Acqua tofana

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L'acqua tofana (conosciuta anche come acqua toffana, acqua tufania, acqua tufanica, acqua perugina, acquetta, acqua di Napoli o manna di San Nicola) è un veleno, ampiamente utilizzato nel XVII secolo a Palermo, Perugia, Roma e Napoli.

Ritratto di una boccetta di acqua tofana recante l'immagine di San Nicola di Bari (opera di Pierre Méjanel)

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1640 Giulia Tofana, cortigiana e fattucchiera originaria di Palermo, mise a punto il veleno che da lei prese il nome. Grazie a questa invenzione divenne ricca e potente: il successo fu raggiunto grazie alla volontà di molti coniugi, soprattutto donne, che sentivano la necessità di divenire vedove, in un'epoca in cui il divorzio non era ancora riconosciuto legalmente.[1]

Ma dopo alcuni anni una cliente della donna, la contessa di Ceri, per liberarsi del marito, utilizzò tutto il liquido della boccetta contenente il veleno, smuovendo i sospetti dei parenti del defunto. Le indagini condussero a Giulia Tofana, la quale venne imprigionata e torturata, ammettendo di aver venduto, soprattutto a Roma, durante il periodo della peste (cosa che rendeva ancora più difficile identificare gli avvelenamenti), boccette sufficienti ad uccidere 600 persone, in un periodo compreso tra il 1633 e il 1651. Il 5 luglio 1659 fu condannata e giustiziata a Roma, in Campo de' Fiori, insieme alla figlia o sorella Girolama Spera e ad altre 3 donne colpevoli di aver avvelenato i propri mariti. Col tempo altre 41 donne furono strangolate nelle segrete dei palazzi o murate per ordine dell'Inquisizione.[1]

Il fatto ebbe eco anche a Parigi con l'affare dei veleni del decennio 1670-1680: tra il 1666 e il 1676, Marie-Madeleine d'Aubray, marchesa di Brinvilliers, per impadronirsi dell'eredità avvelenò suo padre, i due suoi fratelli e sua sorella prima di essere arrestata e giustiziata.[1]

Verso la metà dell'XIX secolo il ricordo dell'acqua tofana era ancora vivo, come dimostra lo scrittore Alexandre Dumas, che si espresse così nella sua opera Il Conte di Montecristo:[1]

«...Noi parlammo signora di cose indifferenti, del Perugino, di Raffaello, delle abitudini, dei costumi, e di quella famosa acqua tofana di cui alcuni, vi era stato detto, conservano ancora il segreto a Perugia

Tra i personaggi famosi che si sospettano avvelenati con l'acqua tofana si ricordano il musicista Wolfgang Amadeus Mozart e Papa Benedetto XIII.[1][2]

Composizione chimica[modifica | modifica wikitesto]

Gli ingredienti del veleno sono noti, ma non se ne conoscono le esatte dosi. L'acqua tofana conteneva acqua, anidride arseniosa, limatura di piombo, limatura di antimonio e succo estratto dalle bacche della belladonna. L'anidride arseniosa, fatta bollire in acqua, crea un ambiente acido e consente lo scioglimento del piombo e dell'antimonio, dando luogo ad una soluzione incolore, inodore e insapore ad altissimo tasso di tossicità.[1][2]

Una volta somministrata, provoca in breve tempo vomito e in seguito febbre, facendo in modo che il quadro clinico del malcapitato venga confuso con quello di un normale disturbo intestinale; la morte sopraggiunge entro 15-20 giorni, se viene rispettato il corretto dosaggio. L'acqua tofana avvelena le persone un po' per volta, facendo sembrare la morte apparentemente naturale (il volto del defunto appare roseo), allontanando così i sospetti di un omicidio.[2]

Commercializzazione[modifica | modifica wikitesto]

Il veleno veniva commercializzato sotto forma o di cosmetico o di fiala recante l'immagine di San Nicola di Bari (quindi conosciuta clandestinamente come "manna di San Nicola"), risultando alla stregua di un oggetto di pseudo-devozione feticista verso il santo. Il prodotto era accompagnato dalle istruzioni per l'uso, allo scopo di evitare avvelenamenti accidentali.

Note[modifica | modifica wikitesto]

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