Altissimi cantus

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Altissimi cantus
Motu proprio
Stemma di Papa Paolo VI
Pontefice Papa Paolo VI
Data 7 dicembre 1965
Anno di pontificato III
Traduzione del titolo Il signore dell'altissimo canto: Dante Alighieri
Argomenti trattati settimo centenario della nascita di Dante Alighieri
Motu proprio precedente Integrae Servandae
Motu proprio successiva Finis datur Concilio Oecumenico Vaticano II

Altissimi cantus è un motu proprio che papa Paolo VI decise di scrivere in occasione dei festeggiamenti per il settimo centenario della nascita del poeta fiorentino Dante Alighieri.

La lettera[modifica | modifica wikitesto]

Paolo VI

Premesse[modifica | modifica wikitesto]

Scritta da Paolo VI sotto forma di motu proprio, l'Altissimi cantus prosegue la linea tracciata da parte di papa Benedetto XV, autore dell'enciclica In praeclara Summorum del 1921, vera ode nei confronti della poesia cristiana dantesca[1]. La lettera di Paolo VI fu pubblicata a Roma il 7 dicembre del 1965, ovvero il giorno prima che terminasse il Concilio Vaticano II[2]. Inserita nei contesti per le celebrazioni del settimo centenario della nascita di Dante, la lettera esprime tutto l'amore che Montini nutriva per il poeta della Divina Commedia, poema che era solito farsi leggere dal segretario particolare, Pasquale Macchi[3]. Già in quell'anno, infatti, il papa era intervenuto con due lettere rivolte all'arcivescovo di Firenze, Ermenegildo Florit, e a quello di Ravenna, Salvatore Baldassarri. Alle due città, inoltre, il pontefice fece due doni significativi: un alloro dorato da mettere nel Battistero di San Giovanni a Firenze[4] il 14 novembre[1]; e una croce dorata nella Tomba di Dante a Ravenna, simbolo della Resurrezione[5] il 19 settembre[1].

Il contenuto[modifica | modifica wikitesto]

Divisa in 68 paragrafi, la lettera rievoca la figura di Dante quale poeta cristiano eccelso (par. 5) e la necessità di elogiarlo e glorificarlo da parte degli amanti dell'arte e del bello. Fortissima è la dichiarazione che il pontefice fa della figura e dell'opera di Dante in rapporto alla sua affiliazione alla dottrina e alla Chiesa Cattolica:

(LA)

«Quaesierit fortasse quispiam, curnam Catholica Ecclesia, adspectabilis eius Capitis arbitrio et ope, ita memoriam recolere, ita praedicare Florentini poetae gloriam contendat. Facilis et prompta responsio est: quia Dantes Aligherius praecipuo iure noster est: noster, scilicet catholicae religionis, quia in Christum totus spirat amorem; noster, quia Ecclesiam valde dilexit, cuius decora cecinit; noster, quia in Romano Pontifice agnovit et veritus est Christi in terris Vicarium.»

(IT)

«Qualcuno potrebbe forse chiedere come mai la Chiesa cattolica, per volontà e per opera del suo Capo visibile, si prenda così a cuore di celebrare la memoria del poeta fiorentino e di onorarlo. La risposta è facile e immediata: Dante Alighieri è nostro per un diritto speciale: nostro, cioè della religione cattolica, perché tutto spira amore a Cristo; nostro, perché amò molto la Chiesa, di cui cantò gli onori; nostro, perché riconobbe e venerò nel Romano Pontefice il Vicario di Cristo in terra»

(Paolo VI, Altissimi cantus, par. 9)
Sandro Botticelli, Ritratto di Dante Alighieri

Davanti alla sua importanza nel contesto non solo letterario, ma anche della fede cristiana, il pontefice decide, di motu proprio, di istituire una Cattedra di Studi Danteschi presso l'Università Cattolica di Milano, affidandone la realizzazione all'allora rettore Ezio Franceschini (par. 7).

Paolo VI, riconoscendo in Dante il poeta della cristianità, ne evoca il carattere ecumenico e dichiara la Commedia come la summa del pensiero medievale (par. 16;17): «...cum is ob granditatem ingenii et operis appellationem sibi mereret poetae ad cunctas pertinentis gentes seu oecumenici»; e «ac denique mediae aetatis id monumentum...». Più avanti, però, Dante è riconosciuto, oltreché poeta, anche e soprattutto come teologo (sulla base dell'epigrafe mortuaria redatta da Giovanni del Virgilio), in quanto «altissimi cantus dominus» (par. 41), poiché si rivelò teologo della mente di Dio.

Ma soprattutto, il pontefice sottolinea il carattere pratico dell'opera dantesca, riprendendo il filone dell'Epistola XIII inviata dal poeta a Cangrande della Scala:

(LA)

«Divinae Comoediae finis apprime in actione versatur atque eo contendit, ut immutet et convertat. Cui non solum reapse praestitutum est, ut esset panctis carminibus pulchra, praeceptis morum bona, sed quam maxime ut radicitus hominem excuteret eumque eveheret, a perturbatione ad sapientiam, a noxis ad sanctitatem, ab angoribus ad felicitatem, ab horrifica consideratione inferorum locorum ad Paradisi beatitates»

(IT)

«Il fine della Divina Commedia è anzitutto pratico ed è volto a trasformare e a convertire. Essa in realtà non si propone solo di essere poeticamente bella e moralmente buona, ma soprattutto di cambiare radicalmente l'uomo e di condurlo dal disordine alla sapienza, dal peccato alla santità, dalle sofferenze alla felicità, dalla considerazione terrificante dei luoghi infernali alle beatitudini del Paradiso»

(Altissimi cantus, par. 18)

L'enciclica prosegue dedicandosi all'analisi allegorica del poema (par. 23-27), rievocandone l'economia salvifica da parte di tutto il genere umano tramite la figura del Dante personaggio, salvezza che viene mostrata attraverso il viaggio ultraterreno dal luogo della «pacis perpetuo amissae», ovvero l'Inferno, fino alla «pacis plene perpetuoque possessae», cioè il Paradiso (par. 27): Dante è pertanto la vera espressione dell'umanesimo in chiave cristiana contro quella "pagana" del XV secolo[6] (tesi che risente ancora degli influssi di Jacob Burchardt e oggi smentita[5]). Paolo VI prosegue riprendendo il pensiero politico dantesco espresso nel De Monarchia (par. 33-36) e, riguardo alla figura dell'imperatore quale strumento di Dio per la pace sulla terra, il pontefice sottolinea l'alone profetico dantesco in quanto nel XX secolo tale ruolo è ricoperto dalle Nazioni Unite[7].

Avviandosi verso la conclusione, Paolo VI riflette sulla natura della poesia la quale dev'essere accompagnata sia dall'intuizione divina («instinctum inflatumque divinum», par. 48) ma anche dalla ragione, la quale corregge e placa l'istinto poetico tumultuoso, rendendolo chiaro («Eget autem ars ratione in tumultuosa navitate, antegrediente instinctus inflatusque scintillationem, quae cuncta posthac incohata collustrat, placat, simplicia efficit», par. 48). In Dante è presente questa combinazione di istinto poetico e di riflessione razionale e, per la profondità lirica e teologica, deve diventare il modello della poesia religiosa (par. 57-59) e invita, in conclusione, a leggere l'opera dantesca assiduamente:

(LA)

«Ii autem qui strenuiore sunt indole non solum Divinae Comoediae, praestantissimi operis, exemplar nocturna versent manu, versent diurna, verum etiam altius vestigent quidquid ibidem adhuc inexploratum et obscurum manet. Contendant legere singuli totam, non precipites et praepetes, sed acuta sagacitate et meditata commentatione. Quodsi variis de causis id multis contingere nequeat, raro inveniatur quisquam, qui eius summae complexum, eximias eius mente elucentes species, nobiliores eius partes versusque ignoret.»

(IT)

«Quelli poi che più sono dotati non solo abbiano in mano giorno e notte una copia della Divina Commedia, sublime capolavoro, ma approfondiscano anche tutto quanto vi rimane d'inesplorato e d'oscuro. Cerchino tutti di leggerla integralmente, senza precipitazione né di corsa, ma con mente penetrante e attenta riflessione. Che se, per vari motivi, a molti ciò non riesca possibile, che difficilmente si trovi qualcuno che ne ignori il contenuto, gl'ideali, le parti e i versi più famosi.»

(Altissimi cantus, par. 64-65)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c Ravasi.
  2. ^ Come ricordano Ravasi, Nicolò, Paolo VI donò un'edizione della Divina Commedia ai padri conciliari in occasione della conclusione del Concilio Vaticano II.
  3. ^ Nicolò.
  4. ^ Viene ricordata, questa donazione, anche nella lettera, dove il pontefice ricorda che quest'atto fu condiviso anche dai Padri conciliari:
    (LA)

    «In praesens liceat Nobis expletam et cumulatam delectationem ostendere, quod in consummationem voti ac praesagii Dantis Aligherii feliciter Nobis datum fuit, id agere, ut in baptisterio del mio bel San Giovanni, ubi sacro ablutus lavacro christianus evasit et Dantes vocatus est, Patribus Oecumeniei Concilii Vaticani II magno adstantibus numero, laureae auratae coronae intersereretur ex auro Christi monogramma, a Nobis dono missum, in christiani orbis pergratum obtestandum animum, quod ipse mire cecinit la verità che tanto ci sublima»

    (IT)

    «A questo punto Ci sia lecito esprimere la nostra perfetta e piena gioia per il fatto che — a dar compimento al voto e al presagio di Dante Alighieri — abbiamo felicemente potuto far sì che nel battistero del "mio bel San Giovanni" — dove, purificato dal sacro lavacro, divenne cristiano e fu chiamato Dante — con grande concorso di Padri del Concilio Ecumenico Vaticano II fosse incastonato in una corona d'alloro dorata il monogramma in oro di Cristo, dono da Noi inviato per attestare la grandissima riconoscenza del mondo cristiano per aver cantato in modo mirabile "la verità che tanto ci sublima".»

    (Altissimi cantus, par. 15)
  5. ^ a b Sacchi.
  6. ^
    (LA)

    «Ad Graecam Romanamque autem antiquitatem quod spectat, ipse in sententia manet eam praemunivisse providas christianae religioni vias atque huic saepenumero suffecisse allegorias, secus ac renatarum, ut aiunt, artium aetate, vel potius saltem apud multos illius aevi evenit, a quibus hominum bona perpendebantur, posthabita ratione Dei; atque adeo humanitas in ethnicorum instituta moresque tunc flectebatur, et pelagiana inficiebatur vitiositate.»

    (IT)

    «Per quanto riguarda l'antichità classica, egli ritiene che sia stata una provvidenziale preparazione alla religione cristiana e che ne abbia spesso offerto allegorie; diversamente rispetto a quanto accadde nel cosiddetto Rinascimento, o almeno presso molti uomini di quel periodo, che valutava i beni umani indipendentemente da Dio; nel medesimo periodo poi l'umanesimo si volgeva alle istituzioni e ai costumi pagani, e veniva inficiato dall'errore pelagiano

    (Altissimi cantus, par. 32)
  7. ^
    (LA)

    «Imperatori munus deputatur, quod potissimum morale est, cum eo tendat, ut iustitia superior discedat, et cupiditas, perturbationis et bellorum causa, cohibeatur. Ex quo sequitur, ut necessaria universalis monarchia esse videatur. Haec — propriis mediae aetatis sententiis et verbis adumbrata — prorsus exigit, ut supernationalis potestas antistet, qua in populorum pacis et concordiae tutelam unica lex imperet. Divini poetae praesagium minime est commenticium et fallax, quemadmodum aliquorum iudicio videri possit, cum hac aetate regestam quandam invenerit formam in Nationum Coniunctarum Coetu amplo provisu et benefacto, quod ad societatis humanae gentes pertinere conetur.»

    (IT)

    «All'imperatore è affidato il compito, più che altro di ordine morale, di far trionfare la giustizia e di annientare l'avidità, che è causa di disordine e di guerre: da ciò appare necessaria una monarchia universale. Questa — tratteggiata in termini medievali — esige una potestà sovranazionale, che faccia vigere un'unica legge a tutela della pace e della concordia dei popoli. Il presagio del divino poeta non è affatto utopistico, come ad alcuni potrebbe sembrare, dal momento che ha trovato nella nostra epoca una certa attuazione nell'Organizzazione delle Nazioni Unite, con estensione e beneficio che tendono a riguardare i popoli del mondo intero.»

    (Altissimi cantus, par. 37)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]