Battaglione sacro

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Rovine della Cadmea, quartier generale del battaglione sacro.

Il battaglione sacro (in greco antico ἱερὸς λόχος, traslitterato in hieròs lóchos), o battaglione della città (in greco antico ὁ ἐκ πόλεως λόχος, traslitterato in o ek póleos lóchos) era un corpo scelto dell'esercito tebano dell'antica Grecia, istituito dal comandante tebano Gorgida qualche anno dopo il 378 a.C. e formato interamente da circa 150 coppie di amanti omosessuali.

Si distinse nella battaglia di Tegira (375 a.C.) e nella battaglia di Leuttra (371 a.C.), dove annientò i corpi scelti dell'esercito spartano ed uccise lo stesso re Cleombroto I.

Rimase imbattuto per più di trent'anni, fino alla battaglia di Cheronea (338 a.C.), nella quale l'esercito tebano fu sconfitto dal re di Macedonia Filippo II. Nella loro ultima battaglia, i soldati del battaglione sacro resistettero fino all'ultimo e furono tutti uccisi.

Alla fine del XIX secolo nei pressi di Cheronea fu rinvenuta la loro tomba comune, vicino al luogo dove fu poi ritrovato anche il leone di pietra monumentale eretto dai Tebani nel ricordo della battaglia. La tomba contiene i 254 scheletri dei soldati caduti, allineati su sette file.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Fondazione[modifica | modifica sorgente]

Il battaglione sacro fu istituito come corpo speciale dell'esercito tebano, poco dopo l'abbattimento del governo oligarchico filo-spartano del 382-379. Plutarco[1] e Polieno[2] sono concordi ad attribuire a Gorgida la sua fondazione, mentre Ateneo la ascrive ad Epaminonda.[3]

Plutarco testimonia che il motivo per cui era composto esclusivamente da coppie di amanti era dovuto al fatto che si riteneva che ogni soldato sarebbe stato motivato a combattere al massimo delle proprie capacità sia per proteggere il suo compagno, sia per evitare di disonorarsi nei suoi confronti.

Lo storico di Cheronea spiega anche la motivazione dell'impiego di questo "Esercito di amanti" in battaglia:

« Quando il pericolo incombe, gli uomini appartenenti alla stessa tribù o alla stessa famiglia tengono in minimo conto la vita dei propri simili; ma un gruppo che si è consolidato con l'amicizia radicata nell'amore non si scioglie mai ed è invincibile, poiché gli amanti, per paura di apparire meschini agli occhi dei propri amati, e gli amati per lo stesso motivo, affronteranno volentieri il pericolo per soccorrersi a vicenda. »
(Plutarco, Vita di Pelopida, 18)

L'aggettivo "sacro" in greco antico ἱερός, traslitterato in hierós), secondo Plutarco,[1] che a sua volta cita Platone,[4] è dovuto al fatto che l'amore è sacro in quanto "ispirato dagli dei".

Alternativamente, il battaglione era chiamato "il battaglione della città" (in greco antico ὁ ἐκ πόλεως λόχος, traslitterato in o ek póleos lóchos) perché il loro quartier generale era situato nella Cadmea, la rocca di Tebe, detta anche "città".[1]

Successi[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Egemonia tebana, Battaglia di Tegira e Battaglia di Leuttra.

Plutarco testimonia che inizialmente Gorgida schierò le coppie del battaglione sacro all'interno delle avanguardie tebane, per rinforzare la risolutezza degli altri soldati. Ma dopo che il battaglione si distinse nella battaglia di Tegira (375 a.C.), Pelopida decise di non sparpagliare le loro forze lungo la prima linea, bensì di raggrupparli tutti insieme in un unico corpo scelto, in modo da sfruttarne meglio le potenzialità offensive in combattimento.[5]

Il battaglione sacro ebbe un ruolo di spicco nella famosa battaglia di Leuttra (371 a.C.), dove Epaminonda lo schierò sul lato sinistro dell'esercito. In quell'occasione il battaglione sbaragliò i nemici e fece strage di Spartiati, uccidendo lo stesso re di Sparta Cleombroto I, fatto mai accaduto in precedenza in uno scontro fra l'esercito spartano ed avversari greci.[6][7]

Per più di trent'anni anni dalla sua istituzione, il battaglione sacro di Tebe non subì mai alcuna sconfitta,[1] contribuendo così all'egemonia tebana di quel periodo.

Sconfitta di Cheronea[modifica | modifica sorgente]

Il leone di Cheronea nel 2009. Nei pressi del luogo del suo ritrovamento è stata rinvenuta la tomba comune dei 254 caduti del battaglione sacro.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Cheronea (338 a.C.).

Il momento della sconfitta giunse durante la battaglia di Cheronea (338 a.C.), il combattimento decisivo durante il quale Filippo II di Macedonia e suo figlio Alessandro il Grande posero fine all'egemonia delle città-stato.

Filippo era stato prigioniero di guerra a Tebe e lì aveva appreso le tattiche militari, che sfruttò e perfezionò nell'esercito macedone tanto da sconfiggere definitivamente i Tebani.

Il resto dell'esercito tebano batté in ritirata di fronte in seguito alla sconfitta ma il battaglione sacro, circondato e per nulla deciso ad arrendersi, rimase sul campo e cadde in combattimento al completo. Plutarco racconta che, alla vista dei cadaveri ammassati dei membri del battaglione, e avendo capito chi fossero, Filippo pianse ed esclamò:

« Possan di mala morte morire quelli, i quali han sospetto che facessero o patisser questi alcuna disonestà »
(Plutarco, Vita di Pelopida, 18)

Nel 1818 l'architetto George Ledwell Taylor, durante una visita dei dintorni di Cheronea, scoprì in modo casuale dei reperti che si dimostrarono poi essere parte del gigantesco leone di pietra, descritto da Pausania il Periegeta nella sua opera,[8] che era stato eretto dai tebani nei pressi di Cheronea per commemorare i morti in battaglia. I successivi scavi portarono alla luce il leone che, gravemente danneggiato durante la Guerra d'indipendenza greca del 1831-1832, fu nuovamente restaurato nel 1902. Il leone, che secondo Pausania simboleggia il coraggio dimostrato dai Tebani durante la battaglia,[8] è alto circa quattro metri ed è posto su un piedistallo di circa tre metri d'altezza.[9]

Alcuni scavi della fine del XIX secolo presso Cheronea riportarono alla luce una fossa comune in greco antico πολυανδρεῖον, traslitterato in polyandreîon), nella quale furono rinvenuti i 254 scheletri dei soldati del battaglione sacro che morirono nella battaglia.[10][11] Il numero degli scheletri non coincide esattamente con trecento ma, dato che Plutarco testimonia che tutti i soldati di questa compagnia morirono in battaglia,[1] è possibile che il numero dei componenti effettivi fosse solo approssimativo.

Eredità[modifica | modifica sorgente]

Nella storia militare greca, il nome venne ripreso dapprima da un gruppo di rivoluzionari nella guerra di indipendenza dai turchi; fecero seguito poi varie unità militari di élite, come il Ieròs Lòchos nel 1942 ed il nome è tuttora associato nell'esercito ellenico ad una compagnia di forze speciali nell'ambito della 1ª brigata Ranger/paracadutisti.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e Plutarco, Pelopida, 18.
  2. ^ Polieno, Stratagemmi, II, 5.
  3. ^ Ateneo, Deipnosophistai, 602a
  4. ^ Platone, Simposio, 179a.
  5. ^ Plutarco, Pelopida, 19.
  6. ^ Plutarco, Pelopida, 23.
  7. ^ Plutarco, Agide, 31.
  8. ^ a b Pausania, Periegesi della Grecia, 9, 40, 10.
  9. ^ (EN) W. R. Lethaby, Greek Lion Monuments in The Journal of Hellenic Studies, vol. 38, 1918, pp. 39–44. .
  10. ^ (EN) Louis Compton, 'An Army of Lovers' - The Sacred Band of Thebes in History Today, vol. 44, n. 11, 1994, pp. 23–29. .
  11. ^ (EN) Paul A. Rahe, The Annihilation of the Sacred Band at Chaeronea in American Journal of Archaeology, vol. 85, n. 1, 1981, pp. 84–87. .

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Fonti primarie
Fonti secondarie

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]