Area di libero scambio dell'ASEAN e della Cina

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

L'Area di libero scambio dell'ASEAN e della Cina (in inglese: ASEAN–China Free Trade Area, abbreviato in ACFTA) è un'area di libero scambio fra la Repubblica Popolare Cinese e i dieci Paesi membri dell'ASEAN, che a loro volta sono una partnership economica e un'area di libero scambio detta AFTA. I dieci paesi membri sono: Filippine, Indonesia, Malaysia, Singapore, Thailandia, Brunei, Vietnam, Birmania, Laos, Cambogia.

Dopo l'Unione europea e il NAFTA, è la terza area di libero scambio più grande al mondo, che insiste su un bacino potenziale di 1,9 miliardi di persone.[1] I membri dell'ASEAN rappresentano complessivamente 650 milioni di persone. La sola Indonesia ospita più del 40% della popolazione interessata dall'accordo rispetto al quale gli indonesiani hanno manifestato il più ampio e accorato dissenso.[2][3]

Al 2015, la Cina era il primo partner commerciale dell'ASEAN con un interscambio del valore di 346 miliardi di dollari.[4] L'ASEAN ha accordi di libero scambio pure con la Corea del Sud (AKFTA), il Giappone (AJCEP), l'India (AIFTA) e l'Australia e la Nuova Zelanda in coppia (AANZFTA).

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 2000, a otto anni dalla costituzione dell'Asean Free Trade Area (AFTA), la Cina avanzò la proposta di creare una zona di libero scambio estesa anche alla Repubblica Popolare.[5][6] La proposta fu approvata nell'Emirato del Brunei[7], dopo vari round di trattative multilaterali che erano durati alcuni mesi.

L'atto ufficiale fu finalizzato il 4 novembre 2002 a Phnom Penh, in Cambogia, alla presenza di undici Capi di Stato e di governo: Hassanal Bolkiah (primo firmatario, Sultano del Brunei), Hun Sen (primo ministro della Cambogia), Megawati Soekarnoputri (Presidente dell'Indonesia), Bounnhang Vorachith (primo ministro del Laos), Mahathir bin Mohamad (primo ministro della Malesia), Than Shwe (primo ministro della Birmania), Gloria Macapagal-Arroyo (presidente delle Filippine), Goh Chok Tong (primo ministro di Singapore), Thaksin Shinawatra (primo ministro della Thailandia), Phan Văn Khải (primo ministro del Vietnam), Zhu Rongji (vertice del Consiglio di Stato della Repubblica popolare cinese).[8][9]

L'accordo disponeva disponeva una fase iniziale di attuazione durante la quale i primi sei Paesi firmatari avrebbero dovuto provvedere a eliminare dazi e dogane sul 90% dei loro prodotti entro il 2010.[10] Tra il 2003 e il 2008, il commercio fra i membri dell'ASEAN aumentò da 59,6 a 192,5 miliardi di dollari.[11] La crescita del dragone cinese nel XXI secolo ha portato a un aumento degli investimenti stranieri nella cosiddetta "rete del bambù", una rete di imprese cinesi d'Oltreoceano che operano nei mercati del sud-est asiatico condividendo stretti legami familiari e culturali.[12][13] Nel 2008, il Prodotto Interno Lordo dei membri dell'ASEAN e della Repubblica Popolare Cinese totalizzava la cifra record di sei trilioni di dollari, che salgono a 11 se i dati nominali si confrontano invece a parità di potere d'acquisto.[14]

Conseguito l'obbiettivo prefissato per i primi sei firmatari entro il 2010, anche i paesi CLMV (Cambogia, Laos, Myanmar e Vietnam) si impegnare a implementare la medesima politica doganale nei loro ordinamenti interni entro il quinquennio successivo. Nel 2010, l'area di libero scambio ASEAN-Cina diventò la terza area di libero scambio più grande al mondo, in termini di popolazione, di PIL nominale e di volumi di interscambio commerciale, preceduta soltanto dallo Spazio economico europeo e dal NAFTA.[11][15]

Il 1º gennaio 2010, l'aliquota tariffaria media sulle esportazioni cinesi nei Paesi dell'ASEAN era diminuita dal 12,8 allo 0,6%, in attesa della fine del processo di abbattimento delle barriere doganali e di liberalizzazione degli scambi. Simmetricamente, l'aliquota tariffaria media per le esportazioni dall'ASEAN in Cina era scesa dal 9,8 allo 0,1%. Al 2015, l'interscambio commerciale di merci dell'ASEAN con la Cina aveva superato i 346,5 miliardi di dollati (pari ad una quota del 15,2% delle esportazioni dell'ASEAN), mentre il trattato ACFTA aveva accelerato significativamente la velocità di crescita degli investimenti diretti di provenienza cinese, nonché la cooperazione bilaterale fra le due parti contraenti.[10]

L'accordo di libero scambio azzerò le tariffe doganali su 7.881 categorie di prodotti, in valore pari ad una quota del 90% delle merci importate.[16] Tale riduzione è entrata in vigore in Cina e nei sei membri originali dell'ASEAN: Brunei, Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Tailandia. I restanti quattro Paesi sierano impegnati a ultimare il loro adeguamento agli accordi entro il 2015.[17][18]
La maggior parte degli emendamenti fu introdotta a favore del blando regime di protezione doganale che era vigente nel Vietnam, indicando una timeline di adeguamento anche per questo Stato membro.[19]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L'area di libero scambio Cina-ASEAN, su Quadrante Futuro, 8 marzo 2011. URL consultato il 20 luglio 2020 (archiviato dall'url originale il 20 luglio 2020).
  2. ^ Daniel Ten Kate, Free-trade agreement between China, ASEAN grouping comes into force, in The China Post - Bloomberg, 1º gennaio 2010.
  3. ^ Stephen Coates, ASEAN-China open free trade area, Agence France-Presse, 31 dicembre 20090.
  4. ^ FRancesco Vallacchi, Economia, un’area di libero scambio per l’Asean, in Affari Internazionali, 5 agosto 2016.
  5. ^ Michael Richardson, Asian Leaders Cautious on Forging New Regional Partnerships, in The New York Times, 27 novembre 2000 (archiviato dall'url originale l'11 aprile 2012).
  6. ^ Andry Asmoro, ASEAN-China free trade deal: Let's face the music, in The Jakarta Post, 23 dicembre 2009 (archiviato dall'url originale il 7 giugno 2011).
  7. ^ Thitapha Wattanapruttipaisan, ASEAN—China Free Trade Area: Advantages, Challenges, and Implications for the Newer ASEAN Member Countries, in ASEAN Economic Bulletin, vol. 20, n. 1, Institute of Southeast Asian Studies, April 2003, p. 31, JSTOR 25773753.
  8. ^ Framework Agreement on Comprehensive Economic Co-Operation Between ASEAN and the People's Republic of China, ASEAN, 5 novembre 2002 (archiviato dall'url originale il 7 novembre 2002).
  9. ^ Isagani de Castro, 'Big brother' China woos ASEAN, Asia Times Online, 6 novembre 2002. URL consultato il 23 maggio 2018 (archiviato dall'url originale il 19 gennaio 2021).
  10. ^ a b Vasundhara Rastogi, ASEAN’s Free Trade Agreements: An Overview, su Aseanbriefing.com, 7 dicembre 2017. URL consultato il 24 maggio 2018.
  11. ^ a b Liz Gooch, Asia Free-Trade Zone Raises Hopes, and Some Fears About China, in The New York Times, 31 dicembre 2009.
  12. ^ Joe Quinlan, Insight: China’s capital targets Asia’s bamboo network, in Financial Times, 13 novembre 2007.
  13. ^ Murray L Weidenbaum, The Bamboo Network: How Expatriate Chinese Entrepreneurs are Creating a New Economic Superpower in Asia, Martin Kessler Books, Free Press, 1º gennaio 1996, pp. 4–8, ISBN 978-0-684-82289-1.
  14. ^ Kevin Brown, Biggest regional trade deal unveiled, in Financial Times, 1º gennaio 2010.
  15. ^ Andrew Walker, China and Asean free trade deal begins, BBC News, 1º gennaio 2010.
  16. ^ ASEAN-6 zero tariffs take effect immediately, in The Jakarta Post, 2 gennaio 2010.
  17. ^ China-ASEAN FTA pact set to boost trade volume, in China Daily, 30 dicembre 2009.
  18. ^ Qiaoyi Li, New Year, new ASEAN free trade bloc, in Global Times, 30 dicembre 2009 (archiviato dall'url originale il 1º gennaio 2010).
  19. ^ Protocol to Amend the Framework Agreement on Comprehensive Economic Co-Operation Between the Association of South East Asian Nations and the People's Republic of China, su aseansec.org, ASEAN, 6 ottobre 2003. URL consultato il 20 luglio 2020 (archiviato dall'url originale il 17 maggio 2012).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Letture di approfondimento

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]