A se stesso

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A se stesso
AutoreGiacomo Leopardi
1ª ed. originale1835
Generepoesia
Lingua originale italiano

A se stesso è una poesia di Giacomo Leopardi scritta a Firenze nel settembre del 1833, appartenente ai cinque canti del ciclo di Aspasia e pubblicata a Firenze nel 1835.

Testo e parafrasi[modifica | modifica wikitesto]

Testo Parafrasi
Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,
ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme. Il desiderio è spento.
Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.
T'acqueta ormai. Dispera
l'ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Ormai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l'infinita vanità del tutto.

Ora riposerai per sempre,
o mio stanco cuore. È sfumata l'illusione più grande,
che io avevo creduto essere eterna. È morta. Ben sento
che in me e nel mio intimo
è spenta non soltanto la speranza, ma anche il desiderio stesso.
Riposa per sempre. Hai amato
a sufficienza. Nessuna cosa merita
la tua sofferenza, né le relazioni umane valgono
i tuoi sospiri. La vita è dolore e noia,
e null'altro mai; e il mondo è fango.
Calmati ormai. Abbandona la speranza
una volta per tutte. Al genere umano il destino
non ha concesso altri doni che la morte. Ormai
la natura ti disprezza, il malvagio
potere che, di nascosto, governa il mondo facendo il male a tutte le creature,
e comanda sull'inutilità del creato.

Contenutistica[modifica | modifica wikitesto]

A se stesso è una delle liriche più brevi della raccolta dei Canti: in questi sedici versi di estremo pessimismo, infatti, Leopardi condensa tutta la sua desolazione (dovuta alle sfortunate vicende biografiche e amorose), raggiungendo il punto più intenso della sua negatività. Il poeta, infatti, è inevitabilmente condannato alla sofferenza, siccome ha visto perire «l'inganno estremo» (v. 2), ovvero l'illusione più grande che l'uomo possa mai coltivare, e che egli riteneva eterna: si tratta dell'amore. Si ricordi che il componimento fa parte del cosiddetto «ciclo di Aspasia», raccolta di canti scritti dopo che Leopardi si infatuò di Fanny Targioni Tozzetti, una donna che egli conobbe a Firenze nel 1830 e che tuttavia non lo ricambiò. È per questo motivo che il poeta, straziato da un dolore aspro e pungente, si rivolge al suo cuore che, tramontate le illusioni, la speranza, persino il desiderio, non può che «posa[re] per sempre» (v. 6) così da concedere spazio alla razionalità, l'unica facoltà in grado di restituirgli la dignità.[1]

Finalmente congedatosi dalle illusioni, Leopardi diviene consapevole della «vanità del tutto» e assume un orgoglioso atteggiamento di lotta contro il mondo e le sue avversità. Nei versi di A se stesso, infatti, risuona una forte tensione eroica ben diversa dal titanismo delle canzoni filosofiche (Bruto minore, Ultimo canto di Saffo) e della Sera del dì di festa: in questo componimento, al contrario, rileviamo un eroismo lucido, rassegnato, che non si traduce più in un'aspra protesta bensì accetta senza reagire la crudeltà del mondo, risolvendosi in un rifiuto totale e assoluto. Come evidenziato dal critico Giuseppe De Robertis «questa non è disperazione forte, ma stanca»:[2]

« [...] disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanità del tutto »

Nonostante questa tragica delusione, Leopardi trova ancora la forza e il coraggio di attaccare la Natura, entità malvagia del tutto insensibile alla felicità e ai bisogni dei viventi. Quest'accusa, tuttavia, non si risolve né nella progettazione di una confederazione di uomini che si riuniscono in una «social catena» per combattere la Natura (come accadrà nella Ginestra), né con l'urgenza di contemplare il vero. Al contrario, in A se stesso assistiamo alla «riduzione del sistema dell’universo a un male personificato e a una morte incombente e inevitabile, senza che si scorgano spiragli di nessun genere» (Marco Balzano).[2]

Stile[modifica | modifica wikitesto]

A se stesso risponde alla forma metrica del canto. Il testo si compone di sedici versi in endecasillabi e settenari, liberamente alternati e legati da tre rime ai versi 3-5 («sento-spento»), 11-15 («dispera-impera») e 14-16 («brutto-tutto»).

Il canto è animato da un grande pathos, esaltato dalla solida architettura della lirica che, come osservato dal critico Angelo Monteverdi, si può dividere in tre parti di cinque versi ciascuna più il verso finale. Questa tensione è potenziata anche dall'ampio ricorso a proposizioni brevissime e lapidarie, quasi giustapposte e a volte formate persino da un'unica parola («Perì», v. 3).[2]

La drammaticità del dialogo di Leopardi, infatti, si concretizza anche con l'impiego di un linguaggio nudo, potente, quasi glaciale, totalmente spogliato da cedimenti sentimentali e da accenti patetici. Speciale menzione merita anche l'uso insistito degli enjambement che rende il movimento ritmico particolarmente spezzato e martellante: questo si distende solo nel periodo finale, relativamente più ampio ma suggellato dalla rima «brutto-tutto» che conclude il poema con una solenne tragicità. Il ritmo franto della poesia emerge anche sotto il profilo fonico: A sé stesso, infatti, presenta numerosissime allitterazioni, come quella della r e della p al primo verso, della n ai versi 4-5 e della t e della r ai versi 14 e 15.[1]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Marta Sambugar, Gabriella Sarà, Visibile parlare, da Leopardi a Ungaretti, Milano, RCS Libri, 2012, p. 83, ISBN 978-88-221-7256-3.
  2. ^ a b c Marco Balzano, La poetica del "Ciclo di Aspasia" in "A se stesso", OilProject. URL consultato il 6 dicembre 2016.

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