Archetipo (filologia)

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Il termine archetipo ha un'accezione tecnica nel campo del metodo di Lachmann (1850) in critica testuale: è infatti il più antico esemplare da cui discendono tutti i testimoni posseduti di un testo, distinto dall'originale. Nello stemma codicum si indica con x oppure ω.

In altri termini, se di un'opera antica si hanno dieci testimoni manoscritti, tramite la loro recensione il filologo mira non solo a ricercare i rapporti tra di essi in modo da ricostruire quali siano copia l'uno dell'altro o quali siano copia di un comune antigrafo, ma se possibile si cerca con un ulteriore esame di risalire il processo di copia anche degli antigrafi così ricostruiti fino a definire il testimone da cui tutti i testimoni in possesso derivano. Tale esemplare è dunque quasi sempre a noi perduto, e mai coincidente con il cosiddetto "originale" (concetto sfuggente ed equivoco per le letterature antiche).

Non è tuttavia sempre possibile ipotizzare l'esistenza di un "archetipo": infatti, a rigore, si può parlare di un archetipo comune a tutta la tradizione manoscritta di un'opera, solo «quando tutti i codici che contengono l'opera presa in esame, hanno in comune quanto meno un errore significativo, e più precisamente […] un errore congiuntivo»[1].

La ricostruzione dell'albero genealogico delle copie di un testo è operazione importantissima per legittimare l'importanza o l'autorevolezza delle lezioni scelte o delle congetture operate dal recensore.

Definizione già usata da Varrone, appare in lettere greche, sia in Cicerone sia in Plinio il Giovane. Per tutto il Medioevo conserva il significato di originale da cui sono derivati tutti gli altri, mentre per giungere ad un avvicinamento al concetto moderno bisogna attendere Erasmo nel 1533 e successivamente il filologo danese Johan Nicolai Madvig nel 1833.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ d'A. S. Avalle, Principî di critica testuale, Padova, Antenore, 1978, p. 88, SBN IT\ICCU\RAV\0240637.