¿Por qué no te callas?

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Il vertice iberoamericano in cui fu pronunciata la frase. I protagonisti della vicenda sono seduti nella fila di destra
Sciarpe con la scritta in vendita per strada a Madrid

¿Por qué no te callas? (espressione spagnola che significa «Perché non taci?») è una frase pronunciata dal re Juan Carlos I di Spagna e rivolta al presidente venezuelano Hugo Chávez nel corso del XVII Vertice Iberoamericano di Capi di Stato e di Governo, svoltosi a Santiago del Cile nel novembre 2007[1]. La frase è diventata in breve tempo un fenomeno sociale e di internet, diventando oggetto di programmi televisivi, suonerie di cellulari, filmati di YouTube e marchi di abbigliamento, nonché titolo di un sito internet e di un programma televisivo argentino e uno spagnolo.

L'incidente diplomatico[modifica | modifica wikitesto]

Il 9 novembre 2007, durante il suo intervento al vertice, il presidente venezuelano Hugo Chávez denunciò una presunta implicazione del governo di Madrid nel colpo di Stato del 2002 in Venezuela, arrivando a qualificare come fascista l'allora primo ministro spagnolo José María Aznar. L'incidente diplomatico ebbe luogo l'indomani, nel corso dell'ultima sessione del Vertice Iberoamericano, durante un intervento del presidente del governo spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero. Il presidente venezuelano, interrompendo continuamente il premier spagnolo, si mise a criticare il suo predecessore definendolo un «fascista» e dichiarando che «un serpente è più umano di un fascista».

La presidenza giunse a spegnere il microfono di Chávez. Ripresa la parola, Zapatero intervenne in difesa di Aznar, ricordando al presidente venezuelano che era stato democraticamente eletto e che la democrazia presuppone il rispetto altrui, ma di nuovo Chávez lo interruppe nuovamente più volte provocando l'ira del re di Spagna, che, in silenzio fino a quel momento, dopo avergli dato del tu, lo apostrofò con la frase «¿Por qué no te callas?» («Perché non taci?»). Anni dopo in occasione di un comizio Chávez ricordava l'incidente con un commento tra il serio e il faceto: «El rey Juan Carlos tuvo suerte de que no lo oí en ese momento (no tenía micrófono) porque si lo hubiera escuchado le hubiera mandado las cargas de la caballería en su contra» (in italiano: «Il re Juan Carlos fu fortunato che in quel momento non lo sentii (non aveva il microfono) perché altrimenti lo avrei fatto caricare dalla cavalleria»).[2]

Impatto sociale[modifica | modifica wikitesto]

«¿Por qué no te callas?» su una maglietta.

L'impatto sociale della frase del re di Spagna fu pressoché istantaneo, dopo che questa fu riportata da diversi media spagnoli. Lo stesso presidente Zapatero confessò, al proprio rientro in patria, che sua figlia già la conosceva e che gliela ricordò al suo ritorno in Spagna[3].

Varie personalità del mondo dell'arte e dello spettacolo citarono o richiamarono le parole del re nei loro lavori; ad esempio il cantautore e poeta Joaquín Sabina la usò in modo umoristico rivolgendosi al collega Joan Manuel Serrat.[4] Anche la canzone «Baila el Chiki-chiki» di Rodolfo Chikilicuatre, selezionata per rappresentare la Spagna all'Eurovision Song Contest 2008 include nel proprio testo la frase detta dal Re Juan Carlos I in occasione del sopra citato incidente diplomatico.

La frase è inoltre apparsa in varie opere cinematografiche come ad esempio in Ocho apellidos vascos, un film del 2014 diretto da Emilio Martínez Lázaro e che registrò i maggiori incassi della storia del cinema spagnolo. In una scena di tale film si vede, accanto a un apparecchio televisivo, una sciarpa con la bandiera spagnola e la scritta "¿Por qué no te callas?". Il fenomeno raggiunse anche il Giappone, dove le parole del re vennero citate nell'anime Hetalia Axis Powers. I personaggi della serie impersonano varie nazioni del mondo e quello che rappresenta la Spagna in uno degli episodi indossa una maglietta con su scritta la frase in questione.

Il primo luglio del 2008 il presidente peruviano Alan García, decisamente schierato a destra, utilizzò il ¿Por qué no te callas? per rispondere pubblicamente ai commenti del suo omologo boliviano Evo Morales (schierato invece a sinistra):

(ES)

« Habría que decir como [el rey] Juan Carlos de España ¡por qué no te callas!, métete en tu país y no te metas en el mío.[5] »

(IT)

« Dovrei dire come [il re] Juan Carlos di Spagna: "Perché non stai zitto!"; occupati del tuo paese che io mi occupo del mio. »

La popolarità della frase crebbe così tanto che si arrivò a mettere in vendita oggetti di merchandising come bandiere, sciarpe e magliette dove le parole del sovrano venivano in genere accompagnate dai colori e dai simboli della corona reale e/o della Spagna e anche, spesso, dalla faccia del re Juan Carlos.

Su Internet[modifica | modifica wikitesto]

Una buona parte dell'impatto della frase si ebbe su Internet e sui social media. Dopo l'incidente diplomatico sul portale YouTube vennero pubblicati numerosi video che si riferivano in diversi modi alla frase e alle circostanze nelle quali venne pronunciata, video nei quali abbondavano i fotomontaggi e che vedevano a volte la reinterpretazione delle parole del re in chiave reggaeton. L'accoglienza del pubblico fu altrettanto massiccia, come provato dal picco di visite che ebbero questi contenuti on-line.[6] Parecchi blog e forum furono dedicati al tema, che ebbe anche gruppi dedicati su social network come Hi5 e Facebook.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Felipe Berríos, ¿Por qué no te callas?, in Digerir lo vivido, Penguin Random House, 2013. URL consultato il 02 maggio 2017.
  2. ^ Chávez no olvida cuando el Rey Juan Carlos lo mandó callar, Ludmila Vinogradoff; articolo del 9 ottobre 2012 on-line su www.abc.es
  3. ^ «Aznar a Zapatero: "Tú eres el presidente, me llamas cuando quieras"», El País
  4. ^ «“Por qué no te callas”, dice Sabina a Serrat», articolo del 14 de novembre 2007 sul quotidiano La Jornada (Messico)
  5. ^ Presidente García exige a presidente Morales no intervenir en política peruana, rpp.com.pe. URL consultato il 2 luglio 2008.
  6. ^ "Why Don't You Shut Up?", 16 novembre 2007, Washington Post

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