Amilcare Barca

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Amilcare
Amilcare e Annibale. Cammeo in agata calcedonio di età romana. Conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli.
Amilcare e Annibale. Cammeo in agata calcedonio di età romana. Conservato al Museo archeologico nazionale di Napoli.
circa 290 a.C. - 229 a.C.
Soprannome Barca
Morto a Helike
Cause della morte Morte in battaglia (annegamento)
Dati militari
Paese servito Cartagine
Forza armata Esercito cartaginese
Anni di servizio 247 a.C. - 229 a.C.
Grado Generale
Guerre Prima guerra punica, Guerra dei mercenari
Comandante di Annibale Giscone
Altro lavoro Politico

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Amilcare (290 a.C. circa[1]229 a.C.) è stato un generale e politico cartaginese.

Fu soprannominato "Barak", che in punico significava fulmine o saetta, latinizzato poi in Barca.

I figli Annibale, Asdrubale e Magone mantennero il soprannome del padre sotto forma di patronimico: vennero chiamati infatti "Barcidi"; in seguito, “Barca” finì per essere il cognome col quale la famiglia intera viene ricordata.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

La Spagna al tempo della conquista cartaginese (237-218 a.C.).

Amilcare si distinse per le sue doti di generale nel 247 a.C., durante la Prima guerra punica. Gli fu infatti affidato il comando delle forze cartaginesi in Sicilia in un momento in cui essa si trovava pressoché nella sua interezza nelle mani dei Romani. Amilcare sbarcò immediatamente nella parte nord-occidentale dell'isola, accompagnato da un corpo di mercenari. Asserragliatosi prima sul monte Pellegrino, in seguito sul Monte Erice, riuscì non solo a mantenere la propria posizione contro gli attacchi nemici, ma anche a dirigere con successo la difesa delle città di Lilibeo e di Drepano, e ad effettuare alcune incursioni sulle coste dell'Italia meridionale.

Nonostante egli si facesse artefice di una così brillante campagna, il suo apporto non cambiò il corso della guerra, che terminò con la sconfitta dei Cartaginesi. Tornato in Africa, le truppe mercenarie, che erano state tenute a freno soltanto dalla sua autorità e dalla promessa di una buona paga, si ammutinarono. Nel 240 a.C., Amilcare assunse il comando delle truppe cartaginesi: dopo tre anni di lotta senza tregua, Cartagine riuscì a domare la rivolta dei mercenari, che per poco non aveva distrutto la stessa città.

Amilcare, dopo la sconfitta di Cartagine nella prima guerra punica e dopo aver domato la rivolta dei mercenari e dei sudditi libici,[2] era determinato, in contrasto con i propositi conservatori del partito aristocratico di Cartagine, a sviluppare un importante programma di espansione e rafforzamento della città in funzione anti-romana. Secondo la tradizione storiografica antica egli avrebbe contato in prospettiva per la lotta contro Roma, sul supporto dei suoi tre figli maschi, "i tre leoncini" allevati "per la rovina di Roma".[3] Indignato dal comportamento di Roma, che ruppe il trattato di pace approfittando della debolezza di Cartagine dopo il termine della guerra, Amilcare convinse il governo punico della necessità di espandere i domini cartaginesi nella penisola iberica (che alcune fonti indicano come un dominio cartaginese perduto),[2] per ottenere le risorse necessarie per pagare l'indennizzo di guerra e progettare future guerre contro Roma.

Cartagine fornì solo una forza relativamente ristretta. Dopo aver a lungo addestrato alcuni corpi di cavalieri numidi, iniziò una campagna di invasione che lo portò sia con la diplomazia che con l'uso delle armi, a conquistare gran parte della penisola iberica. Amilcare infatti, accompagnato dal figlio Annibale, che allora aveva nove anni, intraprese nel 237 la marcia lungo le costa del Nord Africa fino alle Colonne d'Ercole. Gli altri due figli, Asdrubale e Magone, restarono a Cartagine. In questo momento si colloca il celebre episodio del giuramento di Annibale bambino. Secondo la tradizione storiografica iniziata da Polibio e perpetuata da altri storici antichi, prima della partenza per la Spagna, Amilcare avrebbe fatto giurare solennemente al figlio che egli non sarebbe mai stato amico di Roma; l'evento, messo in dubbio dagli storici moderni, è divenuto esemplare per rappresentare simbolicamente il sentimento di odio eterno di Annibale verso Roma che rimase effettivamente l'elemento dominante della vita del condottiero cartaginese[4].

La campagna di Amilcare in Spagna ebbe successo: pur con poche truppe e pochi finanziamenti, egli sottomise le città iberiche scegliendo come base operativa la vecchia colonia punica di Gades, l'odierna Cadice. Egli riaprì le miniere per autofinanziarsi, riorganizzò l'esercito e iniziò la conquista. Fornendo alla madrepatria convogli di navi cariche di metalli preziosi che aiutarono Cartagine nel pagamento dell'ingente debito di guerra con Roma, Amilcare ottenne grande popolarità in patria. Sfortunatamente rimase ucciso dopo un suo fallito assedio alla città di Helike (l'odierna Elche), nella ritirata che ne seguì morì affogato durante l'attraversamento di un fiume. Venne scelto come suo successore il marito di sua figlia, Asdrubale, chiamato anche Asdrubale Maior per distinguerlo da Asdrubale, figlio di Amilcare e fratello minore di Annibale.[5]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Fonte: Dizionario enciclopedico italiano, s. v. Amìlcare.
  2. ^ a b Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 2, 1.
  3. ^ S. Lancel, Annibale, p. 22.
  4. ^ S. Lancel, Annibale, pp. 51-52.
  5. ^ Tito Livio, Ab Urbe condita libri, XXI, 2, 3.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie
Fonti storiografiche moderne

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

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