Antonio Cesari

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Antonio Cesari

Antonio Cesari (Verona, 17 gennaio 1760Ravenna, 1º ottobre 1828) è stato un linguista, scrittore e letterato italiano.

Monumento funebre di Antonio Cesari - Cattedrale di Verona

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Nato a Verona il 16 gennaio 1760 da una famiglia molto numerosa (era il secondo di dieci figli) e non ricca, entrò diciassettenne, il 5 novembre 1777, nella Congregazione dell'oratorio di San Filippo Neri[1], e quando questa fu sciolta nel 1810, continuò a esercitare con molto zelo il ministero sacerdotale, e specialmente la predicazione, nella Chiesa di San Fermo Maggiore a Verona. Fu a Roma nel 1822, e allora si parlò anche di elevarlo alla porpora cardinalizia; ma la cosa non ebbe seguito. Verso la fine del settembre 1828, mentre era diretto a Ravenna per visitare la tomba di Dante, fu sorpreso da grave malore, e morì il primo ottobre, a cinque miglia dalla sua meta. Fu sepolto a Ravenna.

Antonio Cesari fu il massimo teorico del Purismo del XIX secolo. Nella sua Dissertazione sullo stato presente della lingua italiana del 18081809, propose quale esclusivo modello linguistico il tosco-fiorentino del Trecento la cui eccellenza, a suo dire, appariva in tutti gli scritti anche non letterari di quel periodo.[1]

Le sue teorie, che si rifanno a quelle proposte da Pietro Bembo nelle Prose della volgar lingua, volevano essere una reazione all'«imbarbarimento» della lingua italiana avvenuto nel Settecento per l'influsso delle dominanti culture inglese e, specialmente francese.[1]

Fra il 1800 e il 1811 Cesari ripubblicò a Verona il Dizionario della Crusca, con l'aggiunta di parecchie migliaia di voci dedotte da antichi testi di lingua. Ma lo scritto nel quale egli espose per la prima volta apertamente la sua dottrina, è la Dissertazione sullo stato presente della lingua italiana, premiata nel 1809 dall'Accademia italiana di Livorno e stampata per la prima volta a Verona nel 1810.

Cesari ribadì le idee esposte nella Dissertazione nei dialoghi delle Grazie (Verona 1813), e nell'Antidoto per i giovani studiosi contro le novità in opera di lingua italiana, composto nel 1828 e pubblicato postumo (Forlì 1829), e le applicò nelle Novelle, composte a imitazione di quelle dei trecentisti toscani, nelle traduzioni delle Odi di Orazio, delle commedie di Terenzio e delle lettere di Cicerone, nelle rime serie e piacevoli, e, per tacere di una quantità di scritti minori, nei dialoghi Sulle bellezze della Divina Commedia (Verona 1824-26), con i quali tentò un commento continuo, linguistico ed estetico, dell'opera di Dante, e contribuì efficacemente al rifiorire degli studi danteschi. L'opera, strutturata in trentaquattro dialoghi, undici per l'Inferno e per il Purgatorio e dodici per il Paradiso, è un'originale analisi linguistica e stilistica della Divina Commedia, tendente a superare i limiti dei contemporanei commenti storico-eruditi. Si attengono al purismo classicista anche le sue traduzioni dell'episodio della Matrona di Efeso, tratto dal Satyricon di Petronio[2], dell'orazione Pro Milone di Cicerone[3] e della Chioma di Berenice di Catullo.[4]

Buon conoscitore del greco oltre che del latino, Cesari fu anche autore di una traduzione dell'Apologetico di Gregorio Nazianzeno[5] e dei Lavacri di Pallade di Callimaco.[4]

Polemiche[modifica | modifica wikitesto]

Le sue dottrine procurarono al Cesari fama e seguaci in gran numero, ma gli suscitarono contro avversari accaniti che, approfittando di qualche suo errore e delle esagerazioni alle quali si abbandonò talvolta nell'imitare i trecentisti, lo criticarono aspramente. Il più illustre fra questi oppositori fu Vincenzo Monti, che lo canzonò, non senza arguzia, in certi dialoghi pubblicati nel Poligrafo di Milano nel 1813, e tornò poi alla carica nella Proposta, spalleggiato da Giulio Perticari.[6] Cesari rispose alle critiche con varie opere polemiche: Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana (1808), Le Grazie (1813), Articolo per giovani studiosi contro le novità in opere di lingua italiana (postumo, 1828)[7].

Più acerbo avversario fu il Padre Francesco Villardi che, già discepolo del Cesari e da lui beneficato, gli si voltò poi contro aspramente. Duri giudizi furono espressi sullo stile di Cesari anche dal Manzoni nel suo trattato Della lingua italiana[1] e dal Leopardi nello Zibaldone[8] Si dimostrarono più benevoli verso di lui Ugo Foscolo e Niccolò Tommaseo.[1] Nel corso dell'Ottocento il purismo cadde in discredito, ma il Cesari contribuì a rimettere in onore l'italianità della lingua; e così indirettamente cooperò alla rinascita del sentimento nazionale.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e Gianfranco Contini, Letteratura italiana del Risorgimento, 1789-1861, vol. 1, Sansoni, 1986, pp. 249-251.
  2. ^ a cura di G. Guidetti, La Matrona Efesina o novella di T. Petronio Arbitro, Reggio Emilia 1897.
  3. ^ Verona 1828, ripubbl. in Opuscoli greci e lat. volgarizzati, a cura di G. Guidetti, Reggio Emilia 1913, pp. 130-214.
  4. ^ a b In Rime diverse, Verona 1794 e Rime gravi, ibid. 1823.
  5. ^ Verona 1787, rist. in Opuscoli greci e lat. volgarizzati, a cura di G. Guidetti, Reggio Emilia 1913, pp. 293-369.
  6. ^ Andrea Dardi (a cura di), Gli scritti di Vincenzo Monti sulla lingua italiana: con introduzione e note. Firenze : L. S. Olschki, 1990, Collezione Studi, ISBN 8822237382
  7. ^ Stefania De Stefanis Ciccone, La questione della lingua nei periodici letterari del primo '800. Firenze : L. S. Olschki, 1971
  8. ^ Zibaldone, pensiero del 27 febbraio 1827.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Franco Lanza, Antonio Cesari, in Enciclopedia dantesca, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1970.
  • Giuseppe Guidetti, Antonio Cesari: giudicato e onorato dagl'italiani e sue relazioni coi contemporanei, Reggio d'Emilia, Presso l'autore, 1903.
  • Cesare Bresciani, Elogio storico del p. Antonio Cesari, Verona, Libanti, 1828.
  • Giovanni Bonfanti, Vita di Antonio Cesari, Verona 1832.
  • Alfonso Bertoldi, L'amicizia di Pietro Giordani con Antonio Cesari, in Prose critiche di storia e d'arte, Firenze 1900, p. 177 segg.
  • A. Campanini, L'Accademia della Crusca e Antonio Cesari, in Rassegna nazionale, 16 dicembre 1901.
  • Attilio Butti, L'opera di Antonio Cesari nella novella, in Giornale storico della lett. ital., XLII, p. 205 segg.
  • Giovanni Boine, Il purismo, in La Voce, 8 agosto 1912.
  • Vittorio Fontana e Vittorio Mistruzzi, Antonio Cesari nel primo centenario della morte, Verona 1928.
  • Egidio Bellorini, Nel centenario della morte di Antonio Cesari, in Garda, novembre 1928.
  • Luigi Falchi, Antonio Cesari cent'anni dopo la sua morte, in Giornale storico della letteratura italiana, XCIV (1929).
  • Giuseppe Guidetti, L'amicizia, la religione e la lingua nelle relazioni e carteggio tra Antonio Cesari, Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi, Reggio d'Emilia, Tip. Editr. Ubaldo Guidetti, 1922.
  • Guido Lonati, Un amico gardesano di Antonio Cesari, in Il Garda, III(1928), 8, pp. 36 s.;
  • D. Bulferetti, Il centenario di padre Cesari: i contemporanei, in La Fiera Letteraria, 7 ott. 1928;
  • Antonio Zecchini, Contributi alla storia letteraria dell'Ottocento. Il soggiorno del Padre Cesari a Faenza attraverso lettere e documenti inediti, Ferrara 1931 (cfr. recensione di V. Cian, in Giornale storico della letteratura italiana, C [1932], pp. 337 s.);
  • Alfonso Bertoldi, Le ultime visite a Modena e la morte di Antonio Cesari in documenti modenesi, in Giornale storico della letteratura italiana, CIII (1934), pp. 93-98;
  • Vincenzo Monti, Epistolario, a cura di Alfonso Bertoldi, Firenze 1928-1931, ad Indicem;
  • Giacomo Leopardi, Epistolario, a cura di Francesco Moroncini, Firenze 1934-1941, ad Indicem;
  • Fiorenzo Forti, L'«eterno lavoro» e la conversione linguistica di A. Manzoni, in Giornale storico della letteratura italiana, CXXXI (1954), pp. 352-85 (spec. 383: giudizio del Manzoni sul Cesari);
  • Walter Binni, Classicismo e neoclassicismo nella letteratura del Settecento, Firenze 1963, pp. 135 s., 142 s.

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