Archetipo (filologia)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Jump to navigation Jump to search

Il termine archetipo ha un'accezione tecnica nell'applicazione del metodo di Lachmann (1850) nel campo della critica testuale: con questo nome si indica, infatti, il più antico esemplare, distinto dall'originale, da cui discendono tutti i testimoni che si posseggono di un testo. Nello stemma codicum viene indicato con x oppure ω.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

In altri termini, se di un'opera antica o medievale (ma si dà il caso anche di opere moderne, come certe espressioni del teatro elisabettiano) si tramanda più di un testimone manoscritto (ma non si dispone dell'autografo, né di un suo equivalente), tramite la loro recensio il filologo mira non solo a ricercare i rapporti tra essi in modo da ricostruire quali siano copia l'uno dell'altro o quali siano copia di un comune antigrafo, ma cerca anche, se possibile, con un ulteriore esame, di risalire lungo il processo di copia anche degli antigrafi così ricostruiti fino a definire il testimone archetipale da cui tutti i testimoni in possesso derivano. Tale esemplare è dunque quasi sempre un reperto perduto, e mai coincidente con il cosiddetto "originale" (concetto, quest'ultimo, sfuggente ed equivoco per le letterature antiche).

Non è tuttavia sempre possibile ipotizzare l'esistenza di un "archetipo": infatti, a rigore, si può parlare di un archetipo comune a tutta la tradizione manoscritta di un'opera, solo «quando tutti i codici che contengono l'opera presa in esame, hanno in comune quanto meno un errore significativo, e più precisamente […] un errore congiuntivo»[1].

La ricostruzione dell'albero genealogico delle copie di un testo (il cosiddetto stemma codicum) è operazione importantissima per legittimare l'importanza o l'autorevolezza delle lezioni scelte o delle congetture operate dal recensore.

Definizione già usata da Varrone, appare, in lettere greche, sia in Cicerone sia in Plinio il Giovane. Per tutto il Medioevo conserva il significato di originale da cui sono derivati tutti gli altri, mentre per giungere ad un avvicinamento al concetto moderno bisogna attendere Erasmo da Rotterdam nel 1533 e poi il filologo danese Johan Nicolai Madvig nel 1833.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ d'A. S. Avalle, Principî di critica testuale, 1978, p. 88.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]