Ara della Regina

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Ara della Regina
Ara della Regina Tarquinia.jpg
L'ara della Regina
Civiltà etrusca
Localizzazione
Stato Italia Italia
Comune Tarquinia
Dimensioni
Superficie n.d.
Amministrazione
Ente Soprintendenza per i beni archeologici dell'Etruria meridionale
Responsabile Alfonsina Russo
Sito web www.cerveteri.beniculturali.it
Mappa di localizzazione

Coordinate: 42°15′31.68″N 11°48′06.12″E / 42.2588°N 11.8017°E42.2588; 11.8017

L'ara della Regina posta sul "Pian di Cìvita" è uno dei ritrovamenti archeologici più importanti di Tarquinia: si tratta di un tempio etrusco che veniva utilizzato in antichità per la celebrazione di riti e preghiere. La divinità alla quale era destinato il culto all'interno del santuario rimane ancora ignota, ma da studi recenti si ipotizza l'identificazione della divinità in quella che oggi viene chiamata Diana. Oggi è ben visibile il basamento e quello che si ipotizza fosse l'accesso alla cella interna del tempio il quale è costruito con blocchi di nenfro, una roccia piroclastica tipica della regione.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Grazie alle opere di restauro e di scavi svoltesi nel 1938 è ora possibile ammirare in tutto il suo splendore questa magnifica opera edilizia datata intorno al IV secolo a.C. Il basamamento, che purtroppo è l'unico resto rimasto, è in macco, una pietra calcarea diffusa in Etruria.

I Cavalli alati, un'opera di laboriosa manifattura di arte etrusca, costituiscono il più importante ritrovamento avvenuto in questo sito. Questa lastra di terracotta, emersa nel 1938 durante i restauri condotti dall'archeologo Pietro Romanelli, rappresenta due equini alati e venne ritrovata interamente frammentata. Per la ricostruzione è stato necessario un minuzioso lavoro di restauro. Anticamente erano però due le lastre che ornavano il frontone del tempio, una raffigurante i due cavalli alati e l'altra contenente una biga, che sfortunatamente è andata perduta. La tavola di terracotta, databile tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.C., è ora conservata al Museo Nazionale di Tarquinia.

Note[modifica | modifica wikitesto]


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