Alì Pascià di Tepeleni

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Ali Pascià Tepeleni
Ali-Pacha.jpg
Pascià di Giannina
In carica 1788-1822
Nascita Tepeleni, 1744, forse 1750[1]
Morte Giannina, 5 febbraio 1822 (24 gennaio 1822 del calendario giuliano)
Sepoltura Giannina
Padre Veli Bey di Tepeleni
Consorte Kyra Vassiliki (ultima moglie)
Figli Ahmed Mukthar Pascià
Veli Pascià
Salih Pascià
(tutti e tre i figli maschi vennero giustiziati dai turchi, fallendo nel tentativo di organizzare una dinastia vera e propria[2][3])

Ali Pascià Tepeleni, (in turco Tepedelenli Ali Paşa; in albanese Ali Pashë Tepelena; in arumeno Ali Pãshelu), anche noto come Ali Pascià di Giannina o il Leone di Giannina (Tepeleni, 1744, forse 1750[1]Giannina, 5 febbraio 1822, 24 gennaio 1822 del calendario giuliano), è stato un politico e militare albanese, noto ai più come uno dei personaggi secondari citati nel romanzo Il Conte di Montecristo.
Originariamente un capo-guerra di briganti in lotta contro il potere ottomano, venne poi inquadrato nei ranghi degli alti ufficiali al servizio della Sublime Porta sino a divenire Pascià (governatore) del Eyalet di Giannina. Grazie alle abilità politico-militari ed alle alleanza che aveva allacciato con gli Europei (fond. Francia e Impero britannico), riuscì a farsi signore di un regno semi-indipendente tra Grecia ed Albania. Entrato in aperto conflitto con il sultano ottomano Mahmud II, venne da questi fatto eliminare insieme ai figli prima che potesse strutturare un qualsiasi concreto progetto dinastico[2][3].

Un firmano di Ali Pascià del 1810 scritto in lingua greca.
Ali Pascià e la sua Favorita, la cristiana Kyra Vassiliki - quadro di Paul Emil Jacobs.
"Ali Pacha à la chasse" - quadro di Louis Dupré (1825)
Il castello di Ali Pascià a Butrinto.
Castello di Giannina - lastra commemorativa della ricostruzione della cittadella Its Kale per opera di Ali Pascià.
La testa di Alì Pascià viene presentata al Sultano Mahmud II - ill. 1822.
La testa di Alì Pascià viene presentata al Sultano Mahmud II - quadro.
Ali Pascià di Tepeleni - ill. postuma (1824).
La tomba di Ali Pascià a Giannina.
"Ali Pascià e Vassiliki" - quadro di Raymond Monvoisin (1832)
La statua di Ali Pascià a Tepeleni.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Ali nacque nel 1744 (forse 1750[1]) in un villaggio vicino Këlcyrë. Suo padre, Veli Bey (morto 1762), e suo nonno, Mukthar Bey (morto 1716 combattendo contro i veneziani a Corfù), erano stati entrambi governatori di Tepeleni[4] motivo per cui Ali finì con l'indicare la città come suo luogo d'origine. La loro tribù, i Lab, era molto malvista dal resto degli albanesi per via del brigantaggio da loro praticato per sopravvivere all'indigenza[5].

Il prestigio e la fama guadagnati da Ali nel corso della sua vita portò, inevitabilmente, all'accumulo di fantasiose dicerie relative alle sue origini ed al suo lignaggio. Si diffuse, per esempio, la convinzioni (dimostrata come infondata da Ahmet Uzun[6]) che la famiglia di Ali discendesse da un derviscio chiamato Nazif giunto in Albania dall'Asia Minore[7]. Del pari, piuttosto contraddittorie sono le notizie precise relative ai suoi primi anni da uomo. Il dato certo è che Ali restò orfano di padre in tenera età (10[7], più probabilmente 12 anni), molto probabilmente a causa di una faida, e si diede al brigantaggio per sopravvivere, affiancato dalla madre, tale Hanko/Kanko[4].
Nel corso degli anni, il giovane bandito raccolse intorno a sé una banda di armati sempre più numerosa riuscendo a crearsi un centro di potere che comprendeva alcuni villaggi. Tra il 1764 ed il 1770 (prob. 1768), Ali sposò Emina[8], la figlia di Capelan Pascià di Delvina[1], città sulla quale aveva brevemente regnato suo padre Veli Bey[9]. Fu a questo punto che Ali entrò nel numero dei piccoli capi-guerra al servizio dei locali potentati dell'Impero ottomano e che, presumibilmente, approcciò la fratellanza sufi dei Bektashi, cui sarebbe rimasto fortemente legato per tutta la vita[4].
Tepeleni combatté (1772) i Sulioti d'Epiro, una enclave cristiana montana gravitante intorno al centro di Suli che aveva sino a quei tempi resistito alla conquista ottomana, per conto del Agha di Margariti, Solimano[10]. Nel 1775 venne arrestato dal governatore di Berat, Kurt Ahmed Pascià, insignito dell'autorità di Dervenci-paşa ("guardiano delle vie"), ma già l'anno dopo era al suo servizio nella guerra contro Mehmed Bushati Pascià di Scutari[11]. Nel biennio 1778-1779 servì il nuovo Dervenci-paşa in qualità di luogotenente (Kehaya), posizione che gli permise di accrescere ulteriormente il numero di mercenari (musulmani o armatoli greci) al suo servizio, ma, al ritorno al potere di Kurt Ahmed Pascià, chiuse i suoi rapporti formali con le autorità ottomane della regione, tornando al brigantaggio.

A partire dagli anni '80 del XVIII secolo, Ali cominciò la sua scalata al potere.
Nel 1783 prese contatti con i veneziani, supportandoli nella lotta contro il nuovo governatore di Delvina, Mustafa Kokka Pascià (un protetto di Kurt Ahmed Pascià), in cambio del loro supporto politico: mentre Tepeleni screditava il potere di Mustafà seminando il caos nella regione da lui controllata, il bailo della Serenissima perorava la candidatura di Ali a nuovo Pascià di Delvina presso la Sublime Porta. La mossa riuscì. Le autorità Costantinopolitane stavano in quegli anni chiudendo i loro debiti con i capi-guerra albanesi (dovuti alle prestazioni militari fornite durante la Rivolta Orlov del 1770) saldando il dovuto con onori e titoli: l'accomodamento con Ali Pascià non era dunque affatto nuovo. Nel marzo 1784, Ali ottenne dunque dal sultano Abdul Hamid I il titolo di Pascià ed entro agosto occupò Delvina[4], dopodiché ottenne da Istanbul la nomina a Mutasarrıf della roccaforte di Giannina[12]. Il dominio su Giannina gli venne subito revocato ma Ali rifiutò di abbandonare la città e ne venne cacciato con la forza da Kurt Ahmed Pascià. Continuò la sua scalata al potere ottenendo la nomina a Pascià del Sangiaccato di Trikala nel 1786.
Il 1787 fu l'anno della svolta, per Tepeleni. Si distinse per alcune operazioni militari nel Banato durante la Guerra austro-turca (1787-1791) e mosse poi guerra a Kara Mahmud Bushati Pascià di Scutari (erede di Mehmed Bushati). La contestuale morte di Kurt Ahmed Pascià diede ad Ali la possibilità di rioccupare con la forza Giannina e fece di lui il miglior candidato quale nuovo Dervenci-paşa. Entro il 1788, il sultano aveva formalizzato la nomina di Tepeleni a Pascià di Giannina e Dervenci-paşa.

Il regno[modifica | modifica wikitesto]

Sin dal 1789, Ali fece di Giannina la capitale di un regno semi-indipendente i cui confini si estendevano ben al di là del Eyalet di Giannina: il Pascialato di Giannina[13]. Per farlo, raccolse intorno a sé un esercito privato di 50.000 uomini che potevano essere radunati e schierati in un paio di giorni[14]. Al vertice della catena di comando c'era un Supremo Concilio formato da Ali stesso, dai suoi figli Mukhtar Pascià e Veli Pascià e dai consiglieri Celâleddin Bey, Abdullah Taushani, Hasan Dervishi, Halil Patrona, Omer Vrioni (tesoriere), Meço Bono, Ago Myhyrdari, Thanasis Vagias, Veli Gega, Tahir Abazi[14][15] e Odysseas Androutsos (un mercenario greco). Un nutrito contingente di giannizzeri albanesi era al diretto comando del Leone[16].

Le prime mosse politiche di Tepeleni furono volte al consolidamento del dominio da poco acquisito. Anzitutto, nominò il figlio primogenito Mukhtar Pascià di Trikala, poi mosse guerra al Pascià di Berat, Ibrahim, erede di Kurt Ahmed Pascià. Lo scontro si risolse in favore di Tepeleni e la pace venne suggellata dal matrimonio tra una figlia di Ibrahim Pascià e Mukhtar. Poco dopo, Ali Pascià fece avvelenare Sephir Bey, fratello di Ibrahim, distintosi nella campagna come un valente comandante[17].

Sicuro del proprio potere, Tepeleni estese poi il suo dominio lungo due direttrici principali: (i) la conquista della ex-colonie veneziane sulla costa alabanese; e (ii) il controllo sulla regione storica dell'Epiro, sull'Albania, sulla Macedonia e sulla Grecia, a discapito dei vari, piccoli potentati locali.
Già nel 1788, Ali si era sbarazzato degli Arumeni di Moscopoli, un tempo prospero centro albanese durante colpito dai rovesci della Rivolta di Orlov, riducendo la città ad un desolato villaggio[18]. Passò poi a preoccuparsi dei Sulioti che, istigati da agenti russi[19], nel 1790 sfidarono il potere di Istanbul. Tepeleni ne approfittò per muovere loro guerra nel 1792, con l'intento di annettere le loro terre al suo dominio personale epirota ma in due campagne consecutive (1792 e 1793) non riuscì a piegarli. Dovette allora contentarsi di occupare Arta (1796) e Himara (1797).

Ormai buon politico oltre che capo-guerra, Ali non trascurò di mantenersi in ottimi rapporti formali con la Porta. Tra il 1797 ed il 1798 non trascurò perciò di servire sotto le bandiere del sultano nella repressione della rivolta di Osman Pasvandoglu. Parimenti, quando nel 1798 mosse alla conquista delle ex-colonie della Serenissima finite in mano ai Francesi dopo il trattato di Campoformio, lo fece con il pretesto della guerra in corso tra Napoleone Bonaparte ed il sultano Selim III scatenata dalla Campagna d'Egitto. Tepelini catturò il comandante francese della guarnigione di Corfù, Nicolas Roze, ed affrontò il generale Jean Jacques Bernardin Colaud de La Salcette nella Battaglia di Nicopoli (1798), sconfiggendolo. Privo d'impedimenti, Ali dilagò sui vecchi possedimenti veneziani: conquistò Prevesa (facendo seviziare la locale di francesi e sulioti[20]), Vonitsa e Butrinto (1799). Garantitosi un sicuro sbocco sul mare, il Leone di Giannina maturò il proposito di fare del suo dominio una signoria navale mediterranea capace di eguagliare il potere del dey di Algeri[21]. Intrattenne dunque rapporti con i corsari barbareschi dai quali riscattò, in quei mesi, alcuni eminenti membri della spedizione egiziana catturati a bordo della tartana livornese Madona di Montenegro: Julien Bessières, Jean Étienne Casimir Poitevin de Maureilhan e Joseph Claude Marie Charbonnel. Supportò poi i russi nell'Assedio di Corfù (1799) ma vide vanificate molte delle sue conquiste "costiere" dalla fondazione della Repubblica delle Sette Isole Unite, un dominio insulare protetto congiuntamente di Mosca e di Costantinopoli con capitale Corfù[22].

Nel 1803, con un astuto stratagemma, Alì Pascià riuscì a conquistare la roccaforte dei Sulioti, piegandone così la resistenza[23][24]. Sterminati ed espulsi, i Sulioti superstiti si rifugiarono nelle Isole Jonie. Nello stesso anno, offrì il fortino di Porto Palermo come base d'appoggio logistica alla Royal Navy per operazioni anti-napoleoniche[25]

Era nel frattempo terminata l'ostilità tra Napoleone ed il sultano così Ali Pascià, con il benestare della Porta, risolse di allacciare contatti proprio con Bonaparte per avere supporto nel suo piano di costituzione di un dominio litoraneo albanese fondato sulle vecchie colonie veneziane. L'imperatore di Francia inviò perciò da Tepeleni quale console generale François Pouqueville (1805), già membro della Commissione Scientifica al seguito dell'Armata in Egitto.
Nel 1806, complice il riaccendersi del conflitto tra ottomani e russi, Ali Pascià inviò il figlio Veli Pascià ad occupare la Repubblica delle Sette Isole Unite[26]. Dopodiché, assolvendo ai suoi doveri di vassallo della Porta, inviò lo stesso a combattere sotto le bandiere del sultano Selim nella Prima rivolta serba. Napoleone si era nel frattempo abboccato con lo zar di Russia con la Pace di Tilsit (1807) ed i due aveva risolto di sopprimere l'Impero ottomano. Il risvolto mediterraneo dell'accordo fu l'occupazione francese della Repubblica delle Sette Isole Unite. Tepeleni, a questo punto, decise di schierarsi contro Bonaparte ed allacciò contatti con l'Impero britannico, supportandone le operazioni nelle Isole Ionie[27], mentre il console Pouqueville veniva trattenuto a Giannina come una sorta di ostaggio non riscattabile[28] (avrebbe ottenuto la libertà solo nel 1816). I rovesci del conflitto russo-turco ed il parallelo caos politico costantinopolitano (Selim III venne deposto e poi ucciso per ordine di Mustafa IV a sua volta eliminato da una congiura di palazzo e sostituito dal diciannovenne Mahmud II - v. Colpi di stato ottomani del 1807-1808) permisero a questo punto a Tepeleni di ammassare un enorme potere: annette politicamente la Morea facendone pascià il figlio Veli[29] (1807) e l'anno successivo (1808) fece la stessa cosa con Berat, annessa al dominio dopo l'eliminazione definitiva di Ibrahim Pascià ed assegnata al figlio Mukhtar.
Ancora nominalmente vassallo della Porta (inviò, non a caso, entrambi i figli, con le rispettive armate locali, a combattere i russi in Bulgaria, ove presero parte alla Battaglia di Rousse[30]), nel 1810 Ali era, de facto, signore di un dominio che comprendeva l'Epiro, l'Albania meridionale, la Focide, la Macedonia occidentale, l'Acarnania, Prevesa ed Arta: si stima che circa due milioni di persone vivessero sotto l'egida del Leone di Giannina.

La corte di Ali Pascià[modifica | modifica wikitesto]

Le testimonianze degli occidentali che la visitarono, in linea con il diffuso orientalismo dell'epoca, ci lasciano un'immagine incredibilmente "esotica" della corte di Ali Pascià, sempre descritta come un luogo di opulenza e meraviglie. Su tutte, spiccano le descrizioni relative all'harem del despota: si parla di seicento concubine[31] ed un non ben precisato numero di ragazzi[32].

L'atteggiamento tenuto da Tepeleni nei confronti della religione può essere definito come "moderno".
Nato in una famiglia musulmana[33], non aveva esitato ad allearsi con non-musulmani e musulmani eterodossi pur di raggiungere i suoi scopi.
È nota l'influenza che ebbe sul Leone San Cosma d'Etolia, in onore del quale fece costruire un monastero[34][35]. Cristiana era poi la Favorita di Tepeleni, Kyra Vassiliki, una ragazza greca da lui sposata nel 1808 alla quale non venne chiesto di abiurare la sua fede e per la quale una stanza del Castello di Giannina venne tramutata in una chiesa.
Ali Pascià era poi fortemente legato a vari ordini di Sufi. Dato certo è la sua adesione alla setta sufi dei Bektashi cui venne introdotto dal maestro Baba Shemin di Fushë-Krujë[36] e che con il suo patronato si diffuse largamente in Tessaglia, nell'Epiro, nel Sud dell'Albania e a Kruja[37][38][39][40][41]. La lapide di Ali Pascià venne non a caso decorata con la Corona Taj dei Bektashi[42]. Sufi Nasibi Tahir Babai è poi ricordato come una delle guide spirituali del Leone[43]. Tepeleni non fece poi mancare il suo appoggio anche ai sufi Naqshbandiyya (Naqshbandiyya erano appunto gli altari sufi di Giannina e di Parga[37]), Khalwatiyya, Sâdîyye e Alevi[34].

Nonostante le continue tensioni tra Tepeleni e le minoranze greche soggette al suo dominio (fu Ali Pascià ad ordinare la morte per tortura del clefti Antonio Katsantonis), la sua corte ospitava un nutrito numero di uomini d'affari ed intellettuali greci. Il greco veniva abitualmente parlato da Ali a corte e sopra i cancelli del palazzo di Giannina era incisa un'iscrizione nella quale Tepeleni veniva presentato come un discendente di Pirro[44][45]. Sempre in greco venne scritto dall'albanese Haxhi Shehreti il poema celebrativo di Tepeleni, la Alipashiad[46].
La presenza di Ali Pascià e del suo entourage a Giannina, nonostante le ripetute e ben testimoniate violenze perpetuate dal despota a danno di ribelli ed oppositori, non solo non ridusse il fermento culturale "elleno" della città (uno dei principali centri di sviluppo e diffusione dell'Illuminismo greco) ma finì per giocare un ruolo primario nell'affermazione del sentimento nazionale greco. Nel 1818, infatti, Kyra Vassiliki venne reclutata da Nikolaos Skoufas[47] ed iniziò un'attiva militanza nel movimento rivoluzionario greco, la Filikí Etería[48].

Le atrocità[modifica | modifica wikitesto]

Le crudeltà inflitte da Ali Pascià ai suoi sudditi ribelli o a chiunque tentasse di opporsi al suo dominio divennero ben note nei dintorni del suo regno e ci vengono tramandate dalla poesia e dal folklore locale (fondamentale, in questo senso, il lascito culturale degli aumeni): l'esecuzione di massa dei giovani uomini delle città di Gardhiq e Hormova, rei di discendere dagli uomini che avevano ucciso il padre di Tepeleni e stuprato sua madre; l'espulsione degli arumeni da Moscopoli; l'esecuzione di massa di un gruppo di giovani donne cristiane di Giannina, sommariamente processate come adultere ed affogate nel Lago Pamvotida[49]; la pubblica esecuzione del clefti Antonio Katsantonis, massacrato a colpi di maglio[50].
Le informazioni più dettagliate riguardano le barbarie commesse dalla truppa di Ali Pascià alla presa di Prevesa[51].

Lo scontro con Istanbul[modifica | modifica wikitesto]

La sempre più marcata presa di potere del sultano Mahmud II, animato da prepotenti propositi di Renovatio Imperii, comportò una sistematica battuta d'arresto all'astro di Ali Pascià. Le prime avvisaglie si ebbero nel 1812, quando il sultano destituì Veli dalla Morea e lo fece Pascià di Larissa come punizione per le atrocità commesse da Tepeleni contro la popolazione di Gardiki (vicino Trikala)[52].
Il Leone non diede probabilmente troppo peso alla cosa, proseguendo nella costruzione di uno stato sempre più solido.
Nel 1813, Tepeleni dovette gestire lo scoppio di una epidemia di peste bubbonica nella Tessaglia, regione già provata dalle repressioni perpetratevi e dall'inasprimento delle tasse con cui Ali Pascià finanziava le sue campagne militari[53]. Ancora in buoni rapporti con l'Impero britannico, il Leone accettò poi di riconoscere il protettorato inglese sulle Isole Ionie in cambio della cessione del fiorente porto di Parga, ratificato con il Trattato di Giannina del 17 maggio 1817[54].

Il formale ingresso di Tepeleni nella scena diplomatica internazionale fu probabilmente la goccia che fece tracimare il vaso.
Nel 1819, Mahmud tornò a colpire il Leone tramite i suoi figli: in risposta alle lamentele degli abitanti di Larissa, gravati dal ferreo controllo di Veli, il sultano tornò a "demansionare" il figlio di Ali facendone il Pascià di Lepanto (titolo prettamente onorifico ma privo di effettivo potere politico). Nel frattempo, per bocca dell'ambasciatore ottomano Halet Efendi (attivo in Francia), il sultano venne messo a parte dell'effettiva estensione, anche internazionale, del potere che Ali Pascià aveva accumulato nel corso degli anni. L'esistenza di una compagine statale semi-autonoma cresciuta all'ombra del Serraglio fu chiaramente intollerabile per l'osmanide che iniziò a preparare lo scontro risolutivo.
Per parte sua, ormai deciso a staccarsi completamente dai turchi e, molto probabilmente, incitato dalla moglie Kyra, il Leone allacciò contatti formali con la Filikí Etería, riunitasi a Tripolizza nel 1820. Ali incontrò l'emissario del Direttorio rivoluzionario, una sua vecchia conoscenza di nome Ioannis Paparrigopoulos, a Prevesa, promettendo supporto all'Etería anche e soprattutto per guadagnarsi l'appoggio della Russia contro il sultano[55]. Tepeleni commise a questo punto l'errore di organizzare un attentato ai danni di un suo rivale rifugiatosi a Costantinopoli, Ismaël Pascià, e l'insuccesso dell'operazione provocò la rottura definitiva con gli ottomani. Mahmud II pretese le dimissioni di Tepeleni e, al suo rifiuto, organizzò la spedizione punitiva contro il ribelle.
Il 23 marzo 1820, Ali Pascià annunciò apertamente che si sarebbe fatto liberatore dei greci. Paparrigopoulos, dopo i fatti di Costantinopoli, gli comunicò il sostegno dell'Eteria[56].

Mahmud II inviò contro Tepeleni proprio Ismaël Pascià, al comando di una eterogenea armata reclutata con la leva feudale, ed una seconda armata al comando di Pehlevan Pascià, un veterano della guerra russo-turca, mentre la flotta ottomana al comando del Capitan Bey ("vice-ammiraglio") Kara Ali dirigeva verso Prevesa. Una terza armata di rinforzo arrivò da Scutari, al comando di Bushati.
Da Giannina, il Leone schierò le sue truppe: da Berat, Mukhtar avrebbe difeso l'Albania centrale; Androutsos avrebbe difeso la Focide e la Beozia da Livadeia; Veli Bey avrebbe presidiato le coste da Lepanto; Alexis Noutzos, Tahir Abbas e Omer Vrioni avrebbero bloccato i passi montani del Pindo. Il coordinamento di tutto lo scacchiere restò in capo, chiaramente, ad Ali Pascià, convinto di poter vanificare l'assalto ottomano grazie al suo agguerrito esercito ed all'impervia natura del terreno di scontro.
Sfortunatamente per Tepeleni, la totale mancanza d'impegno da parte dei suoi ufficiali vanificò qualsiasi scelta strategica.
Nel nord, Bushati attaccò Elbasan senza incontrare resistenza significativa. Abbandonò la lotta per interessi propri, accampando come scusa con la Porta una ribellione dei montenegrini. Androutsos, cacciato da Livadeia dagli abitanti della città, disertò, lasciando Pehlevan Pascià libero di penetrare nella Grecia centrale. Veli Bey abbandonò Lepanto e ripiegò su Arta, salvo poi portarsi a Prevesa dove fu rapido a negoziare un armistizio con il Capitan Bey. Ismaël Pascià attraversò indenne il Pindo, si abboccò a Metsovo con Vrioni e lo convinse a tradire Tepeleni in cambio della nomina a Pascià di Berat[57], città nel frattempo abbandonata da Mukhtar che si era prima trincerato ad Argirocastro e poi, come il resto degli alti ufficiali del padre, aveva avviato negoziati con i turchi invece di combattere.
In settembre, l'armata ottomana si schierava intorno a Giannina, cominciando l'assedio.
Il centro del potere di Ali Pascià, pesantemente fortificato e ben rifornito di derrate, offrì ai turchi la prima vera resistenza della campagna. Ismaël Pascià si dimostrò incapace di giungere rapidamente alla conclusione dello scontro e commise alcuni errori strategico-politici che permisero a Tepeleni di veder tornare nei ranghi gli ufficiali che avevano disertato al principio della guerra. Non solo. Il 4 dicembre, Ali prese contatto con i Sulioti che militavano nelle fila dell'armata di Ismaël e promise loro la restituzione della terra natia in cambio di aiuto. Gli epiroti (3000 uomini in tutto) disertarono il campo ottomano e si schierarono al fianco del Leone[58]. Continuando a giocare d'astuzia, Ali Pascià cercò di rappacificarsi con il sultano e, nel gennaio 1821, gli inviò delle lettere nelle quali denunciava i piani della Filikí Etería ed i suoi membri. Il risultato della manovra fu però inconcludente per Tepeleni e questo tradimento fu uno nei numerosi elementi che contribuiranno ad informare la Sublime Porta sulle trame che si ordivano, obbligando l'Etería ad accelerare il naturale corso degli avvenimenti[59]. In marzo, Hursid Pascià, futuro governatore della Morea, subentrò ad Ismaël Pascià (ricollocato alla testa del presidio di Arta) nel comando delle forze sultanali e ridiede vigore alla lotta, sia sul piano militare sia su quello politico. Entro novembre, numerosi albanesi musulmani agli ordini del Leone disertarono le sue fila e si schierarono sotto il vessillo sultanale quando l'eco della guerra d'indipendenza greca, abilmente manovrato da Hurshid, raggiunse Giannina[60].
Nel gennaio del 1822, Hursid Pascià aveva occupato la maggior parte delle fortificazioni di Giannina. Ali Pascià, asserragliato nel suo palazzo tramutato in una cittadella ed in grado di protrarre ulteriormente la lotta, accettò di aprire i negoziati. Le parti s'incontrarono nel Monastero di San Pantaleone, su di un'isola del Lago Pamvotida, già in mano turca. Attirato dalla promessa di un perdono completo (5 febbraio, 24 gennaio del calendario giuliano), Ali Pascià si vide circondato dai turchi che gl'intimarono d'inginocchiarsi per essere decapitato. A questo punto, secondo Alexandre Dumas, avrebbe aggredito i nemici dopo aver risposto "La mia testa non si piegherà come la testa di uno schiavo!"[61]. Gli spararono attraverso il pavimento, spacciandolo. La sua testa venne portata su di un piatto d'argento ad Hursid Pascià che ne baciò la barba in segno di rispetto prima d'inviarla a Costantinopoli.

La testa di Tepeleni e quelle dei suoi figli vennero esposte all'ingresso del Palazzo Topkapı per ordine del sultano. I feticci vennero poi interrati presso le mura di Costantinopoli. Le spoglie di Ali Pascià vennero sepolte nella Moschea Fethiye di Giannina, presso la quale riposano oggi.
Nel 2006, la Facoltà di Teologia dell'Università di Yalova, durante un progetto di censimento delle 3500 lapidi del cimitero Ayvalık di Istanbul, ha scoperto un sepolcro titolato a Tepeleni. In data 11 febbraio 2013, il governo albanese ha conseguentemente aperto i negoziati con il governo turco per la restituzione delle spoglie del Leone di Giannina[62][63].

Eredi[modifica | modifica wikitesto]

Ali Pascià ebbe tre figli maschi, tutti giustiziati dai turchi insieme al padre[2][3]:

  • Ahmed Mukhtar (1768-1822), figlio della prima moglie ufficiale di Tepeleni, Emina di Delvina[8], Pascià di Berat;
  • Veli (1773-1822), figlio della prima moglie ufficiale di Tepeleni, Emina di Delvina[8], Pascià di Morea; e
  • Salih (1800-1822), Pascià di Valona.

Cultura di massa[modifica | modifica wikitesto]

  • Lord Byron fece visita ad Alì Pascià nel 1809 a Giannina e scrisse le sue memorie dell'incontro nell'opera Childe Harold's Pilgrimage (Il pellegrinaggio del giovane Aroldo), mostrando sentimenti contrastanti nei confronti del tiranno: da un lato l'ammirazione per lo splendore della corte e per l'aver incoraggiato il risveglio della cultura albanese a Giannina, dall'altro il biasimo per la sua crudeltà.
  • Nel romanzo Il conte di Montecristo, Dumas descrive in modo estremamente romanzato la fine di Ali Pascià per bocca della figlia scampata al massacro, la principessa Haydée, protetta del protagonista Edmond Dantes.
  • Mór Jókai dedicò a lui il romanzo Il leone di Giannina.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Skiotis, DN (1971), From Bandit to Pasha : First Steps in the Rise to Power of Ali of Tepelen, 1750-1784, in International Journal of Middle East Studies, v. 2, n. 3 (1971), p. 228.
  2. ^ a b c Manzour, Ibrahim (1827), Mémoires sur la Grèce et l'Albanie pendant le gouvernement d'Ali Pacha, Parigi, p. 232.
  3. ^ a b c R. Sellheim, Oriens, BRILL, 1992, p. 303, ISBN 978-90-04-09651-6. URL consultato il 21 ottobre 2010.
  4. ^ a b c d Elsie, Robert (2012), A Biographical Dictionary of Albanian History, I.B.Tauris, ISBN 978-1-78076-431-3, pp. 7–8.
  5. ^ Bowen, George (1852), Mount Athos, Thessaly and Epirus : A diary of a Journey, Londra, Francis & John Rivington, p. 192.
  6. ^ Ahmet Uzun. Ο Αλή Πασάς ο Τεπελενλής και η περιουσία του.. [Ali Pasha from Tepeleni and his fortune] (Greek), p. 3: "Εξαιτίας της μοναδικότητας του ονόματος μιας οικογένειας που μετανάστευσε από την Ανατολία στη Ρούμελη και εγκαταστάθηκε στο Τεπελένι, υπάρχουν ισχυρισμοί που τον θέλουν Τούρκο. Εντούτοις οι ισχυρισμοί αυτοί είναι αβάσιμοι αφού στην πραγματικότητα είναι αποδεδειγμένο ότι καταγόταν από τη νότια Αλβανία."
  7. ^ a b H. T. Norris, Islam in the Balkans: Religion and Society Between Europe and the Arab World, C. Hurst & Co. Publishers, 1993, pp. 231–, ISBN 978-1-85065-167-3.
  8. ^ a b c Davenport, Richard Alfred (1837), The Life of Ali Pasha of Tepeleni, Vizier of Epirus, surnamed Aslan or the Lion, Murray's Family Library, p. 36.
  9. ^ (SR) Društvo istoričara Srbije, Iz istorije Albanaca (From the history of Albanians), Zavod za izdavanje udžbenika SR Srbije, 1969, p. 78. URL consultato il 14 settembre 2011.
    «родио се 1744. године у околини Тепелене, од оца Вели-бега, госпо- дара Тепелене, односно управљача делвинског санџака. (He was born in 1744 and his father was lord of Tepelene and lord of the Sanjak of Delvina)».
  10. ^ Skiotis, Op. Cit., p. 230.
  11. ^ Davenport, Op. Cit., pp. 35-36.
  12. ^ Elevating and Safeguarding Culture Using Tools of the Information Society: Dusty traces of the Muslim culture, Earthlab, pp. 364–, ISBN 978-960-233-187-3.
  13. ^ Raymond Zickel and Walter R. Iwaskiw, Albania: A Country Study ("Local Albanian Leaders in the Early 19th Century"), countrystudies.us, 1994. URL consultato il 9 aprile 2008.
  14. ^ a b Historia e Popullit Shqipetar, Tirana, Albania, Shtepia Botuese Toena, 2002.
  15. ^ Universiteti Shtetëror i Tiranës e Instituti i Historisë, Studime Historike, vol. 41, 1987, pp. 140. URL consultato il 17 agosto 2010.
  16. ^ [1]
  17. ^ Keightley, Thomas (1830), History of the War of Independence in Greece, v. 1, Edimburgo, Constable.
  18. ^ Winnifrith, Tom (1987), Vlachs : the history of a Balkan people, Duckworth, ISBN 978-0-7156-2135-6, p. 130.
  19. ^ Enciclopedia «Rizzoli-Larousse», pag. 1203.
  20. ^ Gouvas, Harry (2009), History of Preveza Prefecture, ISBN 978-960-87328-2-7.
  21. ^ http://www.1911encyclopedia.org/Ali_Pasha
  22. ^ Fleming, Op. Cit., p. 95 e s.
  23. ^ Suli, sapere.it. URL consultato il 15/04/13.
  24. ^ Sakellariou, MV (1997), Epirus: 4000 Years of Greek History and Civilization, Ekdotike Athenon, ISBN 960-213-371-6.
  25. ^ Baggally, JW (1938), Ali Pasha and Great Britain, Oxford, Basil Blackwell, p 86.
  26. ^ Fleming, Op. Cit., p. 73.
  27. ^ Church, Riccardo (1820), Relazione dei fatti accaduti al tenente generale Riccardo Church, Napoli: dalla Tipografia Francese, fornisce una dettagliata descrizione dell'accordo tra Ali Pascià ed i britannici.
  28. ^ Benot, Yves (1992), La démence coloniale sous Napoléon, Parigi, La Découverte, ISBN 2-7071-2098-7 : « De plus, le fameux pacha de Janina, Ali de Tebelen, auprès de qui Napoléon a un consul, Pouqueville, est de plus en plus hostile à la France : il est juste en face de Corfou et peut empêcher l'île de se ravitailler sur la terre ferme. À son habitude, Napoléon tempête et menace. À titre d'exemple, cette lettre du 15 mars 1811 au ministre des Affaires étrangères qui est maintenant Maret : Mon intention est de déclarer la guerre à Ali Pacha si la Porte ne peut réussir à le retenir dans le devoir. Vous écrirez la même chose à mon consul près d'Ali Pacha afin qu'il lui déclare que la première fois qu'il se permettra d'empêcher l'approvisionnement de Corfou, et refusera le passage aux bestiaux et vivres destinés pour cette place, je lui déclarerai la guerre. Facile à dire ou à écrire. Un jour, Pouqueville se retrouvera en prison [...] »
  29. ^ Finlay, George (1861), History of the Greek revolution, Londra, Blackwood and sons, v. 1, p. 86.
  30. ^ Valentini, Georg Wilhelm : von (1828), Précis des dernières guerres des Russes contre les Turcs, avec des considérations militaires et politiques traduit de l'allemand du Général Valentini par Eugène de La Coste, Parigi, Schubart e Heideloff, p. 126.
  31. ^ Helley(?), H. Portrait of Kira Vassiliki. [1850], Sotheby's. URL consultato l'11 agosto 2015.
  32. ^ È comunque ancora in discussione l'effettiva pratica dell'omosessualità da parte di Tepeleni. Gli osservatori europei, forviati dai loro preconcetti sull'Oriente, potrebbe aver con buona probabilità confuso dei giovani eunuchi dell'harem con degli efebi veri e propri - v. Murray, SO [e] Roscoe, W (1997), Islamic Homosexualities : culture, history, and literature, New York University Press.
    Parimenti, bisogna però anche segnalare che il fenomeno della pederastia "istituzionalizzata" era molto diffuso in Albania (v. Pederastia albanese) e che la propensione pederasta di Alì Pascià è stata oggetto di diverse composizioni musicali folkloristiche albanesi, quali, ad esempio:
    Originale Traduzione in italiano
    C'e pandeh, o, Ali Pasha? Cosa pensi, o Ali Pasha?
    Mos jemi çupa nga Narta Non siamo le ragazze venute da Arta
    edhe djemi nga Gjirokastra e i ragazzi venuti da Argirocastro
    të loç ti me 'ta nga nata come quelli con cui giochi di notte
    v. Pyrrhus, Ruches (1967), Albanian historical folksongs, 1716-1943: a survey of oral epic poetry from southern Albania, with original texts, Argonaut, p. 19.
  33. ^ Fleming, Katherine Elizabeth (1999), The Muslim Bonaparte : diplomacy and orientalism in Ali Pasha's Greece, Princeton University Press, ISBN 978-0-691-00194-4, p. 32.
  34. ^ a b Pierre Savard, Brunello Vigezzi (Commission of History of International Relations), Le Multiculturalisme Et L'histoire Des Relations Internationales Du XVIIIe Siècle À Nos Jours, Milano, Edizioni Unicopli, 1999, p. 68, ISBN 978-88-400-0535-5, OCLC 43280624.
    «Tepedelenli Ali Pasa, governor of Yanya (Yannina) who was an Alevi-Bektashi and who also had great love for the Saint.».
  35. ^ Geōrgios K Giakoumēs, Grēgorēs Vlassas e D. A. Hardy, Monuments of Orthodoxy in Albania, Athens, Doukas School, 1996, p. 68, ISBN 978-960-7203-09-0, OCLC 41487098.
    «KOLIKONTASI Monastery [...] thirty-four years after his tragic end, on the orders of '"his highness the Vizier Ali Pasha from Tepeleni"».
  36. ^ Miranda Vickers, The Albanians: A Modern History, London, I.B. Tauris, 1999, p. 22, ISBN 978-1-4416-4500-5.
    «Around that time, Ali was converted to Bektashism by Baba Shemin of Kruja...».
  37. ^ a b Natalie Clayer, III, in Stephanie Schwandner-Sievers e Bernd Jürgen Fischer (a cura di), Albanian Identities: Myth and History, Indiana University Press, 2002, p. 130, ISBN 978-0-253-34189-1, OCLC 49663291.
    «He seemed to have been closer to the Sadiyye, the Halvetiyye or even the Nakshibendiyye (the tekke of Parga was Nakshibendi, as well as a well-kbown tekke of Ioannina) [...] Ali Pasha was considered to be 'responsible for the propagation of Bektashism' in Thessaly, in South Albania and in Kruja».
  38. ^ Robert Elsie, Historical Dictionary of Albania, European historical dictionaries, nº 42, Scarecrow Press, 2004, p. 40, ISBN 978-0-8108-4872-6, OCLC 52347600.
    «Most of the Southern Albania and Epirus converted to Bektashism, initially under the influence of Ali Pasha Tepelena, "the Lion of Janina", who was himself a follower of the order.».
  39. ^ Vassilis Nitsiakos, On the Border: Transborder Mobility, Ethnic Groups and Boundaries along the Albanian-Greek Frontier (Balkan Border Crossings- Contributions to Balkan Ethnography), Balkan border crossings, nº 1, Berlin, Lit, p. 216, ISBN 978-3-643-10793-0, OCLC 705271971.
    «Bektashism was widespread during the reign of Ali Pasha, a Bektashi himself,...».
  40. ^ Gerlachlus Duijzings, Religion and the Politics of Identity in Kosovo, New York, Columbia University Press, 2010, p. 82, ISBN 978-0-231-12098-2, OCLC 43513230.
    «The most illustrious among them was Ali Pasha (1740-1822), who exploited the organisation and religious doctrine...».
  41. ^ Stavro Skendi, Balkan Cultural Studies, East European monographs, nº 72, Boulder, 1980, p. 161, ISBN 978-0-914710-66-0, OCLC 7058414.
    «The great expandion of Bektashism in southern Albania took place during the time of Ali Pasha Tepelena, who is believed to have been a Bektashi himself».
  42. ^ H.T.Norris, Popular Sufism in Eastern Europe: Sufi Brotherhoods and the Dialogue with Christianity and 'Heterodoxy', Routledge Sufi series, nº 20, Routledge, 2006, p. 79, ISBN 978-0-203-96122-3, OCLC 85481562.
    «...and the tomb of Ali himself. Its headstone was capped by the crown (taj) of the Bektashi order.».
  43. ^ H.T.Norris, Islam in the Balkans: Religion and Society Between Europe and the Arab World, University of South Carolina Press, 1993, pp. 73, 76, 162, ISBN 978-0-87249-977-5, OCLC 28067651.
  44. ^ Fleming, Op. Cit., p. 63
  45. ^ Henry, Holland (1815), Travels in the Ionian Isles, Albania, Thessaly, Macedonia &c. during the years 1812 and 1813, Londra, p. 126, sostiene che Tepeleni ricorreva al greco quando s'intratteneva con degli ospiti stranieri.
  46. ^ Merry, Bruce (2004), Encyclopedia of modern Greek literature, Greenwood Publishing Group, ISBN 978-0-313-30813-0, p. 12.
  47. ^ Christine Fauré, Political and Historical Encyclopedia of Women, Routledge, 2004, ISBN 978-1-135-45690-0.
    «Ma dal 1818 in poi, la società ha cominciato un ampio reclutamento includendo un certo numero di donne. Prima della sua morte, nel mese di luglio 1818, Skoufas, uno dei tre fondatori della società, ha suggerito sistematicamente di mettersi in contatto con tutte le donne che, per la loro vicinanza alle istituzioni del potere, avrebbero potuto essere utili alla causa. Egli ha specificamente menzionato il nome di Vassiliki.».
  48. ^ Per completezza d'informazioni va però ricordato che fu proprio Vely Pascià, figlio di Ali Pascià, a scacciare da Giannina uno dei soci fondatori della Filikí Etería, Athanásios Tsákalov, agli inizi del XIX secolo - v. Crawley, CW (1957), John Capodistrias and the Greeks before 1821, in The Cambridge Historical Journal, v. 13, n. 2 (1957), pp. 162-182.
  49. ^ Fleming, Op. Cit., p. 199.
  50. ^ Merry, Op. Cit., p. 231.
  51. ^ Bellaire, JP (1805), Précis des opérations générales de la division Française du Levant, Chargée, pendant les années V,VI et VII de la défense des îles et possessions ex-vénitiennes de la mer Ionienne, formant\naujourd' hui la République des Sept-Isles, Parigi, pp. 418–420.
  52. ^ Finlay, Op. Cit., p. 85.
  53. ^ Alexios Savvides, Tesalya, in The Encyclopedia of Islam, New Edition, Volume X: T–U, Leiden and New York, BRILL, 2000, pp. 420–422, ISBN 90-04-11211-1.
  54. ^ Convention between the British and Turkish Commissaries Joannina, in Foreign Office [a cura di] (1834), British and Foreign State Papers, v. 7, 1819-1820, Londra, Ridgway, pp. 449
  55. ^ Presle, Brunet: de [e] Blanchet, Alexandre (1860), Grèce depuis la conquête romaine jusqu'à nos jours, Firmin Didot, p. 421
  56. ^ Presle [e] Blanchet, op. cit., p. 422.
  57. ^ Finlay, Op. Cit., pp. 95-96.
  58. ^ Fleming, Op. cit., p. 59.
  59. ^ Presle [e] Blanchet, op. cit., p. 425.
  60. ^ Gordon, Thomas (1832), History of the Greek Revolution, Edimburgo, Blackwood, t. 1, p. 504.
  61. ^ Alexandre Dumas, Ali Pacha: Celebrated Crimes.
  62. ^ Albania Wants Paşa's Head Back
  63. ^ Tepedelenli Ali Paşa (türk.)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

  • Bellaire, JP (1805), Précis des opérations générales de la division Française du Levant, Chargée, pendant les années V,VI et VII de la défense des îles et possessions ex-vénitiennes de la mer Ionienne, formant\naujourd' hui la République des Sept-Isles, Parigi.
  • Church, Riccardo (1820), Relazione dei fatti accaduti al tenente generale Riccardo Church, Napoli: dalla Tipografia Francese.
  • Davenport, Richard Alfred (1837), The Life of Ali Pasha of Tepeleni, Vizier of Epirus, surnamed Aslan or the Lion, Murray's Family Library.
  • Fauriel, Claude Charles (1834), Die Sulioten und ihre Kriege mit Ali Pascha von Janina, Breslau.
  • Henry, Holland (1815), Travels in the Ionian Isles, Albania, Thessaly, Macedonia &c. during the years 1812 and 1813, Londra.
  • Keightley, Thomas (1830), History of the War of Independence in Greece, v. 1, Edimburgo, Constable.
  • Manzour, Ibrahim (1827), Mémoires sur la Grèce et l'Albanie pendant le gouvernement d'Ali Pacha, Parigi.
  • Pouqueville, François (1822), Notice sur la fin tragique d'Ali-Tébélen, Parigi.
  • Presle, Brunet: de [e] Blanchet, Alexandre (1860), Grèce depuis la conquête romaine jusqu'à nos jours, Firmin Didot.

Studi[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

  • ῾Alī Pascià, in Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 6 novembre 2014.
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