Assemblea Costituente (Italia)

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Assemblea Costituente
Italia Italia
ElezioniPolitiche 1946
Inizio25 giugno 1946
Fine31 gennaio 1948
Capo di StatoAlcide De Gasperi (1946)
Enrico De Nicola (1946-1948)
GoverniDe Gasperi II (1946-1947)
De Gasperi III (1947)
De Gasperi IV (1947-1948)
PresidenteGiuseppe Saragat (PSIUP), Umberto Terracini (PCI)
Assemblea Costituente (Italia).svg
Eletti: elenco
DC
207 / 556
PSIUP
115 / 556
PCI
104 / 556
PLI
41 / 556
UQ
30 / 556
PRI
23 / 556
BNL
16 / 556
PDL
9 / 556
I legislatura Right arrow.svg
Assemblea Costituente
della Repubblica Italiana
Emblem of Italy.svg
129PalazzoMontecitorio.JPG
Montecitorio, sede dell'Assemblea Costituente
StatoItalia Italia
TipoMonocamerale
Istituito2 giugno 1946
PredecessoreConsulta nazionale
SuccessoreParlamento della Repubblica Italiana
SedeRoma
IndirizzoPalazzo Montecitorio, Piazza di Monte Citorio

L'Assemblea Costituente fu, in Italia, l'organo legislativo elettivo preposto alla stesura di una Costituzione per la neonata Repubblica e che diede vita alla Costituzione della Repubblica Italiana nella sua forma originaria. Le sedute si svolsero fra il 25 giugno 1946 e il 31 gennaio 1948. Votò inoltre la fiducia ai governi che si susseguirono in quel periodo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il Decreto legislativo luogotenenziale[modifica | modifica wikitesto]

Il Decreto legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98[1], affidava ad un referendum popolare la decisione sulla forma istituzionale dello Stato, apportando modifiche e integrazioni al precedente Decreto legge luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151[2], con il quale era stata concessa "al popolo italiano" la facoltà di eleggere " una Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato", al fine di sceglierne "le forme istituzionali". L'elezione era prevista dopo la liberazione e avrebbe dovuto svolgersi "a suffragio universale diretto e segreto"[3].

Diversamente dal Parlamento istituito dalla Costituzione repubblicana, i due decreti luogotenenziali menzionati non obbligavano esplicitamente il Governo a sottoporre i propri provvedimenti al voto dell'Assemblea democraticamente eletta, dalla quale poteva pur attribuendole il potere di sfiducia con voto a maggioranza assoluta dei membri.
Al contrario, la relativa valutazione di opportunità dell'approvazione era di volta in volta rimessa alla discrezione del potere esecutivo[4].

Il Decreto n.151/1944 fu invocato da Umberto di Savoia, Luogotenente Generale del Regno, come fondamento giuridico della sua autorità in materia di approvazione degli stati di previsione dell'entrata e della spesa dei singoli Ministeri e del bilanci delle Amministrazioni autonome per l'esercizio finanziario 1944-45[5].
Per quanto normato "sull’ ordinamento provvisorio dello Stato", la Costituzione promulgata il 27 dicembre 1947 recita che "con l’entrata in vigore della Costituzione si ha per convertito in legge il decreto legislativo luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151 [...]" (norma transitoria e finale XV).

Il referendum del 1946 e i risultati elettorali[modifica | modifica wikitesto]

Il 2 giugno 1946 si celebrarono libere elezioni, le prime dal 1924. Ebbero diritto di voto tutti i cittadini italiani maggiorenni (cioè, all'epoca, d'età superiore a 21 anni) di entrambi i sessi. Per la prima volta nello Stato Italiano si votò con suffragio universale. Dal voto furono però esclusi i cittadini, ancora a pieno titolo Italiani, delle province giuliane di Gorizia, Trieste, Pola, Fiume e della provincia dalmata di Zara, nonché i cittadini della provincia di Bolzano, poiché in quei territori neppure vennero costituiti i seggi (cfr. art. 1 c. 2 Decr. Lgt. 16 marzo 1946 n. 99).

Vennero consegnate contemporaneamente agli elettori la scheda per la scelta fra Monarchia e Repubblica, il cosiddetto Referendum istituzionale, e quella per l'elezione dei deputati dell'Assemblea Costituente, a cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova carta costituzionale, come stabilito con il Decreto legislativo luogotenenziale n. 98 del 16 marzo.

Al referendum istituzionale la maggioranza dei votanti scelse la forma di stato repubblicana con circa 12 milioni e 700 000 voti, contro 10 milioni e 700 000 per la monarchia. Umberto II di Savoia era Re d'Italia subentrato in seguito all'abdicazione del padre Vittorio Emanuele III il 9 maggio 1946. Alle ore 16.10 del 13 giugno 1946, di sua spontanea volontà il Re lasciò il Paese con la sua famiglia diretto in volo in esilio a Cascais, presso Lisbona, sotto il nome di conte di Sarre, dopo che il Consiglio dei Ministri la stessa mattina lo aveva dichiarato decaduto.

Il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione nella Sala della Lupa a Montecitorio ufficializzò definitivamente i risultati del Referendum, già proclamati il 10 giugno 1946. Il meccanismo elettorale dell'Assemblea Costituente era proporzionale a liste concorrenti in 32 collegi elettorali plurinominali. La legge elettorale prevedeva l'elezione di 573 deputati, ma le elezioni non si poterono svolgere nelle province di Bolzano, Trieste, Gorizia, Pola, Fiume e Zara.

Risultarono quindi eletti, in seguito alle elezioni, 556 costituenti. Il 25 giugno 1946 venne insediata l'Assemblea Costituente con Giuseppe Saragat alla presidenza.

Prima seduta dell'Assemblea Costituente.

L'elezione del capo dello Stato[modifica | modifica wikitesto]

Come suo primo atto, il 28 giugno 1946, l'Assemblea Costituente, dopo l'esito il 13 giugno del referendum istituzionale, si riunì per l'elezione effettiva del Capo provvisorio dello Stato, ed elesse Enrico De Nicola, al primo scrutinio con 396 voti su 501[6], superando la maggioranza dei tre quinti dei 556 componenti richiesta dal decreto.

Su 504 votanti, De Nicola (PLI) ottenne 396 voti, Cipriano Facchinetti (PRI) 40, Ottavia Penna Buscemi (UQ) 32, Vittorio Emanuele Orlando (Sin. storica) 12, Carlo Sforza (PRI) 2, Alcide De Gasperi (DC) 1, Alfredo Proja (DC) 1. Le schede bianche furono 14, le nulle 6.

La durata dei lavori, l'entrata in vigore della costituzione italiana e la fine[modifica | modifica wikitesto]

I lavori della Costituente avrebbero dovuto avere una durata di otto mesi, con una possibile proroga di non oltre quattro mesi[7]. Tale termine era a contarsi dalla prima seduta del 25 giugno 1946 e scadeva, quindi, il 24 febbraio 1947. Si fece allora uso della facoltà di proroga con legge costituzionale[8] e il termine fu spostato al 24 giugno del 1947. Il nuovo termine si rivelò comunque insufficiente e una nuova legge costituzionale[9] approvata dalla stessa Assemblea Costituente lo spostò ulteriormente al 31 dicembre 1947.

Un'ulteriore proroga fino al 31 gennaio del 1948 era contenuta nella XVII disposizione transitoria e finale della Costituzione, ma limitatamente all'emanazione della legge sulla stampa, degli Statuti regionali speciali e della legge elettorale per il Senato della Repubblica e fino al giorno delle elezioni delle nuove Camere in altri casi[10].

La procedura elettorale[modifica | modifica wikitesto]

I lavori furono disciplinati dai Regolamenti della Camera prefascisti[11], ma con varianti ammesse dalla Presidenza in considerazione della specificità dell'oggetto. Una di esse fu la votazione per princìpi, con cui si accorpavano le proposte per materia e si votavano per blocchi omogenei (ad esempio: il bicameralismo o il monocameralismo), andando poi a dettagliare con le votazioni sulle varianti interne all'opzione risultata vincente (es. bicameralismo perfetto o imperfetto).

Un'altra decisione fu quella di non inserire nel testo determinate materie, ma di orientarne l'interpretazione[12] attraverso ordini del giorno: ad esempio l’Assemblea Costituente manifestò, con l’approvazione dell’ordine del giorno Giolitti, il favore per il sistema proporzionale nell’elezione dei membri della Camera dei deputati, nella seduta dell’Assemblea del 23 settembre 1947; "nella seduta dell’Assemblea del 7 ottobre 1947 sarebbe poi stato approvato anche l'ordine del giorno Nitti, che prevedeva il suffragio universale e diretto, con il sistema del collegio uninominale per l’elezione del Senato"[13].

L'ordine del giorno era anche lo strumento per orientare il seguito dei lavori, ma era meno impegnativo dell'approvazione per princìpi e si prestava quindi a restare, in tutto o in parte, inadempiuto: è quello che sarebbe avvenuto con l'approvazione da parte della seconda Sottocommissione dei 75, nel settembre del 1946, dell'ordine del giorno Perassi. Con esso, in una fase iniziale dei lavori della Costituente, esclusa la forma del governo presidenziale, ci si pronunciava "per l'adozione del sistema parlamentare da disciplinarsi, tuttavia con dispositivi costituzionali idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell'azione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo"[14]; in seguito, però, "non passò la proposta di Mortati di una durata almeno biennale dei governi, né quella di Tosato che anticipava la formula della sfiducia costruttiva adottata qualche anno dopo nella Legge fondamentale tedesca. Tutto il funzionamento della nostra forma di governo veniva lasciato al comportamento dei partiti"[15].

Descrizione e caratteristiche[modifica | modifica wikitesto]

La composizione[modifica | modifica wikitesto]

I tre maggiori raggruppamenti furono quello della Democrazia Cristiana, che ottenne 207 seggi, quello del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, che ne ottenne 115, e quello del Partito Comunista Italiano, che ne ottenne 104.

I partiti con un solo deputato furono Gerardo Bruni del Partito Cristiano Sociale, Ugo Damiani del Movimento Unionista Italiano, Alessandro Scotti del Partito dei Contadini d'Italia e Giulio Bordon della coalizione valdostana Fronte Democratico Progressista Repubblicano.[16] All'esito del referendum del 2 giugno, le componenti erano così rappresentate:

Assemblea costituente 02/06/1946 - Italia[17]

Liste/Gruppi Voti % Seggi
Democrazia Cristiana (DC) 8.101.004 35,21
207 / 556
Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP)[18] 4.758.129 20,68
115 / 556
Partito Comunista Italiano (PCI) 4.356.686 18,93
104 / 556
Partito Liberale Italiano (PLI)[19] 1.560.638[20] 6,78[20]
33 / 556
Fronte dell'Uomo Qualunque (UQ)[21] 1.211.956 5,27
30 / 556
Partito Repubblicano Italiano (PRI) 1.003.007 4,36
23 / 556
Blocco Nazionale della Libertà (BNL) 637.328 2,77
16 / 556
Partito Democratico del Lavoro (PDL)[19][22] 40.633[23] 0,18[23]
9 / 556
Partito d'Azione (Pd'A)[24] 334.748 1,45
7 / 556
Movimento per l'Indipendenza della Sicilia (MIS) 171.201 0,74
4 / 556
Concentrazione Democratica Repubblicana (CDR)[25] 97.690 0,42
2 / 556
Partito Sardo d'Azione (PSd'Az)[24] 78.554 0,34
2 / 556
Partito dei Contadini d'Italia (PCd'I) 102.393 0,44
1 / 556
Movimento Unionista Italiano (MUI) 71.021 0,31
1 / 556
Partito Cristiano Sociale (PCS) 51.088 0,22
1 / 556
Fronte Democratico Progressista Repubblicano[24] 21.853 0,09
1 / 556
Altri 412.550 1,79
0 / 556
Totale voti validi 23 010 479 100,00
556 / 556
Voti non validi 1 936 708
di cui bianche 643 067
Totale votanti 24 947 187 89,08
Elettori 28 005 449

Le personalità e le ideologie[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Deputati dell'Assemblea Costituente (Italia).
Approvazione della Costituzione Italiana, in primo piano Alcide De Gasperi, sullo sfondo Teresa Mattei.

Quando incominciò i suoi lavori, a palazzo Montecitorio alle 16 del 25 giugno 1946, l'Assemblea costituente annoverava, tra i suoi componenti, come decano Vittorio Emanuele Orlando[26]. Sul banco di presidenza, tra i segretari provvisori scelti tra i più giovani deputati, vi era Teresa Mattei, il cui fratello partigiano era stato torturato a morte dai nazisti nel 1944.

La pluralità ideologica era trasversale agli stessi partiti[27] e riguardava anche le scuole di pensiero[28] rappresentate all'interno di ciascun partito[29].

Tra i giuristi[30], un numero piuttosto elevato di membri della commissione Forti "(20 su 90) si era trasferito, con le elezioni del 2 giugno 1946, nei ranghi dell’Assemblea"[31]: ciò determinò una continuità con le proposte avanzate, sia pure con riferimento a un ventaglio di opzioni possibili[32], nell'operato del Ministero per la Costituente presieduto da Pietro Nenni. Tra i Costituenti non vi era però il capo di gabinetto di Nenni, Giannini[33], che fu escluso dalle liste socialiste per la Costituente"[34] pur avendo partecipato con un ruolo importante al Congresso di Firenze del maggio 1946[35]; solo successivamente Giannini fu chiamato a offrire un sostegno, da esterno, all'elaborazione del testo, alla luce delle competenze già maturate[36].

In totale, soltanto il 5,5% degli eletti all'Assemblea costituente non possedeva un titolo di studio universitario[37].

Le funzioni[modifica | modifica wikitesto]

Come previsto dal Decreto Legislativo Luogotenenziale n. 98/1946, l'Assemblea aveva innanzitutto il compito di redigere la nuova costituzione. Essa, però, aveva anche altri tre compiti: votare la fiducia al governo, approvare le leggi di bilancio e ratificare i trattati internazionali.

Le funzioni legislative erano formalmente assegnate al Governo, ma in virtù delle tradizioni parlamentari prefasciste questo rimise spesso i provvedimenti legislativi più importanti all'Assemblea Costituente.

Le commissioni[modifica | modifica wikitesto]

L'Assemblea, tra le altre, nominò al suo interno una Commissione per la Costituzione, presieduta da Meuccio Ruini composta di 75 membri, incaricati di stendere il progetto generale della costituzione. La Commissione si suddivise a sua volta in tre sottocommissioni:

  1. diritti e doveri dei cittadini, presieduta da Umberto Tupini (DC);
  2. organizzazione costituzionale dello Stato, presieduta da Umberto Terracini (PCI);
  3. rapporti economici e sociali, presieduta da Gustavo Ghidini (PSI).

Un più ristretto Comitato di redazione (o Comitato dei diciotto) si occupò di redigere la costituzione, coordinando e armonizzando i lavori delle tre commissioni. La Commissione dei 75 terminò i suoi lavori il 12 gennaio 1947 e il 4 marzo cominciò il dibattito in aula del testo.

Il testo finale della Costituzione della Repubblica Italiana fu definitivamente approvato il 22 dicembre e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 27 dicembre 1947.

La fiducia ai governi[modifica | modifica wikitesto]

L'Assemblea Costituente votò la fiducia ai Governi De Gasperi II, III e IV, approvò le leggi di bilancio per il 1947 e il 1948 e ratificò i trattati di pace, firmati a Parigi il 10 febbraio 1947.

Cronologia dei Presidenti[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Elezione del Presidente dell'Assemblea Costituente della Repubblica Italiana del 1946 ed Elezione del Presidente dell'Assemblea Costituente della Repubblica Italiana del 1947.

Presidente provvisorio fu inizialmente Vittorio Emanuele Orlando. Durante la prima seduta, al primo scrutinio venne eletto Giuseppe Saragat. A seguito delle dimissioni il 6 febbraio 1947 di Giuseppe Saragat, il vice presidente Umberto Terracini l'8 febbraio 1947 venne eletto al primo scrutinio Presidente dell'Assemblea costituente.

Presidenti dell'Assemblea Costituente[modifica | modifica wikitesto]

Vice Presidenti dell'Assemblea Costituente[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Integrazioni e modifiche al decreto-legge Luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151 relativo all'Assemblea per la nuova costituzione dello Stato, al giuramento dei Membri del Governo ed alla facoltà del Governo di emanare norme giuridiche, su Gazzetta Ufficiale, 69 (Serie Generale), 23 marzo 1946. URL consultato il 28 giugno 2018.
  2. ^ Costituzione provvisoria: Decreto-Legge Luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, su parlalex.it.
  3. ^ Decreto-Legge Luogotenenziale 25 giugno 1944, n. 151, su parlalex.it. URL consultato il 28 giugno 2018.
  4. ^ art. 2, decreto-legge Luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98: " Il Governo potra' sottoporre all'esame dell'Assemblea qualunque altro argomento per il quale ritenga opportuna la deliberazione di essa."
  5. ^ Decreto Legislativo Luogotenenziale 31 dicembre 1944, n. 492 (entrato in vigore il 25/03/1945), su Gazzetta Ufficiale, 30 (Serie Generale), 10 marzo 1945.
  6. ^ Resoconto stenografico seduta n. 3 Ass. Cost.
  7. ^ Art. 4, Decreto Legislativo luogotenenziale 16 marzo 1946, n. 98.
  8. ^ Legge costituzionale 21 febbraio 1947, n. 1, in G.U. n. 44 del 22 febbraio 1947.
  9. ^ Legge costituzionale 17 giugno 1947, n. 2, in G.U. n. 137 del 19 giugno 1947.
  10. ^ XVII, 2° co. «Fino al giorno delle elezioni delle nuove Camere, l'Assemblea Costituente può essere convocata, quando vi sia necessità di deliberare nelle materie attribuite alla sua competenza dagli articoli 2, primo e secondo comma, e 3, comma primo e secondo, del decreto legislativo 16 marzo 1946 n. 98.»
  11. ^ Francesco Bertolini, Il regolamento della Camera liberale come regolamento dell'Assemblea Costituente, Macerata : EUM-Edizioni Università di Macerata, Giornale di storia costituzionale : 15, I, 2008.
  12. ^ Senza che la cosa assumesse una vincolatività assoluta per la Corte costituzionale, secondo cui l’Assemblea Costituente, «pur manifestando, con l’approvazione di un ordine del giorno, il favore per il sistema proporzionale nell’elezione dei membri della Camera dei deputati, non intese irrigidire questa materia sul piano normativo, costituzionalizzando una scelta proporzionalistica o disponendo formalmente in ordine ai sistemi elettorali, la configurazione dei quali resta affidata alla legge ordinaria» (sentenza n. 429 del 1995).
  13. ^ Cfr. Argondizzo e Buonomo, Spigolature intorno all'attuale bicameralismo e proposte per quello futuro, in Mondoperaio online, 2 aprile 2014, pagina 14 nota 35.
  14. ^ Per il significato del sintagma "tuttavia", v. Stefano Folli, Il Parlamento secondo Manzella, Repubblica Robinson, 3 ottobre 2020, p. 14.
  15. ^ Le regole del Parlamento nell'epoca del bipolarismo, Testo della Lectio magistralis pronunciata dal Presidente del Senato all'Università LUISS di Roma, 6 novembre 2008. L'ordine del giorno Perassi è stato comunque invocato a difesa delle leggi "contenenti una limitata deroga al principio della rappresentanza": AA. VV., Prime riflessioni sulla "storica" sentenza 1 del 2014, Franco Angeli ed., 2014, p. 144.
  16. ^ La Stampa, 28 giugno 1947 pag.
  17. ^ Ministeri dell'Interno - ARCHIVIO STORICO DELLE ELEZIONI
  18. ^ L'11 gennaio 1947, in seguito alla scissione di palazzo Barberini, 50 deputati abbandonano il PSIUP per formare il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani
  19. ^ a b Nell'Unione Democratica Nazionale
  20. ^ a b Dato dell'intera Unione Democratica Nazionale
  21. ^ Il 15 novembre 1947, 14 deputati del Fronte dell'Uomo Qualunque si separano dal partito per costituire il gruppo Unione Nazionale
  22. ^ Otto eletti nell'Unione Democratica Nazionale, uno con le liste autonome
  23. ^ a b Solo le liste presentate in autonomia
  24. ^ a b c Partito d'Azione, Partito Sardo d'Azione e Fronte Democratico Progressista Repubblicano formarono un gruppo parlamentare unico, denominato Gruppo Autonomista
  25. ^ L'8 settembre 1946 confluisce nel PRI
  26. ^ "Nato in quel maggio 1860 in cui Garibaldi ed i suoi Mille stavano conquistando l'Isola, e che fu battezzato Vittorio Emanuele in onore del primo Re d'Italia": così Republican Italy, The Economist (London, England), Saturday, July 6, 1946; pg. 17; Issue 5367.
  27. ^ Nella stessa Democrazia Cristiana, "sia Dossetti che Marconi furono eletti all’Assemblea costituente. Ma mentre Dossetti espresse profonda sensibilità per la giustizia sociale e un anticapitalismo non comunista, venati di religiosità, all’opposto Marconi, politico e parlamentare, cattolico e filantropo, a livello locale fu il rappresentante della cosiddetta destra Dc e per certi aspetti il suo pensiero fu quello di un conservatore": Il Mestiere di storico : rivista della Società italiana per lo studio della storia contemporanea : V, 1, 2013, p. 226.
  28. ^ "Si pensi alle perplessità di Egidio Tosato sul concetto di Costituzione in senso materiale di Costantino Mortati": Fernanda Bruno, Egidio Tosato, Nomos, 2014.
  29. ^ Mario Galizia, Egidio Tosato costituzionalista e costituente, Giuffrè Editore, 2010.
  30. ^ Per Michele Ainis, Vita e morte di una costituzione, Laterza, Bari, 2006, p. 38-40 in Assemblea costituente vi era il “meglio della cultura giuridica dell’epoca, da Mortati a Perassi, da Tosato a Calamandrei” (p. 38-40) e “le nuove istituzioni vennero progettate da una élite, da un gruppo composito e compatto d’intellettuali e di politici quale forse mai l’Italia aveva avuto nel passato. Una élite forgiata dalla guerra” (p. 38).
  31. ^ Enzo Cheli, I giuristi alla Costituente, in Il Contributo italiano alla storia del Pensiero – Diritto (2012)
  32. ^ Tra di esse l'opzione bicamerale, secondo Silvio Benvenuto, Il bicameralismo non allunga i tempi, fondazione Nenni, 2016, p. 110.
  33. ^ Giannini era a favore del modello presidenziale e del sistema elettorale maggioritario: Cesare Pinelli, Lavare la testa all'asino, in Mondoperaio, n. 11-12/2015, p. 35.
  34. ^ G. MELIS, Giannini e la politica, in Rivista trimestrale di diritto pubblico, 2000, 1264.
  35. ^ Il Congresso socialista di Firenze del maggio 1946 approvò ma non discusse la Relazione sullo Stato repubblicano da lui preparata insieme ai componenti del romano Istituto di studi socialisti: A. LEVI, Appunti per la nuova costituzione, in Critica sociale, 1º giugno 1946, 169.
  36. ^ “Il Partito socialista non aveva allora che una scarsissima sensibilità, e ancor minore preparazione, per questi problemi, e fu merito grande del prof. Massimo Severo Giannini aver richiamato l'attenzione dei dirigenti del partito sull'importanza ch'essi avrebbero rivestito anche per il futuro del popolo italiano. Si addivenne così alla nomina di un comitato ristretto, incaricato di affiancare e consigliare i membri della commissione dei 75” (Lelio Basso, Considerazioni sull'art. 49 della Costituzione, in ISLE, Indagine sul partito politico, I, Giuffrè, 1966, p. 133).
  37. ^ Carlantonio Solimene, Cercansi costituenti almeno laureati. Sono appena il 68%, Il Tempo, 10 ottobre 2016, p. 1.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Enzo Cheli (a cura di), La fondazione della Repubblica: dalla Costituzione provvisoria all'Assemblea Costituente, Il Mulino, Bologna, 1979.
  • Ugo De Siervo (a cura di), Verso la nuova Costituzione, Il Mulino, Bologna, 1980.

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