102/35 Mod. 1914

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120/35 Mod. 1914
RN Regina Elena - Esercitazione.jpg
Esercitazione sulla Regia Nave «Libia», 1921, sotto il comando di Ernesto Burzagli
Tipocannone navale/contraereo
OrigineItalia Italia
Impiego
UtilizzatoriItalia Italia
Italia Italia
Argentina Argentina
ConflittiPrima guerra mondiale
Guerra d'Etiopia
Seconda guerra mondiale
Produzione
Data progettazione1914
Entrata in servizio1917
Ritiro dal servizio1960
VariantiSchneider Mod. 1914[1]
Schneider-Ansaldo Mod. 1914[2]
Schneider-Ansaldo-Vickers Mod. 1914-1915[3]Vickers-Terni Mod. 1915[4]
Descrizione
Peso1 220 kg
Lunghezza canna3 733 mm
Rigaturadestrorsa costante a 32 righe
Calibro101,6 mm
MunizioniHE e AP
Tipo munizionicartoccio proietto
Peso proiettile13,74-16 kg
Cadenza di tiro7 colpi/min
Velocità alla volata750 m/s
Gittata massima11 700 m
[5]
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Il cannone da 102/35 Mod. 1914 era un cannone navale e contraereo italiano, impiegato dalla prima alla seconda guerra mondiale, imbarcato sia su autocannone che su treno armato.

Clandestine Immigration and Naval Museum IMG 8659.JPG

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Prima guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Il 102/35 Mod. 1914 fu sviluppato dalla Ansaldo ispirandosi al cannone inglese QF 4 in Mk. V.[6] Realizzato in tre diversi impianti navali, il cannone equipaggiò i cacciatorpediniere della Regia Marina prodotti durante ed immediatamente dopo la Grande Guerra, oltre che alcuni sommergibili.

In particolare il cannone armava i cacciatorpediniere classe "Mirabello", classe "Rosolino Pilo" "Sirtori", "Insidioso" ed "Audace" (declassati a torpediniere alla fine degli anni venti), l'avviso "Diana", la nave appoggio idrovolanti "Miraglia" e le classi di sommergibili "Mameli", "Vettor Pisani", "Bragadin", "Squalo", "Bandiera", "Argonauta", "Settembrini".[5] Armò inoltre sommergibili classe "Salta" dell'Armada de la República Argentina, derivati dalla classe "Settembrini", radiati nel 1960.[7]

Fu impiegato anche dal Regio Esercito per equipaggiare gli autocannoni da 102/35 su SPA 9000, realizzati in 72 esemplari per 18 batterie.

Già durante la Grande Guerra venne affiancato come artiglieria imbarcata dal più prestante 102/45 Mod. 1917 e poi, tra le due guerre, entrambi vennero sostituiti sulle navi di nuova produzione dai cannoni antinave dal 120/45. Il 102/35 rimase invece in servizio, oltre che sulle suddette classi di torpediniere e sommergibili, come artiglieria contraerea.

Seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

All'entrata dell'Italia nella seconda guerra mondiale nel 1940, erano in servizio 110 cannoni da 102 mm,[8] che armavano le batterie di artiglieria contraerea da posizione del Regio Esercito, della Milizia DICAT, della MILMART e della Guardia alla Frontiera.

Nel 1940 venne mobilitato, tra i treni armati della Regia Marina, il T.A. 102/1/T, con due carri ferroviari tipo Poz armati ognuno di tre cannoni da 102 mm.

Nel 1941 lo stabilimento Fiat di Tripoli allestì per la Regia Marina sette autocannoni 102/35 su Fiat 634N, installando altrettanti i cannoni 102/35 Schneider-Ansaldo prelevati dalle difese di Bengasi sui telaii di autocarri Fiat 634N. Con questi mezzi furono costituite due batterie mobili, la 1ª e la 6ª, servite da personale della Milizia Marittima di Artiglieria della MVSN, integrate con alcuni vecchi cannoni navali da 76/30 installati sempre sul 634N. La 1ª Batteria ed una sezione della 6ª vennero aggregate alla 132ª Divisione corazzata "Ariete",[9] mentre la sezione B della 6ª fu aggregata alla 102ª Divisione motorizzata "Trento".

Tecnica[modifica | modifica wikitesto]

Bocca da fuoco[modifica | modifica wikitesto]

Munizionamento del 102/35 nella versione terrestre[10]
  • granata mod. Ansaldo (13,350 kg) caricata ad alto esplosivo
  • shrapnel-granata mod. Pancani (14.650 kg) (sviluppato nel 1917)
  • granata inerte (per esercitazione)

La canna era lunga 3 733 mm e di calibro 101,6 mm. L'otturatore era a cuneo orizzontale con azionamento semiautomatico ed impiegava cartocci-granata con bossolo metallico, quindi si poteva avere una cadenza teorica di 20 colpi al minuto; tuttavia, per limitare il surriscaldamento della canna, la cadenza di tiro in caso di fuoco prolungato era limitata a un colpo ogni 4 minuti.[11]

La bocca da fuoco era incavalcata su una culla a manicotto, con due cilindri del freno di sparo idraulico posizionati superiormente ed i tre cilindri dei recuperatori inferiormente.

Il piedistallo dell'affusto aveva forma tronco-conica ed era in acciaio fuso, con manovre manuali. L'elevazione, compresa tra -5° e +45°, su un tipo di impianto venne portata a 80°. Il brandeggio era su 360°.[5]

Sugli autocannoni i serventi erano protetti da uno scudo in tre sezioni, del peso di 300 kg, con la sezione centrale curva, che copriva la parte della culatta del pezzo. Lo scudo aveva una finestra di puntamento sul lato sinistro, in corrispondenza dei congegni di elevazione e di brandeggio. Dopo le prime esperienze di impiego bellico l'elevazione massima fu portata 34°.[12]

Impianti[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Schneider Mod. 1914.
  2. ^ a b Schneider-Ansaldo Mod. 1914.
  3. ^ a b S.A.V. Mod. 1914-1915.
  4. ^ a b Vickers-Terni Mod. 1915.
  5. ^ a b c Il 102/35 su NavWeaps.
  6. ^ Il pezzo inglese su NavWeaps.
  7. ^ Giorgerini, op. cit. pag. 133.
  8. ^ Le artiglierie italiane nel 1940 - da ramius.
  9. ^ La partecipazione della Milizia alla campagna in Africa Settentrionale 1940-1943, su regioesercito.it. URL consultato il 6 maggio 2012.
  10. ^ A. Del Rosso, art. cit., pag 7.
  11. ^ Nella battaglia del solstizio la batteria del capitano Di Valmarana arrivò a sparare a un colpo al minuto per pezzo, vedi A. Del Rosso, art. cit. pag 19.
  12. ^ A. Del Rosso, art. cit. pag 9.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • John Campbell, Naval Weapons of World War Two, Naval Institute Press, 1985.
  • Aldo Fraccaroli, Le navi da battaglia italiane della seconda guerra mondiale, Storia illustrata, 1976.
  • Giorgio Giorgerini, Uomini sul fondo. Storia del sommergibilismo italiano dalle origini a oggi, Mondadori, 2002.
  • Attilio Del Rosso, Ubicumque et semper, su Storia Militare N° 187 (aprile 2009) pag 4-19.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]