Alberico da Barbiano

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Nota disambigua.svg Disambiguazione – Se stai cercando l'incrociatore da guerra, vedi Alberico da Barbiano (incrociatore).
Alberico da Barbiano
Abericodabarbiano2.jpg
Conte di Cuneo
Stemma
In carica 1385 –
1409
Predecessore Alidosio da Barbiano
Successore Lodovico da Barbiano
Trattamento Conte
Altri titoli Gonfaloniere della Chiesa
Gran Connestabile del Regno di Napoli
Nascita Barbiano, 1349
Morte Cortona, 26 aprile/11 maggio 1409
Dinastia Da Barbiano
Padre Alidosio da Barbiano
Madre ?
Coniugi ?
Beatrice da Polenta
Figli Lodovico
Manfredo
Lippa
Giovanna
Religione Cattolicesimo
Alberico da Barbiano
Albericodabarbiano.jpg
1349 – 1409
SoprannomeIl Grande
Nato aBarbiano
Morto aCortona
Cause della mortePielonefrite
Luogo di sepolturaCastello di Pieve del Vescovo, Perugia
Dati militari
Forza armataMercenari
GradoCondottiero
GuerreGuerra degli otto santi ed altre
BattaglieBattaglia di Marino, Battaglia di Casalecchio ed altre
Comandante diCompagnia di San Giorgio
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Alberico da Barbiano, detto Il Grande (Barbiano, 1349Cortona, 26 aprile/11 maggio 1409), è stato un condottiero e capitano di ventura italiano.

Fu conte di Cuneo e signore di Castel Bolognese, Conversano, Cotignola, Dozza, Giovinazzo, Granarolo, Lugo, Montecchio Emilia, Nogarole Rocca, Tossignano e Trani.

Vessillo donato ad Alberico da Papa Urbano VI

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

«Senza limite la ferocia di costoro: devastate le campagne, arse e saccheggiate le città, violate le fanciulle, i prigionieri torturati, abbacinati, bruciati vivi, dati in pasto ai cani e i corpi loro fatti a pezzi, e non essendovi altre armi che le loro, avveniva che persone, province, onore, tutto precipitasse in mano di questi barbari avventurieri. L'Italia osservava con dispetto quelle orde di avventurieri... aspettava un genio che a quelle milizie mostrasse in che è locata la gloria e dove l'infamia, le trascinasse nelle campagne, le mettesse in militare ordinanza e le spingesse salde, compatte e meglio agguerrite a mutare il destino delle città o volgere in fuga scompigliata i fanti e cavalieri stranieri. E venne quindi il genio cui sospirava l'Italia: Alberico da Barbiano.»

(Ariodante Fabretti, in Biografie dei capitani di ventura dell'Umbria.)

L'infanzia[modifica | modifica wikitesto]

Alberico, figlio di Alidosio I, discendente di un'antica famiglia nobile di origine carolingia, i Da Barbiano, conti di Cunio e signori di Barbiano, Lugo e Zagonara, nacque a Barbiano nel 1349.

Sin da ragazzo mostrò un temperamento "infaticabile, senza paura e pieno di amor di gloria"[1] che lo portò ben presto a tralasciare gli studi per porsi al servizio di Giovanni Acuto; narra infatti un aneddoto che, dopo esser stato sconfitto dal fratello Giovanni mentre si esercitavano con la spada, egli giurò di lasciarsi morire di fame rifiutando ogni tipo di cibo piuttosto che sopravvivere ad un tale disonore, che venne riscattato in seguito ad un successivo incontro.

Le prime battaglie: la Compagnia di San Giorgio[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1365, sedicenne, Alberico e la sua famiglia entrarono in conflitto con i Visconti per il possesso di Zagonara: la disputa ebbe termine con l'intervento del rettore pontificio della Romagna, Daniele del Carretto.

Nel 1375 affiancò Giovanni Acuto nella guerra degli Otto Santi contro i fiorentini e un anno più tardi partecipò all'eccidio di Faenza. Nel 1377, dopo la distruzione di Cesena (avvenuta il 1° febbraio), Barnabò Visconti lo prese a proprio servizio, come aveva fatto in precedenza col padre Alidosio.

L'anno seguente Alberico fondò la sua Compagnia di San Giorgio (1378), disgustato dalle razzie e dalle stragi compiute dai capitani di ventura stranieri: essa, infatti, divenne la prima compagnia di ventura interamente composta da miliziani italiani; la prima battaglia a cui partecipò la compagnia fu quella che vedeva contrapposti i Visconti e gli Scaligeri, alleati con i Carraresi.

Dalla sua compagnia emersero in seguito molti condottieri famosi come Ugolotto Biancardo, Jacopo dal Verme, Facino Cane, Ottobuono de' Terzi, Muzio Attendolo Sforza, Braccio da Montone, Jacopo Caldora e Ceccolino Michelotti.

Inoltre, sempre in questi anni, egli si preoccupò di innovare l'arte guerriera modificando le barde dei cavalli, rendendole delle vere e proprie coperte d'acciaio lunghe fino alle ginocchia del quadrupede, ideando nuove tecniche di carica e munendo il muso del destriero di uno spuntone che all'occorrenza diveniva micidiale nell'assalto; aggiunse, inoltre, la ventaglia e il collare all'elmo del cavaliere per proteggerne il collo.

Al servizio di Papa Urbano VI: la battaglia di Marino[modifica | modifica wikitesto]

Lo spirito battagliero di Alberico e la potenza della sua compagnia ebbero subito una grande fama su tutta la penisola: quando le milizie mercenarie bretoni dell'Antipapa Clemente VII scesero in Italia intenzionate a deporre Papa Urbano VI, egli rispose prontamente alla chiamata di aiuto da parte di quest'ultimo e di Caterina da Siena. Nella battaglia di Marino (1379) sconfisse le milizie bretoni e guascone comandate da Giovanni di Maléstroit, Luigi di Montjoie e Bernardo della Sala, sbaragliando le truppe avversarie in meno di 5 ore: verso sera egli entrò trionfante a Roma, acclamato da una moltitudine di persone; il Papa, recatosi incontro al vincitore a piedi nudi, lo nominò "Cavaliere di Cristo" e gli conferì solennemente nella Basilica di San Pietro un grande stendardo bianco attraversato da una croce rossa, recante il motto dorato "LI-IT-AB-EXT" ("Italia ab exteris liberata"). Venne inoltre nominato senatore dello Stato Pontificio[2].

In seguito alla vittoria Santa Caterina scrisse una lettera ad Alberico per esortarlo a rimanere schierato col pontefice:

«Al nome di Gesù Crocefisso e Maria dolce. Confortatevi, confortatevi in Cristo, dolce Gesù, tenendo dinanzi a voi il sangue sparso con tanto fuoco di amore, stante nel campo col gonfalone della santissima Croce. Pensate che il sangue di questi gloriosissimi martiri sempre guida al cospetto di Dio, chiedendo sopra di voi l'aiutorio suo. Pensate che questa terra (Roma) è il giardino di Cristo benedetto ed il principio della nostra fede e però ciascuno, per se medesimo, ci debbe essere inanimato.»

(Niccolò Tommaseo, lettera di Santa Caterina n. 219.)

Sconfitti i bretoni, giunse in aiuto di Carlo d'Angiò-Durazzo (1380), al quale era stato sottratto il legittimo trono dalla regina Giovanna I d'Angiò, schieratasi dalla parte dei bretoni per paura di essere deposta; nello scontro egli sconfisse lo stesso Giovanni Acuto dal quale aveva appreso l'arte militare. Per riconoscenza, Carlo III lo nominò Gran Connestabile del Regno di Napoli.

Nel 1385 liberò, assieme al fratello Giovanni, la natìa Barbiano, occupata dalle truppe bolognesi di Giacomo Boccadiferro in seguito alla morte del loro padre Alidosio.

Al soldo dei Visconti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1392 Alberico fu sconfitto e venne fatto prigioniero presso Ascoli Piceno da Luigi I d'Angiò, intenzionato anch'egli, come i bretoni, a deporre il pontefice. Il condottiero fu riscattato, per la somma di 3.000 fiorini, da Gian Galeazzo Visconti, il quale lo accolse poi nella sua compagnia (24 aprile 1392).

Sotto le insegne milanesi, Alberico entrò a Firenze nel 1397 assieme al fratello Giovanni, saccheggiando e devastando la città. Subito dopo venne richiamato in Lombardia dal Visconti, deciso a sbaragliare una volta per tutte le truppe del duca Francesco Gonzaga, alleato dei fiorentini; assieme a Jacopo dal Verme sbaragliò le truppe del Gonzaga presso Borgoforte, ma all'ultimo momento, poco prima della battaglia decisiva, Gian Galeazzo Visconti firmò un armistizio con la potente famiglia mantovana.

Licenziatosi dall'incarico visconteo, Alberico ricevette la chiamata d'aiuto dal re di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo, assediato nuovamente dai francesi, guidati questa volta da Luigi II d'Angiò, il quale venne sconfitto dopo ripetute battaglie presso Afragola.

La morte del fratello Giovanni e la guerra contro i Manfredi[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1399, mentre si trova nel Regno di Napoli, Alberico riceve la notizia della morte del fratello Giovanni, impiccato in piazza a Bologna per crimini di razzia e strage. Alberico dichiara così guerra al faentino Astorre Manfredi, responsabile dell'esecuzione del fratello, attaccando Faenza nell'ottobre dello stesso anno e conducendo un lungo assedio alla città assieme a Pino Ordelaffi.

Nel 1401 si allea con Giovanni I Bentivoglio, signore di Bologna, il quale però si accorda in segreto con il Manfredi, costringendo Alberico a liberare l'assedio a Faenza. Adirato dal tradimento, invade il Bolognese[3] e comincia una lunga guerra contro il Bentivoglio e il Manfredi. Nel 1402 partecipa alla Battaglia di Casalecchio, che segna la presa di Bologna da parte di Gian Galeazzo Visconti. Il duca di Milano venne acclamato signore della città, ma morì pochi mesi dopo di peste.

Nel 1403 papa Bonifacio IX nomina legato per Bologna e la Romagna il cardinale Baldassarre Cossa, affidandogli l'incarico di recuperare i territori perduti dalla Chiesa[4]. Alberico, capitano delle milizie pontificie in Romagna, ne approfitta per assaltare Faenza. Astorre Mandredi viene costretto alla resa ed a cedere Faenza alla Chiesa. Poi parte per l'esilio a Rimini (1404).

Alberico aspirava a diventare signore di Faenza, ma le sue ambizioni rimasero insoddisfatte. L'anno seguente (1405) cercò di rifarsi con il cardinale Cossa. Bologna fu colpita da una grave carestia. Il cardinale acquistò una grossa partita di grano nelle Marche. Il carico, diretto a Bologna, passò dalla Romagna. Qui fu intercettato da Alberico e non giunse mai nel capoluogo felsineo. Il legato pontificio si recò di persona a trattare con il condottiero. Alberico chiese al Cossa 10.000 ducati d'oro e la conferma dei castelli che possedeva[5]. Il cardinale rifiutò la proposta e trovò un accordo con Firenze. In cambio i fiorentini ebbero il comune di Piancaldoli[6].

Convocato un consiglio generale a Bologna, Baldassarre Cossa dichiarò guerra ad Alberico. Come primo atto fece emanare una scomunica contro di lui da Papa Innocenzo VII (giugno 1405). Successivamente ordinò alle milizie di attaccare i possedimenti di Alberico. Furono prese: Dozza, Castel Bolognese e Massa Lombarda (luglio 1405). In settembre le due parti concordarono una tregua.

Gli ultimi anni[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1408 Alberico seguì il re Ladislao d'Angiò-Durazzo nel suo tentativo di conquistare Roma, assediando Ostia (16 aprile) e giungendo alle porte della città papale, dove entrò il 21 dello stesso mese fingendosi protettore di Papa Gregorio XII. Nel giugno dello stesso anno prese le terre vicine a Perugia, Orte, Amelia, Terni e Rieti.

Sulla sua morte troviamo pareri molto discordanti: alcune cronache collocano il suo trapasso alcuni anni prima rispetto alla data canonica del 1409, confermata invece da Ludovico Antonio Muratori e da Luigi Baldisseri, uno storico locale. Anche sul giorno e sul luogo della morte non sembra esserci univocità: mentre il Muratori propende per il 26 aprile, il Baldisseri, citando un atto del re di Napoli Ladislao d'Angiò-Durazzo, datato 12 maggio e conservato, a suo dire, nell'Archivio di Stato di Napoli, pone la morte del condottiero l'11 maggio, a seguito della conferma del suo testamento avvenuto il giorno successivo[7]. Il condottiero, infatti, sempre secondo il Baldisseri, sarebbe morto in Etruria mentre si trovava accampato vicino a Cortona[8], ove apprese la notizia di una nuova rivolta, questa volta nella sua terra natia: il figlio Manfredo, signore di Lugo aveva dichiarato guerra al fratello ribelle Lodovico, signore di Zagonara, schieratosi assieme al cardinale Cossa, divenuto suo acerrimo nemico, ed intenzionato ad occupare la città. Alberico, già soffrente per una Pielonefrite ("mal di uretra"), non fece mai ritorno nella sua Romagna. Il suo corpo fu traslato nel vicino Castello di Pieve del Vescovo, presso Perugia.[9]

Discendenza[modifica | modifica wikitesto]

Pannello celebrativo di Alberico a Barbiano

Alberico ebbe due mogli[10], ma soltanto dalla seconda, Beatrice da Polenta, sposata nel 1380, ebbe una prole: tre figli, Lodovico, Manfredo e Lippa, e una figlia, Giovanna. Di Beatrice da Polenta, figlia di Guido III da Polenta, si hanno notizie piuttosto scarse; della prima moglie, invece, non se ne conosce l'identità.

Il Palio[modifica | modifica wikitesto]

Ogni anno, l'ultimo fine settimana di maggio, si svolge il Palio di Alberico nel suo paese natale, Barbiano. Durante la festa i quattro rioni, dopo una lunga sfilata per le vie del paese in abiti medievali, si affrontano in vari giochi di squadra per vincere il Palio e l'ambito trofeo rappresentato dalla riproduzione del suo elmo e del vessillo donatogli dal papa.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La descrizione fu fatta dal cardinale Anglico de Grimoard nel 1371. Cit. in Conti, Domenico (1988), Ricerca storica su Barbiano, Lugo, Walter Berti.
  2. ^ Ercole Ricotti, Storia delle compagnie di ventura in Italia, UTET, Torino, 1898, p. 343.
  3. ^ Per la cronologia delle operazioni di Alberico da Barbiano a Bologna, vedasi Istituto Storico Italiano per il Medio Evo, Corpus chronicorum bononiensium, 2^ edizione, Città di Castello, S. Lapi, volume XVIII, 1, 1939, p. 683-686.
  4. ^ Mario Tabanelli, op.cit., p. 121.
  5. ^ L'elenco comprendeva: Barbiano, Zagonara, Lugo, Massa Lombarda, Cotignola, Granarolo, Riolo, Castel Bolognese e, nell'imolese, Tossignano, Monte Catone, Dozza e Fiagnano.
  6. ^ Mario Tabanelli, op.cit., p. 125.
  7. ^ Luigi Baldisseri, I castelli di Cunio e Barbiano, Cooperativa tipografica Giulio Ungania, Imola, 1911, p. 98.
  8. ^ Luigi Baldisseri, I castelli di Cunio e Barbiano, Cooperativa tipografica Giulio Ungania, Imola, 1911, p. 98.
  9. ^ Pietro Caporilli, Uomini di Ferro, Tipografia del Littorio, Roma, 1932.
  10. ^ Copia archiviata, su vivereilmedioevo-saggezzadelpassato.blogspot.it. URL consultato il 10 maggio 2012 (archiviato dall'url originale il 31 luglio 2012). Biografia di Alberico da Barbiano su vivereilmedioevo.it

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Domenico Conti, Ricerca storica su Barbiano, Walter Berti, Lugo, 1988.
  • Ariodante Fabretti, Biografie dei capitani di ventura dell'Umbria.
  • Daniele Filippi, Il mio paese: appunti su Barbiano, Cassa rurale ed artigianale di Faenza, 1991.
  • Claudio Rendina, Capitani di ventura, Newton Compton, Roma, 1994.
  • Ercole Ricotti, Storia delle compagnie di ventura in Italia, UTET, Torino, 1898.
  • Luigi Baldisseri, I castelli di Cunio e Barbiano, Cooperativa tipografica Giulio Ungania, Imola, 1911.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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