Ailanthus altissima

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Ailanto
Götterbaum (Ailanthus altissima).jpg
Grande esemplare in un parco in Germania
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Plantae
Divisione Magnoliophyta
Classe Magnoliopsida
Ordine Sapindales
Famiglia Simaroubaceae
Genere Ailanthus
Specie A. altissima
Nomenclatura binomiale
Ailanthus altissima
(Mill.) Swingle
Nomi comuni

albero del paradiso, ailanto

Ailanthus altissima, in italiano ailanto o anche albero del paradiso, è una pianta decidua appartenente alla famiglia delle Simaroubaceae. È nativo della Cina nordoccidentale e centrale e di Taiwan ed è naturalizzato in Italia, in altri paesi europei, negli Stati Uniti, in Australia e in Nuova Zelanda. Diversamente da altri membri del genere Ailanthus, è infatti amante dei climi temperati anziché di quelli tropicali. L'albero cresce rapidamente e può raggiungere altezze di 15 m in 25 anni; da questa tendenza a diventare alto è derivato il nome "albero del paradiso". È poco longevo, superando raramente i 50 anni di vita ed eccezionalmente il secolo di vita. Nonostante ciò, la sua straordinaria capacità di generare polloni consente alla pianta di replicare sé stessa per tempi assai più lunghi.[1]

Origine, diffusione e usi[modifica | modifica wikitesto]

Usi medicinali[modifica | modifica wikitesto]

Nella sua terra d'origine, la Cina, è detto, in mandarino standard, chouchun (cinese: 臭椿S, chòuchūnP); qui l'ailanto ha una lunga e ricca storia. È citato nel più antico dizionario cinese conosciuto e menzionato in innumerevoli testi di medicina cinesi per la sua riconosciuta efficacia nel curare mali che vanno dalle malattie mentali alla perdita dei capelli. Le radici, le foglie e la corteccia sono usate ancora oggi nella medicina tradizionale cinese, principalmente come astringenti.

Usi ornamentali[modifica | modifica wikitesto]

L'aspetto decorativo dei frutti in estate

L'ailanto fu importato in Europa per la prima volta nel 1740 e negli Stati Uniti nel 1784, in un'epoca in cui il gusto per le cosiddette cineserie influenzavano notevolmente il senso estetico in Europa, ed erano perciò apprezzate essenze che ricordavano paesaggi orientali. Fu inizialmente presentato come una specie ornamentale di velocissima crescita e grande adattabilità a terreni impervi o sterili. L'ailanto venne allora largamente impiegato per le alberature stradali e di parchi durante gran parte del XIX secolo. Ancor oggi è possibile vedere, come testimonianza dell'uso ornamentale di questa specie, grandi ailanti in viali, parchi e giardini[2]. Nel famoso film di Elia Kazan Un albero cresce a Brooklyn, tratto dall'omonimo romanzo di Betty Smith, il protagonista vegetale è proprio un ailanto, che spuntava nel povero cortile di quel quartiere di New York[3].

Il valore decorativo dell'albero è dovuto all'aspetto maestoso e alle lunghissime foglie composte, ma anche ai grappoli di frutti, samare dotate di grandi ali che durante l'estate assumono sfumature che vanno dal giallo all'arancione e al rosso acceso, che poi permangono sino all'autunno, quando l'effetto cromatico dei frutti si unisce a quello dell'ingiallimento delle foglie. La fioritura primaverile passa invece inosservata, dato che i fiori sono piccoli e verdastri[4].

Produzione di seta[modifica | modifica wikitesto]

Il bombice dell'ailanto

L'albero è stato estesamente coltivato, inizialmente in Cina e poi anche in altri paesi (in Italia dal 1854) per l'allevamento della Samia cynthia (bombice dell'Ailanto), il bruco di una falena impiegata per la produzione di una particolare seta. Nelle regioni italiane dove esisteva l'allevamento del bombice, (ora non più praticato) la falena sfuggita agli allevamenti si è naturalizzata e continua a vivere sugli ailanti a loro volta naturalizzati.

Consolidamento di terreni scoscesi[modifica | modifica wikitesto]

Sempre per la sua adattabilità e per la sua grande velocità di crescita, e crescendo bene anche in situazioni difficili, l'ailanto si è dimostrato prezioso per il consolidamento di terreni franosi e sterili e perciò venne largamente impiegato[5]. Tipico è l'utilizzo per consolidare scarpate ferroviarie o stradali, che consente alla specie di diffondersi nei terreni circostanti, al di là delle intenzioni iniziali (vedi paragrafo "Il problema del controllo della diffusione della specie").

Miele di ailanto[modifica | modifica wikitesto]

Dall'ailanto le api ottengono un apprezzato miele monoflora (miele di ailanto), con aroma fruttato, simile al fico, alla pesca e all'uva moscata, e il suo gusto deciso che lo rende adatto all'utilizzo in macedonie; viene prodotto subito dopo il miele di acacia e in contemporanea con quello di tiglio, e il nettare di ailanto in situazioni particolari è raccolto dalle api insieme a quelli di tiglio e di acacia, cosicché i mieli risultanti hanno caratteristiche da esso influenzate.[6]

Il problema del controllo della diffusione della specie[modifica | modifica wikitesto]

Invasione da parte di A. altissima lungo le rive del fiume Garonna

L'entusiasmo iniziale per la notevole resistenza dell'ailanto, anche in ambienti degradati e difficili per altri alberi, era grande nelle zone in cui la pianta era stata introdotta. Questo entusiasmo calò quando i botanici dovettero affrontare la straordinaria capacità pollonante dell'ailanto e la sua tendenza a diffondersi spontaneamente. Sfuggendo alle coltivazioni è infatti presente come specie naturalizzata in molte regioni d'Europa e degli Stati Uniti e in altre zone al di fuori del suo areale originario.

L'ailanto è spesso una specie invasiva, grazie alla sua capacità di colonizzare rapidamente aree disturbate e soffocare i competitori inibendo il loro sviluppo con sostanze allelopatiche dalle radici. Ailanthus altissima emette la sostanza allelopatica ailanthone da foglie, corteccia e radici, creando così dei popolamenti puri. In Australia, negli Stati Uniti d'America, in Nuova Zelanda e in numerosi Paesi dell'Europa meridionale e dell'Europa orientale, è considerata una specie molto invasiva e quindi nociva per gli ambienti naturali. La sua eradicazione è difficile, perché l'albero ricaccia vigorosamente se tagliato.

La lotta contro l'ailanto è necessaria dove esso entra in competizione con piante autoctone (segnatamente in aree già degradate dall'attività antropica), ma naturalmente, non in altre situazioni, come nel caso di alberature cittadine, o dove la diffusione negli ambienti naturali è contenuta o assente.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Disegno botanico delle foglie, fiori e samara da Illustrated flora of the northern states and Canada di Britton e Addison Brown, 1913
Germoglio
Foglia vista di scorcio
Esemplare che cresce ai margini di un bosco: negli ambienti naturali intatti l'ailanto generalmente non pone problemi di invasività

L'ailanto è un albero di medie dimensioni che raggiunge altezze di 17–27 m e un diametro, all'altezza del petto, di 1 m[7]. La qualità del legno è in genere molto modesta, sia per robustezza, sia per durata.

Corteccia[modifica | modifica wikitesto]

La corteccia è liscia, grigio chiaro; con l'avanzare dell'età dell'albero, spesso diviene ruvida, con screpolature marrone chiaro. Gli steli sono diritti, lisci poiché ricoperti superficialmente da peluria, e rossicci o castani nella colorazione. La corteccia ha lenticelle come anche cicatrici a forma di cuore delle foglie (cioè un segno lasciato sul ramo quando una foglia cade) con molti fasci di cicatrici (ovvero piccoli segni dove le venature delle foglie erano unite all'albero) intorno ai bordi. Le gemme hanno una fine pubescenza, forma a cupola e sono parzialmente nascoste dal picciolo, sebbene siano completamente visibili nella stagione latente nelle cavità delle cicatrici delle foglie. I rami hanno un colore che va dal grigio chiaro allo scuro, sono lisci, lucenti e hanno lenticelle in rilievo che diventano fessure con la crescita dell'albero. Le estremità dei rami diventano pendenti.

Foglie[modifica | modifica wikitesto]

Le foglie sono composte, hanno una composizione pennata sono larghe, spaiate od ordinate e sono disposte alternatamente sullo stelo. Esse variano per dimensione dai 30 ai 90 cm in lunghezza e contengono 10-41 foglioline organizzate in coppie, con le foglie più larghe poste sui giovani germogli vigorosi. Il rachide è di colore verde-rossiccio chiaro con la base rigonfia. Le foglioline sono ovate-lanceolate con margini lisci, abbastanza asimmetriche e talvolta non direttamente opposte l'una all'altra. Ogni fogliolina è lunga dai 5 ai 18 cm e larga dai 2,5 ai 5 cm. Hanno l'estremità affusolata mentre le basi hanno da due a quattro denti, ognuno contenente una o più ghiandole sulla punta.[8] I lati superiori delle foglioline sono di colore verde scuro con venature verde chiaro, mentre i lati inferiori sono verde biancastro. I piccioli sono lunghi dai 5 ai 12 mm. Le basi lobate e le ghiandole la distinguono dal sommacco, specie che, pur appartenendo ad un'altra famiglia botanica, presenta un aspetto per alcuni versi simile.

Odore[modifica | modifica wikitesto]

Le foglie, se vengono sfregate, emanano un marcato odore amarognolo, botanicamente definito "crategino" ossia simile a quello dei fiori del biancospino, considerato piacevole nei testi più datati[9] e spesso considerato sgradevole nei testi più recenti[10]. È considerato generalmente sgradevole, invece, l'odore dei fiori degli esemplari maschili, ossia degli alberi che non portano frutto. Nell'uso ornamentale questo problema si aggira facilmente piantando solo esemplari femminili.

Radici[modifica | modifica wikitesto]

La parte corticale delle radici contiene una sostanza aromatica di odore simile a quello della vaniglia; per questo motivo la resina estratta dalla radice era un tempo usata per profumare gli ambienti, ponendola sopra ad un ferro caldo[11].

Fiori[modifica | modifica wikitesto]

I fiori sono piccoli e si presentano in grandi infiorescenze che raggiungono la lunghezza massima di 50 cm fino all'ultimo nuovo germoglio. I fiori solitari variano in colore dal verde giallognolo al rossiccio, ognuno con cinque petali e sepali. I sepali sono a forma di tazza, lobati e uniti mentre i petali sono valvari (si toccano ai bordi senza sovrapporsi), bianchi e pelosi verso l'interno[8].

Frutti[modifica | modifica wikitesto]

I frutti, anch'essi raccolti in grappoli penduli; sono samare con seme posto al centro di un'ala ritorta, caratteristica che la rende efficace nel volo planato, utile a diffondere la specie. Come già ricordato, i grappoli di frutti rimangono vistosamente colorati di giallo, arancio e rosso durante tutta l'estate, conferendo all'albero un aspetto particolarmente decorativo[4].

Galleria d'immagini[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cf. Collin, Pascal e Dumas, Yann, Que savons-nous de l'ailante (Ailanthus altissima (Miller) Swingle)? [What do we know about A. altissima?], in Revue forestière française, vol. 61, n. 2, 2009, pp. 117–130. Essi osservano che: «[...] Mais comme le fait remarquer Kowarik (2007), sa reproduction végétative le rend en quelque sorte très longévif, le premier individu introduit aux États-Unis en 1784 étant toujours présent grâce à ses drageons».
  2. ^ Luigi Fenaroli, Alberi, Giunti Editore, 2004, p. 41; ISBN 9788809035409.
  3. ^ Corriere della sera.
  4. ^ a b Ailanto, Albero del Paradiso, su http://www.parcocurone.it/.
  5. ^ La Sericultura. Rivista universale dei progressi dell'industria serica (Google libri, p. 131).
  6. ^ Massimo Fabio, Export e tutela dei prodotti agroalimentari del Made in Italy, IPSOA, 2015. ISBN 9788821754722. Consultabile su Google Libri a questa pagina.
  7. ^ James H. Miller, Yawney, Harry W., Ailanthus altissima, su Silvics of Forest Trees of the United States, Volume 2, United States Department of Forestry, 1965, revised December 1990. URL consultato il 29 maggio 2007.
  8. ^ a b Shiu-ying Hu, Ailanthus altissima (PDF), in Arnoldia, vol. 39, n. 2, marzo 1979, pp. 29–50. URL consultato il 30 maggio 2007.
  9. ^ F. Delpino, Odori soavi, in Atti della Società italiana di scienze naturali, Società italiana di scienze naturali, pp. 193-194.
  10. ^ Rob Davies, The toxic Tree of Heaven threatens England's green and pleasant land, The Observer, Sunday 17 September 2006. URL consultato il 21 agosto 2010.
  11. ^ Ailanto, in Dizionario delle scienze naturali, vol. 1, Firenze, Batellie filgi.

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