Aura (mitologia)

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Aura (o Aula), figlia di Peribea, è una ninfa della mitologia greca. Il nome deriva dalle sue movenze, veloci come il vento.

Secondo il mito viveva nei boschi dedicandosi unicamente al combattimento con cinghiali e leoni, restia e avversa alle tentazioni amorose. Orgogliosa della sua verginità arrivò a trasformare un giovane in un cervo solo perché questi aveva osato guardarla.

Su di lei si abbatté, tramite Nemesi, la collera di Artemide. La dea era adirata con Aura per un commento fattole sul suo corpo durante un bagno nelle cascate del Sangario. Nemesi fece in modo che l’attenzione di Dioniso si posasse sulla ninfa.

Per possederla il dio fu costretto a trasformare l’acqua della fonte nella quale Aura beveva in vino. Dopo aver bevuto Aura si stese all’ombra di un albero addormentandosi. Dioniso allora si avvicinò, allontanò la faretra e l’arco e, dopo averle legato mani e piedi, la violentò. Terminato si allontanò da lei dopo averle sciolto gli arti e rimesso la faretra al suo posto.

Aura si risvegliò, vide le sue nudità e, grazie a un sogno avuto in precedenza nel quale vedeva Eros offrire una leonessa a Afrodite e Adone, mentre lei stava in mezzo ai due, capì. Si sentì allora invadere da una furia tremenda, scese a valle travolgendo e uccidendo chiunque le si ponesse davanti, fino a quando il suo passo si fece più pesante sotto il peso della gravidanza. Allora le apparve Artemide sorridente, ironica, a rivelarle il nome del padre.

Nacquero due gemelli, verso i quali la ninfa avvertiva un forte odio. Li offrì ai venti del cielo affinché li portassero via; provò a farli mangiare da una leonessa mettendoli in una tana. Ma in questa entrò una pantera che li accudì allattandoli, mentre due serpenti all’entrata facevano da guardia.

Allora ne prese uno in braccio lo lanciò in aria e una volta ricaduto a terra si gettò su di lui come a sbranarlo. Artemide, atterrita da tanta violenza, si precipitò a salvare l’altro gemello, Iacco, e lo portò via consegnandolo a Dioniso.

Infine Aura, ancora in preda a una furia cieca, si suicidò gettandosi nelle acque del Sangario.

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