103ª Brigata SAP "V. Gabellini"

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103ª Brigata SAP "Vincenzo Gabellini"
Descrizione generale
Nazione Italia
Tipo Squadra di Azione Patriottica
Ruolo Guerra di Liberazione dal nazifascismo
Comandanti
Degni di nota

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Il 1º distaccamento della 103ª Brigata Garibaldi "Vincenzo Gabellini"

Tra le Brigate Garibaldi, durante la Resistenza italiana, la numero 103 svolse un ruolo importante nella zona lombarda vicino al fiume Adda. Organizzate prima in squadre e, entro la fine dell'estate, in brigate, costituiranno gli organi capillari della lotta e dell'insurrezione, il tentativo - in gran parte riuscito - di giungere a mobilitare, via via, in modo organico, la maggior parte della popolazione, rappresentando al contempo, per il ruolo svolto e per le dimensioni assunte, un fenomeno assolutamente unico nel panorama resistenziale europeo. Se è vero che la realizzazione e la tessitura della loro trama avvenne "dall'alto" e si realizzò attraverso l'impegno di provati militanti che organizzarono e diressero le SAP nelle città e nelle campagne, è altrettanto vero che senza l'esistenza di piccoli gruppi, qui e là già costituitisi autonomamente, la loro nascita ed il loro sviluppo sarebbero stati ben più difficoltosi, e con esiti forse diversi.

Il partigiano "Tom"[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Levati, unico sopravvissuto del 1º distaccamento della 103ª Brigata Garibaldi, noto anche col suo nome di battaglia partigiano Tom, ha lasciato molte testimonianze delle azioni della Brigata e, in particolare, del 1º distaccamento, di stanza a Vimercate e attivo in tutta la Brianza sud-orientale.

Composizione della Divisione Fiume Adda[modifica | modifica wikitesto]

La Divisione Fiume Adda, avente per zona di operazioni la fascia di territorio com presa tra il fiume Adda ed il Lambro, comprendeva 4 Brigate. A capo della Divisione vi erano Ciro, Remo, Bassi e Toselli.[1]

La nascita del 1º distaccamento[modifica | modifica wikitesto]

Il 1º distaccamento della 103ª Brigata Garibaldi "Vincenzo Gabellini" era così costituito:

  • Comandante Alberto Gabellini, che dedicò al padre antifascista perseguitato e ucciso il nome dell'unità
  • Emilio Diligenti
  • Aldo Diligenti
  • Carlo Levati
  • Luigi Ronchi
  • Aldo Motta
  • Emilio Cereda
  • Pierino Colombo
  • Iginio Rota
  • Renato Pellegatta.

Alberto Gabellini fu chiamato a comandare un altro distaccamento e, catturato dai fascisti, venne fucilato a Pessano con Bornago con altri partigiani. Comandante del 1º distaccamento venne eletto, per alzata di mano, Iginio Rota "Acciaio" e iniziarono le prime azioni per dire alla popolazione che la voce degli Italiani era ancora viva con questo manifesto affisso, nottetempo, per le vie di Vimercate.

Il manifesto[modifica | modifica wikitesto]

« FASCISTI! REPUBBLICANI! CHE MANIFESTATE TANTO AMOR PATRIO!

PERCHÉ NESSUNO DI VOI CORRE LÀ OVE IL CREPITIO DELLA
MITRAGLIA S'ODE CONTINUAMENTE? PERCHÉ NELLE VOSTRE FILA
NON CI SONO CHE UOMINI INERMI ED INABILI AD OGNI SERVIZIO MILITARE? DIFATTI NEI VOSTRI RANGHI VI SONO ZOPPI, GOBBI,
STOLTI E DEI VERI DELINQUENTI. E PERCHÉ COLORO CHE
POTREBBERO SERVIRE LA PATRIA AL MOMENTO OPPORTUNO SCOMPAIONO, COME GIÀ HANNO FATTO, E POI MANIFESTANO
AMOR PATRIO? NESSUNO DI VOI ANCORA SI È PRESENTATO LÀ OVE
REALMENTE OCCORRONO FATTI.
RECLUTATE RAGAZZI INESPERTI, RAGAZZI ANCORA NON DOTATI DI
UN SENSO DI GUERRIGLIA ED INUMANAMENTE LI SPINGETE VERSO
IL MACELLO, DOPO AVERLI CARPITI ALLE PROPRIE MADRI.
"ECCO LA CIVILTÀ FASCISTA!!!"
CI AVETE STROZZATI PER VENT'ANNI; LA NAZIONE HA DOVUTO
SUBIRE QUEL GRAVOSO TRAVAGLIO CHE VOI CINICAMENTE AVETE
IMPOSTO ED ORA CHE IL POPOLO STA PER RISORGERE
VOLETE STROZZARLO, SOFFOCARLO PER UNA STOLTA IDEALITA
CHE TUTTI HANNO RICONOSCIUTO TALE, MA CHE VOI SOLI
(P.F.R.) POCHI FESSI RIMASTI (P.F.R.)
NON VOLETE CAPIRE, OPPURE AVETE GIÀ CAPITO MA VOLETE
NUOVAMENTE SOFFOCARCI PER VIVERE DA PASCIÀ SULLE SPALLE
DEI FORTI LAVORATORI ITALIANI.
F.to I VERI ITALIANI[2][3] »

Da qui seguirono diverse azioni di disarmo di ronde, attacchi alle caserme fasciste per il recupero delle armi e munizioni, sabotaggio di linee elettriche e attacchi alle colonne tedesche transitanti sull'autostrada, sino all'attacco al campo volo di Arcore del 20 ottobre 1944 con la distruzione di cinque aerosiluranti Savoia-Marchetti S.M.79 che ebbe risonanza in tutto il territorio. Il Comando tedesco e quello fascista si attivarono per trovare i colpevoli senza alcun risultato. Successivamente il Comando della Divisione "Fiume Adda" impartì l'ordine di attaccare per la seconda volta il campo volo ed ecco la cronaca:

« Dopo l'attacco del 20 ottobre 1944, il campo di aviazione di Arcore aveva ripreso appieno la sua attività e, oltre alla messa a punto degli aerei, fungeva anche da officina meccanica per mezzi corazzati e veicoli tedeschi. Venne potenziato il presidio fascista di guardia: 12 avieri, una pattuglia di ronda e alcuni addetti alle squadre antincendio. »

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Il piano d'attacco[modifica | modifica wikitesto]

Il 1º distaccamento era formato in tutto da 20 uomini. Il piano d'attacco per il 29 dicembre fu così articolato:

  1. la prima squadra, in divisa fascista, composta da Renato Pellegatta, Aldo ed Emilio Diligenti, Erminio e Mario Carzaniga, al comando di Iginio Rota, dopo aver bloccato e ridotta all'impotenza la ronda fascista che pattugliava le vie dell'abitato, aveva il compito di immobilizzare il corpo di guardia e gli avieri, all'interno dei loro alloggiamenti;
  2. la seconda squadra, al comando di Carlo Levati, era composta dal gruppo di Rossino, dai giovani del Fronte della Gioventù e dai ragazzi dell'Oratorio. Questi ragazzi furono mobilitati solo dopo aver ottenuto l'adesione personale, pur consapevoli dei rischi che l'azione comportava. Compito della seconda squadra era di penetrare negli hangar, dopo il segnale convenuto, e di provvedere alla distruzione degli aerei con bombe a mano e bottiglie incendiarie.

Il luogo convenuto per la distribuzione delle armi era il ponte di legno sul Molgora in Via Quarto.

Consegnate le armi, i partigiani, alle ore 21, partirono a piccoli gruppi attraverso la campagna per raggiungere il punto di ritrovo nei pressi del campo d'aviazione.

« (...) durante il tragitto ricordo i toni scherzosi dei miei compagni i quali, col fucile a tracolla, alludevano ai nostri genitori che, ignari di quanto stavamo facendo, se ne stavano rinchiusi in casa preoccupati di non lasciar trapelare nessuno spiraglio di luce, severamente proibito dalle norme belliche. Quindi, con un tono misto fra autorità e bonaria amicizia, Rota si soffermava tra di noi, di tanto in tanto, per darci utili consigli sui nostri compiti. Arrivati in prossimità del punto di ritrovo, Rota ci ordinò di togliere la sicura alle nostre armi, prima di partire alla testa della sua squadra all'assalto del presidio fascista »
(Luciano Mauri)

La fitta nebbia, che gravava sulla campagna, improvvisamente si alzò. La luna piena irradiava i campi innevati rendendo l'ambiente circostante rischiarato a giorno.

La prima squadra, raggiunto il corpo di guardia e scambiata per una pattuglia fascista, immobilizzò le sentinelle rinchiudendole all'interno della guardiola. Erminio Carzaniga rimase a sorvegliare i prigionieri mentre Mario Carzaniga si appostò con la mitragliatrice, tenendo sotto tiro gli alloggiamenti. Nel frattempo Renato Pellegatta portò a termine il compito assegnatogli: tagliare i fili del telefono. Emilio Diligenti rimase in prossimità dell'edificio principale, Iginio Rota e Aldo Diligenti si diressero verso l'ingresso dei locali truppa. Iginio Rota spalancò con un calcio la porta intimando: "Mani in alto!"

I fascisti, colti di sorpresa, non opposero resistenza. L'azione procedeva secondo il piano. Un aviere, nascosto nella penombra, guadagnò la finestra e fuggì all'esterno imbattendosi nel partigiano rimasto di guardia. Ne seguì una colluttazione nella quale il fascista stava per avere la meglio; il fratello, resosi conto della situazione, aprì immediatamente il fuoco colpendo l'aviere. L'eco dei colpi distrasse per un attimo fatale Iginio Rota: i fascisti, approfittando dell'occasione, cercarono di rientrare in possesso delle armi.

Rota, resosi immediatamente conto di quanto stava accadendo, rivolse l'arma contro i fascisti, e premette il grilletto: il mitra tacque. Si era inceppato. Non altrettanto avvenne alle armi dei fascisti che troncarono la vita del comandante. I fascisti si riversarono, armi in pugno, all'esterno dove incontrarono la decisa opposizione della mitragliatrice che ne frenò l'impeto. I partigiani tentarono di recuperare il corpo del compagno caduto, ma senza riuscirvi

L'unica soluzione era quella di ripiegare. Per coprire la ritirata, ordine che venne trasmesso da Renato Pellegatta, la seconda squadra aprì il fuoco di copertura per permettere lo sganciamento. La battaglia infuriò violenta per venti lunghissimi minuti alla fine dei quali i partigiani, per evitare l'accerchiamento, dovettero dileguarsi nella campagna. L'ultimo ad eludere l'accerchiamento fu Erminio Carzaniga che si allontanò seguendo i binari della ferrovia posti a breve distanza dal campo.

« (...) esauriti i colpi della mitraglia mi sganciai e, di corsa, mi diressi verso il punto in cui i componenti la seconda squadra dovevano aspettarci. Con Carlo Levati tornai a Vimercate portando a turno l'arma, badando bene di non farci avvistare »
(Mario Carzaniga)
« (...) attraverso i campi, dopo circa un'ora di marcia, raggiungemmo la base; qui ci rendemmo subito conto di non poter rimanere uniti: ciascuno doveva necessariamente trovarsi un rifugio in attesa di nuove disposizioni. Decidemmo di restare, Mario ed io, a presidiare la base e a nascondere le armi con le poche munizioni rimaste. Restammo un paio d'ore nell'attesa di eventuali rientri, ma nessuno si fece vivo. Il silenzio assoluto, l'attesa nel buio profondo, il dolore per l'amico caduto ci lasciava attoniti. Infine, verso l'alba, lasciammo la base, dirigendoci verso le nostre abitazioni. Verso le sette sentii battere alla porta della mia camera: era Aldo Diligenti, il quale mi raccontò, con evidente dolore, quanto era accaduto e mi informò della sorte degli altri »
(Carlo Levati)
« (...)la sera del 29 dicembre ero con mio fratello Aldo sulla terrazza di casa, stavamo discutendo quando udimmo, in lontananza, degli spari a raffica; vidi Aldo turbato, ma nessuno dei due commentò l'episodio. Il giorno dopo si sposò mio fratello maggiore: durante i festeggiamenti notai che sia Aldo che Carlo non partecipavano alla gioia di tutti e, in disparte, parlottavano tra loro, ascoltando Radio-Londra. Poi giunse la sorella di Iginio, disperata; li vidi precipitarsi verso di lei, mi accorsi della grave preoccupazione che traspariva dai loro volti. Nessuno seppe nulla di cosa fosse successo perché Aldo e Carlo la accompagnarono fuori »
(Ida Motta)

I partigiani del 1º distaccamento della 103ª Brigata Garibaldi, ad eccezione di Carlo Levati, sfuggito alla cattura, furono catturati per la delazione di una spia, vennero processati dal Tribunale Speciale Fascista di Monza e fucilati sul campo volo dove venivano provate le mitragliere degli aerei.

Alle 7,10 di venerdì 2 febbraio 1945 sul campo d'aviazione di Arcore vennero fucilati alla schiena, da un plotone di fascisti, i 5 partigiani vimercatesi: Renato Pellegatta, Emilio Cereda, Aldo Motta, Luigi Ronchi, Pierino Colombo. Ricevuto il conforto religioso da Don Luigi De Agostini, di Monza, serenamente si schierarono e, prima della scarica fatale, un grido unanime: - Viva la Libertà! Vimercate ha ottenuto il 24 aprile 2009 la Medaglia d'Argento al Valor Civile.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Questi sono i nomi di battaglia.
  2. ^ P.F.R. leggasi Partito Fascista Repubblicano.
  3. ^ Carlo Levati, Ribelli per amore della libertà.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Sergio Cazzaniga e Alberto Mauri, Vimercate nella Storia Contemporanea. 1918 - 1945.

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