Assunta Viscardi

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

Assunta Viscardi (Bologna, 11 agosto 1890Bologna, 9 marzo 1947) è stata un'insegnante italiana, fondatrice dell'Opera di San Domenico per i Figli della Divina Provvidenza. Il 9 marzo 2009 la Chiesa cattolica ha aperto il processo diocesano di beatificazione e canonizzazione, conclusosi il 16 aprile 2011 nella Basilica di S. Domenico. Il processo prosegue ora presso la “Congregazione per le cause dei santi”..

Infanzia e Giovinezza[modifica | modifica wikitesto]

Assunta nasce l'11 agosto 1890 e riceve il battesimo due giorni dopo. Trascorre l'infanzia insieme con la nonna materna, e lo zio Filippo, frequentando le scuole elementari e poi l'Istituto magistrale Manzolini.

Fino all'adolescenza Assunta conduce una vita serena, che viene però turbata da una crisi spirituale verso i 17 anni: al termine degli studi magistrali va a insegnare in un Istituto di Suore Domenicane a Chiavari (Genova), abbandonando la pratica religiosa. Dopo tre anni, nel 1910, ritorna alla fede e sorge in lei il desiderio della vita claustrale. La famiglia però le si oppone. Scoppia intanto la prima guerra mondiale (1914) e Assunta deve rimandare la sua entrata in clausura fino al 1919.[1]

Assunta entra in clausura nell'ottobre del 1919. Nel monastero carmelitano di Parma vive momenti molto felice, come si evince dalla sua autobiografia ma a causa della salute malferma, su consiglio del medico, nell'aprile dell'anno successivo lascia suo malgrado la vita del chiostro.[2]

L'Opera di San Domenico[modifica | modifica wikitesto]

Assunta era terziaria domenicana già dal 1914. Dopo l'uscita dalla vita claustrale torna a frequentare il Convento di S. Domenico nella sua città natale, Bologna. Qui si associa all'apostolato tra i bambini che venivano raccolti nel chiostro del Convento: di solito erano bambini con famiglie sbandate, che vivevano praticamente nella strada. Il Padre Enrico Brianza o.p., che aveva dato inizio a questo movimento di terziarie per educare questi bimbi, visto che Assunta era una persona di valore, la nominò segretaria di quest'opera di apostolato che aveva denominato “Opera di S. Domenico per i figli della divina Provvidenza”. Quasi subito, però, il Padre dovette separarsi dall'iniziativa perché nel 1921 fu nominato Priore provinciale. Continuò peraltro a seguirla, soprattutto consigliandola e sostenendola.

Assunta non venne meno alle aspettative del Padre Enrico, prendendo sulle sue spalle l'organizzazione e diventando di fatto la fondatrice dell'Opera di S. Domenico. Cominciò a inviare i bambini più disagiati negli Istituti, pagando per essi la retta (a questo programma diede il nome di “Casa Vivente”); nel 1924 iniziò la pubblicazione delle “strenne” natalizie (che ha scritto ogni anno fino alla morte) per raccogliere i soldi per le rette dei bambini ospitati nei collegi; sempre nel 1924 diede vita all'attività della “Porticina” della Divina Provvidenza, una specie di ‘pronto soccorso' di carità materiale immediata; nel 1926 iniziò la pubblicazione del giornalino bimestrale “Pia Opera di S. Domenico per i Figli della Divina Provvidenza”, che scrisse di suo pugno, fino alla morte, per raccogliere offerte per i suoi bambini e oggetti vari a sostegno dell'attività caritativa della “porticina della Provvidenza”; nel 1928 pubblicò uno Statuto, ancora sommario, dell'Opera di S. Domenico; nel 1937 ottenne il riconoscimento canonico, da parte dell'Arcivescovo di Bologna, dell'Opera di S. Domenico come “Pia associazione di fedeli”; nel 1940 la seconda guerra mondiale portò, come ovunque, distruzioni e deportazioni: Assunta si segnalò per aver salvato parecchie persone ebree dalle conseguenze delle leggi razziali; nel 1944 aprì il “Nido di Farlotti”, un istituto per maschietti ancora in fasce, che a Bologna non esisteva; prima ancora del “Nido”, che si trovava a 6 km da Bologna (a Colunga di S. Lazzaro), Assunta aveva dato vita, con l'aiuto delle Suore Domenicane della Beata Imelda, anche all'Orfanotrofio della Madonna di S. Luca, su sollecitazione dell'Arcivescovo di Bologna, il Card. Giovanni Battista Nasali Rocca, e l'incitamento del P. Enrico Brianza. Queste notizie sono ricavate soprattutto dal resoconto annuale che Assunta ha pubblicato nelle strenne che vanno dal 1924 al 1947.

Di particolare importanza è la strenna del 1940, dove Assunta traccia la storia dell'Opera di S. Domenico nei primi vent'anni di attività. Invece i libri Alere flammam[3] e La fiamma divampa[4] raccolgono il suo diario spirituale di questo periodo.

Morte[modifica | modifica wikitesto]

Questi sono gli ultimi anni per Assunta. Dopo un'ultima operazione, era la quarta che subiva negli ultimi 15 anni, Assunta non si riprese più. Trascorse gli ultimi due mesi a letto nella sua camera, continuamente assistita dai suoi familiari e dai collaboratori che intanto continuavano l'attività presso l'Opera di S. Domenico. Morì di embolia il 9 marzo 1947.

Tutta Bologna la pianse, tanto che i suoi funerali si sono dovuti tenere all'aperto, a causa dell'imponente partecipazione di popolo.

Assunta Viscardi va ricordata soprattutto come educatrice, perché ha amato i bambini più di se stessa. Diceva che ogni bambino deve avere «la sua speciale carezza, uno speciale senso di protezione, di cura, di affetto, come se fosse unico». E aggiungeva che bisogna educare alla bellezza, perché «far sentire, capire, apprezzare la bellezza è mettere basi di felicità e di bontà». A tale scopo ha continuato sempre a fare la maestra, benché fosse completamente assorbita dall'Opera di S. Domenico, e ha scritto molti libri, 33, e numerosissimi articoli.

A lei è dedicato una scuola elementare (primaria A.Viscardi, Istituto Comprensivo Statale 12 Bologna); le sue spoglie giacciono all'Istituto Farlottine - scuole San Domenico, che ne ha raccolto l'eredità spirituale.

Secondo l'insegnamento di Assunta, le scuole devono mirare a sostenere la famiglia nel proprio ruolo educativo, che è un ruolo d'amore. Ciò valeva ieri, ma vale ancor di più oggi, che c'è una immensa povertà spirituale e affettiva che danneggia l'anima dei bambini, anche se forse non danneggia il loro corpo.

La testimonianza di Enzo Biagi[modifica | modifica wikitesto]

Numerosi giornali, locali e nazionali, hanno dedicato articoli memorabili alla figura di Assunta Viscardi, tra cui si ricorda soprattutto quello di Enzo Biagi. Biagi l'ha ricordata a modo suo, cioè con un articolo efficace e "fresco", pubblicato sul settimanale "Oggi" nel 1947. L'attività che Assunta svolgeva alla "Porticina" (Assunta diceva che la particina era il “pronto soccorso” della carità) aveva infatti ampliato la sua popolarità, rendendola “famosa” e molto amata dai bolognesi.

Dicono che la signorina Assunta Viscardi un giorno sarà fatta santa. Lo ha detto anche un prete

durante i funerali: «La Chiesa», ha precisato, «si occuperà presto di lei, della sua vita tutta spesa a fare del bene».

La faranno santa e metteranno grandi quadri sugli altari col ritratto della mestrina che aiutava i poveri: chi sa se le copriranno la testa con quel cappellino di feltro marrone, quel cappellino da pochi soldi, che portava una sera d'inverno del 1939, quand'io la conobbi. Facevo il cronista e mi dissero di andare a trovarla, per cavarci mezza colonna e non di più; nevicava ed io non avevo voglia di cercare una maestrina che faceva della carità, immaginavo una vecchia zitella bigotta, di quelle che si occupano con morbosa tenacia di cani o di bambini. Via Rolandino era buia e feci fatica a scovare il portoncino della «Pia Opera di San Domenico per i Figli della Provvidenza»: entrai in una stanzetta fredda, piena di strana roba, una culla, materassi, vestiti, brocche, un cavallo a dondolo, libri, vasi da notte, un pendolo, un cappello da bersagliere. C'era una vecchietta che tremava e mi ricordava «La sgnera Catereina» di Testoni, grassoccia e petulante. Mi disse che «la signorina» avrebbe tardato poco, anche quei signori la aspettavano. «Quei signori» erano una ragazza dalle labbra molto rosse e dalla faccia gialla, che teneva tra le braccia un bambino nato da poco e che si lamentava di continuo, un ometto sulla sessantina con in testa una tuba e protetto da un mantello, la «capparella», come la chiamano qui, un giovanotto molto robusto che doveva essere stato più volte in contatto con la «benemerita» e due donne di quelle che al mattino presto vanno a spazzare gli uffici o le trovi anche di gennaio a sciacquar panni nell'acqua gelida del canale.

La vecchietta sembrava, oltre che una assistita, la custode del locale e dei vari arnesi che riempivano alcuni scaffali. Aspettando catalogavo quelle cose disparate, stavo a sentire quella gente che attendeva, chiacchierando, l'arrivo della «signorina». Il giovanotto robusto fissava con attenzione la ragazza dalle labbra rosse che badava a dire che lei non poteva tenerlo e che il padre chi sa chi era, e dove era, e non si può lavorare con un bambino dietro: «Speriamo che me lo prenda», concluse con un sospiro L'ometto dal mantello aveva un'aria decorosa e faceva composti giochi al bambino per tentare di calmarlo, e il giovanotto, per ammazzare il tempo, mi domandò una sigaretta. Le due donne avevano bisogno di aiuto, raccontavano, perché una aveva il marito richiamato e molti figli, e l'altra molti figli ma non il marito. Parlavano delle loro miserie con disinvoltura, come le signore di combinazioni o di un film, mentre i due uomini ascoltavano e tacevano, indifferenti. Finalmente «la signorina» arrivò, i poveri dissero tutti assieme «buonasera» e lei rispose sorridendo. Prima sbrigò il giovanotto che mise in tasca qualcosa e se ne andò senza salutare nessuno, poi il vecchio le parlottò in un orecchio, la maestrina frugò un poco negli scaffali e tirò fuori, con molta soddisfazione, un paio di mutande da uomo, di quelle lunghe, coi lacci in fondo, che l'individuo in tuba esaminò attentamente, incartò e portò via. Toccò, chiamiamole così, alle due operaie; una voleva mettere «la più piccola» in collegio, all'altra serviva un materasso e lo ebbe. Una sola disse: «Pregherò per lei», e aveva gli occhi lucidi. Poi fu la volta della ragazza col figlio, e la signorina Assunta le chiese: «Fai sempre quella vita?», la donna fece di sì col capo. «Vuoi lasciarlo vero?». La donna fece di sì ancora, poi scoppiò a piangere, forte senza ritegno. Allora vidi la maestrina che l'abbracciava: «Non fare così», diceva, «coraggio, non fare così». Ma la ragazza continuava a piangere, e allora la signorina Assunta aprì la borsetta, le diede il cavallino a dondolo. «Gli piacerà più avanti», disse, e pregò la donna di tornare nel pomeriggio del giorno seguente: «Vedrai che qualcosa combineremo, lasciami pensare. Ma non devi piangere, non devi fare così». «Io», dissi, «ho bisogno di qualche notizia, per il giornale. Quello che lei fa per i poveri, mi racconti ciò che crede». «Parli dei poveri», disse, «c'è tanto bisogno». La guardavo e mi accorsi che non era poi tanto vecchia, anzi aveva qualcosa di molto giovanile nel comportamento, qualcosa di fresco e di lieto che molti perdono negli anni. Era simpatica, per niente zitella, una donna come tante, all'aspetto; la trovai anche graziosa. Mi mostrò un libro: «È la mia strenna: ogni anno ne scrivo una», e dei foglietti che erano il giornalino dell'Opera, e lei scriveva tutto, col nome di Vittoria, dalla prima all'ultima riga. C'erano pagine di calde invocazioni a Gesù, molte mistiche e dense di sentimento. Mi parvero, sinceramente, assai gonfie d'espressioni eccessive, ma erano valutate col metro della mia debole fede, e altre che narravano i casi di tanti disgraziati bisognosi di aiuto: prostitute, nobili o benestanti che avevano perduto ogni bene, ladri, serve sedotte e abbandonate, orfani, infermi, ogni specie di sciagura e di tristezza, e quelle storie che «Vittoria» scriveva alla buona, quelle storie che scriveva di notte, col cuore stanco e malato, con lo stomaco che conosceva il bisturi e doleva, dopo avere corretti i compiti degli scolari e tracciato il bilancio della sua situazione paurosamente passivo, arrivavano a toccare anche persone come me, che, facendo un mestiere che porta a conoscere tante faccende belle o brutte e a giudicarle sempre in funzione di piombo e di titoli, hanno messo assieme un certo scetticismo. Vi era, nel giornalino, una rubrica: «Desideri», che annotava le necessità di una numerosa schiera di sconosciuti: «Gianni è piccolo e vorrebbe una tromba», «Mi occorre del latte Mellin», «Mariuccia, che si sposa, ha bisogno delle scarpe»: erano le occasioni che «Vittoria» offriva al prossimo perché facesse un atto generoso e si conquistasse, se ci credeva, un merito in paradiso. Perché la maestrina, che per vent'anni ha corso tra collegi, ospedali, case equivoche, prigioni, salotti, canoniche, scuole, non chiedeva ai suoi amici poveri alcun documento, né religioso, né politico, e neppure il nome dell'assistito. Non aveva regole, né burocrazia.

È morta a cinquantasei anni, dilaniata dal male, e dietro alla cassa di quercia che conteneva il suo corpo leggero c'era un lungo corteo, i frequentatori di via Rolandino. Tante Mariucce, Gianni, tanti ometti con la tuba, giovani traviate, e anche facce note alla polizia. Non so chi, quest'anno, compilerà la "Strenna", chi scriverà il giornalino. Io spero, un giorno, di vedere la maestrina in San Pietro: ma non le facciano, i pittori, l'aureola attorno al capo. Era una santa allegra, simpatica, portava un cappellino di panno marrone, da pochi soldi, e penso che quei raggi che

si dissolvono attorno alla testa non le piacerebbero, farebbero ridere Santa Assunta Viscardi, che correggeva compiti e abbracciava le prostitute disperate

Assunta scrive di sé[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito si ripropone il racconto di Assunta, tratto dalla Strenna del 1930. Vigilia, il giorno prima di partire per un viaggio in Terrasanta.

Scendevo dal tram. Non badavo a niente, a nessuno... per la fretta... terribile male moderno che

sciupa tutto, inaridisce tutto. Uccide arte e poesia. Un bimbo mi si avvicina, scalzo, cencioso e mi chiede l'elemosina. Rifiuto, con dolcezza, ma rifiuto. Mi pare che sia male fare l'elemosina ai bambini, lasciare che si abituino all'accattonaggio... e, d'altra parte, mi si spezza il cuore a negare a un bimbo che domanda la carità l'obolo mio. Di solito accarezzo, interrogo, ma quel giorno avevo fretta e non potevo interrogare. Il piccino non si arrende al mio diniego, mi segue, mi si pone al fianco e mi supplica ancora. Finalmente, prorompe: - Ma perché vuol fare questa cattiveria, non darmi nulla? -. La voce ha perduto il tono cadenzato, monotono, scolastico, dell'accattoncello di mestiere, è la vera voce del bimbo, adesso dolce, ferma, severa. Guardo meglio il bel bimbo biondo e stracciato, accarezzo con l'occhio i piedini bruttati di polvere. Ha ragione; non dargli nulla è una cattiveria, passargli accanto indifferente è un egoismo! - Vieni con me - ti darò da vestirti. - Sì; dove? - A San Domenico. Rapida mi è sorta l'idea. Attigua alla basilica santa c'è una cappellina, l'antica “Cappellina dei nobili» dove ancora si trova qualche indumento destinato ai poveri. Chissà, forse posso riparare alla nudità del bambino. Si chiama Domenico, viene da Verona. Ha la mamma, dei fratellini, il padrino. La mamma è malata, quelli della “carovana” non le danno da mangiare. - Sono poveri, non hanno niente neanche loro. Capisco che il bambino fa parte di una banda di nomadi. - Eh, noi si fanno tutti i mestieri per guadagnar dei soldi. Ma non basta! - conclude con quel tono di saggezza rassegnata e vissuta che in un bambino di dieci anni fa male al cuore. - Sai leggere, scrivere? - Io, no, mai sono stato a scuola... - Da quanto tempo sei a Bologna? - Non so, tre mesi, due, non mi ricordo, ma qui son tutti cattivi! - Cattivi? Perché? - Non danno niente! E poi ci sono le “Guardie”. Mi mettono in prigione se mi vedono, perché son discalzo. Non vogliono che chieda l'elemosina -. E si volge intorno spaurito, pronto a fuggire. - No caro, no, non aver paura, ora sei con me e le Guardie non ti faranno niente. - Sono già stato due giorni in prigione -, mi confida piano piano, con accento desolato e nero... E, proprio, mentre egli mi confida il suo torbido ricordo, proprio fiancheggiamo le carceri. Mi si stringe il cuore, perché il bimbo se ne accorge e rabbrividisce tutto. La pupilla che s'affissa nella mia, con subito sgomento, è dilatata e dolorosa. La sentinella gira con la baionetta innestata e il bimbo l'osserva. - Se uno scappa l'ammazzano!; oh, che brutto posto. Meglio la fame che stare lì. Oh ! povera faccina di soli dieci anni, che già hai visto il dolore e l'orrore, che già sai che la vita è dura. Il mio piccolo amico divide la società in buoni e cattivi, niente altro. Per lui, buono è chi compatisce la sua miseria, chi viene incontro alla sua nudità e alla sua fame, tristo chi lo disprezza, chi lo allontana e non lo aiuta, o, aspro, gli dona. Il suo concetto risponde (egli non sa! ma la verità è nell'anima dei semplici, dei poveri, dei sofferenti) alla realtà evangelica. Non ha detto, forse, il Signore, che nell'ultimo, supremo giudizio l'umanità sarà divisa così: reprobi gli egoisti, gl'indifferenti, i duri di cuore, i sordi ad ogni richiesta dei fratelli; eletti i misericordiosi, i compassionevoli, che alla fame, alla sete, alla malattia del fratello porsero qualche refrigerio?

La chiesa è bellissima nella penombra del giorno che muore, bellissima e deserta. La Cappellina dei nobili, snella d'arco e di cupola, ha voce di preghiera nelle sue pareti... Nell'antica minuscola sagrestia, trasformata in deposito, c'è ben poca roba servibile per il bambino! Io sono desolata, egli, invece, tutto si rallegra e sorride, perché un vecchio paio di scarpe da tennis gli calza perfettamente, perché una giacchetta e un paio di calzoni troppo ampi sono proprio per lui, perché al posto della camicia che cade a brandelli, avrà una maglietta, perché invece del berrettaccio da “apache” un cappellino di paglia gli va perfettamente e lascia scoperta la sua fronte pura, e più chiara rende la sua pupilla azzurra. Non c'è più altro. Il bimbo mi guarda e ringrazia. Soprattutto è felice delle vecchie scarpe - rifiuto di gioco di bambini cui nulla manca - e mi dice piano: - Adesso le “Guardie” non mi prenderanno più in prigione, ho le scarpe!

Se ne va consolato, col suo fardello misero e prezioso, ma io resto con l'angoscia di non poter far nulla per lui, di saperlo misero, sbandato, ramingo e m'avvolge il cuore una grande malinconia.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Assunta Viscardi, Gentilezza italica, 1936.
  2. ^ Assunta Viscardi, Cuore che si dona, 1941.
  3. ^ Assunta Viscardi, Alere flammam, 1942.
  4. ^ Assunta Viscardi, La fiamma divampa, 1943.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Biografie Portale Biografie: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di biografie