetrana
Avetrana
Avetrana – Mappa
Posizione del comune di Avetrana all'interno della provincia di Taranto
Sito istituzionale

Avetrana (L'Aitràna in dialetto salentino[3]) è un comune italiano di 6 670 abitanti[1] della provincia di Taranto, in Puglia.

Geografia fisica[modifica | modifica wikitesto]

L'abitato è posto nel versante nord-occidentale del Salento, al confine fra le tre province di Taranto, Brindisi e Lecce, e dista circa 42 km dal capoluogo di provincia Taranto. Il territorio comunale, equidistante dai predetti tre centri, sorge a 62 metri s.l.m. in una zona collinare detta Murge Tarantine, più precisamente nella cosiddetta "area delle Serre tarantine". La massima altitudine, 117 metri s.l.m., si raggiunge a Monte dei Diavoli, una modesta altura posta in direzione di Manduria; il cosiddetto Monte della Marina raggiunge invece i 100 metri.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svg Lo stesso argomento in dettaglio: Storia del Salento e Storia della Puglia.

Fino agli inizi del XIX secolo, il nome di questo centro, così come riportato in molteplici documenti storici, era quello di "Vetrana". L'etimologia, invece, è tuttora incerta, mentre la sua origine può farsi risalire con probabilità all'epoca romana.

Il territorio di Avetrana era già abitato durante il Neolitico, infatti sulla via Tarantina in località Masseria della Marina, a sud dell'abitato, sono venuti alla luce tracce di un villaggio preistorico capannicolo del VI millennio a.C. Altro luogo frequentato nel neolitico sono le grotte nel Canale di San Martino, i cui reperti sono custoditi nel Museo nazionale di Taranto.

Importanti ritrovamenti nel XIX secolo sono relativi a numerose armi dell'età del bronzo in zona Strazzati-Sinfarosa, a nord del paese.

Nei pressi del più antico tracciato della via Sallentina, in località di San Francesco, a nord del paese, durante i lavori per la costruzione di un acquedotto, sono stati rinvenuti i resti di una villa rustica romana del II secolo a.C. La via Sallentina, (convenzionalmente detta) era quella strada messapica che univa Taranto a Otranto, passando per Manduria, Nardò, Alezio ed Ugento, molto importante fino al medioevo. Nel tratto avetranese, la strada da Manduria giungeva alle spalle della masseria Sinfarosa, passava nei pressi di masseria Strazzati, si dirigeva verso la parte nord del rione Casasana, curvando proseguiva per masseria Noa, continuava sulla attuale via Montebianco, passava a sud del bosco di Modunato, fiancheggiava masseria Abbatemasi e si dirigeva all'interno dell'attuale Pista di Nardò per proseguire verso Nardò.

Numerosi erano poi i casali, piccoli insediamenti dapprima messapici, poi romani ed infine medievali abbandonati a seguito delle incursioni saracene. Monte d'Arena, Ruggiano, Frassanito, Modunato, Santa Maria della Vetrana, Vetrana, San Giorgio, San Martino, San Giuliano ecc.

All'origine l'attuale territorio comunale avetranese, era diviso in tre (e forse più) feudi: Vetrana, Ruggiano e Modunato. Il feudo ed il casale di Ruggiano probabilmente distrutto dalle varie invasioni saracene, venne accorpato con quello di Vetrana forse già dal XIV secolo. Mentre il feudo ed il casale di Modunato fu annesso al Comune di Avetrana nel XIX secolo.

Il paese attuale sorge sul secondo tracciato (tardo impero) dell'importante arteria stradale che, in epoca messapica prima e successivamente in quella romana, collegava Taranto, Manduria, Nardò, Leuca e Otranto: La "Via Traiana Messapica", detta anche da alcuni storici "via Sallentina". Probabilmente la modifica al vecchio tracciato della via Sallentina, fu opera di Traiano. Accorciare la strada aveva un problema: zone che con la pioggia diventavano paludose. Ma il problema fu risolto con un canale di circa due chilometri e la nuova strada romana fu deviata più a sud. Sempre alle spalle della masseria Sinfarosa, il nuovo tracciato percorreva l'attuale strada secondaria per Manduria, giungeva ad Avetrana, attraversava l'attuale stazione di servizio sbucando nella attuale piazza Chiesa, proseguiva per via Campanile, incrociava l'attuale via Roma per poi proseguire su via XXIV Maggio e all'altezza della Masseria Abbatemasi riprendeva il vecchio percorso per Nardò. Nel XVI secolo con le nuove mura e l'allargamento più a nord del paese, la strada fu fatta passare per l'attuale via Leonardo da Vinci. Nel XIX secolo con la costruzione della nuova Avetrana-Nardò la vecchia via Traiana perse molti tratti.

Una traccia di epoca romana, probabilmente del primo secolo, è il "canale romano" ("fratello" dell'omonimo canale di Manduria). È un canale lungo circa due chilometri, largo tre metri e profondo un paio, perfettamente diritto in direzione nord-sud, si trova a est del paese e faceva defluire le acque pluviali nel canale naturale di San Martino. Oggi il tratto nord è stato quasi del tutto cancellato dalle cave di estrazione di conci di tufo, invece a sud, nonostante in parte affogato da pietrisco è tuttora evidente. Attraversa la strada di Nardò e in quel tratto è denominato "Ponte Rescio" (dalla omonima vicina masseria). Come si è detto prima la funzione di questo canale era di evitare l'impaludamento lungo la nuova via Traiana, nel tratto tra Avetrana e masseria Abbatemasi.

Con il nome di "Vetrana" fu feudo di diverse famiglie durante la tirannide feudale. Nel 1481 passò alla signoria dei Pagano, come dote di Colella o Ippolita, figlia di Francesco Montefuscoli, sposa a Galeotto Pagano. Sotto i Pagano si iniziò la costruzione della nuova chiesa matrice (prima chiesa) e delle mura, di cui oggi rimangono visibili solo pochi resti.

Durante la signoria dei Pagano il territorio fu teatro di alcuni scontri: presso il casale di San Giuliano (probabilmente l'odierna "masseria San Paolo"), truppe imperiali di Carlo V furono sconfitte da un contingente francese. Nel 1547 pirati turchi sbarcarono presso Torre Columena[4].

Nel 1587 Avetrana fu venduta da Carlo Pagano a Giovanni Antonio Albrizi, che diventò il signore di Avetrana. Il castello nel 1644 era in proprietà del vescovo Geronimo di Martino e nel 1656 passò ai Romano e successivamente, divenne proprietà di Michele Imperiale, marchese di Oria e principe di Francavilla[5]. Non si può escludere che in un primo momento i Romano potessero essere stati i conestabili degli Imperiali e poi successivamente, con acquisizione diretta, i Signori di Avetrana.

Mercoledì 20 febbraio 1743 alle 6,30, il terremoto detto di Nardò colpì gran parte del Salento da Brindisi a Nardò. In molti grossi centri come Francavilla Fontana e Nardò si ebbero gravi perdite umane e architettoniche. Ad Avetrana, oltre alla chiesa matrice colpita gravemente, il sisma provocò il crollo di alcuni edifici e ne lesionò gravemente molti altri, come il Torrione che subì delle gravi lesioni alla struttura poi restaurate alla fine del XX secolo. Il terremoto non risparmiò neanche la chiesa del Casale di Santa Maria, molte masserie, e buona parte delle abitazioni del paese. Le abitazioni di Avetrana, come nel resto del Salento, avevano in maggior parte i tetti in legno coperti da coppi o tegole, come in legno erano anche i piani interni. Dal dopo terremoto in poi si costruì unicamente con volte a stella in muratura, più resistenti e privi di tetti, trovandosi così un'area solare calpestabile detta nel locale dialetto "lammia".

Nel 1782, estintasi la famiglia Imperiale, Avetrana passò al fisco regio e da questo venduta a Massenzio Filo, rimanendo in proprietà della famiglia fino all'abolizione della feudalità nel 1806. Rimasero di proprietà della famiglia fino agli inizi del Novecento diversi possedimenti, tra cui il palazzo, in seguito ceduti al loro amministratore e frazionati in numerose proprietà.

Nel 1929 una rivolta contadina fu duramente repressa dal regime fascista.

All'inizio degli anni ottanta Avetrana fu sede di manifestazioni del movimento antinucleare, in opposizione alla volontà, manifestata da parte della regione Puglia e del governo nazionale, di impiantare una centrale elettronucleare nel territorio avetranese. Volontà stroncata dal Referendum Popolare che sancì l'abbandono della tecnologia nucleare per la produzione di corrente elettrica in Italia.

Nell'estate del 2010 un omicidio intrafamiliare noto come delitto di Avetrana diede al comune vasta eco mediatica a livello nazionale.

Monumenti e luoghi d'interesse[modifica | modifica wikitesto]

Torrione avetrana 2014-06-20 18-55.jpeg
  • Superbo è il "castello dell’Avetrana" del 1350 costruito da Pietro Tocco, il cui stemma in bugnato rileva uno stile molto vicino ai castelli costruiti da Federico II, altri studi hanno attribuito la torre al periodo angioino grazie alla politica di quel casato nel raccogliere in pochi centri le popolazioni sparse per le campagne. Il torrione, cioè la torre principale intorno a cui si sviluppa il castello, rappresenta il primo nucleo sia del complesso fortilizio che del centro storico dell’abitato. Si sviluppa su un piano terra e due piani superiori , collegati tra loro da una stretta scalinata ricavata nell’intercapedine dei muri perimetrali. Il torrione è alto circa 17 metri e domina tutt’oggi l’intero abitato , fornendo così la vasta visione panoramica dell’intero territorio comunale. La torre rotonda detta “Il Cavaliere”, probabilmente per il fatto che anticamente vi era presso di essa una sentinella fissa,è innalzata probabilmente al tempo in cui Avetrana, nel XVI secolo, era retta dalla famiglia Pagano come risulta da alcuni documenti in cui è lo stesso galeotto Pagano da poco signore di Avetrana , che pensò a fortificare il paese con un largo muraglione. Essa è collegata tramite cortina ad una torretta quadrata che sicuramente faceva parte del sistema difensivo del paese di cui ancora si possono intravedere delle tracce in Via delle Antiche Mura angolo via Conciliazione e altre ancora sono state inglobate nella costruzione del municipio e visitabili all’interno del piano terra. Vi era inoltre un ponte levatoio che assicurava l’isolamento del torrione dal resto del la fortezza. Venne costruito poi un ponte in pietra lo collegò ad una rampa di scale ma il crollo di quest’ultimo nel ‘900 fece tale che duranti i lavori di restauro vennisse ricostruito il ponte in legno che oggi si erge e collega la torre con una scalinata alle spalle di una cappella della madonna detta “Madonna del Ponte” appunto .
  • "Chiesa Madre", ricostruita tra il 1743 ed il 1756, dopo che un più antico edificio con pianta absidata (del XV-XVI secolo) era stato distrutto dal terremoto di Nardò.
  • A seguito dei lavori di restauro e di recupero del castello sono tornati alla luce gli ambienti sotteranei che costituiscono i "frantoi oleari" detti in dialetto locale “trappeti “. Tra i essi si distinguono due tipi: uno detto “alla calabrese “ , certamente più antico di quello detto alla “genovese “ giunto nell’Italia meridionale intorno alla metà del secolo XIX. Essi si distinguono essenzialmente per il sistema di pigiatura dei fiscoli . Vi sono poi altri ambienti fra cui due camere dette “sciave” in cui si depositavano le olive raccolte , sale in cui sono presenti alcune mangiatoie per bestiame che li sotto lavorava e inoltre vi erano degli alloggi per gli operai detti “marinari” e del capo degli operai detto in dialetto “naghiru” dal greco “governatore di nave” poiché nel periodo che intercorrente tra l’autunno, in cui si raccoglievano le olive, fino ad aprile\marzo, in cui aveva termine la molitura, rimanevano nei frantoi a lavorare e dai racconti degli anziani pare godessero di un solo giorno di riposo quello dell’8 dicembre. Questo frantoio non era il solo esistente in Avetrana, infatti nel 1751 vengono censiti 5 trappeti tutti di proprietà del Principe Michele Imperiale; nel 1809 la proprietà passa al Conte Massenzio Filo che era succeduto alla famiglia degli Imperiale. Altri frantoi oleari sono venuti alla luce, nel 1995, a seguito dei lavori di ripavimentazione della piazza Vittorio Veneto. Tra i frantoi antichi ancora esistenti uno è ubicato sotto via Madonna del Ponte, un altro denominato “la Grotta” è al di sotto di via Arciprete Ferrara, e quello detto “del Fosso” è esteso fra l’attuale Bar Roma fin oltre l’ex Cinema Mazzei . Infine un ultimo trappeto del XIX secolo è posto al n. 27 di via Crispi della famiglia Ferrara e rimasto in funzione fino agli anni ’70.
  • Complesso del Palazzo Baronale - Palazzo Imperiali, il cui primo nucleo venne edificato dai Pagano e fu ampliato in seguito dagli Albrizzi: questa parte più antica si affaccia su largo Cavallerizza e presenta uno stemma gentilizio su uno degli accessi. La famiglia Imperiali aggiunse l'ala orientale nel XVIII secolo, più sontuosa.
  • Castello e Casale medievale di Modunato, sulla provinciale per Salice a circa tre chilometri da Avetrana.

Nel territorio esistono grotte di natura carsica e alcuni resti archeologici.

  • A sud della masseria della Marina, sulla strada Tarantina (provinciale Nardò-Maruggio) sono stati rinvenuti i resti di un villaggio e di un'area sepolcrale risalenti al Neolitico medio (V millennio a.C. Il sito è stato indagato dalla Soprintendenza Archeologica della Puglia e dal dipartimento di beni culturali dell'Università degli Studi di Lecce. Una mostra archeologica permanente è allestita dal 2003 nella casamatta del Torrione medioevale, mentre dal 2006 è stato allestito un percorso per rendere fruibile l'area di scavo.
  • Le "grotte di San Martino", situata a sud dell'abitato, lungo la strada provinciale verso Torre Colimena, presentano tracce di frequentazione dal Neolitico antico all'epoca romana.
  • Nella località di San Francesco sono stati rinvenuti i resti di una villa rustica romana.
  • I casali di Santa Maria e di Modunato presentano tracce di frequentazione risalenti all'epoca bizantina.

Infine nella località "La Crava" è in corso di studio da parte dell'Università degli studi di Roma "La Sapienza" un giacimento fossilifero.

Masserie[modifica | modifica wikitesto]

Masseria Grottella
  • Abbatemasi (Bbatimasi)
  • Bosco (Oscu)
  • Cannelle (Canneddi)
  • Centonze (Cintonzi)
  • Frassanito (Frassanitu) fortificata, sul sito dello scomparso omonimo casale
  • Granieri (Cranieri)
  • Grottelle (Curteddi)
  • La Marina (La Marina) fortificata
  • Monte d'Arena (Monti t'Arena), scomparsa
  • Monte la Conca (Monti la Conca)
  • Mosca (Mosca) in origine Torre Mosca (la vecchia torre circolare è scomparsa)
  • Nuova (Noa)
  • Palommaro (Palummaru) nel centro abitato (tra via Mazzini e via Lancellotti), scomparsa
  • Pastori (Pasturi) nel centro abitato
  • Porticella (Purticedda) nel centro abitato
  • Porcile (Purcili) nel centro abitato
  • Quarto Grande (Quartu Cranni)
  • Quartulli (Quartuddi) rudere
  • Rescio (Resci)
  • Ruggiano (Ruggianu) masseria moderna sul sito dello scomparso omonimo casale
  • Sinfarosa (Cinfarosa)
  • Strazzati (Shtrazzati)
  • Torre Di Pierri (Torri ti Pierri) diruta

Società[modifica | modifica wikitesto]

Evoluzione demografica[modifica | modifica wikitesto]

Abitanti censiti[6]


Tradizioni e folclore[modifica | modifica wikitesto]

La Festa Patronale di San Biagio[modifica | modifica wikitesto]

Il culto a San Biagio in Avetrana è strettamente legato alla fondazione di detta cittadina, apparentemente parte del circondario tarantino ma da più remoti tempi feudo della città di Lecce, da cui assimilò usi e costumi. Tutto ha inizio nel 1118 quando la contessa Teodora di Lecce edifica una chiesa dedicata alla Vergine Maria, meta giornaliera di Goffredo, suo fratello, e dei suoi soldati veterani per le loro pratiche giornaliere di preghiera ed esercizi spirituali. Successivamente la contessa donò ai veterani di suo fratello il feudo e ciò contribuì a indicare queste terre come quelle dei “Veterani” per cui anche la chiesetta costruita dalla contessa prese il titolo di “Santa Maria dei Veterani” che diede il nome al casale formatosi intorno. La presenza dei veterani di Goffredo su questa terra non significava soltanto governarla ma anche introdurre tradizioni e devozioni religiose della propria città, per cui oltre alla venerazione della Vergine Maria, i veterani diffusero anche il culto di San Biagio, che secondo un’antica tradizione nacque nella città di Lecce da nobili parenti leccesi al tempo dell’Imperatore Diocleziano, in cui crescevano le persecuzioni contro i Cristiani, e per queste, dovette fuggire con una nave in Armenia, dove trovò rifugio nella città di Sebaste. I genitori facoltosi erano assai noti per pietà e religione e istillarono queste virtù nel loro figliolo sin dalla più tenera età. Crebbe, infatti molto geloso della sua innocenza e della sua purezza, fuggiva le compagnie dissolute e instillava nell’animo degli infermi, che visitava, l’amore di Dio e l’avversione al peccato. Queste ad altre virtù lo resero caro al Signore, tanto che alla morte del Vescovo di Sebaste, fu unanimamente eletto, dal clero e dal popolo, suo successore. Sentendosi indegno e atterrito dal grave peso dell’episcopato, si nascose in una caverna sull’alto monte Argeo e qui pregò il Signore che lo illuminasse e gli indicasse la via da seguire, comprese subito che doveva dedicarsi ai doveri del sacro ministero con molta cura. Esemplare la sua riverenza ai Santi Martiri sotto le persecuzioni di Diocleziano, di cui raccolse con venerazione le reliquie per custodirle in un luogo sacro. Durante una nuova ondata di persecuzione, l’imperatore Licinio ordinò la distruzione del Cristianesimo. Il vescovo raddoppiò la sollecitudine per animare alla fede le sue pecorelle e dopo le suppliche del popolo per la sua vita scelse alcuni sacerdoti più zelanti per sostituirli e si ritirò nuovamente in preghiera sul monte Argeo. Il Signore assisteva le pecorelle di san Biagio e provvedeva di celesti consolazioni il sollecito pastore: infatti, arrivavano da lontani paesi alla sua grotta molti infermi che imploravano devotamente la guarigione dei mali che gli affligevano. Egli, dopo breve preghiera e con il segno della croce, ridonava loro la primitiva salute. In quella grotta rimase per molto tempo nascosto ai persecutori, riverito e nutrito dalle bestie feroci, fino a quando alcuni cacciatori del persecutore Agricola inseguendo le belve, arrivarono nella grotta e vi ritrovarono San Biagio inginocchiato e assolto in preghiera. Sbalorditi corsero da Agricola il quale ne ordinò subito l’arresto. Mentre arrivavano per catturarlo, alla presenza dei soldati increduli, risanò alcuni malati con il segno della Croce e così pure nelle carceri della città dove fu rinchiuso. Molto si parlò della guarigione di un fanciullo, unico figlio di una madre rimasta vedova, al quale era rimasta conficcata nella gola una spina di pesce difficile da togliere tanto che la gola si era enormemente gonfiata ed infiammata provocando dolori continui. Il santo uomo, alzando gli occhi al cielo benedisse la gola del bambino che, all’istante, rigettò la spina senza difficoltà. Agricola, informato dell’accaduto, accecato dalla idolatrica superstizione, infierì sempre più contro di Lui e dopo aver tentato invano di indurlo ad adorare false divinità, ordinò che fosse crudelmente battuto per tre ore. Lo sdegno e l’ira di Agricola, per la forza e la consolazione che il santo diceva di ricevere dall’Altissimo, fece si che venne buttato nuovamente in fetide carceri per indebolire il corpo; per il suo fervore intrepido fu torturato ancora e gli fu squarciato il corpo con pettini di ferro usati per cardare la lana. Alcune donne avevano raccolto in candidi panni il sangue che dal corpo di San Biagio stillava sul terreno e , per questo accusate dai carnefici furono fatte uccidere. Alla fine, il Santo leccese, fu condannato ad essere precipitato e affogato in un profondo stagno, ma egli fece sopra di esso e sulle acque il segno della Croce, risalì illeso e , tornato a riva, predicava la verità della Religione Cristiana. Giunto però a terra, terminò il suo glorioso conflitto con l’essere decapitato nell’anno del Signore 316. Il suo corpo fu seppellito da alcuni devoti nella città di Sebaste, nel giardino della donna madre del fanciullo, liberato dalla spina di pesce. Dopo tanto tempo il suo corpo venne portato da alcuni mercanti nella città di Siracusa dove fu collocato in un ricco sepolcro e da lì numerose reliquie giunsero in molteplici chiese di Lecce in cui, insieme con Sant’Oronzo, San Biagio veniva venerato con filiale e profonda pietà tanto che in perpetua memoria del suo santo cittadino, impose il suo nome alla porta orientale della città, porta San Biagio appunto, la stessa ,si racconta, dalla quale fosse fuggito per Sebaste. Non fu difficile quindi ai soldati leccesi diffondere fra gli abitanti del Casale di “Santa Maria della Vetrana” il culto e la devozione verso il proprio concittadino, costruendo con le offerte dei fedeli una piccola chiesa, non lontano da quella più grande di Santa Maria, di cui le uniche notizie provengono dai verbali delle visite episcopali. Mons. Camillo Borghese nel 1595 la trovò in condizioni di estremo degrado, senza altare, e senza l’immagine del santo. Ragion per cui le reliquie venerate del santo furono trasferite nell’attigua chiesa di Santa Maria del Casale. Al tempo stesso al comune venne affidato il compito di provvedere alla riattazione della cappella. Ma la situazione non migliorò. Infatti Mons. Fornari nel 1603 trovò l’altare in pessime condizioni e proibì la celebrazione della messa fino a quando non fosse stato degnamente ornato. Ignorata poi da mons. Ridolfi nel 1629, ricompare poi con mons. Parisi (1638) nell’elenco delle cappelle fuori le mura. Nella visita del 1647 dello stesso vescovo venne fatto obbligo di celebrare nella cappella una messa nel giorno della festa del santo. Infine nel 1706 mons. Francia scrive che della cappella aveva cura il sacrestano della chiesa di S. Maria il quale provvedeva a chiuderla al tramonto del sole. L’occorrente per la celebrazione della messa era preso dalla vicina chiesa. Ma con l’insediamento della popolazione intorno al castello fortificato e la costruzione di una prima chiesa presso di esso, la cappella gestita dal clero, divenne meta giornaliera di pellegrinaggio da parte dei fedeli. Ogni anno il 3 febbraio, giorno della festa del Santo, tutta la popolazione, insieme con le istituzioni e il clero si recavano solennemente in processione per la celebrazione della messa cantata nella cappella e per la benedizione della gola , atto compiuto con due candele incrociate, benedette il giorno prima che trae origine dalla miracolosa guarigione della gola, operata dal santo, al fanciullo. Queste tradizioni sono sopravvissute fino ai nostri giorni seppur mutate radicalmente. Alcuni documenti, datati rispettivamente 1884 e 1928, possono aiutarci a ricostruire come si articolava questo giorno di festa tra la fine dell’ Ottocento e gli inizi del Novecento, essi infatti contengono interessanti notizie sul giorno della solennità del 3 febbraio che un tempo assumeva quasi le sembianze di un pellegrinaggio verso l’antica cappella del santo; La processione avveniva alle ore 11,00 della mattina e in questa occasione erano portate in processione entrambe le statue di Sant’ Antonio e San Biagio, al termine aveva luogo la solenne celebrazione liturgica e l’antico rito della "benedizione della gola”. Questo giorno era legato anche all’accensione dei falò negli angoli delle strade del paese d’onde il nome dialettale di “San Biaggiu ti lu fuecu”, questa tradizione locale andata perduta negli ultimi decenni è stata recuperata, con zelo e amore per le proprie tradizioni, dal comitato per la festa patronale di San Biagio che dal 2015 allestisce, nella serata del 3 febbraio, un unico falò, recuperando anche l’antica usanza della processione del Santo.


Tuttavia, bisogna stabilire quando la devozione verso San Biagio è diventata vero e proprio patronato. Infatti scorrendo i registri più antichi dell’archivio parrocchiale (nella fattispecie quelli relativi ai battesimi che risalgono al XVI secolo) ci si accorge che sono pochi i bambini tenuti a battesimo col nome Biagio, più numerosi invece, appaiono quelli col nome Antonio. Questo dipende dal fatto che sin da tempi antichi a patrono della Vetrana (antico nome di Avetrana) è stato Sant’Antonio di Padova sotto la cui figura si sviluppò perfino una confraternita, vestita di “sacco color cimerizzio” con mozzetta e l’immagine del santo sul lato sinistro. Essa contribuì a far prevalere il culto di Sant’Antonio su tutte le altre devozioni religiose. A prova di ciò nel 1684, Mons. Carlo Cuzzolino nel descrivere l’altare dedicato al Sant’ Antonio, trovato ben ornato, aggiunge “come si conviene al Santo Protettore di detta Terra” e nel 1747 in una relazione sulla chiesa parrocchiale, l’arciprete Francesco Valerio Briganti afferma che “Sant’Antonio di Padova è il protettore della predetta Terra della Vetrana in cui esiste la sua statua in pietra con angelo d’argento” sicuramente in riferimento alla statua in pietra ancora oggi esistente e conservata nel salone della chiesa matrice. Tuttavia dopo la meta del XVIII nei verbali dei vescovi oritani inizia a comparire come patrono ora S. Antonio di Padova ora S. Biagio riconoscendo il primo come protettore maggiore e l’altro protettore minore (1774 mons. Celaja) ; o ancora i due santi risultano addirittura compatroni. Il motivo di questo è semplice ed ascrivibile ad un’antica preghiera di ringraziamento a San Biagio, per il patrocinio offerto alla popolazione in un’occasione ben particolare. Questa prece in dialetto locale è stata tramandata dalle generazioni passate e di cui negli ultimi decenni si era persa traccia e memoria. Essa racconta di un miracolo che operò san Biagio per la cittadina di Avetrana, il 20 febbraio 1743 alle 16.30, pochi giorni dopo la ricorrenza del 3 febbraio, questa è la data del disastroso terremoto “di Nardò”, di magnitudo 7.1, che distrusse le città di Nardò e Francavilla facendo tuttavia pochissime vittime. Ad esempio a Nardò dove su una popolazione che all’epoca contava 8000 abitanti vi furono 150 vittime (il 2%). L’esiguo numero di vittime fu attribuito all’intercessione e alla protezione dei propri Santi Protettori, così a Nardò si stabilì la festa di San Gregorio Armeno al 20 gennaio, a Francavilla si ringraziò la Madonna della Fontana, a Oria San Barsanofio, a Manduria l’Immacolata e così via. Ad Avetrana si racconta di una donna che vide San Biagio mettere il pastorale tra le pietre del lastricato della piazza per fermare il terremoto che cessò all’istante. Da allora non c'era casa ad Avetrana che non custodisse una immagine del santo in onore del quale ardeva una lampada ad olio, che sembrava avesse poteri miracolosi. Infatti quando qualcuno della famiglia aveva a che fare con tosse, laringiti, faringiti la donna più anziana intingeva le dita in quell'olio e ungeva la gola del malato. Il culto di S. Biagio prese così il sopravvento su quello di Sant’Antonio, dovuto anche all’estinsione della confraternita del santo di Padova. Nel 1766 il vescovo oritano Mons. De Los Reyes registra per la prima volta nella nuova chiesa parrocchiale la presenza di un altare lungo la navata del SS.mo Sacramento dedicato a San Biagio (precedentemente dedicato all’Immacolata Concezione come si legge nella relazione dell’Arciprete Valerio Eugenio Briganti del 1747) abbandonando così l’antica cappella poiché la devozione al santo si era trasferita nella nuova chiesa. L’altare viene descritto come corredato da un’immagine dipinta in tela, attualmente collocata in alto a destra della Cantoria, datata 1778 ad opera del pittore manduriano Pasquale Bianchi, sul cui dossale compare anche una breve iscrizione latina: “Protector tuus Ego sum” [sono il tuo protettore]. Tale novità è confermata dai verbali della visita episcopale di mons. Kalefati che annota la presenza di un altare dedicato a San Biagio “…protettore principale colla sua immagine in tela con tale rito ab immemorabili adorato dal popolo e solennizzato dal capitolo come quello che era il protettore dell’antico borgo nominato Santa Maria…”. Tuttavia la devozione della popolazione in Sant’Antonio di Padova è rimasta sempre viva, tant’è che ancora oggi il giorno della vigilia del 29 aprile la statua di Sant’Antonio viene portata in processione accanto quella di San Biagio e si solennizzano anche i suoi festeggiamenti nei giorni 12 e 13 giugno. Il 17 agosto 1857 il Decurionato (il comune), delibera la costruzione della Statua del Patrono San Biagio col ricavato dalla vendita del letame che andava a sommarsi al denaro raccolto con una spontanea sottoscrizione popolare che si era però rivelata insufficiente allo scopo. La statua di San Biagio, pregevole opera in cartapesta di scuola leccese, venne realizzata e collocata sull’altare omonimo, che era di patronato del Comune, in sostituzione della tela. Non ci è dato sapere il nome dell’autore di questa icona che non compare inciso in nessun punto di essa. Si ha però notizia di due restauri uno nel 1906 in cui fu eliminata la vecchia portantina tarlata e l’altro nel 1981 unitamente alla basetta. Un’importantissima reliquia è quella conservata in Avetrana: qui è infatti custodito in un ostensorio d'oro un frammento della gola di san Biagio. All’interno del reliquiario si legge la seguente iscrizione: Ex gutture S.Blasii Epis [copus] et M [artir]. «Frammento dalla gola di S. Biagio Vescovo e Martire.» C’è da pensare che si tratti della stessa reliquia proveniente dalla cappella fuori le mura, ora esposta e portata processionalmente nei giorni della festa patronale. Inoltre da un documento datato il 19 marzo 1923 si può fare l’inventario di un “Tesoretto di San Biagio” composto da tutti gli ex voto e gli ornamenti della statua custoditi dall’Amministrazione Comunale, che venivano spontaneamente regalati al santo taumaturgo da privati cittadini per una qualche grazia ricevuta e un tempo mostrati sull’altare e sulla statua nei giorni della festa patronale. Di alcuni di essi oggi purtroppo si è persa ogni traccia…

Strettamente connessa alla festa di San Biagio fu certamente l’istituzione di una fiera in suo onore e in occasione della festa patronale, la cui data si adatterà successivamente a quella della fiera ma non si è riusciti a stabilire con esattezza l’epoca della sua istituzione. Con Decreto Reale del 22 agosto 1863 il Comune viene autorizzato a stabilire una fiera annuale di animale nei giorni 4 e 5 maggio ma con successiva delibera consiliare del 12 maggio 1879 la fiera viene ancora spostata nei giorni 22 e 23 aprile e infine con un altro atto del 15 marzo 1913 il consiglio fissa definitivamente la data della fiera e quini della festa al 28 e 29 aprile. Dopo vari anni di assenza il Consiglio Comunale nel 1987 deliberò il suo stabile e definitivo ripristino. Da due preventivi redatti dall’arc. pro-tempore don Francesco Saverio Ferrara emergono i tratti solenni della funzione liturgica legata alla festa patronale nella prima metà del novecento, che per molti aspetti ricalcano gli odierni festeggiamenti, rimasti inalterati nel tempo: il panegirico pronunciato dal padre predicatore dall’alto del pulpito, il baldacchino del santo, l’uso solenne dell’organo a canne, il canto del “Te Deum” ,antico inno cristiano recitato alla fine dell’Ufficio delle letture, nelle solennità e nelle feste e il canto dell’ “INNO A SAN BIAGIO” scritto dall’intraprendente sacerdote Don Arturo Mazzei in occasione della festa patronale (oggigiorno caduto nel dimenticatoio). Un tempo non solo l’altare del santo ma la chiesa intera era parata solennemente a festa con ricchi drappeggi. Il 21 marzo 1928 fu firmato un concordato tra il Comune, rappresentato dal sindaco Aristodemo Marasco, e l’arciprete della chiesa matrice Francesco Saverio Ferrara (chiamato affabilmente dalla popolazione “nunnu arcipreti”), a seguito dell’emanazione di un Decreto della Conferenza Episcopale Pugliese (1927) che dettava norme in materia di feste religiose, circa l’organizzazione della festa civile e religiosa di San Biagio. Poiché la commissione doveva essere, da allora in poi, approvata dal parroco e il budget della festa venne fissato in lire 5000 (corrispondenti a circa 8600,00 euro attuali), di cui dovevano essere poi detratte lire 1000 dal bilancio da utilizzare per il padre predicatore, la paratura chiesa, le funzioni liturgiche;

£ 4000 erano invece destinate all’organizzazione della festa civile (bande, luminarie etc.); 

da tale somma infine andava detratto il 10% (circa £ 400) che la commissione doveva versare al parroco il giorno della festa patronale. Il lato economico, fondamentale per la realizzazione della festa, era legato all’obolo dei fedeli, dei grandi latifondisti del paese, alle questue e al contributo dei vari enti come la Banca Di Avetrana , la Cantina Sociale e i vari negozi. In particolare il sostegno economico del Comune inizialmente episodico ma dagli anni ‘20 (che escluso il periodo bellico e altre circostanze ) è stato costante fino ai giorni nostri. Un episodio curioso è rimasto impresso nei ricordi di molti avetranesi che per la sua estrema vivacità sembra essere uscito dalla penna di Giovannino Guareschi autore della esilarante saga di Don Camillo e Peppone. Protagonisti due personaggi rimasti nella memoria degli avetranesi: l’arciprete Don Leonardo Perrucci e il Sindaco comunista Antonio Saracino. Correva l’anno 1962 e con l’approssimarsi delle feste patronali il parroco, che detiene la presidenza della commissione preposta all’organizzazione dei festeggiamenti solenni in onore di S. Biagio, fa richiesta al Sindaco per l’uso delle piazze nei giorni della festa ricevendone come per l’anno precedente l’ennesimo rifiuto. Nel 1961 infatti al secco rifiuto del sindaco di concedere le piazze, il parroco incassò ma per tutta risposta fece erigere la Cassa Armonica per i concerti bandistici e le luminarie nella piazzetta antistante la Chiesa Matrice e vie limitrofe. Esasperato dal comportamento ostruzionistico del Sindaco, l’arciprete questa volta però risolve di mettere al corrente della cosa il Prefetto. Questi di rimando scrive con estrema urgenza al sindaco chiedendogli i motivi che lo hanno spinto a prendere una tal drastica decisione. Il sindaco prontamente chiarisce al prefetto le sue ragioni spiegando che il parroco dal momento dell’insediamento dell’amministrazione si era sempre opposto alla eventualità di inserire un rappresentante dell’amm.ne all’interno del comitato feste che invece per antica tradizione aveva da sempre ospitato se non il sindaco almeno un rappresentate amministrativo. Il sindaco ovviamente non si lascia scappare l’occasione per riferire al prefetto che il parroco era palesemente legato ad una certa e chiara faziosità politica. A stretto giro di posta il prefetto risponde che i motivi addotti dal sindaco non sono tali da giustificare il provvedimento così restrittivo da esso adottato. Il sindaco poteva certamente negare l’uso delle piazze ma solo per motivi connessi all’ordine e all’incolumità pubblica. Un simile rifiuto a giudizio del prefetto andava a colpire profondamente le tradizioni popolari e il sentimento religioso. Il sindaco veniva perciò invitato a rispettare le tradizioni e a non turbare la serena celebrazione della festa patronale. Di contro il permanere del suo atteggiamento avrebbe costretto il prefetto, avvalendosi delle prerogative concesse dalla legge, a rimuoverlo dall’incarico amministrativo. Morale della favola il parroco ottenne la concessione delle piazze per i festeggiamenti ma dal 1961 al 1963 il comune si astenne da ogni concorso economico alla festa patronale. Luci, colori, fuochi d’artificio, profumi di sapori tradizionali e tantissime persone sono in questi anni gli ingredienti della Grande festa in Onore del Santo nei giorni 28, 29 e 30 Aprile e di cui quest’anno è ricorso la commemorazione del XVII centenario del martirio del Santo (316 d.C- 2016 d.C) . Ogni anno si ripete, come un rituale dei tempi antichi, lo svolgimento della festa che ha inizio il 20 Aprile con la solenne novena e va a concludersi con le manifestazioni civili nei giorni 28 29 e 30 aprile, in cui si svolge la lunga processione (28 aprile) che accompagna la statua del Santo Patrono San Biagio e quella del compatrono San Antonio attraversando ile vie di Avetrana in un’atmosfera spirituale e mistica. La sera è tempo di festeggiare attraverso le vie del centro, addobbate con migliaia di lampadine a led che da quest’anno saranno una sfida a se stesse proponendosi sempre piu grandi, maestose e sorprendenti per i numerosissimi turisti e curiosi che ne godranno della loro bellezza e sontuosità. La tradizione vuole che le vie del centro si riempiono di brulicanti commercianti che con le loro bancarelle e mercati, rallegrano il passeggio. La sera del 30 aprile Avetrana concluderà i tre giorni in onore del Santo Patrono San Biagio con il Concerto artistico che si svolge in piazza Vittorio Veneto. Il Comitato Feste Patronali non può fare altro che inviatarvi numerosi alla Grande Festa.

  • 17 gennaio festività di Sant'Antonio Abate
  • 19 Marzo festività di San Giuseppe
  • 12 e 13 giugno festività del compatrono Sant'Antonio
  • 16 luglio festa della Madonna del Carmine
  • 15 agosto festività nella localita marina di Torre Columena della Madonna Assunta in cielo
  • 15 settembre festa della B.V. Addolorata
  • 7 ottobre festa della Madonna del Rosario
  • 8 dicembre festa dell'Immacolata

Inoltre sia nel periodo estivo che in quello natalizio la cittadina pulula di eventi tra cui quelli principali vi sono il "Presepe vivente" nel castello a Natale, "La Giostra dei Rioni", "il FOOD FESTIVAL" e la sagra detta "Fricennu Mangiannu" nel mese di Agosto, insieme ad una moltitudine di sagre e feste accompagnate da buon cibo e il ballo tradizionale salentino della PIZZICA.

Geografia antropica[modifica | modifica wikitesto]

Frazioni[modifica | modifica wikitesto]

Urmo Belsito (o semplicemente l'Urmo) è una località sita tra Avetrana (da cui dista 4 km.) ed il mare (da cui dista circa 2 km). Suggestivo il panorama che si può ammirare che spazia su un pezzo di specchio di mare e di costa tra Gallipoli e Maruggio. Il villaggio, in cui si trovano strutture come un campo sportivo e una chiesa all'aperto, è abitato prevalentemente in estate.

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Recentemente si è sviluppato il settore turistico, sfruttando la vicinanza alla costa, distante 5 km, con un'offerta di strutture ricettive di tipo agrituristico o Bed & Breakfast.

Infrastrutture e trasporti[modifica | modifica wikitesto]

Strade[modifica | modifica wikitesto]

I collegamenti stradali principali sono rappresentati da:

Amministrazione[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito è presentata una tabella relativa alle amministrazioni che si sono succedute in questo comune.

Periodo Primo cittadino Partito Carica Note
9 agosto 1988 6 marzo 1992 Francesco Scarciglia Democrazia Cristiana Sindaco [7]
2 maggio 1992 7 giugno 1993 Giovanni Scarciglia Democrazia Cristiana Sindaco [7]
7 giugno 1993 28 aprile 1997 Giovanni Scarciglia Democrazia Cristiana Sindaco [7]
28 aprile 1997 14 maggio 2001 Luigi Conte L'Ulivo Sindaco [7]
14 maggio 2001 30 maggio 2006 Luigi Conte L'Ulivo Sindaco [7]
30 maggio 2006 16 maggio 2011 Mario De Marco Casa delle Libertà Sindaco [7]
15 maggio 2011 5 giugno 2016 Mario De Marco Lista civica: L'Impegno Continua Sindaco [7]
5 giugno 2016 in carica Antonio Minò Lista civica: Per Avetrana Sindaco [7]

Gemellaggi[modifica | modifica wikitesto]

Sport[modifica | modifica wikitesto]

Calcio[modifica | modifica wikitesto]

La principale squadra di calcio della città è l'U.S.D. Avetrana 2012 che milita nel girone unico pugliese di Eccellenza. È nata, come suggerisce il nome, nel 2012.

È presente,tra l'altro,una società di Ginnastica Artistica affiliata alla F.G.I. presente sul territorio dal 1989,la A.S.D. "meeting club Palestra.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Dato Istat - Popolazione residente al 30 aprile 2017.
  2. ^ Tabella dei gradi/giorno dei Comuni italiani raggruppati per Regione e Provincia (PDF), in Legge 26 agosto 1993, n. 412, allegato A, Ente per le Nuove Tecnologie, l'Energia e l'Ambiente, 1 marzo 2011, p. 151. URL consultato il 25 aprile 2012.
  3. ^ AA. VV., Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Milano, GARZANTI, 1996, p. 49.
  4. ^ Il Marsella[senza fonte] riporta che fosse un tal Chria, di origine avetranese, a guidare l'assalto turco.
  5. ^ Lo "Status Animarum" del 1654 attribuisce in quel tempo ad Avetrana 684 abitanti. La proprietà del feudo in quest'epoca è incerta: alcuni documenti sembrano attribuire il feudo alla famiglia Romano (il "liber mortuorum" cita Angela Greco, deceduta il 28 agosto del 1658, come moglie di Giuseppe Romano, "barone di questa terra”, mentre il Foscarini ed altri autori[senza fonte] sostengono che il feudo fosse passato ai Romano solo nel 1769). Altri documenti dell'archivio ecclesiastico sembrano suggerire che in un primo momento la famiglia Imperiale avesse in possesso solo il feudo di Modonato.
  6. ^ Statistiche I.Stat ISTAT  URL consultato in data 28-12-2012.
  7. ^ a b c d e f g h http://amministratori.interno.it/

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: (EN248140916