Arca di Berardo Maggi

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Arca sepolcrale di Berardo Maggi
Duomo vecchio Sarcofago di Berardo Maggi lato destro Brescia.jpg
Un prospetto d'insieme del sarcofago, visto dal lato che si affaccia sulla platea di Santa Maria
Autoresconosciuto
Data1308-1311[1]
MaterialeMarmo rosso di Verona
Dimensioni121×197×101,5 cm
UbicazioneDuomo vecchio, Brescia

L'Arca sepolcrale di Berardo Maggi è un'opera scultorea realizzata in marmo rosso di Verona (121×197×101,5 cm) entro il primo quarto del XIV secolo da uno sconosciuto maestro locale[N 1] e conservato nel Duomo vecchio di Brescia.

Il monumento funebre è stato ideato e costruito per conservare le spoglie mortali di Berardo Maggi e ne commemora, attraverso un fitto e complesso apparato iconografico in corrispondenza del coperchio, la figura e gli atti compiuti in vita:[2] egli era stato, infatti, vescovo di Brescia del 1275 al 1308[3] e anche, dal 1298 per due quinquenni consecutivi, principe e signore della città.[4][5][6]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Berardo Maggi.

Un sarcofago per Berardo Maggi[modifica | modifica wikitesto]

(LA)

«Mapheus, princeps electus, Berardus eius fratri mausoleum ex lapide Veronensi sculptum cum obed(ien)tia totius cleri Brixiani et omnium populorum urbis et Brixianae ditionis in Templo Divae Mariae, vocato "La Rotunda", poni curavit»

(IT)

«Maffeo, principe eletto, si curò di fare collocare nella Chiesa di Santa Maria, detta "La Rotunda", il mausoleo funebre del suo stesso fratello Berardo, fatto di marmo Veronese, con l'assenso di tutto il clero Bresciano, di tutto il popolo della città e di tutti i più illustri Bresciani»

(Historia Camilli de Maggis patricii Brixiae de rebus patriae, Brescia, Biblioteca Queriniana, Manoscritto C.I. 14, c. 310)
Possibile collocazione originaria del sepolcro: o la cosiddetta Platea di Santa Maria (in primo piano), o l'altare maggiore (sul fondo del presbiterio)

La citazione è tratta dal Chronicus de rebus Brixie di Camillo Maggi e indica come il fratello dello stesso Berardo, ossia Maffeo Maggi, si fosse premurato di fare collocare il sarcofago nella cosiddetta Rotonda, ossia nel Duomo vecchio di Brescia.[7] Per spiegare l'intervento del fratello è opportuno chiarire gli eventi successivi la morte dello stesso Berardo, sopraggiunta nel 1308: vista la necessità di trovare un luogo per la sua sepoltura ed anche un degno sarcofago per la salma, fu lo stesso fratello Maffeo a prendersi carico della realizzazione del sarcofago e a farlo porre nel già detto luogo;[4][5] ad onor del vero, non si Sto arrivando! con certezza quale potesse essere l'originaria e precisa collocazione del sarcofago, cioè se fosse vicino ad un qualche altare o collocato in una eventuale cappella privata,[8][9] e per questo motivo si può procedere solo per ipotesi: forse si trovava nei pressi dell'altare maggiore; forse, invece, nella cosiddetta Platea di Santa Maria; quasi sicuramente, comunque, il sepolcro del Maggi instaurava con la chiesa un dialogo sia simbolico che artistico piuttosto evidente, oltre che coerente e funzionale. Sfortunatamente questa prima integrazione tra opera d'arte e il suo "contenitore" (il medesimo duomo vecchio) è preclusa all'osservatore contemporaneo: infatti, l'opera stessa è stata collocata in epoca molto successiva all'ingresso del luogo di culto e risulta essere, dunque, priva di una qualunque integrazione con altari o luoghi liturgici della chiesa.[10][N 2]

Collocazione cronologica[modifica | modifica wikitesto]

Per inquadrare con chiarezza lo spazio cronologico in cui fu realizzato il monumento funebre ci si può basare, ancora una volta, sul Chronicus de rebus Brixie di Camillo Maggi, dal quale è tratta la citazione posta in apertura. La testimonianza del Chronicus, nondimeno, va sì considerata una preziosa fonte a cui attingere per delineare le vicende cronologiche dell'arca, ma va anche consultata con le dovute precauzioni, vista la distanza temporale di due secoli che intercorre tra gli eventi narrati e il narratore medesimo; oltretutto, lo stesso Camillo Maggi non riporta mai, nella corso della narrazione, su quali fonti si sia basato per descrivere i fatti che espone nella sua opera.

La fonte cinquecentesca, ciononostante, può far ipotizzare che il sepolcro di Berardo fosse stato già iniziato durante gli ultimi anni della sua signoria a Brescia (dunque nell'arco temporale 1303-1308);[11][12] sempre seguendo quanto detto nel Chronicus l'arca sepolcrale, alla luce della morte del vescovo nel 1308, sarebbe stata ultimata sotto le direttive del fratello, come già evidenziato in precedenza. Inoltre è la stessa cronaca cinquecentesca a collocare la dipartita dello stesso Maffeo nel corso del 1311,[13] consentendo quindi di circoscrivere l'ultimazione del sarcofago entro quello stesso anno, e cioè il 1311.[11] In definitiva, dunque, si può concludere che la grande arca sepolcrale sia stata ultimata tra la morte di Berardo (1308) e quella del fratello Maffeo (1311).

Il Cinquecento attraverso una testimonianza settecentesca[modifica | modifica wikitesto]

Il transetto in cui, forse, è stata collocata l'arca nel 1571; all'epoca esso comunicava, mediante un corridoio, con la basilica di San Pietro de Dom

In corrispondenza di una modifica degli interni del duomo vecchio si segnala, per la prima volta, uno spostamento del sepolcro del Maggi, documentato ed ascrivibile al 1571,[14][N 3] anno appunto di grande rinnovamento architettonico auspicato dal vescovo Domenico Bollani:[10][15] il monumento funebre dunque, dalla sua originaria e ignota collocazione, fu con ogni probabilità spostato e murato nei pressi della cappella delle Sante Croci,[9][N 4] come riportato da Baldassarre Zamboni, arciprete di Calvisano.[16] Secondo quest'ultima testimonianza, l'arca sarebbe stata murata nella parete del transetto sinistro (forse posta sul timpano di una porta, a sua volta comunicante con il corridoio tramite il quale si poteva raggiungere l'adiacente basilica di San Pietro de Dom).[10][17][18] La modifica degli interni della chiesa, voluta appunto dal Bollani, era da ricondurre a motivazioni di spazio e migliore agibilità del luogo di culto, al fine di migliorarne la fruizione per i fedeli: motivo per il quale l'arca fu spostata e posta in una collocazione sopraelevata.[19]

A seguito di questa plausibile muratura del sarcofago, si può dedurre che uno dei suoi due lati fosse sacrificato alla vista e non più visibile: è forse in questa occasione, tra l'altro, che viene realizzata un'iscrizione sulla cassa marmorea del sarcofago mediante lo stile grafico conosciuto come capitale umanistico, ben diverso da quello trecentesco del resto del sarcofago. In tale sede sarebbero stati aggiunti anche i supporti circolari alla base della cassa (di 22 cm di diametro ciascuno), realizzati in pietra grigia e ricorrenti, in molti casi e come tipologia, nella scultura rinascimentale; ulteriore prova, quest'ultima, di un evidente rimaneggiamento del sepolcro trecentesco appunto in età rinascimentale.[19][20] Il testo apposto sulla cassa recita:[N 5]

«D(OMINI) • BERARDI • MADII • EPISC(OPI) • AC PRINCIP(IS) • URB(IS) • BRI(XIAE) • S(EPULCRUM) • / • 1308»

Tombe murarie nel Duomo Vecchio
La tomba di Balduino Lambertini
Il sarcofago di Domenico de Dominici
Il monumento funebre a Gianfrancesco Morosini

Questo presunto intervento cinquecentesco sul sarcofago, assai complicato sia per dimensioni che per peso del monumento, avrebbe portato la tomba del Maggi ad armonizzarsi e normalizzarsi con gli altri esempi di monumenti funebri presenti nel duomo vecchio, tutti murati e sostanzialmente utilizzati come decorazioni parietali, come il caso del monumento funebre di Domenico de Dominici, quello di Balduino Lambertini e di Gianfrancesco Morosini.[10] Tuttavia, stabilire con certezza quale fosse la posizione esatta del sepolcro, e se fosse effettivamente stato murato come sottolineato in precedenza, è argomento assai ostico: si è già detto di come sarebbe stato difficile issare l'arca e fissarla alla parete in questione, sia per il suo peso che per le sue dimensioni: a maggior ragione se si considerano i possibili cedimenti strutturali causati nel caso fosse stata a tutti gli effetti murata, specie se in mancanza di contrafforti; a detta dello Zamboni, del Rossi[21] e del Brunati[22] la tomba sarebbe stata issata e collocata nel muro in questione, benché in realtà ciò sia altamente improbabile, per tutti i motivi sopra citati. È più plausibile, invece, che il pesante sarcofago sia stato sì innalzato e appoggiato alla parete, ma non murato.[23]

Il Settecento e l'Ottocento[modifica | modifica wikitesto]

A seguito di un silenzio durato per tutto il corso del '600, è il già citato Baldassarre Zamboni a riportare nella sua opera, dopo la seconda metà del XVIII secolo, notizie riguardo il sepolcro del Maggi, premurandosi anche di produrre stampe, illustrazioni e atti riguardo la sua storia: il tutto tramite l'uso di documentazione e note di supporto al testo, valutando quanto detto sulla base di ricerche accurate circa la vita pubblica bresciana dei secoli precedenti, compiute tra l'altro dello stesso Zamboni.[16][20][24]

È proprio grazie alla testimonianza offerta dallo Zamboni che si può registrare, contestualmente all'epoca, la situazione dell'arca, vale a dire cioè la sua posizione nella cattedrale e le condizioni in cui versava: un disegno fornito nel codice[25] permette infatti di comprendere che il monumento funebre era situato entro una nicchia e con alla base le sfere di supporto, aggiunte in età rinascimentale e già menzionate in precedenza;[26] un'altra importante raffigurazione, questa volta ottocentesca, è fornita dallo storico Federico Odorici, il quale nel 1856 realizza un disegno raffigurante la medesima arca:[27][N 6] egli predilige in questa sede riportare il lato più nascosto del sarcofago, ovvero quello accostato alla parete e per questo motivo meno visibile; allo stesso modo riporta, poi, anche il lato più esposto ma in scala minore.[26] Sempre quest'ultimo, poi, testimonia nella sua Guida di Brescia che il monumento funebre era accessibile all'osservatore tramite una «scaletta a tergo del monumento», a rimarcare ulteriormente la posizione sopraelevata dell'arca del Maggi.[28]

I restauri del Duomo vecchio ad opera di Luigi Arcioni[modifica | modifica wikitesto]

L'arca Maggi e le sue collocazioni nella cattedrale

Già si è discusso ampiamente delle possibili collocazioni che l'arca ebbe, nel corso dei secoli, nel duomo vecchio; tuttavia, basandosi anche sul faldone Arcioni conservato nel museo di Santa Giulia, si può dedurre che, prima di essere collocato all'ingresso del luogo di culto, il monumento funebre poggiasse su una trabeazione in pietra o marmo nella zona nord-ovest della cappella delle Sante Croci, all'altezza del timpano della porta adiacente:[18] basandosi su questa versione, dunque, il sarcofago si trovava semplicemente all'altezza della sommità del passaggio, come ricordato da tutte le precedenti fonti chiamate in causa,[29] tra le quali anche la testimonianza di Baldassarre Zamboni.[18]

L'arca Maggi, posta da fine '800 all'ingresso della cattedrale e lì rimasta da allora

A ridosso della fine del XIX secolo furono avviati i cantieri per il restauro del duomo vecchio, supervisionati e diretti dall'architetto Luigi Arcioni.[30] Egli ebbe modo di compiere interventi ben mirati volti alla sistemazione del luogo di culto, come per esempio rabberciare le coperture interne della cattedrale, ricostruire l'originario ingresso romanico ribassato a doppia entrata: rimarcò inoltre la posizione dei pilastri ricoprendoli ed evidenziando anche il pavimento dell'ambulacro; riportò alla luce l'antica cripta di san Filastrio, fino ad allora sigillata ed utilizzata come fossa comune, ricostruendone gli ingressi; riscoprì tra l'altro le fondamenta della precedente cattedrale, la basilica di Santa Maria Maggiore de Dom, segnandone il perimetro nella pavimentazione mediante l'uso di pietre più scure e riportandone anche alla luce alcuni mosaici pavimentali.[31]

In generale, inoltre, compì una risistemazione degli arredi liturgici, isolandoli e facendoli risaltare per valorizzarne ulteriormente la valenza simbolica e culturale; operazione, questa, compiuta in egual modo anche per l'arca di Berardo Maggi.[30][32] Il restauro del duomo vecchio si configurava dunque come una riqualificazione e voleva restituire alla comunità la struttura con un nuovo compito: infatti, avendo essa perso il ruolo di cattedrale cittadina a favore del Duomo nuovo, le era assai più consona la nuova veste museografica, e quindi di contenitore di opere d'arte e di storia della città.[33][34][N 7] In virtù di questa rivalutazione, il monumento funebre del Maggi fu tolto dalla parete in cui era stato collocato più di tre secoli prima e posto di fronte l'entrata della cattedrale, posizionato decisamente più in vista ma isolato e privo di una qualunque integrazione con il resto delle opere d'arte della cattedrale.[32][N 2]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Veduta generale[modifica | modifica wikitesto]

Il lato raffigurante la Pace del 1298
Il lato con le Esequie e la salma del Maggi

Il sarcofago è composto al livello inferiore da una cassa liscia aniconica, priva cioè di immagini o raffigurazioni, e nella parte superiore da un coperchio a falde inclinate (o anche definibile "a tetto"), con ai quattro angoli di ciascun lato degli acroteri parallelepipedi.[35][36] La tipologia della stessa arca è quella del cosiddetto sarcofago ravennate, ossia di tutti quei monumenti funebri affermatisi a partire dal I secolo d.C. e realizzati non tanto per essere inumati, quanto più per restare al livello del suolo ed essere osservati dai fedeli.[36][37] La composizione a tetto dell'urna, inoltre, è uno schema piuttosto ricorrente nel contesto lombardo, veneto ed emiliano del tardo Duecento e pieno Trecento.[38] In ogni caso l'opera presenta elementi artistici ed iconografici attribuibili non solo a modelli ricorrenti in una tradizione sovraregionale, e quindi peninsulare, ma anche aspetti prettamente locali che ne accentuano le caratteristiche uniche ed assai particolari.[36]

Sul lato prospiciente l'entrata della cattedrale è illustrata la cosiddetta Pace di Berardo Maggi, evento cruciale per le dinamiche cittadine e avvenuto nel 1298, grazie al quale infatti le fazioni cittadine guelfe e ghibelline si erano rappacificate;[8][39][40] sulla falda opposta del coperchio (ossia quella che si affaccia sulla Platea di Santa Maria), invece, è raffigurata la salma di Berardo, effigiata con i paramenti sacri del caso: parallelamente alla sommità del coperchio e per tutta la lunghezza del catafalco, in secondo piano, è invece raffigurata la scena delle esequie, nella quale ricorrono una schiera di religiosi e canonici.[8][41][42]

Un monumento funebre incompiuto[modifica | modifica wikitesto]

Il lato corto con san Giorgio e il drago
La croce patente sul lato opposto

Sui due lati più corti del monumento funebre, invece, le scene raffigurate sono assai differenti, sia per tecnica utilizzata che per tipologia di raffigurazione: su uno di essi ricorre il tradizionale modello iconografico di San Giorgio che trafigge il drago,[43] nel quale il santo utilizza, tra l'altro, una lancia somigliante all'orifiamma di Brescia;[44] sul lato opposto è istoriata una croce patente di semplice lavorazione,[43] poco profonda e mancante di cornice, al contrario dell'altro lato corto: la parte centrale dei bracci e la appena accennata lavorazione della croce - che suggerisce pure un certo gioco di tridimensionalità - lasciano intuire che l'arca sepolcrale in questo preciso lato sia stata lasciata incompiuta; ulteriore prova a sostegno di questa ipotesi è la mancanza di cornice ai bordi del lato, cosa che invece è presente nella raffigurazione di san Giorgio che uccide il drago.[45]

Una leggera lavorazione a trapanatura sul bordo, alla base della raffigurazione della pace, inoltre, suggerisce il contesto di un programma narrativo ed iconografico che si è interrotto d'improvviso, forse proprio a seguito della repentina scomparsa di Berardo nel 1308: questi, infatti, aveva con ogni probabilità partecipato in prima persona all'ideazione delle scene e dei modelli narrativi dell'arca, in corrispondenza, come già detto, dei suoi ultimi anni di vita.[11][12][46] A riprova di quanto detto, oltretutto, va segnalata la mancanza di un epitaffio: vista la complessa struttura iconografica e artistica dell'arca funebre, infatti, pare poco plausibile che potesse mancare un'intitolazione che illustrasse le doti mostrate in vita del defunto.[47]

Il lato della Pace di Berardo Maggi[modifica | modifica wikitesto]

L'arca osservata dall'entrata del duomo vecchio

Nel gisant osservabile dall'entrata della cattedrale, come già evidenziato, si può osservare la scena della cosiddetta Pace di Berardo Maggi: il complesso apparato iconografico e figurativo di questa scena è degno di analisi, dal momento che la vicenda riportata costituisce forse l'evento più importante, nonché una sintesi ideale, dell'intera signoria di Berardo Maggi a Brescia.[47]

La scena intercorre nell'intera lunghezza della falda del coperchio, quasi a voler cercare di sfruttare tutto lo spazio a disposizione (180,5×55 cm). Essa è infatti racchiusa, idealmente, dai due acroteri posti ai bordi del coperchio stesso;[47] l'evento raffigurato è circoscritto ulteriormente, poi, dai merli delle mura cittadine e vede una suddivisione della schiera di uomini in diversi gruppi, i quali convergono tutti verso l'altare raffigurato al centro della scena.[47][48] Da sinistra verso destra, così si articola il complesso corteo:

  1. Un gruppo di dignitari ecclesiastici e di laici (tra i quali si annoverano il capitano del popolo, collocato al centro e distinguibile per lo scudo che impugna, e il podestà, identificabile grazie alla spada che porta alla cintola e ancora riposta nel fodero[48]) procede verso la struttura al centro della falda ed è guidato alla testa dallo stesso Berardo Maggi,[N 8] raffigurato in atteggiamento benedicente: il vescovo poi indossa la mitra, il cingulum, il piviale e porta nella mano sinistra il pastorale; il gruppo si muove all'unisono da un edificio posto sull'estremità sinistra della falda, una chiesa a pianta longitudinale, coperta a embrici e visibile sulla scena nella sua navata centrale, con i contrafforti alle navate laterali: si tratta dell'antica basilica di San Pietro de Dom, luogo preposto alle riunioni della Pars Ecclesiae, ossia quella che al tempo governava la città e di cui lo stesso Maggi faceva parte.[47][49][50]
  2. La scena centrale del giuramento in corrispondenza del centro stesso della falda
    Al centro della falda si apre la scena del giuramento, il quale prende posto in un edificio di culto a pianta centrale e con ogni probabilità romanico:[47] l'arco maggiore, raffigurato all'altezza della merlatura, è costellato dai simboli del Sole, della Luna e delle Stelle, volti a richiamare gli affreschi presenti nel presbiterio del duomo vecchio[N 9] ed ispirati alla medievale teoria del Sole e della Luna;[47] ad onor del vero, è opportuna citare anche l'esistenza, nella piazza del Duomo del tempo, del battistero di San Giovanni, anch'esso a pianta centrale e altro possibile luogo del giuramento. I motivi che spingono tuttavia a considerare più plausibile l'utilizzo della cattedrale sono molteplici: il già citato affresco del presbiterio, il fatto che la stessa Rotonda fosse appunto sede della cattedra vescovile e la non indifferente maggiore capienza che la stessa cattedrale aveva rispetto al già citato battistero.[51] Nell'idealizzata raffigurazione del duomo vecchio si svolge dunque la cerimonia del giuramento, più precisamente presso un altare che viene illustrato, sulla falda, quasi a voler ricordare un paliotto di oreficeria: proprio in corrispondenza del paliotto e in prima vista, un funzionario civico è chinato e presenta gli oggetti interessati dalla dichiarazione, ossia un libro, impugnato con la destra, ed una croce, che è invece impugnata con la mano sinistra;[47][52] un'altra figura rappresentata nella cattedrale, ma in secondo piano, è un funzionario laico, plausibilmente un notaio o un araldo: raffigurato con la toga ed il tocco, è intento a leggere la sententia emanata dal vescovo su un rotolo di pergamena srotolato.[52][53] Vicino ai due è ritratto un miles, ossia un soldato, nell'atto di inginocchiarsi e con la mano sul Vangelo, quasi come un vassallo, a giurare solennemente su di esso.[47]
  3. L'ultima parte del corteo è quella inclusa, sempre osservando da sinistra verso destra, tra l'edificio chiesastico al centro della falda e una struttura turrita[N 10] alla sua estrema destra, senza dubbio fortificata, visto il motivo in blocchi di pietra con cui si presenta e la sua copertura in coppi su travature: dalla medesima porta sulla destra, poi, giunge una schiera di uomini intenti ad ascoltare le condizioni del giuramento, o comunque ad assistere alla cerimonia di pacificazione.[47][52] Le varie reazioni e atteggiamenti riportati sono molteplici, così come il vestiario di ciascun membro del corteo: taluni sono vestiti come cives (cittadini) e sono raffiguranti mentre si baciano, a voler testimoniare la pacificazione interna;[52] altri ancora, ora genuflessi, ora riluttanti, portano solamente una gonnella cinta alla vita, ad indicare la loro estrazione contadina e quindi la provenienza dal contado.[49]

La tipologia di raffigurazione e i due acroteri della falda[modifica | modifica wikitesto]

Le scelte iconografiche e figurative della Pace richiamano in un certo modo i sarcofagi antichi, alludendo inoltre - nella tripartita schiera di personaggi - alla struttura delle miniature delle Bibbie carolingie.[2] La scena, tra l'altro, sembra continuamente oscillare tra macrocosmo e microcosmo, in una bivalenza assai sottile che è analoga alla dicotomia città terrena-città celeste.[54] Riducendo l'apparato decorativo alla sua ossatura portante, si individua dunque nella scena centrale del giuramento l'iconografia della cosiddetta Traditio Pacis, variante della stessa Traditio legis; ai due lati di quest'ultima, quasi ad incorniciarla ed ornarla, sono infatti ospitati nei due rispettivi acroteri gli apostoli Pietro e Paolo.[54]

Con le già citate tipologie di soggetti e di modalità figurative, traspare chiaramente la volontà di ricordare Berardo come un pacificatore, un concessore di leggi e dunque di Pace: il tutto teso a richiamare l'antichissima iconografia, di paleocristiana memoria, della lettura di una sententia; il contesto, poi, risulta ulteriormente rafforzato dalla presenza di Pietro e Paolo, santi eponimi dell'altra cattedrale bresciana del tempo.[54]

Il lato delle Esequie e della salma[modifica | modifica wikitesto]

Simboli degli Evangelisti
Simboli degli Evangelisti

Nel lato posteriore il gisant stesso affonda nella bara, facendo emergere solo i quattro pomelli lignei, finemente cesellati al tornio; il catafalco invece, contrariamente agli stessi pomelli, risulta coperto da uno sfarzoso drappo e dunque non visibile.[42] Adagiata e distesa su quest'ultimo vi è la salma del Maggi, vegliata ai quattro angoli dai simboli apocalittici degli evangelisti:[55] sia seduti che genuflessi, tali figure sono caratterizzate da una ricercatezza formale degna di nota, sia per quanto riguarda le posture che per i vari atteggiamenti che ciascuno manifesta. Da segnalare anche i dettagli nell'abbigliamento, assai pregiato e sfarzoso, così come le fattezze antropomorfiche con cui sono ritratti, eccezion fatta per le tre teste di animali.[48]

L'acroterio posto in corrispondenza della testa del Maggi raffigura i santi patroni di Brescia, Faustino e Giovita, racchiusi entro una coppia di colonne tortili; essi sono paralleli e idealmente correlati sia all'opposto acroterio, quello che raffigura san Pietro, sia al lato corto dell'arca su cui è raffigurato san Giorgio;[44] l'altro acroterio, raffigurante i vescovi Apollonio e Filastrio, è a sua volta connesso con la raffigurazione di san Paolo e la raffigurazione della croce patente, appartenente all'altro lato corto.[44]

Un dettaglio della salma di Berardo Maggi

La già citata salma del Maggi è raffigurata, in questo frangente, con gli abbigliamenti tipici di un alto prelato: le insegne diaconali (dalmatica e manipolo), sacerdotali (casula e omerale) e anche pontificali (chiroteche, mitra, anello e pastorale);[42][55][56] la salma inoltre non reca le braccia incrociate ma anzi riporta con la mano destra un atteggiamento benedicente,[N 11] con la testa poggiata su un cuscino a nappe e gli occhi socchiusi. Il realismo del volto, con la fronte corrugata, le guance quasi cascanti e le rughe disposte attorno agli occhi, restituiscono un ritratto del Maggi molto più dettagliato rispetto alla raffigurazione della Pace collocato nel broletto cittadino: in base a questi dettagli, forse, tale ritratto sarebbe stato realizzato su modello di una maschera mortuaria, o, addirittura, osservando de visu il cadavere del Maggi.[42]

Nella parte superiore della falda, in secondo piano e parallelamente al culmine del coperchio e su tutta la sua lunghezza, è narrata la scena delle Esequie; la scena è dominata da una complessa teoria di personaggi, delimitati in ciascuna estremità da una coppia di candelabri, a loro volta affiancati da una croce astile patente per ciascuno,[55] sorrette da chierici orientati verso il centro della scena.[42][N 12] La schiera in questione, caratterizzata da un'articolata struttura, risulta interessante ai fini dell'inquadramento simbolico e iconografico del gisant; essa si può suddividere in gruppi e, letta da sinistra verso destra, compaiono:

  1. cinque figure di ecclesiastici, distinguibili per il cosiddetto biretus e cappa che indossano e verosimilmente canonici, abati, chierici e preposti, collocate ai piedi del Maggi.[55][57] Sono raffigurati mentre pregano e con i doppieri in mano; possono essere ritenuti, con tutta probabilità, o membri del Capitolo della cattedrale o abati dei vari monasteri cittadini;[55][57] in secondo piano si distinguono, dotati di semplice tonsura ad indicarne il rango inferiore, due cantores a bocca aperta in atteggiamento orante.[57]
  2. La processione funebre sulla sommità della falda
    Un dettaglio dei religiosi sul lato destro della falda
    Altre cinque figure di religiosi, probabilmente canonici, questa volta ritratti in atteggiamento più raccolto e composto.[57] Al centro della quinta il contesto muta, sia per via della presenza di nuovi personaggi, sia per un generale senso di moto differente, più evidente infatti rispetto alla sezione precedente.[56] Altri due chierici tonsurati, infatti, attendono con pazienza i preparativi per incensare la salma del Maggi: il profumo nel frattempo viene estratto da una navicella[N 13] dall'incensarius, ossia il chierico più a sinistra, affiancato a sua volta da un turiferarius; quest'ultimo avvicina al viso mediante la mano destra un turibolo di forma sferica, soffiandovi dentro probabilmente per ravvivarne le braci.[56] Nella mano sinistra regge dei fascicoli, contenenti i salmi da recitare nella funzione. Tutti i personaggi descritti in questo frangente, comunque, sono chiaramente identificabili e distinguibili per i paramenti liturgici di cui sono dotati, ossia la tunica e il superpelliceum, che infatti denotano chiaramente i compiti liturgici a cui sono destinati, seppur non ne esplicitino il rango.[57]
  3. Due diaconi, un sacerdote e un chierico, i quali compaiono in questa sezione in uno spazio molto più dilatato e abbondante rispetto alle altre figure, sia per sottolineare ulteriormente i ruoli di ciascuno, sia per catalizzare l'attenzione dell'osservatore verso il volto del Maggi, vero soggetto della funzione e della scena.[56][N 14] Il primo diacono da sinistra regge un sacramentario e sembra osservare con attenzione l'operato del vicino turiferarius; il secondo invece regge il lembo del mantello dell'officiante al rito, il quale, anziano e già impegnato nel sollevare l'aspersorio, immerge lo stesso strumento nel catino, sorretto nel frattempo dall'ultimo diacono.[57]

Linguaggio simbolico e figurativo della scena[modifica | modifica wikitesto]

La divisione in gruppi della schiera, già evidenziata in apertura, tanto quanto la gerarchia delineata nella teoria di personaggi e la loro cesura in diversi atteggiamenti e dinamicità, esprimono l'eccezionalità della scena stessa: un rito di esequie assolutamente non comune, sia per la sfarzosità della funzione che per la presenza di parenti del defunto e componenti della medesima pars ecclesiae.[N 15] Il fitto apparato iconografico di questa falda, inoltre, sembra intrattenere un linguaggio simbolico altamente ricercato e raffinato, a maggior ragione perché strettamente correlato all'altro lato del coperchio: lo spazio fisico in cui si svolge la scena delle esequie, con tutta probabilità, si può individuare nel presbiterio, di fronte il catino absidale e l'altare maggiore; tale scenario è infatti riportato alla stessa altezza nell'altro gisant, dove è raffigurata la scena della pace, a significare un linguaggio iconografico di elevatissima ricercatezza che unisce due opposte raffigurazioni, al contempo legate tra loro.[56] Inoltre la processione funebre, aperta e chiusa da un modulo di chierici con croce astile e candelabri, suggerisce una struttura circolare, ad anello, la quale simbolicamente allude alla Rotonda di Brescia, matrice urbana di Brescia.[56]

Indagini sull'arca e l'ignoto "Maestro di Sant'Anastasia"[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Esplicative[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L'identità dell'artista in questione è ad oggi argomento oscuro e dibattuto, a maggior ragione alla luce degli studi compiuti da Fernanda de Maffei, Maria Teresa Cuppini, Lorenzo Cuppini, Gian Lorenzo Mellini, Paola Salvi ed Ettore Napione, che sembrano attribuire la paternità dell'opera a uno scultore o comunque ad una bottega attiva nella realizzazione del portale della basilica di Santa Anastasia a Verona. L'estesa bibliografia riguardo questo intricato argomento è riportata in Cupperi 2012, pp. 248-249 e anche in Cupperi 2000, pp. 392-393
  2. ^ a b Si veda in ACMBS (Archivio dei Civici Musei di Brescia), faldone 1, in cui una nota manoscritta dell'Arcioni (con tutta probabilità del 1895), contenente gli interventi preventivati, riporta:

    «Collocazione lapidi: meglio sui pilastri in luce [...] Monumento Maggi: isolato»

  3. ^ Lo spostamento del sarcofago e la sua plausibile muratura sono testimoniati da una ricevuta di pagamento al marangone Gerardo Bottani, del 9 giugno 1571, riportato anche in Zamboni, p. 112 n. 41. (BQ, ms. F. VII.24, f. 170r, Liber boletarum fabrice ecclesie maiori)
  4. ^ Si veda appunto la testimonianza presente in Zamboni, pp. 112-113, in cui egli dice che:

    «[...] fu trasportato il magnifico monumento di Berardo Maggi vescovo e principe di Brescia dalla Rotonda, ove era stato al tempo della morte di lui, al sito del Cappellone delle Sante Croci, ove esiste ancora presentemente [...] l'arca giace tutt'ora nella cappella delle Sante Croci, sopra la porta che una volta serviva per passare alla chiesa di San Pietro»

  5. ^ L'iscrizione che segue sarebbe da considerarsi appunto rinascimentale e non trecentesca sia per l'utilizzo dei numeri arabi, sia per quanto riguarda l'impiego del termine «princeps», il quale mai venne utilizzato in vita dal Maggi, cauto nel non presentarsi come un «dictator» ma più come «arbitrer et arbitrator»
  6. ^ La citazione riportata è presente in Odorici, p. 278

    «[...] ottimamente il Brunati [forse Benedetto], or son due lustri, fece disgomberare dal muro, che tutta la racchiudeva, la bella rappresentanza che vi portiamo [riferendosi all'illustrazione dell'arca fornita nel testo]»

  7. ^ Questa nuova vocazione del duomo vecchio avrebbe trovato finale compimento nella mostra di arte sacra organizzata al suo interno nel corso del 1904
  8. ^ Il Maggi, tra l'altro, è l'unico personaggio presente in questa scena con il volto mutilo o comunque danneggiato; soggetto, dunque, ad un deliberato atto di vandalismo
  9. ^ Raffigurati sull'arco occidentale della volta, questi stessi elementi incorniciano un clipeo con all'interno la Madonna circondata da angeli
  10. ^ Potrebbe forse anche trattarsi di una struttura d'utilizzo civile, come il Broletto cittadino
  11. ^ Iconografia ricorrente in molte raffigurazioni del vescovo: nella scena della Pace del sepolcro stesso, oltre che nell'affresco del broletto e nella statua della fontana conservata nel museo di Santa Giulia
  12. ^ Riguardo l'ambito di croci e croci astili, manufatti particolarmente cari all'ambiente bresciano, si veda sia in Cupperi 2000, p. 407, nota 70, in relazione soprattutto alle croci con bracci patenti, che in Stroppa, p. 173, nota 76. Tra di gli stessi esempi di croci patenti a Brescia, comunque, spicca la croce di Desiderio, manufatto dell'VIII secolo. Le croci raffigurate sul sarcofago del Maggi, tuttavia, non somigliano a quella di Desiderio, quanto più alla cosiddetta Croce del Campo. Al di là della normale devozione per questi oggetti sacri, va ricordata infatti la particolare importanza rivestita, a Brescia, dal Tesoro delle Sante Croci, composto da varie reliquie e oggetti di oreficeria assai venerati nell'ambiente bresciano.
  13. ^ La tipologia di navicella raffigurata in questo frangente è la più antica, cioè a mandorla, utilizzata ancora nel corso del Duecento. Il coperchio è infatti aperto per l'intera lunghezza della coppa e articolato verso l'esterno su un solo cardine
  14. ^ I diaconi sono chiaramente distinguibili per la tipologia di abbigliamento che riportano, chiaramente ispirata al rito ambrosiano: una stola portata di traverso sul petto con l'omerale a colletto
  15. ^ Va infatti segnalata la norma contenuta negli statuti delle esequie, secondo i quali laici e parenti del defunto non avrebbero potuto partecipare allo stesso rito funebre; tuttavia si sa che, al 1308, il giovane Federico Maggi facesse già parte del Capitolo della Cattedrale. Per approfondire si veda Cupperi 2000, pp. 408-409, nota 76

Bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Arca di Berardo Maggi, su lombardiabeniculturali.it. URL consultato il 18 febbraio 2021.
  2. ^ a b Stroppa, p. 185
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  4. ^ a b Antonio Fappani (a cura di), MAGGI BerardoEnciclopedia bresciana
  5. ^ a b Gian Maria Varanini (a cura di), Berardo Maggi, su treccani.it, vol. 67, 2006.
  6. ^ Ferrari, pp. 19-20
  7. ^ Cupperi 2000, p. 388
  8. ^ a b c Cupperi 2012, p. 247
  9. ^ a b Stroppa, p. 193
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  11. ^ a b c Cupperi 2000, p. 429
  12. ^ a b Stroppa, pp. 182-183
  13. ^ Historia Camilli de Maggis cit., ms. A.III.20, cc.112-113
  14. ^ Stroppa, p. 194
  15. ^ Zamboni, pp. 112-113
  16. ^ a b Baldassarre Camillo Zamboni, Memorie intorno alle pubbliche fabbriche piu insigni della citta di Brescia raccolte da Baldassarre Zamboni arciprete di Calvisano, per Pietro Vescovi, 1778. URL consultato il 21 febbraio 2021.
  17. ^ Cupperi 2012, p. 248
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  20. ^ a b Cupperi 2000, p. 390
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  23. ^ Stroppa, p. 198
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  25. ^ Zamboni, p. 103
  26. ^ a b Stroppa, p. 199
  27. ^ Odorici, p. 278
  28. ^ Federico Odorici, Guida di Brescia: rapporto alle arti ed ai monumenti antichi e moderni, Brescia, per Francesco Cavalieri, 1853, p. 27.
  29. ^ Federico Odorici, Guida di Brescia: rapporto alle arti ed ai monumenti antichi e moderni, Brescia, per Francesco Cavalieri, 1853, p. 26.
  30. ^ a b V. Terraroli, Luigi Arcioni e i restauri ottocenteschi alla Rotonda: storia e problematiche di un intervento, in Le cattedrali di Brescia, Brescia, Grafo, 1987, pp. 25-40.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti antiche[modifica | modifica wikitesto]

Fonti moderne[modifica | modifica wikitesto]

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