Africa addio

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Africa addio
Africa addio.jpg
Paese di produzioneItalia
Anno1966
Durata139 min
Generedocumentario
RegiaGualtiero Jacopetti, Franco Prosperi
SceneggiaturaGualtiero Jacopetti, Franco Prosperi
ProduttoreAngelo Rizzoli
FotografiaAntonio Climati
MontaggioGualtiero Jacopetti, Franco Prosperi
Effetti specialiTonino Cacciottolo, Carlo Rambaldi
MusicheRiz Ortolani
Interpreti e personaggi

Africa addio è un film del 1966 diretto da Gualtiero Jacopetti e Franco Prosperi.

Fortuna[modifica | modifica wikitesto]

Il film è un famoso quanto controverso film documentario sulla situazione in alcune aree dell'Africa che stavano vivendo, come quasi tutto questo continente negli anni sessanta, il processo di decolonizzazione: ne traspare una immagine, a volte molto reale e cruda, di quello che era l'Africa in quegli anni. Il film è uno dei più celebri esempi del genere cinematografico dei mondo movie, a cui appartengono anche i precedenti Mondo cane e Mondo cane 2 di Cavara, Jacopetti e Prosperi.

Se da una parte il film gode dei favori di gran parte della critica avendo anche vinto un David di Donatello, esso è stato anche accusato di proporre un'apologia del colonialismo. Quando la veridicità di alcune scene fu messa in dubbio, Gualtiero Jacopetti dichiarò espressamente che tutte le immagini del film erano reali.[1]. In seguito, sull'onda delle polemiche suscitate dai presunti omicidi mostrati nel documentario, Jacopetti ammise che si trattava di ricostruzioni interpretate da comparse. Molti anni dopo, nel documentario The Godfathers of Mondo, i coautori hanno dichiarato che le sole scene da loro predisposte sono state in "Mondo Cane 2".[2].

Il film ha avuto successo anche negli Stati Uniti, dove John Cohen ha pubblicato un libro omonimo (Africa addio, titolo in italiano, ed. Ballantine 1966), che approfondisce i temi e gli episodi del film attraverso diverse fonti.

Sequenze principali[modifica | modifica wikitesto]

Argomenti principali del film sono:

  • la distruzione volontaria di intere partite di derrate alimentari "di provenienza estera" dai magazzini, in un clima di festa per la raggiunta indipendenza (Kenya).
  • un processo ad alcuni Mau-Mau responsabili dell'uccisione di coloni inglesi, nella fase di decolonizzazione del Kenya. Le ville e i beni dei coloni sono venduti agli indigeni i quali, anziché sfruttarne la produttività, vendono tutto il vendibile ed abbandonano terre e ville a se stesse.
  • lo sterminio di arabi e musulmani da parte dei rivoltosi neri guidati da John Okello, durante la Rivoluzione di Zanzibar. Si vedono, riprese da un elicottero, immagini di centinaia di persone braccate e uccise in campi recintati, in cimiteri, in fosse comuni o in fuga sulla spiaggia. La voce fuori campo commenta questi eventi in questi termini:

« Okello ha distribuito 850 fucili misteriosamente arrivati sull'isola. La caccia all'arabo è aperta! La propaganda ha informato le nuove generazioni che gli arabi sono una maledetta razza di negrieri che vendono gli africani ai mercanti di schiavi della costa... naturalmente ha omesso di aggiungere che tutto questo accadeva 10 secoli fa![3] Queste immagini sono l'unico documento esistente di ciò che è avvenuto a Zanzibar tra il 18 ed il 20 gennaio 1964: interi villaggi distrutti, camion carichi di cadaveri. Sono immagini scomode ed imbarazzanti per tutti: per chi oggi in Africa, spargendo false promesse, fomenta un nuovo razzismo africano e per chi abbandonando in fretta e furia l'Africa a se stessa, nel falso pudore del colonialismo antico, ne autorizza uno nuovo che dilaga nella miseria e nel sangue. Guardiamole queste immagini, guardiamole pure con pietà, ma soprattutto guardiamole con vergogna! »

  • la caccia indiscriminata in Kenya (elefanti, ippopotami e gazzelle) da parte dei bracconieri, e del turismo da caccia dei bianchi in seguito alla caduta delle leggi ambientaliste in vigore sotto il regime coloniale o dalla incapacità di farle rispettare dalla nuova polizia africana;
  • i massacri in Angola e Tanganica, in cui avvennero numerosi episodi di cannibalismo, più volte citati;
  • i sopravvissuti occidentali ai massacri dei ribelli "mulelisti", portati in salvo da paracadutisti belgi e dall'intervento USA;
  • l'eccidio di missionari e suore cristiani, in particolare durante l'assalto ad una missione;
  • le azioni di guerriglia di alcuni mercenari a Bekili (Congo), che liberano una missione cristiana dai ribelli "mulelisti".
  • la "caccia alla volpe" in Kenya prima dell'indipendenza. Il commento spiega che in Africa non esistono volpi. Le immagini mostrano un uomo africano fungere da volpe, inseguito dai cani e dai cavalieri, arrampicarsi infine impaurito su un albero.
  • la liberazione dei cavalli da maneggio da parte dei bianchi in partenza; in seguito si vedono gli africani dare la caccia ai cavalli liberati, con lo scopo di mangiarli; il commento recita: "il cavallo è l'animale dei bianchi per eccellenza; esso odia il negro, e rifugge dal farsi cavalcare da questi".
  • l'apartheid del governo sudafricano

Posizione degli autori[modifica | modifica wikitesto]

Le intenzioni degli autori sono espresse dall'incipit del film:

« L'Africa dei grandi esploratori, l'immenso territorio di caccia e di avventura che intere generazioni di giovani amarono senza conoscere, è scomparso per sempre. A quell'Africa secolare, travolta e distrutta con la tremenda velocità del progresso, abbiamo detto addio. Le devastazioni, gli scempi, i massacri ai quali abbiamo assistito, appartengono a un'Africa nuova, a quell'Africa che seppure riemerge dalle proprie rovine più moderna, più razionale, più funzionale, più consapevole, sarà irriconoscibile. D'altronde il mondo corre verso tempi migliori. La nuova America sorge sopra le tombe di pochi bianchi, di tutti i pellirossa e sulle ossa di milioni di bisonti. La nuova Africa risorgerà lottizzata sulle tombe di qualche bianco, di milioni di negri e su quegli immensi cimiteri che una volta furono le sue riserve di caccia. L'impresa è così moderna e attuale che non è il caso di discuterla sul piano morale. Questo film vuole soltanto dare un addio alla vecchia Africa che muore e affidare alla storia il documento della sua agonia. »

L'accento polemico non risparmia nessuna parte in causa: se da una parte l'Occidente viene dipinto come indifferente e responsabile dei mali dall'Africa, dall'altra i popoli africani vengono rappresentati come incapaci di gestire lo stato in via di sviluppo lasciato dai coloni occidentali, e facile preda della violenza e dell'autolesionismo.

Posizioni critiche[modifica | modifica wikitesto]

Il film è stato accusato di fare l'apologia del colonialismo (attraverso la rappresentazione dell'incapacità dei popoli africani di vivere in pace senza il controllo degli Europei). In particolare, la rappresentazione apparentemente oggettiva di singoli fatti avrebbe l'effetto di decontestualizzarli, impedendo una loro valutazione nel contesto storico. Roberto Alemanno[4], un critico cinematografico di sinistra[5], ha definito il film:

« un collage di false testimonianze che confortavano ogni idea di violenza, incitavano a un odio razziale ormai giunto al punto più alto della sua tensione.[4] »

In un articolo dell'Espresso del dicembre 1964, Ugo Gregoretti scrisse che Jacopetti gli avrebbe raccontato di aver fatto ritardare e spostare due esecuzioni di ribelli Simba per permetterne la ripresa. Il regista smentì l'articolo e querelò il settimanale, ma fu comunque imputato di "concorso in omicidio commesso all'estero a danno di stranieri". Il regista fu assolto quando, dopo molte reticenze, ammise che le scene erano ricostruite e girate con comparse[6].

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Intervista di Jacopetti del 1988, Amok Journal: Sensurround Édition, a cura di S. Swezey (Los Angeles: AMOK, 1995), p. 140-171.
  2. ^ (EN) 'A Dog's World: The Mondo Cane Collection, Bill Gibron, 1º dicembre 2003.
  3. ^ In realtà, le armi usate nella rivoluzione furono sequestrate alla polizia, e non risulta che siano state portate da Okello, il quale emerse come leader del movimento rivoluzionario solo dopo che la rivoluzione stessa fu conclusa. Inoltre, la tratta orientale degli schiavi africani attraverso Zanzibar era ancora presente nel XIX secolo.
  4. ^ a b Roberto Alemanno, Itinerari della violenza. Edizioni Dedalo 1982. Disponibile per la consultazione online presso [1]
  5. ^ Sito Ufficiale Del Sindacato Nazionale Scrittori
  6. ^ Alberto Crespi, Il cinema e l'oscenità della morte. Un percorso intorno a L'occhio selvaggio, introduzione a Paolo Cavara, Tonino Guerra, Alberto Moravia, L'occhio selvaggio, Bompiani, Milano, 2014. ISBN 9788845278198.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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