Andvari (mitologia)

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Andvari ("vigilante", "protettore"), nella mitologia norrena, è uno dei nani creati all'inizio del tempo, e apparteneva alla schiera di nani che dimoravano nel sottosuolo.

Pietra runica che raffigura Andvari

Il Mito[modifica | modifica wikitesto]

Di Andvari si parla anzitutto nel Gylfaginning, la prima parte dell'Edda in prosa dello storico islandese Snorri Sturluson; qui si dice:

(NON)

« En þessir eru ok dvergar ok búa í steinum, en inir fyrri í moldu:
Draupnir, Dolgþvari,
Haur, Hugstari,
Hleðiolfr, Glóinn,
Dóri, Óri,
Dúfr, Andvari,
Heftifili,
Hár, Svíarr. »

(IT)

« Anche questi erano nani e abitavano nelle rocce; quelli nominati per primi, invece, nel fango:
Draupnir, Dolgþvari,
Haur, Hugstari,
Hleðiolfr, Glóinn,
Dóri, Óri,
Dúfr, Andvari,
Heftifili,
Hár, Svíarr. »

(Snorri Sturluson - Edda in prosa - Gylfaginning - XIV)

Andvari viveva sotto le sembianze di un luccio[1] nella cascata detta "Andvarafors" ("cascata di Andvari") e possedeva molto oro; tale oro cresceva sempre grazie al magico anello Andvaranautr.

La vicenda dell'oro dei Nibelunghi ha la sua origine nell'uccisione di Ótr, mutapelle trasformato in lontra, ad opera di Loki; non appena il padre di Ótr, Hreiðmarr, venne a sapere della morte del figlio, pretese dagli Æsír un guidrigildo: riempire la pelle di lontra con dell'oro. Per pagare il riscatto, Loki si recò da Rán, prese in prestito la sua rete da pesca, quindi si recò nella cascata "Andvarafors" e catturò il luccio, che era Andvari. Il nano fu costretto a consegnare al dio tutte le sue ricchezze, compreso il magico anello. Per questo motivo Andvari maledisse l'oro e proclamò che l'anello sarebbe stato una disgrazia per chiunque l'avesse posseduto. L'anello e l'oro furono in seguito causa della morte di Hreiðmarr e dei suoi figli, Fáfnir e Reginn, e di molti nobili eroi, tra cui Sigfrido, Gunther, Hagen e Attila.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ In questo caso il pesce lucente che salta nella cascata rappresenta l'immagine stessa dell'oro, con una metafora comune nelle kenningar, che definisce l'oro appunto come "fiamma" o "luce" delle fonti e delle acque. - Gianna Chiesa Isnardi, op.cit.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Gianna Chiesa Isnardi, I Miti nordici, nota 4, pag. 79. Milano, Longanesi, 1991. ISBN 8830410314.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]