Zoja Anatol'evna Kosmodem'janskaja

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Zoja Anatol'evna Kosmodem'janskaja
Monumento a Zoja Kosmodem'janskaja presso la scuola n° 201 di Mosca.
Monumento a Zoja Kosmodem'janskaja presso la scuola n° 201 di Mosca.
8 settembre 1923 - 29 novembre 1941
Nato a Osino-Gaj, Gavrilovskij rajon
Morto a Petriščevo, Ruzskij rajon
Cause della morte Impiccagione
Dati militari
Paese servito URSS URSS
Forza armata Armata Rossa
Arma Fronte Occidentale
Unità Sabotatori-esploratori
Reparto Reparto partigiano 9903
Guerre Seconda guerra mondiale
Decorazioni Eroe dell'Unione Sovietica, Ordine di Lenin

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Zoja Anatol'evna Kosmodem'janskaja (in russo: Зо́я Анато́льевна Космодемья́нская?; Osino-Gaj, 8 settembre 1923Petriščevo, 29 novembre 1941) è stata una partigiana e militare sovietica, membro del reparto sabotatori-esploratori del comando del Fronte Occidentale dell'Armata Rossa.

Fu la prima donna ad essere insignita del titolo di Eroe dell'Unione Sovietica (alla memoria) durante la Seconda guerra mondiale. Divenne un simbolo dell'eroismo sovietico nella Grande guerra patriottica. Sulla sua figura si è sviluppata un'ampia pubblicistica, ed è stata protagonista di opere letterarie, cinematografiche, pittoriche; a lei sono inoltre stati dedicati monumenti ed esposizioni museali.

Famiglia[modifica | modifica sorgente]

Zoja Kosmodem'janskaja nacque in una famiglia di religiosi del villaggio di Osino-Gai, nell'Oblast' di Tambov. Il nonno, sacerdote, fu imprigionato e ucciso dai bolscevichi nel 1918. Il padre, Anatolij Kosmodem'janskij, studiò in seminario, ma non lo terminò e sposò un'insegnante del posto, Ljubov' Čurikova.

Nel 1929 la famiglia si trasferì in Siberia. Secondo alcune fonti, vi fu deportata per la contrarietà di Anatolij alla collettivizzazione, ma la stessa Ljubov', in un'intervista di molti anni dopo, sostiene che fuggirono in Siberia per il timore di ritorsioni. Durante l'anno vissero nel villaggio di Šitkino, ma successivamente riuscirono a fare ritorno a Mosca, forse grazie all'intervento della sorella di Ljubov', che lavorava al Narkompros. La stessa Ljubov', nel libro Racconto di Zoja e Šura (in russo: Повесть о Зое и Шуре?), scrive che il ritorno a Mosca avvenne dopo una lettera della sorella Ol'ga.

Il padre di Zoja morì nel 1933 in seguito ad un'operazione all'intestino. Il fratello Aleksandr, comandante di una batteria di artiglieria semovente e tenente anziano della Guardia, morì nell'attacco a Vierbrüderkrug[1], nella Prussia Orientale, e fu a sua volta insignito del titolo di Eroe dell'Unione Sovietica.

Adolescenza[modifica | modifica sorgente]

A scuola Zoja aveva un buon rendimento, specialmente in storia e letteratura, e voleva iscriversi all'Istituto di Letteratura. Tuttavia ebbe rapporti non sempre ottimi con i compagni, e forse per questo nel 1939 iniziò a manifestare disturbi nervosi. Nel 1940 soffrì di una grave forma di meningite che la costrinse ad un periodo di riabilitazione presso l'istituto per malattie nervose di Sokol'niki, dove Zoja fece amicizia con lo scrittore Arkadij Gajdar, anch'egli ricoverato lì. In quell'anno Zoja riuscì a completare la nona classe alla scuola n° 201, nonostante il gran numero di assenze causate dalla malattia.

Missioni militari[modifica | modifica sorgente]

Il 31 ottobre 1941 Zoja, con altri duemila volontari del Komsomol, si presentò nel punto di raccolta presso il cinema Kolizeum e da lì fu destinata alla scuola per sabotatori, per diventare membro del reparto esploratori-sabotatori, ufficialmente denominato Reparto partigiano 9903 del comando del Fronte Occidentale. Dopo un breve addestramento, Zoja entrò a far parte di un raggruppamento che il 4 novembre fu inviato nel Volokolamskij rajon, dove portò a termine con successo la missione di minare alcune strade.

Il 17 novembre giunse da Stalin l'Ordine del Comandante in Capo n°428, che stabiliva di «distruggere ed incendiare tutti gli insediamenti abitati nelle retrovie dell'esercito tedesco nel raggio di 40-60 km dal villaggio successivo e di 20-30 km a destra e sinistra delle strade». In seguito a quest'ordine, il 18 novembre (secondo alcune fonti il 20) i comandanti dei raggruppamenti di sabotatori Provorov (del cui raggruppamento faceva parte Zoja) e Krajnov ricevettero l'obiettivo di distruggere nel giro di 5-7 giorni dieci insediamenti abitati, tra cui il villaggio di Petriščevo, nel Ruzskij rajon. I raggruppamenti furono equipaggiati con tre bottiglie di liquido incendiario, una pistola, rancio per cinque giorni e una bottiglia di vodka. Usciti insieme per la missione, i due gruppi (di dieci membri ciascuno) caddero sotto il fuoco nemico nei pressi del villaggio di Golovkovo, a dieci chilometri da Petriščevo, e subirono pesanti perdite. I superstiti si riunirono sotto il comando di Krajnov.

Il 27 novembre, alle due del mattino, Boris Krajnov, Vasilij Klubkov e Zoja Kosmodem'janskaja riuscirono a raggiungere Petriščevo e ad incendiare tre abitazioni in cui si erano installati ufficiali e soldati tedeschi. Di quello che successe in seguito si sa che Krajnov non attese gli altri due nel punto convenuto e riuscì a rientrare; Klubkov fu catturato dai Tedeschi e Zoja, rimasta sola, decise di tornare a Petriščevo a continuare l'azione di sabotaggio. Nel frattempo, però, i Tedeschi avevano allertato la popolazione locale, sollecitandola a fare la guardia alle case.

Cattura, torture ed esecuzione[modifica | modifica sorgente]

La sera del 28 novembre, mentre tentava di incendiare una rimessa, Zoja fu vista dal proprietario, che chiamò i Tedeschi[2] e la ragazza venne catturata. Durante il successivo interrogatorio Zoja disse di chiamarsi Tanja e non rivelò nulla di preciso. Fu allora spogliata e frustata con le cinture, e poi fatta camminare per oltre quattro ore scalza e con indosso solo la biancheria nel gelo della strada. Dopo ulteriori torture[3], la mattina seguente alle 10,30 Zoja fu condotta, con al collo un cartello che diceva «incendiaria», verso il luogo dove era stato predisposto il patibolo.

Secondo quanto riferisce una testimone, raggiunto il patibolo Zoja avrebbe esortato i cittadini a non restare inermi e a combattere. «Per quanti di noi impiccheranno, non potranno impiccarci tutti, non potranno impiccare tutti i 170 milioni di persone che difendono l'Unione Sovietica»: queste sarebbero state le sue ultime parole. Dopo l'esecuzione, il suo corpo fu lasciato appeso in strada per oltre un mese, esposto ad ulteriori vessazioni da parte dei Tedeschi.

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Eroe dell'Unione Sovietica - nastrino per uniforme ordinaria Eroe dell'Unione Sovietica
Ordine di Lenin - nastrino per uniforme ordinaria Ordine di Lenin

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Presso Kaliningrad, allora Königsberg.
  2. ^ Per questo S.A. Smirnov ricevette come ricompensa una bottiglia di vodka. Successivamente, venne condannato alla fucilazione.
  3. ^ La compagna di reparto di Zoja Klavdija Miloradova riferì, in seguito all'atto di riconoscimento, che le erano state strappate anche le unghie.

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