Accentazione del greco antico

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Si crede che l'originale accento greco antico sia stato un accento melodico o tonico. Nel greco antico l'accento è presente in ogni parola, salvo rare eccezioni, e può cadere fino alla terz'ultima sillaba se l'accento è acuto o grave, mentre fino alla penultima nel caso in cui l'accento sia circonflesso. Ciò è stabilito dalla legge dei tre tempi, impropriamente "legge del trisillabismo": se l'ultima sillaba di una parola ha una vocale lunga, o è chiusa da due consonanti, l'accento non può di solito venire sulla terzultima sillaba; ma all'interno di quelle restrizioni è gratuito. Ogni sillaba contiene una vocale con una o due more vocaliche, e una mora in una parola è accentata; la mora accentata era pronunciata a un tono più alto di altre more.

Nei nomi l'accento cambia in base alla lunghezza delle vocali. Per esemplificare la possibilità di esso di trovarsi sull'ultima, sulla penultima o sulla terz'ultima sillaba (nel caso dell'accento acuto/grave) studiamo tre parole: πόλεμος, la guerra; ποταμός, il fiume; παρθένος, la vergine. Sono tutte e tre parole composte da tre sillabe: πό/λε/μος, πο/τα/μός, παρ/θέ/νος; possiedono però accenti su sillabe diverse.

Nei verbi l'accento è generalmente prevedibile, e ha funzione grammaticale piuttosto che lessicale, cioè differenzia diverse parti del verbo a livello della coniugazione piuttosto che distinguere un verbo da un altro (fatto più raro). Tende sempre a ritrarsi più possibile, rispettando la legge dei tre tempi, eccettuati i casi in cui si sposta per la vocale lunga della desinenza, o per casi di contrazione. Le parti finite del verbo hanno solitamente un accento recessivo, ma in participi, infiniti e imperativi sono non recessivi.

Nel periodo classico (V-IV secolo a.C.) gli accenti di parole non erano indicati per iscritto, ma dal II secolo a.C. in poi furono inventati vari segni diacritici, tra cui un accento acuto, circonflesso e grave, che indicava un tono acuto, una caduta passo e un tono basso o semi-basso rispettivamente. Gli accenti scritti sono stati usati solo sporadicamente all'inizio e non sono stati utilizzati fino al 600 d.C.

I frammenti di musica greca antica che sopravvivono, in particolare i due inni incisi su una pietra di Delfi nel II secolo a.C., sembrano seguire molto attentamente gli accenti delle parole e possono essere utilizzati per fornire prove su come l'accento è stato pronunciato.

La posizione degli accenti e delle diverse vocali risulta anche fondamentale a livello poetico, in quanto determinano il metro utilizzato dal poeta. Si possono prendere ad esempio le tragedie greche, dotate di rigide strutture metriche che ne scandivano la musicalità. All'interno di queste, come anche di altri generi, si possono alternare diversi stili metrici.

A un certo punto tra il II e il IV secolo d.C. la distinzione tra acuto, grave e circonflesso scomparve e tutti e tre gli accenti vennero pronunciati come accento identico, generalmente ascoltati sulla stessa sillaba come l'accento pece nell'antico greco.

Cenni storici[modifica | modifica wikitesto]

I tre segni usati per indicare l'accento nel greco antico, l'acuto (ά), il circonflesso (ᾶ), e il grave (ὰ) sono stati inventati dallo studioso alessandrino Aristofane di Bisanzio, che era a capo della famosa biblioteca di Alessandria in Egitto all'inizio del II secolo a.C. I primi papiri con segni di accento risalgono anche a quest'epoca. Nei papiri, all'inizio gli accenti erano usati solo sporadicamente, in particolare per aiutare i lettori a pronunciare correttamente la poesia greca, e l'accento grave poteva essere usato su qualsiasi sillaba non accentata. Tali accenti erano utili, dal momento che il greco in quell'epoca era stato scritto senza spazi tra le parole (scriptio continua). Ad esempio, in un papiro, la parola ὸρὲιχάλκωι 'in ottone' è scritta con accenti gravi sulle prime due sillabe, nel caso in cui un lettore dovesse erroneamente leggere la prima parte della parola come ὄρει órei 'su una montagna'.

Nei secoli successivi molti altri grammatici scrissero sull'accentazione greca. Il più famoso di questi, Elio Erodiano, che visse e insegnò a Roma nel II secolo d.C., scrisse un lungo trattato in venti libri, 19 dei quali erano dedicati all'accentazione. Sebbene il libro di Erodiano non sopravviva per intero, ne è stata fatta un'epitome (riassunto) intorno al 400 d. C. che sopravvive ancora. Un'altra importante autorità fu Apollonio Disilio, il padre di Erode il Grande.

I nomi di questi segni diacritici in inglese e il termine "accento" si basano su traduzioni latine di prestiti dei termini greci. L'accento latino corrisponde al greco προσῳδία prosōdía "canzone cantata alla musica strumentale, variazione del tono nella voce" (la parola da cui deriva la prosodia inglese), acūtus a ὀξεῖα, grave da βαρεῖα "pesante" o "basso", infine il circonflesso da περισπωμένη "stirato" o "piegato". I termini greci per i segni diacritici sono aggettivi femminili nominalizzati che originariamente modificarono il sostantivo femminile προσῳδία e concordarono con esso in genere.

I segni diacritici non furono usati nel periodo classico (V-IV secolo a.C). Sono stati gradualmente introdotti dal II secolo a.C. in poi, ma non sono stati comunemente usati nei manoscritti fino al 600 d.C.

L'accento greco antico, almeno nei nomi, sembra essere stato ereditato in larga misura dalla lingua madre originaria da cui derivano il greco e molte altre lingue europee e indiane, proto-indoeuropee. Questo può essere visto confrontando l'accento delle parole greche con l'accento delle parole negli inni vedici (la forma più antica della lingua sanscrita dell'India). Molto spesso queste sono le stesse, ad esempio:

  • vedico pāt, greco antico πούς 'piede' (nominativo)
  • vedico pādam, antico greco πόδα 'piede' (accusativo)
  • vedico padà, antico greco ποδός 'di un piede' (genitivo)
  • vedico padí, antico greco ποδί 'a un piede' (dativo)

Esistono anche altre corrispondenze accentuate tra greco e vedico, ad esempio:

  • vedico yugáṃ, greco antico ζυγόν 'giogo'
  • vedico áśvaḥ, greco antico ἵππος 'cavallo'
  • vedico śatáṃ, greco antico ἑκατόν 'cento'
  • vedico návaḥ, greco antico νέος 'nuovo'
  • vedico pitea, greco antico πατήρ 'padre'

Una differenza tra greco e vedico, tuttavia, è che nelle parole greche l'accento si trova sempre in una delle ultime tre sillabe, mentre in vedico (e presumibilmente in proto-indoeuropeo) potrebbe trovarsi su qualsiasi sillaba.

Natura dell'accento greco antico[modifica | modifica wikitesto]

Diversamente dal greco moderno, il tipo di accento del greco antico è tonale, cioè una sillaba accentata è pronunciata più acuta delle altre; Dionigi di Alicarnasso afferma che la differenza di altezza corrisponde a un intervallo musicale di quinta. Nell'ortografia politonica del greco (inventata in età ellenistica ma non universalmente adottata fino all'epoca bizantina), l'accento acuto (ὀξεῖα προσῳδία) è utilizzato per indicare l'accento semplice su una sillaba. Su vocali lunghe e dittonghi l'accento può cadere su ciascuna delle due componenti (o more) della sillaba: se esso cade sulla prima mora si avrà un tono alto seguito da un tono basso, ed è indicato nell'ortografia politonica dall'accento circonflesso (περισπωμένη προσῳδία): /έε/ = , ma /εέ/ = ή.

L'accento acuto sull'ultima sillaba è regolarmente sostituito dall'accento grave (βαρεῖα προσῳδία) (eccetto prima di una pausa o di una parola enclitica): questo potrebbe indicare un abbassamento dell'altezza, ma gli elementi forniti dagli autori non sono chiari su questo punto.

Mora[modifica | modifica wikitesto]

La mora è l'unità di lunghezza vocalica. Le vocali brevi costituiscono una mora, le vocali lunghe e i dittonghi invece due more.

  • Breve:
    • ᾰ, ε, ῐ, ο, ῠ (talvolta αι, οι)
  • Lunga:
    • vocali semplici:
      • ᾱ, η, ῑ, ω, ῡ
    • dittonghi:
      • in ι:
        • ει, υι; ᾳ, ῃ, ῳ (talvolta αι, οι)
      • in υ:
        • αυ, ευ, ου; ᾱυ, ηυ, ωυ

Accento acuto[modifica | modifica wikitesto]

L'accento acuto (ά) indica il tono alto sull'ultima mora di una vocale o di un dittongo. Sulle vocali brevi indica l'innalzamento della voce sulla vocale; su vocali lunghe e dittonghi, indica, rispettivamente, una mora atona e una accentata (cioè un innalzamento della voce sulla seconda mora della vocale o del dittongo).

more
1 2
vocale breve ´
vocale lunga/dittongo ` ´

Accento circonflesso[modifica | modifica wikitesto]

L'accento circonflesso (ᾶ) può cadere solo su vocali lunghe e dittonghi perché è un accento composto. È formato, nell'ordine, da una mora accentata e una atona (cioè da un innalzamento della voce sulla prima mora e un abbassamento sulla seconda) Indica una combinazione tra accento acuto e grave, ossia un iniziale innalzamento di tono, che termina con un abbassamento, esso è usato prevalentemente per le vocali lunghe, può divenire circonflesso da acuto per la legge sotéra oppure può essere frutto di una contrazione di due vocali.

more
1 2
vocale lunga/dittongo ´ `

Accento grave[modifica | modifica wikitesto]

L'accento grave (ὰ) indica assenza di accento o il tono basso. Nella convenzione moderna, si segna solo come sostituzione dell'accento acuto in fine di parola (tranne prima di una pausa o di un'enclitica), ma anticamente poteva anche essere scritto su tutte le vocali e i dittonghi atoni. Come l'accento acuto, può trovarsi su ogni tipo di vocale e dittongo. L'accento sostituisce quello acuto in tutte le parole ossitone non seguite da segni di punteggiatura, ad eccezione del pronome interrogativo τίς, τί, che resta sempre ossitono, o da particelle dette "enclitiche". Questo fenomeno è detto "baritonesi delle ossitone", cioè che quando una parola ossitona non seguita da segni di interpunzione (pause) viene pronunciata in stretto legame con la parole che segue, dunque non comportando l'innalzamento di tono tipico dell'acuto. Gli alessandrini disegnarono l'accento grave su tutte quelle sillabe che non avevano l'acuto, e solo più tardi l'accento venne sistemato sulle ossitone non seguite da segni di punteggiatura.

In sostanza l'accento diventa grave, da acuto, quando si trova sull'ultima sillaba, in una parola succeduta da un'altra in cui l'accento si trova sulla prima sillaba, come nel caso di βαρùς τόνος.

Nomenclatura[modifica | modifica wikitesto]

Una parola greca, rispetto alla sua accentazione, si dice:

  • ossitona, se ha l'accento acuto (o grave) sull'ultima sillaba - tipo καλός oppure βαρύς;
  • parossitona, se ha l'accento acuto sulla penultima sillaba - tipo λόγος;
  • proparossitona, se ha l'accento acuto sulla terzultima sillaba - tipo πόλεμος;
  • perispomena, se ha l'accento circonflesso sull'ultima sillaba - tipo Μουσῶν (genitivo plurale);
  • properispomena, se ha l'accento circonflesso sulla penultima sillaba - tipo θρῆνος.

Leggi di limitazione e leggi obbliganti[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Leggi di limitazione nel greco antico.

Nella lingua greca antica l'accentazione è regolata da alcune leggi. Nella maggior parte si tratta di leggi di limitazione in quanto esse non permettono di conoscere in anticipo la collocazione e il tipo di accento nella parola, ma descrivono alcuni limiti riguardo alla sua posizione (tra l'ultima e la terzultima sillaba) e riguardo alla sua qualità (l'accento circonflesso e quello grave sono possibili solo a determinate condizioni). Tra le regole di accentazione greca, solo la legge del trocheo finale è legge obbligante, vale a dire non si limita a porre limitazioni, ma descrive compiutamente il comportamento obbligatorio di una parola relativamente alla sua accentazione.

Premesse generali[modifica | modifica wikitesto]

L'ortografia del greco antico (fissata in gran parte nell'età alessandrina) distingue tre tipi di accento: l'acuto (es.: λόγος, lógos, "parola, discorso"), il grave (es.: καλ γυνή, kalè gyné, "bella donna") e il circonflesso (es.: φιλῶ, philô, "amo").

L'accento grave rappresenta una modificazione dell'acuto, e si può trovare solo in fine di parola: ogni parola ossitona infatti (cioè con l'acuto sull'ultima, come καλή, kalè, "bella") che, nel contesto del discorso, sia seguita (senza pausa, che sarebbe rappresentata graficamente da un segno d'interpunzione) da un'altra parola (escluse le enclitiche), cambia il suo acuto in grave (come nell'esempio fatto sopra di καλ γυνή). Il fenomeno è noto ai linguisti come "baritonesi" e si soglion chiamare parole "baritone" quelle che portano il grave sull'ultima sillaba, anche se poi l'aggettivo "baritone" è passato ad indicare le parole non ossitone e la "baritonesi" indica la "non ossitonia".

Bisogna poi ricordare che:

  • gli accenti acuto e grave possono stare sia su vocale breve sia su vocale lunga;
  • l'accento circonflesso, al contrario, può essere collocato soltanto su vocale lunga o dittongo;
  • ai fini dell'accentazione i dittonghi οι ed αι in fine di parola sono considerati brevi (tranne negli ottativi e nei nomi contratti);

e che in greco antico l'accento tende a permanere nella sua sede originaria, a meno che in base a una delle leggi dell'accentazione non se ne alteri la posizione.

Legge della baritonesi delle ossitone[modifica | modifica wikitesto]

Esiste una legge chiamata "legge della baritonesi" secondo cui: Se una parola ossitona, ovvero accentata sull'ultima sillaba con l'accento acuto, è seguita da una parola proclitica o da una parola accentata, diventa baritona, quindi accentata sull'ultima sillaba con l'accento grave. Se la parola ossitona è seguita da una parola enclitica o da un segno di interpunzione, rimane invariata.

Legge del trisillabismo[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la legge del trisillabismo, nelle parole greche l'accento non può mai risalire oltre la terzultima sillaba se è acuto, non oltre la penultima se è circonflesso.

Per quanto riguarda le parole non ossitone, è necessario conoscere la quantità dell'ultima sillaba per sapere dove cade l'accento:

  • se la parola ha l'ultima sillaba breve ed è trisillabica l'accento cadrà sulla terzultima, se è bisillabica sulla penultima.
  • se la parola ha l'ultima sillaba lunga l'accento cadrà sulla penultima.

Accento d'enclisi[modifica | modifica wikitesto]

Se una parola greca è seguita da un'enclitica, la sua accentazione può subire cambiamenti:

  • Se la parola è ossitona, il suo accento rimane invariato (N.B. l'accento è acuto) (ἀνήρ τις);
  • Se la parola è perispomena, il suo accento rimane invariato (κριτοῦ τινος);
  • Se la parola è parossitona, il suo accento rimane invariato, ma l'enclitica, se è bisillabica, prende l'accento sull'ultima sillaba (μήτηρ τις, ma μήτηρ ἐστίν);
  • Se la parola è proparossitona o properispomena, prende un secondo accento sull'ultima sillaba (ἄνθρωπός τις; νῆσός τις);
  • Una proclitica davanti a un'enclitica prende l'accento acuto.

Legge del trocheo finale[modifica | modifica wikitesto]

Per la legge del trocheo finale, o legge σωτῆρα (dall'accusativo singolare del sostantivo σωτήρ, "salvatore", preso a modello per esemplificare), se in una parola greca l'ultima sillaba è breve e la penultima lunga (cioè termina con un trocheo, — ∪), e l'accento cade sulla penultima, questo sarà obbligatoriamente circonflesso.

Legge di Vendryes[modifica | modifica wikitesto]

La legge di Vendryes, detta anche "legge delle parole anfibrache", o "legge ἔγωγε" stabilisce che una parola properispomena con la terzultima sillaba breve (∪ — ∪, un anfibraco), in dialetto attico si sottrae all'applicazione della legge σωτῆρα e diventa proparossitona. La legge di Vendryes è chiamata appunto legge ἔγωγε, perché in questa parola agisce proprio questa legge: da ἐγῶγε (ἐγώ + l'enclitica γε) in attico si ha ἔγωγε. La legge prende il suo nome da Joseph Vendryes, linguista francese.

Legge di Wheeler[modifica | modifica wikitesto]

La legge di Wheeler o "legge del dattilo finale" stabilisce che una parola ossitona, se ha l'ultima e la penultima sillaba brevi e la terzultima lunga (vale a dire un dattilo, — ∪ ∪), in dialetto attico ritrae l'accento sulla penultima: ad esempio, πατρασί diventa in attico πατράσι.

Accento nella contrazione[modifica | modifica wikitesto]

Quando due vocali contraggono, se l'accento cade sul primo elemento della contrazione l'accento sarà circonflesso, se cade sul secondo elemento della contrazione l'accento sarà acuto. Tutte le altre leggi dell'accento greco non agiscono.

Incontri vocalici[modifica | modifica wikitesto]

La contrazione è un fenomeno interno alla parola, molto diffuso, tende a ridurre la frequenza degli iati (o anche dittonghi lunghi impropri), si tratta infatti della fusione di due vocali aspre adiacenti, o di vocale aspra e con dittongo, che formano così un'unica vocale, sempre lunga o anche dittongo.

Lo iato è conservato raramente, nei casi dei bisillabi (θεός), o anche quando la scomparsa di *w (waw detto anche digamma ϝ), che ha prodotto la vicinanza di due vocali aspre, è così recente che la contrazione non ha più avuto luogo, come nell'esempio *γλυκεϝος > γλυκεός. Nella contrazione delle vocali, è determinate sempre quella precedente - sempre posto che essa sia lunga- altrimenti avviene il contrario, e se accentata, questo se acuto diventa circonflesso, salvo alcuni casi. Questi esiti sono di grande importanza per comprendere la trasformazione sia dei sostantivi nella declinazione, che gli esiti delle diverse coniugazioni dei tempi verbali, dato che esistono, anche in base al dialetto di pertinenza (si ricordino la declinazione attica, il futuro dorico, il futuro attico), chiari fenomeni di contrazione, per via dei processi storici di trasformazione del participio, o dell'incontro della vocale tematica del tema verbale + la desinenza, o dell'unione semplice, per i tempi storici quali l'aoristo III o il piuccheperfetto, con la semplice desinenza.

Gli esiti sono:

  • ε+ε = ει (*κοσμέ+ετε > κοσμεῖτε)
  • ε+ει = ει (*κοσμέ+ειν > κοσμεῖν)
  • ε+η = η (*κοσμέητε > κοσμῆτε)
  • η+ε = η (*ζήετε > ζῆτε)
  • η+η = η (*θήητε = θῆτε)
  • o+o = ου (*δουλόομεν > δουλοῦμεν)
  • o+ου = ου (*δουλόυσα > δουλοῦσα)
  • o+ω > ω (δουΛόωμεν > δουλῶμεν)
  • ω+ο = ω (*ῥιγώομεν > ῥιγῶμεν)
  • ω+ω = ω (*γνώωμεν > γνῶμεν)

Incontri misti di ᾱ (alfa lungo) con vocali ed ε + α:

  • α+ε = ᾱ (*σιγάετε > σιγᾶτε)
  • α+ει = ᾱ (*σιγάειν > σιγᾶν)
  • α+η = ᾱ (*σιγάητε - congiuntivo presente contratto II persona plurale, come sopra > σιγᾶτε)
  • ε+α = η (*γένεα > γένη - Nominativo, accusativo e vocativo neutri plurali di γένος)
  • η+α > η (*ἦα > ἦ forma contratta del presente imperfetto)

Altri incontri misti:

  • α+ο > ω (*σιγάομεν > σιγῶμεν)
  • α+ου > ω (*σιγάουσα > σιγῶσα - nominativo contratto del participio presente femminile di σιγάω)
  • α+ω = ω (*σιγάωμεν > σιγῶμεν, come sopra, I persona plurale attiva del presente contratto di σιγάω, si attesta anche la forma normale prima indicata)
  • ε+ω = ω (*κοσμέωμεν > κοσμῶμεν - stesse regole di sopra, è attestata anche la forma normale, non per forza contratta)
  • η+ο = ω (*ζήομεν > ζῶμεν)
  • η+ου = ω (*ζήουσα > ζῶσα)
  • η+ω = ω (*θήωμεν > θῶμεν)
  • ο+α = ω (*βελτίοσα > βελτίοα - caduta di sigma intervocalico > βελτίω)
  • ο+η = ω (*δουλόητε > δουλῶτε)
  • ω+α = ω (*ἤρωα > ἤρω)
  • ω+ει > ω (*ῥιγώειν > ῥιγῶν, ει è vocale chiusa di timbro)
  • ω+η = ω (*γνώητε > γνῶτε
  • ο+ε = ου (*δουλόετε > δουλοῦτε)
  • ο+ει = ου (*δουλόειν > δουλοῦν - qui ει è una vocale lunga chiusa di timbro /e/ - la resa contratta è uguale al nominativo neutro del participio presente attivo)
  • ε+ο = ου (*κοσμέομεν > κοσμοῦμεν)
  • ε+ου = ου (*κοσμέουσι > κοσμοῦσι)
  • α+ᾳ = ᾳ (*μνάᾳ > μνᾷ dativo singolare contratto di μνᾶ 1° declinazione)
  • α+ει = ᾳ (*σιγάεις > σιγᾷς II persona singolare attiva presente contratta di σιγάω)
  • α+ῃ = ᾳ (*σιγάῃς > σιγᾷς stesso esito, solo che è la II singolare del congiuntivo presente)
  • α+οι = ῳ (*σιγάοιμεν > σιγῷμεν - I persona plurale attiva del presente ottativo)
  • ε+ᾳ = ῃ (*συκέᾳ > συκῇ)
  • ε+αι = ῃ (*λύεαι > λύῃ)
  • ε+ει = ει (*κοσμέις > κοσμεῖς)
  • ε+οι = οι (*κοσμέοιτε > κοσμοῖτε)
  • ο+οι = οι (*δουλόοιτε > δουλοῖτε)
  • ο+ει = οι (*δουλόεις > δουλοῖς - ει qui è un dittongo - contrazione della II persona singolare attiva del presente indicativo)
  • ο+ῃ = οι (*δουλόῃς > δουλοῖς - II persona singolare attiva del presente ottativo, che è identica, insieme al resto della coniugazione, all'indicativo).

Leggi di contrazione[modifica | modifica wikitesto]

La contrazione avviene secondo le seguenti leggi:

  1. La contrazione di due vocali di suono uguale dà luogo alla vocale lunga corrispondente fatta eccezione per i gruppi ε + ε che dà ει e ο + ο che dà ου.
  2. Se due vocali di suoni diverso si incontrano vince la vocale con suono più cupo (il suono cupo -Ο- vince sul suono medio -Α- e chiaro -Ε- nella forma lunga ω). Fanno eccezione i gruppi -ε + ο- ed -ο + ε- che danno il dittongo ου come risultato.
  3. Tra suono medio -Α- e il suono chiaro -Ε- prevale sempre quello che precede nella forma lunga (ᾱ, η).
  4. Nell'incontro tra una vocale e un dittongo:
    • se la vocale che precede ha suono uguale a quello del primo elemento del dittongo scompare senza lasciare traccia;
    • se la vocale che precede è diversa dal primo elemento del dittongo essa si contrae regolarmente con la prima vocale del dittongo. Il secondo elemento se è iota ascritto si sottoscrive mentre se è iota sottoscritto resta tale. Se il secondo elemento è -υ- scompare.

A queste regole ci sono alcune eccezioni, le più importanti sono:

  • in alcune parole non si verifica la contrazione per l'antica presenza di un digamma Ϝ intervocalico che ha impedito l'incontro tra le vocali;
  • in alcuni casi si è preferito seguire invece che la regola della contrazione, la legge dell'analogia con altre forme aventi il medesimo valore grammaticale.

L'accento nella contrazione[modifica | modifica wikitesto]

L'accentazione delle sillabe contratte obbedisce alle seguenti regole:

  1. se la prima vocale da contrarre portava l'accento, la sillaba contratta ha l'accento circonflesso;
  2. se l'accento cadeva sulla seconda vocale da contrarre la sillaba contratta ha l'accento acuto; se però l'ultima sillaba è breve e la sillaba contratta e accentata è la penultima, l'accento deve essere circonflesso (legge del trocheo finale);
  3. se non c'era accento né sulla prima né sulla seconda sillaba da contrarre, la sillaba contratta non porta accento.

Se lo iato avviene tra due parole di cui la prima finisce e la seconda inizia per vocale, esso si può evitare mediante:

  • elisione (ἔκθλιψις), cioè la caduta della vocale finale breve davanti alla vocale iniziale della parola seguente. Si verifica soprattutto quando si tratta della vocale finale di avverbi, di congiunzioni e di preposizioni bisillabe. La vocale -υ- non si elide mai mentre è rarissima l'elisione di un dittongo. Il segno dell'elisione è l'apostrofo. Nelle parole composte l'elisione potrebbe essere interna e quindi non segnalata dall'apostrofo. Se per effetto dell'elisione una consonante tenue entra in contatto con una vocale iniziale con spirito aspro, la consonante tenue si muta nella corrispondente aspirata. Per quanto riguarda l'accento se viene elisa una parola baritona (cioè senza accento sull'ultima sillaba) la posizione dell'accento resta immutata. Se invece la parola elisa è ossitona l'accento si sposta sulla sillaba precedente. Se però si tratta di preposizioni o congiunzioni ossitone oppure delle enclitiche -τινα- e -ποτε- nella forma elisa queste perdono l'accento;
  • aferesi (ἀφαίρεσις), una forma di elisione inversa (usata soprattutto dai poeti attici e talvolta nelle iscrizioni) per cui dopo una parola uscente in vocale lunga o dittongo si sopprime la vocale breve iniziale della parola che segue. Anche l'aferesi è indicata dall'apostrofo. È frequente con la voce -ἐστί- dopo la particella negativa -μή-, dopo la congiunzione disgiuntiva -ἤ- e dopo -ποῦ-.
  • crasi (κρᾶσις), cioè la contrazione di una vocale aspra finale con la vocale aspra iniziale della parola seguente. Il risultato della crasi è sempre una vocale lunga o un dittongo. La fusione dei due suoni avviene, salvo eccezioni, secondo le regole generali della contrazione. Il segno della crasi è la coronide, che è simile a uno spirito dolce e si scrive sulla vocale o sul dittongo risultante dalla contrazione. Quando il primo elemento della crasi è un articolo o un pronome relativo non si segna la coronide ma si lascia lo spirito aspro. Inoltre le parole risultanti dalla crasi generalmente mantengono l'accento della seconda delle due parole che si sono fuse. Se la parola che risulta dalla crasi termina con un trocheo (- ‿) e l'accento deve cadere sulla penultima sillaba, di solito prevale la legge del trocheo finale e l'accento è circonflesso. Per evitare lo iato tra la vocale finale di una parola e la vocale o il dittongo iniziale di quella che segue in alcuni casi si verifica la paragoge ossia l'aggiunta di una consonante (ν, ς mobile) alla fine della prima parola. La crasi avviene soprattutto quando la prima parola è:
    • un articolo: ὁ, ἡ, τό;
    • un pronome relativo: ὃς, ἣ, ὃ;
    • un pronome relativo-indefinito: ὃστις, ἣτις, ὃτι;
    • un pronome personale;
    • la congiunzione -καί-;
    • la preposizione -πρό- nei verbi con essa composti;
    • le particelle εἰ, ἦ, μή, τοί, μέντοι;
    • l'interiezione -ὦ-;
    • le forme χρῆναι (= esserci bisogno), χρῆν (= c'era bisogno), χρῆσται (= ci sarà bisogno) in uso nell'attico derivano da un'originaria crasi di χρὴ εἶναι, χρὴ ἦν, χρὴ ἔσται;
    • le forme θἄτερα e χατερα (che stanno per τὰ ἓτερα e καὶ ἓτερα) risultano da un'antica forma dorica -ἅτερος- equivalente all'attico -ἔτερος-;

Metatesi, sincope, apocope, protesi[modifica | modifica wikitesto]

La metatesi quantitativa (μετάθεσις) è lo scambio di quantità (cioè durata) che talvolta può avvenire tra due vocali vicine. Tale fenomeno in attico si riscontra soprattutto nei gruppi ηᾰ → εᾱ e ηο → εω.

La sincope (συγκοπή) è la caduta di una vocale tra due consonanti in corpo di parola.

L'apocope (ἀπκοπή) è la caduta della vocale finale breve davanti a parola che incomincia per consonante. Tale fenomeno è raro presso gli attici e si trova esclusivamente in poesia; provocando l'incontro tra due consonanti dà luogo a vari mutamenti fonetici.

La protesi (πρόθεσις) è il fenomeno per cui in certi casi, per ragioni di eufonia, viene aggiunto un suono vocalico o consonantico in principio di parola.

Apofonia[modifica | modifica wikitesto]

L'apofonia, ovvero la gradazione o alterazione vocalica, è il fenomeno fonetico per cui la vocale di una stessa radice subisce delle varie variazioni:

  • di quantità,
  • di timbro.

Mentre l'apofonia quantitativa è propria del greco, la qualitativa è originaria della lingua indoeuropea e consiste in un vero e proprio mutamento di vocale. Per comprendere il mutamento va ricordato che una radice può avere tre gradi:

  • medio (o normale),
  • forte (o pieno),
  • debole (o ridotto).

L'apofonia qualitativa è quindi proprio il passaggio tra un grado e l'altro che si indica di solito con il nome di vocalismo medio, forte, debole. Non tutti e tre le radici hanno tutte e tre i gradi, e non sempre i fenomeni di apofonia obbediscono a leggi fisse. Le alterazioni frequenti sono tuttavia queste:

MEDIO FORTE DEBOLE
ε ο - (ᾰ)
η ω ε
ει οι
ευ ου υ
η (<ᾱ) ω
ο ω α

Va notato che quando il grado medio contiene il suono -ε- il grado debole (o ridotto) può essere dato:

  • dal secondo elemento del dittongo che eventualmente compone il grado medio;
  • dalla scomparsa della vocale -ε- (caso in cui l'apofonia prende il nome di "grado zero");
  • da -ᾰ- qualora la -ε- del grado medio sia preceduta da consonante e seguita da liquida (λ, ρ) o nasale (μ, ν).

La presenza di tale -α- nel grado debole si spiega con il fenomeno della cosiddetta vocalizzazione della liquida o della nasale: poiché nel grado zero, caduta la -ε-, la liquida o la nasale preceduta da consonante non si potevano più pronunciare agevolmente si produsse il suono vocalico -α-, che si affiancò a -λ, μ, ρ- e si sostituì a -ν-. Si ebbero dunque i seguenti passaggi:

  • λ > αλ, λα
  • ρ > αρ, ρα
  • μ > αμ
  • ν > α

La -ν- si vocalizza in -α- specialmente quando ha funzione di desinenza.

Il fenomeno della vocalizzazione delle liquide e delle nasali si spiega col fatto che nell'antico indoeuropeo le liquide e le nasali poiché molto sonore erano considerati come suoni intermedi fra consonante e vocale. Poiché però non era agevole per i greci articolare queste liquide-vocali e nasali-vocali, qualora forse precedute da consonante, in ionico-attico esse diedero luogo al suono vocalico -α-. Analogamente l'alfa privativa greca deriva dall'indoeuropea -ת-.

Accento nella contrazione[modifica | modifica wikitesto]

Accento nella metrica greca[modifica | modifica wikitesto]

Magnifying glass icon mgx2.svgLo stesso argomento in dettaglio: Metrica classica e Prosodia.
Inni delfici di Mesomede, trascritti con partitura musicale

Accertato è che l'accento greco avesse un tono prettamente melodico e musicale[1], dunque in una parola come ἄνθρωπος la prima sillaba viene pronunciata su un tono più alto degli altri, per l'accento acuto, ma non necessariamente più forte. Già nel XIX secolo era stato ipotizzato che in una parola con accento recessivo il tono potrebbe essere caduto, non improvvisamente, ma gradualmente in una sequenza medio-alta, con l'elemento finale sempre breve[2] Già i grammatici greci che descrivono costantemente l'accento in termini musicali, usando le parole come ὀξύς (ossia "acuto"), per Dionigi di Alicarnasso la melodia del discorso è limitata a un intervallo di quinta. Su ciò si è molto discusso, ma di solito si suppone che non intendesse che era sempre una quinta, ma che era la massima differenza normale tra le sillabe alte e basse; infatti è probabile che alla fine di una frase specialmente, la pausa fosse molto più piccola[3]

Dionigi descriveva anche come un accento circonflesso combini un tono alto e poi basso sulla stessa sillaba, mentre con accento acuto i toni alti e bassi sono in sillabe sparse. Un alto indizio del fatto che l'accento fosse melodico o tonale, è che nel periodo classico gli accenti delle parole sembrano non aver avuto alcun ruolo nei contatori politici, fu solo nel IV secolo d.C. che i greci iniziarono a trascrivere le poesie con l'accento.

Prove musicali[modifica | modifica wikitesto]

Un'importante indicazione della natura melodica dell'accento greco proviene da brani superstiti di musica greca, in particolare dai due Inni delfici e dall'Epitaffio di Sicilo di Mesomede di Creta (I secolo d.C.), nonché dal suo Dialogo della musica antica e moderna, pubblicato per la prima volta in Italia nel XVI secolo. Per comprendere la scrittura del canto, un esempio è la sua Preghiera a Calliope e Apollo composta per l'imperatore romano Adriano

Brano dalla Preghiera ad Apollo e Calliope di Mesomede, adattato su pentagramma da John G. Landels dalla Musica nell'antica Grecia e Roma, p. 255. Le parole dicono: «Saggia Calliope, signora delle deliziose Muse, e tu saggio iniziatore nei misteri, figlio di Leto e di Delo Apollo, favoriscimi con la tua presenza.»

La sillaba accentata di una parola generalmente ha la nota più alta all'interno di quella parola, anche se a volte anche le sillabe che precedono l'accento, o lo seguono, sono alte. Quando l'accento è circonflesso, la musica mostra una caduta da una da una nota superiore a una inferiore nella sillaba stessa, esattamente come descritto da Dionigi; esempi sono le parole Μουσῶν e εὐμενεῖς nella preghiera. A volte non vi è alcuna caduta nella sillaba accentata, ma il circonflesso è impostato su una singola nota, come in τερπνῶν o Λατοῦς. Se l'accento è grave, spesso non c'è aumento di elevazione tonica, ma solo in piccola parte, come in σοφὲ.

In questa pratica di imitare da vicino i toni degli accenti di parole nelle melodia delle canzoni, il greco antico assomiglia a molte lingue asiaticbe e africane viventi, che hanno ancora oggi gli accenti tonici. Per questo motivo gli studiosi A.M. Devine e Laurence Stephens hanno sostenuto che gli ascolti e le cadute trovati nella musica reco probabilmente forniscono un'indicazione ragionevolmente buona di ciò che accade, quando le parole venivano pronunciate[4]

Sembra tuttavia che la musica non abbia sempre seguito esattamente l'accento. Dionigi di Alicarnasso fornisce un esempio della musica scritta da Euripide per la tragedia dell'Oreste; nelle linee che nelle edizioni moderne sono scritte come lingue classiche, sia il greco che il latino si differenziano dall'italiano, oltre che per molti altri aspetti, in particolar modo per il fatto di distinguere consapevolmente nell'ambito delle parole, le sillabe brevi dalle lunghe: ogni parola è costituita da una sequenza di sillabe, ciascuna delle quali è lunga o breve. Normalmente il rapporto di durata tra sillaba lunga e breve doveva essere di 2 a 1. Le lunghe sono indicare col segno -, le brevi con ˘.

Tali segni sono collocati sulla vocale, sui dittonghi o sulle sillabe delle parole. In poesia dunque la successione di lunghe e brevi deve presentare una qualche regolarità, tale da garantire la ritmicità della lettura; per questi si parla di poesia quantitativa, e ancor meglio di generi poetici, come l'epica, la lirica, l'ode, il teatro. Per metrica s'intende lo studio sistematico dei ritmi di poesia, determinati da una successione regolare di sillabe lunghe e brevi. La successione delle sillabe bei versi poetici segue precisi schemi metrici, tra i quali l'esametro dattilico, il trimetro giambico, il pentametro, il tetrametro trocaico e l'anapesto.

Viene definita lettura metrica la resa in forma orale della struttura metrica dei versi antichi, dando maggiore risalto alle sillabe lunghe dotate di accento ritmico, rispetto alle brevi. Tuttavia per quanto ritmicamente corretta, la nostra lettura metrica è manchevole, di sicuro diversa dalla lettura degli antichi; il motivo deriva dal fatto che nelle nostre lingue è venuta meno la distinzione tra durata delle sillabe e accento della parola, che caratterizzava invece le lingue classiche.

Tornando all'esempio della tragedia di Euripide, leggendo: σῖγα, σῖγα, λεπτὸν ἴχνος ἀρβύλας // τίθετε, μὴ κτυπεῖτ᾽ ("Piano, piano! Ponete leggermente il battistrada della scarpa, non fate rumore").

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Allen, W. Sidney, Vox Graeca: A Guide to the Pronunciation of Classical Greek, Cambridge University Press, 1987-1968, p. 116
  2. ^ Cf. Miller (1976); Allen (1987), pp. 123–4.
  3. ^ Probert, Philomen, A New Short Guide to the Accentuation of Ancient Greek, Bristol Classical Press, 2003, pp. 3-7
  4. ^ Devine, A.M.; Stephens, Laurence D. (1991). "Dionysius of Halicarnassus, De Compositione Verborum XI: Reconstructing the Phonetics of the Greek Accent". Transactions of the American Philological Association. The Johns Hopkins University Press. 121: 229–286

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • C. Campanini, P. Scaglietti, Greco - nuova edizione, Ed. Sansoni per la scuola, Milano, 2004

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]