Aladino e la lampada meravigliosa

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Aladino nel Giardino Magico, illustrazione di Max Liebert dal libro di Ludwig Fulda Aladin und die Wunderlampe[1]

Aladino e la lampada meravigliosa è uno dei più celebri racconti de Le mille e una notte; esso, tuttavia, non compare nella versione originale della raccolta, ma appare la prima volta nell'edizione in francese di Antoine Galland (1646-1715). Nelle versioni consolidate del libro[2] occupa dalla CCCX notte alla CCCXLII.

Sinossi[modifica | modifica wikitesto]

Il giovane Aladino, un ragazzo che vive nel Catai (antico nome occidentale con il quale si identifica l'odierna Cina settentrionale), è un fannullone perdigiorno, figlio del sarto Lutsciù (in alcune versioni, Mustafà), morto di crepacuore per la preoccupazione che gli dava questo figlio disobbediente. L'indolenza del ragazzo è la disperazione della madre ora vedova. Un giorno Aladino riceve la visita di un mago proveniente dal Maghreb, il quale, saputo della morte del sarto, si spaccia per un suo fratello, anche se né madre né figlio hanno mai inteso che Lutsciù avesse fratelli. Il mago, uno stregone, un necromante, abbindola la madre, cui regala frutta e dolci, e la convince ad affidargli il giovane scapestrato per farne un mercante di stoffe.

Un venerdì, il mago chiede ad Aladino di accompagnarlo fuori città; in aperta campagna accende un fuoco di sterpi, vi getta sopra una polvere di odore strano e, mentre dal fuoco si leva un fumo inquietante, declama parole incomprensibili. La terra si apre improvvisamente ed appare una grossa pietra di forma quadrata, che ha nel mezzo un grosso anello di bronzo. Aladino vuole scappare, ma il mago lo ferma con uno schiaffo e gli dice che sotto quella pietra è nascosto un prodigioso tesoro e che solo lui, Aladino, può sollevare quella pietra ed impadronirsi del tesoro, perché è un puro di cuore.

Il ragazzo, incredulo, riesce a sollevare la pietra, sotto la quale si vede una lunga scala che conduce sottoterra. Il mago gli spiega che la scala conduce a tre sale, in cui sono riposti molti orci di bronzo contenenti oro e argento, ma Aladino non deve toccarli o cadrà fulminato. Deve invece attraversare le stanze e raggiungere un giardino, dove potrà cogliere gli straordinari frutti che stanno sugli alberi. Dopo il giardino, prosegue il mago, deve seguire un viale che porta finalmente ad una terrazza, dove si trova una lampada ad olio: deve spegnere la lampada, buttare via lo stoppino e l'olio, nasconderla nel petto e portarla al mago. Aladino si avvia ed il finto zio gli consegna un anello fatato, che gli servirà da talismano.

Il ragazzo scende, attraversa le tre sale senza toccare niente, coglie i frutti nel giardino incantato, frutti che si rivelano gioielli e pietre preziose, ma a lui sembrano soltanto vetri colorati, sia pur splendidi; ne prende un bel po' per la loro bellezza, prosegue e prende la lampada. Tornando indietro, però, il peso dei gioielli raccolti nel giardino gli impedisce di salire gli ultimi scalini per tornare all'aperto. Chiede aiuto al mago, ma il mago gli dice di consegnargli prima la lampada. Aladino non si fida: teme che, avuta la lampada, il mago lo lascerà lì dentro, ma quello insiste per averla. I due, in breve, si mettono a litigare e così il mago, infuriato, getta dell'altra polvere sul fuoco di sterpi, pronunciando una formula magica. Subito la pietra quadrata torna al suo posto e chiude Aladino sottoterra.

Una lampada ad olio del tipo che frequentemente si accosta graficamente a questa leggenda; quella nell'immagine è una lampada indiana, ed in effetti Antoine Galland, nella sua compilazione delle Mille e una notte, si basò anche su testi indo-persiani.

Passati due giorni colà rinchiuso, il terzo giorno Aladino si dispera, pensa alla madre, giunge le mani in preghiera, ma così facendo involontariamente strofina l'anello che il mago gli ha dato come talismano. Nel buio si vede allora una piccola luce, via via sempre più luminosa, e in questa, pian piano, prende forma una gigantesca sagoma: è un jinn (un genio). Il jinn spiega ad Aladino che gli farà da servitore, poiché egli porta al dito l'anello, e che può chiedergli di esaudire qualunque suo desiderio. Il ragazzo gli ordina di farlo uscire da lì e subito si ritrova all'aperto, proprio nel punto dal quale era entrato sottoterra. Corre a casa dalla madre e, vedendola, sviene fra le sue braccia; poi si riprende e le racconta l'accaduto. Le chiede quindi del cibo, ma cibo in casa non ce n'è e non ci sono nemmeno soldi per comprarne, così dice alla madre di andare al mercato e di vendere la lampada. La donna, che è una brava massaia, prima di uscire prova a lucidarla, così la strofina e, nel farlo, dal beccuccio del lume esce fuori un altro jinn, che si offre di esaudire i suoi desideri: avendo ella la lampada, egli la servirà. La madre sviene per lo spavento, ma Aladino prende la lampada e comanda al jinn di portare del cibo. Poco dopo, il jinn si ripresenta diligentemente con un bacile d'argento, dodici piatti d'argento colmi di squisite prelibatezze, due bottiglie di vino e due calici d'argento. La madre rinviene giusto in tempo per pranzare lautamente insieme al figlio.

A partire da quel giorno, madre e figlio, con l'aiuto del genio della lampada, riescono a vivere in prosperità. All'occorrenza, il giovane vende, uno ad uno, i piatti d'argento con cui il genio ha portato le vivande. I primi, però, li vende a un mercante ebreo, che, approfittando della sua ingenuità, glieli paga ciascuno una moneta d'oro, sinché un orefice onesto non gli spiega che valgono settantadue volte tanto e che è disposto a pagarglieli a quel prezzo. Aladino non si monta la testa, ma vive responsabilmente e senza dare nell'occhio; apre un negozio di stoffe, come gli aveva prospettato il mago, e gli affari vanno discretamente bene.

Un bel giorno d'estate, assai caldo, Aladino è vicino alla reggia in cui abita il sovrano (a seconda delle versioni il sovrano è definito "sultano" o "imperatore"[3]) e passa un banditore per ordinare di chiudere le botteghe e rinserrarsi in casa, poiché sta per passare la figlia del sultano, che per rinfrescarsi era andata a prendere un bagno. Incuriosito, il giovane si nasconde e poco dopo gli passa davanti Badru l-budūr (Lunalba, in alcune versioni italiane), la figlia del sultano, il cui nome significa 'luna piena delle lune piene', con il suo nutrito seguito di donne ed eunuchi. Quando è quasi davanti al luogo in cui Aladino è nascosto, Badru l-budūr si toglie il velo che le copre il viso: il giovane subito se ne innamora. Aladino, ardente di passione, decide di sposarla.

Aladino vende i piatti d'argento al mercante ebreo, che glieli paga una moneta d'oro quando ne valgono 72[4]

Aladino manda perciò la madre dal sultano a chiedere la mano della figlia, con un corredo di gioielli e preziosi presi nel giardino incantato, che, comprende adesso, devono essere di ingente valore. Posati su un vassoio ed avvolti in un panno, li invia in dono per mostrare la propria ricchezza. Sei volte la madre si reca all'udienza del sultano e per sei volte resta in piedi di fronte a lui, in attesa di essere ascoltata senza doverlo espressamente interpellare. Il settimo giorno, il sovrano la nota e decide di ascoltare la proposta.

Il sovrano, sorpreso, si consiglia con il fido gran visir, il suo primo ministro, il quale sperava che la principessa fosse data in moglie ad un suo figlio. Il visir gli consiglia di prendere tempo e così il sultano risponde che acconsentirà alle nozze soltanto se, entro tre mesi, Aladino gli avrà fatto pervenire la dote (nella tradizione giuridica islamica è infatti l'uomo a dover portare la dote, mahr, alla futura moglie). Il tempo passa. La madre, un giorno, ode per caso che sono state fissate le nozze tra Badru l-budūr e il figlio del visir. Aladino allora chiama il jinn e gli dice che dopo la cerimonia, non appena la principessa ed il novello sposo si saranno ritirati per la loro prima notte, egli dovrà condurli in sua presenza, con tutto il letto e un vassoio pieno di piselli.

La madre di Aladino presenta all'imperatore il vassoio di gemme del giardino incantato[4]

Il genio esaudisce il desiderio e sempre senza mai farsi vedere da questi porta gli sposi tutti spaventati a casa del giovane e per ordine di questi chiude il figlio del visir nel bagno. Aladino spiega alla principessa della promessa tradita dal sultano e si corica nel letto volgendole le spalle, dopo aver messo una scimitarra fra sé e la donna, a garanzia dell'onore di entrambi. L'indomani, all'alba, fa liberare lo sposo, lo fa coricare e fa riportare dal genio letto ed occupanti nella loro camera nuziale. La principessa racconta l'accaduto alla madre, che non le crede. La notte seguente, Aladino comanda al jinn di rifare quanto fatto la notte precedente e tutto si ripete una seconda volta. La mattina dopo, il sultano riesce a farsi raccontare i fatti dalla figlia ed il gran visir fa lo stesso con il figlio suo. Questi, sebbene conscio del grande onore accordatogli per aver ottenuto di sposare la figlia del sovrano, invita il padre a domandare l'annullamento del matrimonio: la prospettiva di una vita coniugale tanto movimentata e dolorosa, con la continua detenzione nel bagno, gli risulta odiosa. Il matrimonio viene dunque annullato. Allo scadere dei tre mesi, Aladino manda sua madre a corte, a ricordare al sovrano la sua promessa; egli l'ascolta per prima durante l'udienza. Il sultano non può pubblicamente non tener fede alla propria promessa e perciò, pensando di chiedere l'impossibile, così da non dover più dare la figlia a quello sconosciuto, stabilisce il prezzo della principessa in quaranta barili d'oro massiccio, pieni di gemme dello stesso valore di quelle già portate tre mesi prima. La madre rincasa ed Aladino, con l'ausilio del suo jinn, la rimanda a palazzo con quanto richiesto, prima che l'udienza sia terminata. I barili vengono portati da quaranta schiavi bianchi e quaranta schiavi neri, così riccamente vestiti che gli uscieri del palazzo scambiano il primo per un re e gli baciano la veste. Il sultano dà dunque il suo consenso e invita il giovane a corte.

Aladino si fa dare dal jinn abiti meravigliosi per sé e per la madre, ed in sella ad un destriero di fulgida bellezza, alla testa di un corteo di quaranta schiavi e sei schiave che gettano monete d'oro al loro passaggio, giunge con discrezione a palazzo. Quivi non gli viene consentito di scendere da cavallo, ma viene portato in sella sino alla sala delle udienze, ove l'imperatore non vuole che egli, com'era uso, si prostri al suo cospetto. Una volta fattosi conoscere personalmente, riscuote anche la stima e la simpatia del sovrano. Per gli sponsali, Aladino fa costruire al jinn un palazzo meraviglioso, grande, bello e ricchissimo, con un sontuoso salone di ventiquattro finestre, tutte adornate di gemme (una delle quali però, per volontà di Aladino, lasciata sguarnita e da terminare), una fornitissima stanza del tesoro, stracolma di averi e anche (e questa era davvero gran magia) un tesoriere onesto. In questo palazzo sarebbe andato a vivere con la sua sposa. Badru l-budūr, appreso dello straordinario sfarzo col quale il suo nuovo coniuge si è presentato ed avendolo trovato di più che leggiadro aspetto, gli dice che obbedirà agli ordini del padre senza ripugnanza. Il sultano viene a visitare il palazzo e, notata nel salone la ventiquattresima finestra non rifinita, ne chiede ad Aladino, il quale gli spiega che è stata lasciata così di proposito, perché possa essere il sovrano, ultimandone la rifinitura, a completare la costruzione del meraviglioso palazzo. Il sovrano dà ordine ai suoi gioiellieri di terminarla, ma dopo un mese e mezzo di vani tentativi, poiché nemmeno l'imperatore dispone di gemme abbastanza preziose, Aladino li congeda e fa terminare la finestra al jinn.

Il giovane diviene presto anche un fidato consigliere del sovrano e partecipa alle vicende dello stato. Passano alcuni anni di grande felicità.

Nel Maghreb, ov'era tornato, però, il mago africano, il finto zio, grazie ad un suo sistema di divinazione della sabbia (si tratta della pratica della geomanzia) misteriosamente viene a sapere che non soltanto Aladino non era morto nella caverna in cui l'aveva abbandonato, ma che nel frattempo era pure divenuto un uomo di successo. Gli è facile capire che tutto questo si deve alla lampada, che lo stregone considerava "sua" per quanto impegno aveva messo nel cercarla. Bramoso di vendetta e sempre interessato alla lampada, il mago si traveste da venditore ambulante ed in sella ad un cavallo berbero al più presto torna in Cina. Un giorno che Aladino esce per andare a caccia in una contrada distante, va sotto il suo palazzo e grida «Chi vuol cambiare vecchie lucerne con lucerne nuove?» Chiede alla servitù se non intendano barattare vantaggiosamente vecchie lampade ad olio con altre lampade ad olio nuove di zecca. Una fantesca si ricorda che Aladino ha una lampada vecchia, in un armadio, l'unica cosa vecchia in quel palazzo splendente, e corre a fare l'affare. Il mago, non appena ha in mano la lampada fatata, ordina al jinn di portare in Africa il palazzo e quanto conteneva, principessa compresa. Grande è lo sconcerto quando a corte ci si accorge che Badru l-budūr e l'intero palazzo sono improvvisamente spariti. Il sultano fa allora rientrare subito Aladino, anzi per sicurezza lo fa direttamente arrestare e chiama il boia perché lo decapiti. Intorno al palazzo si radunò una folla che, minacciando una sommossa, chiede di liberare il figlio del sarto che aveva fatto fortuna. L'imperatore, pur sempre in collera, lo grazia, ma gli ordina di riportare a casa la figlia entro quaranta giorni, altrimenti gli avrebbe tagliato la testa, stavolta senza possibilità di grazia.

Aladino, anche se ha perso la lampada, ha ancora al dito l'anello magico: tre giorni dopo, inavvertitamente, rischiando di cadere, lo strofina: ne viene fuori il jinn. Aladino chiede al jinn dell'anello di annullare il sortilegio del mago. Ma il genio dell'anello non è in grado di prevalere sulle magie del genio della lampada. Aladino si fa almeno portare lì dove si trova ora la principessa. In un battibaleno è sul posto. Con un sotterfugio, entra a palazzo, raggiunge la moglie e si fa raccontare l'accaduto. Il mago, gli dice Badru l-budūr, vuole sposarla, giacché si stimava che l'imperatore nel frattempo l'avesse fatto decapitare e che ella fosse rimasta vedova. Aladino le impone di assecondarlo e di invitarlo a cena, e nel frattempo si procura un potente sonnifero in polvere, che la principessa metterà nella coppa del vino destinato al mago. Il mago non sospetta nulla, beve contento e dopo poco si addormenta al suolo. Aladino, dopo aver decapitato il mago, ritrova la lampada e se la riprende, poi con la principessa sua moglie, ed insieme con il palazzo, tornano tutti rapidamente in Cina, dove vengono accolti con grandi onori e dieci giorni di festeggiamenti.

Copertina di un'edizione francese con lo stralcio della storia di Aladino.[4]

Il necromante ucciso, però, aveva un fratello, necromante anch'egli, che non avendone più notizie, anche lui con la divinazione della sabbia viene a sapere dove si trova e cosa gli è accaduto. Raggiunge la Cina e qui viene a sapere di una tal Fatima, che viveva quasi eremita e dispensava grazie. Entra nella sua casa di notte, si fa consegnare i suoi abiti, si fa tingere il volto e poi la uccide. Uscito con i suoi abiti indosso, è subito accerchiato da una folla crescente che lo scambia per la santona e si avviano tutti verso il palazzo di Badru l-budūr. Costei, saputo che in piazza c'era Fatima (così tutti credevano), la fa condurre a palazzo per ospitarla. La falsa Fatima, richiesta di un giudizio sul palazzo, dice che per essere davvero il palazzo più bello del mondo dovrà avere un uovo di Roc appeso al lampadario della sala grande. La principessa lo dice al marito, il quale strofina la lampada per chiedere al jinn di procurare l'ignoto orpello. Il jinn però caccia un urlo terrificante e gli dice che per sua fortuna la richiesta non viene da Aladino, ma da altri: ciò che la finta Fatima aveva indicato come uovo di Roc altri non è che il padrone infernale del jinn e la richiesta di appenderlo come un pendaglio al lampadario avrebbe dovuto far incollerire il jinn e fargli incenerire casa ed occupanti. Ma poiché, appunto, il jinn sa come stanno le cose, non esaudisce il desiderio e anzi avvisa Aladino della presenza dissimulata del secondo mago.

Aladino torna allora dalla finta Fatima e, proprio mentre il fratello del necromante sta per pugnalarlo, è più svelto di lui e lo uccide.

E fu così che, quelli rimasti, vissero tutti felici e contenti.

Le fonti della storia[modifica | modifica wikitesto]

Il racconto, da qualcuno classificato come leggenda,[5] appare come detto per la prima volta nella compilazione delle Mille e una notte del Galland, in cui figura nei volumi IX e X dell'edizione del 1710. Dai diari dello stesso Galland si apprende che la traduzione era stata effettuata nell'inverno 1709-1710, facendo seguito all'incontro del marzo 1709 con Youhenna Diab ("Hanna"), uno studioso maronita presentatogli da Paul Lucas, viaggiatore francese. Potrebbe perciò essere stato Hanna il cantastorie arabo, siriano di Aleppo, dal quale Galland disse di averla appresa.

Il poeta inglese John Payne, che nel 1901 pubblicò a Londra Aladdin and the Enchanted Lamp and Other Stories, parlò in questo libro sia dell'incontro fra Galland e Hanna, sia della scoperta, presso la Bibliothéque Nationale di Parigi, di due manoscritti di provenienza araba. Uno era una versione siriana della fine del XVIII secolo, l'altro la copia di un manoscritto composto a Baghdad nel 1703, prima perciò della pubblicazione del Galland, ed appartenente all'orientalista Armand-Pierre Caussin de Perceval.

Nel 1939 la Paramount produsse il film animato La meravigliosa lampada di Aladino con i personaggi della serie di Braccio di Ferro.

Nel 1982 la Toei Company produsse il film animato Aladino e la lampada meravigliosa.

Nel 1992, inoltre, la Disney produsse un film ispirato ad Aladino, intitolato Aladdin.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Ludwig Fulda, Aladin und die Wunderlampe.
  2. ^ Ad esempio Eugène Destains, Le mille ed una notti: novelle arabe, già pubblicate da Galland, riscontrate ed emendate sui testi originali, traduzione di A.F.Falconetti, Giacomo Antonelli & C., IV volume, Livorno, 1852, sul cui testo si basa la ricostruzione della trama in questa pagina.
  3. ^ Il traduttore del Destains (op. cit.) usa "sultano". Il titolo di "imperatore", nel mondo islamico, non esiste.
  4. ^ a b c Illustrazioni di Albert Robida (1848-1926) - Da una ristampa del 1953.
  5. ^ Si veda ad esempio Il Tesoro del ragazzo italiano, UTET, 1952.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Storia di Aladino e della lampada meravigliosa, in Le mille e una notte, 3ª ed., Roma, Newton & Compton editori (collana "Grandi Tascabili Economici Newton/I Mammut 2"), 1998, pp. 679-769, ISBN 88-7983-620-X.

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