Omicidio di Alfredo Albanese

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L'omicidio di Alfredo Albanese fu commesso in Italia dalle Brigate Rosse il 12 maggio 1980 negli anni di piombo.

Alfredo Albanese[modifica | modifica wikitesto]

Alfredo Albanese (Trani, 9 gennaio 1947 - Mestre, 12 maggio 1980) era il responsabile della Sezione Antiterrorismo veneziana della Polizia di Stato, con l'incarico di vicequestore aggiunto.

Dopo una laurea in giurisprudenza, conseguita a Bari nel 1971, era entrato nella Pubblica Sicurezza nel 1975, dopo una breve esperienza come segretario comunale a Candia Canavese. Era stato subito distaccato alla Questura di Venezia.

Nel 1977 divenne direttore del 3º Distretto di Polizia a Mestre, per poi passare nel 1979 alla DIGOS veneziana, venendo nominato capo della sezione Antiterrorismo e in seguito commissario capo.

Albanese al momento della morte era impegnato nelle indagini sull'omicidio di Sergio Gori, vicepresidente della Montedison, un'inchiesta che stava crescendo andando a implicare traffici d'armi e il coinvolgimento di gruppi della sinistra militante, principalmente legati alle Brigate Rosse e ad Autonomia Operaia.

L'omicidio e le condanne[modifica | modifica wikitesto]

La mattina del giorno dell'omicidio, Albanese venne attaccato da un gruppo di uomini armati subito dopo essere uscito di casa, in via Comelico. Albanese non morì subito, nonostante le numerose ferite, e venne soccorso da un'ambulanza del policlinico Umberto I. Morì durante il trasporto in ospedale.

Un gruppo brigatista rivendicò l'azione, dapprima con una telefonata ed in seguito con un volantino abbandonato in un cestino dei rifiuti. Le indagini sull'omicidio portarono rapidamente alla scoperta di due covi brigatisti, uno a Jesolo ed uno a Udine. Vennero arrestati per il fatto diverse persone legate alle Brigate Rosse.

La Corte d'Assise di Venezia emise dure condanne per i membri del commando e i terroristi legati ai due covi scoperti: ergastolo per Marco Fasoli, Nadia Ponti, Marinella Ventura e Vincenzo Guagliardo; 16 anni e 6 mesi per Emanuela Bugitti e 16 anni per Massimo Gidoni. Un altro membro del commando, Marina Bono venne condannata a 13 anni e 7 mesi. 16 anni a Vittorio Oliviero, Mario Moretti e a Michele Galati; cinque anni a Sandro Galletta e quattro ad Andrea Varisco.

La Ventura ricevette la grazia nel dicembre 1997, da parte del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, la Bono venne scarcerata nel 1986, mentre nel 1987 vennero scarcerati Oliviero e Galati. Albanese fu insignito di una medaglia d'oro al valor civile alla memoria. Alla sua memoria è stato dedicato il parco pubblico prospiciente il luogo dell'aggressione, precedentemente noto come Parco della Bissuola, esteso per 214.000 m² di superficie.

Nel luogo dell'agguato si trova una lapide pavimentizia a ricordo, nell'angolo ovest dell'incrocio tra via Comelico e via Rielta.

Nel 2014 Emanuela Bugitti, ormai libera dal 1994 e presidente della cooperativa 29 giugno, viene nuovamente arrestata risultando coinvolta nell'inchiesta denominata Mafia capitale.[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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