Anitta

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Anitta
DolchAnitta.jpg
Punta di lancia del palazzo di Anitta a Kanesh, in Asia Minore
Gran Re di Kanesh
In carica1745 a.C. circa - 1720 a.C. circa
PredecessorePithana
SuccessoreZuzu
Altri titoligran re (Lugal Gal), signore di Kušara, signore di Kanesh
NascitaKuššara
Mortecirca 1720 a.C.
Luogo di sepolturaKuššara
PadrePithana
FigliZuzu ?

Anitta, figlio di Pithana, o anche Anittas o Anita[1], (... – 1720 a.C. circa) fu un sovrano, re della città anatolica di Kuššara, non ancora esattamente localizzata, e di Kanesh, nel XVIII secolo a.C.

È considerato uno dei primi grandi sovrani anatolici; continuò la politica aggressiva del padre Pithana creando un regno tra i più estesi del periodo, in quell'area. Originario di Kuššara, dopo aver conquistata la città di Kaneš, vi spostò la propria corte.

Incerte sono le notizie e ancor più le datazioni relative al regno di Kaneš. È stato ipotizzato per Anitta un regno piuttosto lungo, tra il 1775 a.C. e il 1740 a.C.[2], mentre[3] recentemente è stata proposta una datazione più prossima, tra il 1745 e il 1720 circa.

Fonti documentali[modifica | modifica wikitesto]

Le fonti storiche da cui trarre notizie sulla vita e le imprese di Anitta sono tre, due delle quali posteriori.

La prima fonte è il cosiddetto Proclama di Anitta[4], un breve resoconto della vicenda che portò alla formazione del primo esteso regno nella storia dell'Anatolia e che è considerato il più antico testo in lingua ittita (e anche in una lingua indoeuropea) attualmente conosciuto. Fu redatto ai tempi del regno Hattušili I, probabilmente riportando il testo delle iscrizioni dedicate ad Anitta a Kaneš.

L'Anatolia centrale, negli anni fra il 2000 a.C. e il 1700 a.C., era divisa in un gran numero di piccoli regni e città-stato, legati fra loro da una complessa serie di trattati che avevano lo scopo di garantire la sicurezza degli indispensabili commerci con l'Assiria (come l'importazione dello stagno, necessario alla fabbricazione del bronzo). Particolarmente importanti erano i "Karum", empori posti sulle rotte commerciali, dove si effettuavano gli scambi; essi sorgevano nei pressi dei centri più importanti e costituivano il tessuto economico dell'area.

I regni più potenti, all'inizio del XVIII secolo a.C., erano quello di Hatti, con capitale Hattuša, che controllava gran parte della valle del fiume Marassantiya, l'odierno Kızılırmak; la città di Zalpa/Zalpuwa posta alla foce del Kizilirmak sul Mar Nero, la città di Purushanda, a sud-ovest del Marassantiya, Kuššara posta a sud-est, e soprattutto il regno di Kanesh/Neša, l'attuale Kültepe) che era il fulcro della rete commerciale dei mercati anatolici[5].

L'importanza politica, commerciale e culturale della città di Kanesh[6] è testimoniata dal fatto che la lingua ittita fosse già allora chiamata "nesita", nesumnili, cioè lingua di Neša.

Il Proclama di Anitta narra le gesta del padre, Pithana, durante la conquista di Kanesh, probabilmente per dimostrare come il figlio si fosse mosso sulle sue orme, continuando nella sottomissione delle città vicine, incluse Hattuša e Zalpa/Zalpuwa.

La seconda fonte è un più tardo testo ittita, l'Editto di Telipinu, un corpus normativo riguardante la successione al trono e il diritto pubblico ittita, redatto alcuni secoli dopo (1500 a.C. circa), che riproduce alcune iscrizioni prese dal proclama di Anitta.

La terza fonte è una punta di lancia incisa ritrovata negli scavi della città di Kanesh che riporta la scritta É.GAL A-ni-ta ru-bā-im, cioè (proprietà del) gran palazzo di Anitta, il re (rubâ'um era l'antico termine per re in lingua nesita prime che venisse adottato il termine accadico šarrum). Questo reperto conferma come Kanesh fosse divenuta la capitale del regno di Anitta e la sua residenza.

Formazione di un regno: da Pithana ad Anitta[modifica | modifica wikitesto]

Anitta, alla morte del padre, ereditò il regno di Kuššara e Kanesh, dove era stata trasferita la sede reale.

Il Proclama di Anitta racconta la conquista di Kanesh da parte di suo padre Pithana: «(Pithana) il re di Kuššara scese dalla città con tutte le (sue) forze e conquistò di notte Neša con la forza, catturò il re di Neša ma non fece alcun male a nessun figlio di Neša: li trattò come madri e padri».[7][5].Le ragioni che spinsero Pithana (e poi suo figlio) a scendere in guerra possono essere state varie, ma le più probabili erano di ordine commerciale.

Dal carteggio ritrovato nell'archivio del palazzo reale di Neša fra Waršama, l'ultimo re nesita della città prima della conquista da parte di Pithana, e Anum-Hirbi, re di Mama (in antico assiro) o Haššum[8] (in antico babilonese e in lingua Ittita) e Zalwar, si capisce come fosse difficile per i sovrani dell'area controllare i vassalli. I continui piccoli conflitti locali danneggiavano il commercio su grande scala con l'Assiria, rendendo insicure le vie di comunicazione. Il testo di questa lettera diplomatica è chiaro sull'argomento:

«Anum-Hirbi, re di Mama, parla come segue: dice Waršama, re di Kanesh 'l'uomo di Taisama è mio schiavo, io lo controllerò, ma tu controllerai l'uomo di Sibuha, tuo schiavo?' Dato che l'uomo di Taisama è un tuo cane, perché combatte contro gli altri principi? Ha mai combattuto contro gli altri principi l'uomo di Sibuha, mio cane? Un re di Taisama diverrà un terzo re con noi?[5][9][10][11][12]»

I due re si accordarono per un nuovo e più stringente giuramento di alleanza. Intrecciare questo rapporto di cooperazione risolveva i problemi con i regni a sud e ovest di Neša, ma non quelli con i regni a nord ed est, tra cui Kuššara. È possibile che il tentativo di sottomettere quei regni, magari chiudendo le vie commerciali a essi dirette, possa avere provocato la reazione di Pithana.

Pithana conquistando Neša pose le basi per un controllo delle vie commerciali anatoliche che suo figlio Anitta tentò di completare.[5]. Ampliato il suo regno Pithana assunse il titolo di Grande re (Lugal gal)
che accompagnò anche il regno di suo figlio Anitta, destinato a governare territori assai più vasti.

L'espansionismo di Anitta[modifica | modifica wikitesto]

Mappa dell'Anatolia ai tempi dei primi re Ittiti
Resti del palazzo reale di Kaneš

Alla morte del padre Anitta si trovò prima a dovere combattere contro vassalli ribelli (l'iscrizione parla di regni posti ad est). Domate queste rivolte Anitta dovette affrontare un'alleanza fra Zalpa ed Hatti, la cui capitale era Hattuš. Questi due regni controllavano i territori posti all'interno della grande ansa del fiume Marassantiya, il più lungo dell'Anatolia[N 1], fino al Mar Nero dove, nei pressi della foce del fiume, era posta Zalpa. In precedenza la stessa alleanza, nel 1833 a.C.[14] aveva attaccato e incendiato Kanesh. Probabilmente questi regni del centro nord anatolico tolleravano la potenza del bazar e della città di Kanesh, fino a quando era funzionale al mantenimento dei commerci. Tuttavia, ne temevano l'ascesa, forse perché avrebbe potuto ricattarli con la chiusura delle vie commerciali.

Anitta non aspettò gli eventi ma prese l'iniziativa: nel 1730 a.C. espugnò Zalpa, catturando il suo re Huzziya e riportando a Kanesh le statue sacre degli dei trafugate nel 1833 a.C. Nel 1729 pose sotto assedio Hattuš, prendendola per fame[15] e catturando il suo re Piyusti. Hattuš fu rasa al suolo e maledetta. Le dinastie sconfitte probabilmente scomparvero. Quanto riportato nel proclama di Anitta sembra confermato dai reperti archeologici di Hattuša, che testimoniano un vasto incendio della città datato al XVIII secolo a.C.[16].La maledizione non ebbe effetti duraturi: un secolo dopo, Ḫattuša divenne la capitale del regno ittita.

Affrontate le minacce più gravi incombenti sul suo regno Anitta concentrò le operazioni militari per il controllo dei territori a sudovest di Kanesh. L'obiettivo era la conquista della città di Salatiwara che si trovava sulla strada che collegava i regni di Wahsusana e di Purushanda, forse non lontana dalla attuale Ankara. Furono necessarie due campagne militari. Nella prima Anitta sconfisse l'esercito nemico, ma non riuscì a prendere la città. Nella seconda, espugnò Salatiwara, radendola al suolo e riportando un ricco bottino oltre a molte armi e cavalli.

L'anno successivo Anitta diresse le sue truppe contro il potente e ricco regno di Purushanda, posto ad Ovest, il cui re godeva dell'appellativo riconosciuto di "gran re". Il re di Purushanda evitò lo scontro militare, inviandogli doni e sottomettendosi, ottenendo di essere accolto fra i principi di Kanesh e di essere nominato governatore di un regno tributario.

L'azione di Anitta aveva così completamente alterato la struttura politica anatolica, con i Nesiti che direttamente o indirettamente controllavano l'intera area, come mai in precedenza. Oltre alle città di Kanesh e Kuššara, sedi reali, e Purushanda probabilmente controllata direttamente, Anitta aveva insediato sul trono dei più importanti regni della zona alcuni membri del proprio nucleo familiare. A Zalpa regnava Peruwa, probabilmente suo fratello[17], mentre a Hatti, scomparsa la dinastia di Piyusti, in quegli anni saliva al trono PU-Sarruma, forse di origine nesita e forse membro della famiglia reale[18]. Il piccolo regno di Kuššara, da cui era partito Pithana solo due decenni prima, aveva quasi raggiunto le dimensioni di un impero.[5]

Anitta, inoltre, avviò una serie di lavori pubblici per abbellire Kanesh, dotandola anche di uno zoo contenente due leoni ed altri centoventi animali.

Epilogo: la fine del regno nesita[modifica | modifica wikitesto]

Gli sforzi di Pithana ed Anitta ebbero effetti molto limitati nel tempo. Anche se una fascia dell'Anatolia centro orientale (da nord a sud, tutto il bacino del fiume Kızılırmak ed i territori del regno di Purushanda) fu posta sotto il controllo del re di Kanesh, l'Anatolia meridionale precipitò nell'anarchia, per il collasso degli antichi regni. Il commercio con l'Assiria entrò progressivamente in crisi, come dimostra la scomparsa degli archivi dei mercanti assiri dalle colonie commerciali anatoliche (Karum). Questi archivi avevano fornito un'abbondante e precisa documentazione della politica anatolica degli anni precedenti. Inoltre, in Mesopotamia, il regno di Babilonia, con il re Hammurabi, aveva espanso la sua potenza rendendo vassalli sia il regno assiro sia quello di Aleppo, modificando forse in questo modo le vie commerciali.

Alla fine del XVIII secolo a.C.[19]Kanesh venne attaccata, incendiata e rasa al suolo da nemici sulla cui identità non vi è accordo. Le ipotesi più accreditate sono quelle di un attacco hurrita da est[20], oppure di un contrattacco improvviso di Salatiwara[21]da ovest[22]. Probabilmente Anitta all'epoca era già morto e sul trono sedeva Zuzu, forse suo figlio, il cui destino è incerto: potrebbe aver riportato la capitale del regno a Kuššara o potrebbe essere perito nel disastro. Kanesh fu ricostruita[23] ma non riacquistò più l'importanza precedente.[12][24]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Note esplicative
  1. ^ Itamar Singer suggerisce che, al momento della unificazione del paese da parte di Anitta, l'Anatolia fosse divisa in zone etno-culturali distinguibili dalla loro onomastica, pantheon e dalla cultura materiale: le due divisioni principali erano tra il bacino del Marassantiya, con la sua popolazione in gran parte Hatti, e la regione nesita che si estendeva da Kaneš verso est. La coalizione tra i re di Zalpa e Hattuš, quindi, avrebbe rappresentato una opposizione degli Hatti contro il controllo nesita[13].
Fonti
  1. ^ James G. Macqueen, Gli Ittiti, in Grandi Tascabili Economici, Newton, 1997, p. 22.
  2. ^ (EN) William J. Hamblin, Warfare in the Ancient Near East to 1600 BC: Holy Warriors at the Dawn of History, Oxon, Routledge, 2006.
  3. ^ Basandosi su cronologie incrociate dei sovrani mediorientali tra cui Shamshi-Adad e Zimrilim, e dati di altri storici tra cui Steiner (Forlanini 1995, pp. 123-130).
  4. ^ KBo 3.22 et al.
  5. ^ a b c d e (EN) Trevor Bryce, The Kingdom of the Hittites, new edition, Oxford, Oxford University Press, 2005.
  6. ^ J. Seeher: The Hittites - The people of 1000 Gods, pag 5.
  7. ^ Sulle possibili interpretazioni di questa descrizione delle conquista di Kaneš vedi il più volte citato testo di Trevor Bryce
  8. ^ (EN) Haššum, su The history files.
  9. ^ (EN) Louis L. Orlin, Assyrian Colonies in Cappadocia, mouton de gruyter, 1970.
  10. ^ (EN) Noel Weeks, Admonition and Curse: The Ancient Near Eastern Treaty/Covenant Form as a Problem in Inter-Cultural Relationships (Library Hebrew Bible/Old Testament Studies), 1ª ed., Bloomsbury T&T Clark, 2004.
  11. ^ (EN) K. Balkan, Letter of King Amun-Hirbi of Mama to King Warshama of Kanesh, Ankara, Turk, Tarish Kurumu Basimevi, 1957.
  12. ^ a b Forlanini 1995.
  13. ^ (EN) Itamar Singer, Our God and Their God, a cura di Mauro Giorgieri, Onofrio Carruba e Clelia Mora, II Congresso Internazionale di Hittitologia, Pavia, Gianni Iuculano, 1995.
  14. ^ Datazione proposta da Kriszat e ribadita da Forlanini: The branches of the hittite royal family on the early kingdom period. Pag. 121.
  15. ^ M. Forlanini: The branches of the hittite royal family on the early kingdom period. Pag. 121.
  16. ^ corrispondente negli scavi alla fine del livello IVd, l'8a sul pendio, e la fine del livello 4 nella città bassa (quindi una distruzione non solo della zona mercato, il Karum, ma di tutta la città)
  17. ^ J. Blasweiler: The rabi simmiltim of the kings of Kanesh, pag.2
  18. ^ Forlanini per primo ipotizzò che il Tudhaliya di cui era figlio biologico fosse il "Gal Sagi", Capo dei coppieri reali, citato in un testo nesita dal Re Zuzu, figlio di Anitta (Forlanini 1995, p. 130).
  19. ^ Blasweiler propone come data il 1710 ca., rilanciando una datazione già suggerita da Neu, che postpone di un trentennio rispetto ad Hamblin le imprese di Pithana ed Anitta, e sposando la tesi di Forlanini. J. Blasweiler: Who ruled before the grandfather of Hattusili I?, pag.1 e relativa nota 1.
  20. ^ Blasweiler propone come data il 1710 ed imputa l'assalto a popolazioni hurrite giunte da Est. J. Blasweiler: "1710 a.C.: An hurrian attack to the city Kanesh?".
  21. ^ Ipotesi formulata per primo da Steiner e poi rilanciata da Forlanini (Forlanini 1995, p. 130).
  22. ^ (EN) M. W. Newton e P. I. Kuniholm, Türkiye Bilimler Akademisi Arkeoloji Dergisi 7, VII, 2004, pp. 165-176.
  23. ^ Periodo archeologico Ia
  24. ^ (EN) Louis L. Orlin, Assyrian Colonies in Cappadocia, Mouton, The Hague, 1970.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • (EN) Massimo Forlanini, The Kings of Kaniš, in Onofrio Carruba et al. (a cura di), Atti del II Congresso internazionale di hittitologia (Pavia, 28 giugno-2 luglio 1993), Pavia, Gianni Iuculano editore, 1995, pp. 123-132, ISBN 88-7072-234-1.

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