Akallabêth

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Il Silmarillion
Ainulindalë
Valaquenta
Quenta Silmarillion
Akallabêth
Degli Anelli del Potere
e della Terza Era


L'Akallabêth è la quarta parte del Silmarillion, un'opera mitopoietica scritta da J. R. R. Tolkien e pubblicata postuma nel 1977 dal figlio Christopher Tolkien.

È una parte relativamente breve del legendarium tolkieniano, riguardante soprattutto l'isola di Númenor: la sua creazione, lo sviluppo della sua civiltà e lo sprofondamento finale nel mare. Akallabêth in adûnaico (la lingua parlata a Númenor prima della sua distruzione) significa "(la) caduta, colei che è caduta".[Nota 1][1]

Origine[modifica | modifica wikitesto]

La vicenda di Númenor richiama chiaramente il mito di Atlantide.[Nota 2] A questo proposito, Tolkien in una lettera del 1964 scrisse:

«Un altro elemento [è]... quello che potrei definire la mia ossessione per l'Atlantide. Questa leggenda o mito o oscura memoria di qualche storia antica mi ha sempre tormentato. Nel sonno continuavo ad avere il sogno spaventoso dell'Onda ineluttabile, che usciva da un mare tranquillo o che arrivava torreggiando al di sopra delle isole verdi. È un sogno che di quando in quando faccio ancora, benché l'abbia ormai esorcizzato scrivendone. Finisce sempre con un disastro e io mi sveglio annaspando come per venire fuori da un abisso d'acqua.»

(Lettere 1914-1973, n°257)

Storia[modifica | modifica wikitesto]

La creazione di Númenor[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la caduta dell'Oscuro Signore Morgoth alla fine della Prima Era, descritta nel Quenta Silmarillion, agli Edain (gli Uomini che avevano aiutato gli Elfi nella guerra all'Oscuro Signore) venne donata Númenor, una nuova isola indipendente, libera dal male e dai pericoli delle terre orientali. Era situata nel mezzo del Grande Oceano, tra le rive occidentali della Terra di Mezzo e le rive orientali di Aman, dove vivevano i Valar. Nell'entrare a Númenor, agli Uomini fu vietato di fare vela verso Aman. Per 2 500 anni Númenor crebbe in potenza, con navi numenoreane che solcavano i mari e fondavano remote colonie nella Terra di Mezzo.[2]

In quel periodo gli Elfi della Terra di Mezzo combattevano un'amara guerra contro Sauron (un tempo servo di Morgoth), che era diventato un secondo Oscuro Signore. Dopo Tar-Palantir, penultimo re dell'isola, l'ultimo re fu suo nipote Ar-Pharazôn, che ottenne il trono per matrimonio con la figlia di Tar-Palantir, chiamata Tar-Míriel (un matrimonio contro la sua volontà e celebrato nonostante la legge non consentisse matrimoni tra cugini). Avendo sentito che Sauron mirava al dominio sugli Uomini e minacciava di distruggere Númenor, Ar-Pharazôn venne in gran forze nella Terra di Mezzo e le schiere di Sauron ne ebbero timore. Rendendosi conto che non sarebbe mai riuscito a sopraffare Númenor con le armi, Sauron si umiliò ai piedi del Re numenoreano.[3][4]

Ar-Pharazôn non fu convinto e trasse Sauron in catene come prigioniero a Númenor. Questo era però appunto il piano di Sauron, che assumendo una forma di grande equità e bellezza guadagnò sempre maggiore potere, fino a diventare consigliere del re. Con inganno e manipolazione, corruppe la gran parte di Númenor al culto di Morgoth, che includeva la razzia della Terra di Mezzo per fare prigionieri da offrire nei sacrifici e il taglio di Nimloth, l'Albero Bianco, per costruirvi un tempio. In questo periodo, Númenor divenne ancor più potente grazie ai consigli di Sauron.[3]

L'attacco ad Aman e la Caduta[modifica | modifica wikitesto]

Infine Sauron convinse Ar-Pharazôn ad assalire Aman e strappare l'immortalità ai Valar, argomentando che i grandi re si prendono senz'altro ciò che spetta loro di diritto. L'intento di Sauron era mandare Ar-Pharazôn e le flotte numenoreane alla distruzione provocando l'ira dei Valar, ma anche di continuare il suo controllo su Númenor. Invece, quando la flotta mise piede in Aman, i Valar si rivolsero a Eru Ilúvatar, che spezzò il mondo e lo rimodellò. Ilúvatar distrusse Ar-Pharazôn e la sua flotta, fece inoltre sprofondare Númenor nel Mare e rimosse per sempre Aman dalle cerchie del mondo. Il mondo che era stato piatto era ora sferico. Ora Aman era raggiungibile solo agli Elfi, gli unici ancora capaci di trovare la Strada Diritta.[5]

Nove navi (che portavano uomini di sangue reale numenoreano, discendenti dei Signori della Casa di Elros ad Andúnië) furono portate dalla tempesta della Caduta verso le spiagge della Terra di Mezzo. Erano guidate da Elendil e dai suoi due figli, Isildur e Anárion, e portavano con sé sementi dell'Albero Bianco e i palantíri. Questi uomini e i numenoreani che già vivevano nella Terra di Mezzo portarono il titolo di "I Fedeli", per la loro continua devozione ai Valar e agli Eldar. Essi si allearono con Gil-galad, stringendo l'Ultima Alleanza tra gli elfi e gli uomini, durante la quale Isildur tagliò l'Unico Anello dalla mano di Sauron.[6]

I seguaci di Elendil fondarono due regni numenoreani in esilio: Arnor, nel nord, e Gondor nel sud. La cultura di Númenor divenne dominante nella Terra di Mezzo. Arda fu resa sferica e Aman fu messa al di fuori di essa, al di là della portata degli Uomini mortali. La forma fisica di Sauron fu distrutta, ma il suo spirito scappò da Númenor e tornò nella Terra di Mezzo, portando con sé l'Unico Anello.[6]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Note al testo[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L'adûnaico è una lingua artificiale immaginata e abbozzata da Tolkien. La parola è registrata in The Notion Club Papers (scritti nel 1945), un frammento in adûnaico ricevuto da un protagonista di quella storia in un sogno visionario:
    (adûnaico)

    «Êphalak îdôn Yôzâyan... Êphal êphalak îdôn hi-Akallabêth.»

    (IT)

    «Assai lontana ormai [è la] Terra del Dono... Lontana, assai lontana ormai [è] Colei-che-è-caduta.»

  2. ^ L'equivalente di Akallabêth in quenya è Atalantë. Tolkien nel 1964 descrisse la somiglianza della parola "Atalantë" con Atlantide come una felice coincidenza:

    «È un caso curioso che il tema talat usato in quenya per indicare "scivolare, cadere giù", che forma il sostantivo atalantie (in quenya), assomigli tanto ad Atlantide.»

    (Lettere 1914-1973, n°257)

Note bibliografiche[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Silmarillion 2005, p. 369.
  2. ^ Silmarillion 2005, pp. 306-309.
  3. ^ a b Silmarillion 2005, pp. 314-326.
  4. ^ Incompiuti, p. 306.
  5. ^ Silmarillion 2005, pp. 326-327, 330.
  6. ^ a b Silmarillion 2005, pp. 328-330.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, a cura di Christopher Tolkien e Marco Respinti, traduzione di Francesco Saba Sardi, Bompiani, 2014 [1977].
  • J. R. R. Tolkien, Il Silmarillion, Milano, RCS Quotidiani, 2005.
  • J. R. R. Tolkien, Racconti incompiuti, a cura di Christopher Tolkien, Bompiani, 2001, ISBN 978-88-452-9131-9.
  • J. R. R. Tolkien, La realtà in trasparenza, a cura di Christopher Tolkien, Bompiani, 2002, ISBN 978-88-452-9130-2.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]