Apicoltura urbana

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Alveari sul tetto di un edificio di Hannover

L'apicoltura urbana è un tipo di apicoltura praticato esclusivamente in ambiente urbano o metropolitano; si è diffusa in metropoli come Berlino (15000 arnie), Londra (3200 apiari), Parigi, New York, Copenaghen, Tokyo e altre.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La nascita di questo tipo di apicoltura prese spunto dal fenomeno della fuga degli sciami d'api dalle campagne alle città. Alcune ricerche hanno individuato la causa di queste migrazioni nelle colture industriali e nell'uso dei pesticidi nei campi, che compromettono l'habitat naturale delle api.[2]

La creazione di arnie e apiari in città ha anche la funzione, specie nelle città metropolitane, di permettere il monitoraggio della qualità dell'aria: infatti, è possibile misurare il livello di inquinamento atmosferico analizzando la pelliccia dell'animale, facendo lo screening dell'alveare, ed esaminando miele, polline, cera e propoli.[3]

Altre informazioni fornite dai rilevamenti riguardano la biodiversità di un territorio, poiché le analisi consentono di rilevare quali varietà di fiori sono state impollinate e in che quantità.

In Italia[modifica | modifica wikitesto]

In Italia il primo progetto di apicoltura urbana si è sviluppato a Torino a partire dal 1905 con il contributo e la sperimentazione di Don Giacomo Angeleri . Del resto tutta l'apicoltura italiana ha avuto su queste colline una svolta importante. Grazie a Don Giacomo Angeleri l'apicoltura razionale italiana -che prima del '900 era appannaggio di pochi- viene sdoganata: Inizia nei primi anni del 1900 a praticare, sperimentare, insegnare. E l'influenza di don Angeleri è determinante. Nicola Cauda e Gervasio Brezzo, creatori appunto di alcune tra le prime grandi aziende piemontesi, andavano in bicicletta a Torino dal Roero ad ascoltare, la domenica, le lezioni di Don Angeleri. Nasce il primo apiario sperimentale, la prima rivista nazionale di apicoltura. La prima scuola itinerante. Il primo chiosco ambulante ovvero il primo street food di miele davanti a Palazzo Reale. Dopo la guerra l'apicoltura è diventata un'attività di produzione di pianura e montagna, abbandonando questo passato urbano. La vera apicoltura urbana moderna è tornata a Torino dagli anni '80.

È dell'Università di Torino a partire dal prof. Manino e poi con la dott.ssa Paola Ferrazzi (presso l'allora Istituto di bachicoltura ed apicoltura, Scienze agrarie Università di Torino) la prima ricerca scientifica e delle analisi e di biomonitoraggio a Torino utilizzando il prezioso servizio delle api, collocate sul terrazzo di Via Ormea. L'interesse verso l'apicoltura nelle aree fortemente antropizzate non è mai scemato. In molte città d'Italia come a Torino l'Università ha continuato ad effettuare misure anche per comprendere le dinamiche del superorganismo ape in ambienti con evidenti tracce di inquinamento.

A partire dal 2006 l'apicoltura urbana si è intensificata, grazie al lavoro di alcuni apicoltori privati, di associazioni e di ricercatori universitari.

Dal 2010 ad oggi gli apiari a Torino sono più di 20 con più di 150 alveari ed è nel 2015 che nasce il primo progetto di rete con la fondazione della Comunità del Cibo Apicoltori Urbani di Torino afferente alla 'Rete di Terra Madre - Slow Food International'.

Più recentemente si sono verificati casi di apicoltura urbana in grandi città come Milano, Roma e Latina, Cremona, Napoli, Palermo, Cesena, Reggio Emilia, Segrate, Bolzano, Potenza.

A partire dal 2012 si sono svolti 7 Convegni Nazionali di Apicoltura Urbana, due a Torino poi Roma, Milano, Urbino, Bolzano e Potenza.

Definizione[modifica | modifica wikitesto]

Con la conclusione del Convegno Nazionale svoltosi a Bolzano e successivamente con l'assemblea nazionale di Bologna nel 2018 è stata condivisa per la prima volta una definizione.

"Apicoltura urbana non è un semplice settore della zootecnia, ma un movimento culturale: una costellazione di temi e interessi: le api per contribuire a ridare radici a chi ha dovuto emigrare, uno sbocco creativo a chi è limitato da una disabilità, un’idea positiva di libertà a chi è temporaneamente carcerato, il pretesto per proporre una partecipazione attiva e appassionante dei cittadini alla salvaguardia della biodiversità, dal mantenere alveari urbani al coltivare fonti di pascolo per le api e per gli altri apoidei. Sufficientemente staccata dalla necessità di fare reddito può realizzare una forma avanzata di rispetto del benessere animale. Legata alla città, che è il centro della comunicazione, può sfociare in forme d’arte, coinvolgere scuole e bambini a scoprire in città ritmi e espressioni della vita naturale, promuovere la produzione locale di cibo, servire a misurare la qualità dell’ambiente attraverso le api."

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Paola Ferrazzi, Sorgenti mellifere e nettarifere in ambiente urbano, Torino, 1984
  • Francesca Cirio, Laurea magistrale interfacoltà in Geografia, Università di Torino - Università di Milano: GIS e bioindicatori: metodologia di analisi sulla base di dati melissopalinologici nell'attività di pianificazione urbana a Torino, 2015
  • Cecilia Roella, Laurea in Design e Comunicazione Visiva - Politecnico di Torino (Facoltà di Architettura e Design Industriale), Torino e l’apicoltura urbana: uno sviluppo sostenibile, 2016

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vedi:
  2. ^ Facendo un parallelo con le farfalle, l'Agenzia europea dell'ambiente (EEA) ha rilevato come negli ultimi 20 anni in Europa ci sia stata una diminuzione del 60% degli animali, da attribuirsi in larga parte all'uso massiccio di sostanze chimiche e pesticidi
  3. ^ I cosiddetti bio-indicatori dello "stato di salute" dell'aria

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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