Yasodharapura

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Yaśodharapura (in lingua khmer: យសោធរបុរៈ, la "città che porta gloria"[1], nonché nome proprio della moglie del Buddha storico: Yaśodharā) fu la capitale dell'impero Khmer nel suo periodo di maggior splendore. Il sito è oggi universalmente noto come Angkor (dal sanscrito Nagara, "città"), ma si tratta di un termine entrato in uso quando oramai era pressoché disabitato, come testimoniato da iscrizioni su pietra che ancora agli inizi del XIV secolo citano la capitale col nome originario.[2] Il suo nucleo venne riedificato più volte, mantenendo il nome originario anche nella sua ultima incarnazione: la città cinta da possenti mura edificata da Jayavarman VII, oggi nota come Angkor Thom.

La fondazione di Yasodharapura[modifica | modifica sorgente]

La successione al potere di Yasovarman I al padre Indravarman I non fu pacifica, come spesso succedeva tra i khmer, che per tradizione riconoscevano la trasmissione di titoli e diritti anche alla linea materna.[3] Contemporaneamente ai lavori intrapresi nella capitale da lui ereditata, Hariharalaya, il nuovo sovrano iniziò a edificare una nuova capitale circa 18 km a nordovest.

Venne iniziata la costruzione di un enorme baray con asse est-ovest, di 7500 metri di lunghezza per 1830 di larghezza, con un'altezza massima delle acque di 4 metri. Attualmente asciutto, aveva una capacità massima di 55 milioni di metri cubi. Si trattava del Yasodharatataka, o Baray orientale, che sarebbe stato il primo bacino idrico della nuova capitale.

Forte del controllo di una vasta area (in parte tramite vassalli), come dimostrato dall'ampia distribuzione di iscrizioni[4] caratteristiche del suo regno[5], e di un surplus di manodopera e risorse alimentari, Yasovarman fondò un nuovo tempio-montagna, il Phnom Bakheng, che ne avrebbe costituito il centro ideale, e vi trasferì il devarāja, secondo l'iscrizione del tempio di Sdok Kok Thom.

La predilezione di Yasovarman per luoghi che si elevavano sulla piana alluvionale, di alto significato simbolico, è testimoniata dalla costruzione di templi su tutte le principali alture della zona, oltre a Phnom Bakheng: Phnom Krom, Phnom Dei e Phnom Bok.

Sono state avanzate diverse ipotesi per spiegare le ragioni dello spostamento della capitale. Potrebbe essere stata una necessità dettata dalla distruzione di Hariharalaya, compreso il palazzo reale e parte delle strutture religiose, avvenuta nella guerra civile di successione[6], oppure la volontà di Yasovarman di avere un proprio tempio-montagna, più grande di quelli dei suoi predecessori. Non si possono dimenticare tesi che prendono in esame ragioni più pragmatiche, quali la maggior altezza del terreno del nuovo sito (quindi un minor rischio di inondazioni dal Tonlé Sap[7]) o l'altezza della falda freatica, massima proprio nella locazione del Baray orientale[8].

Riscoperta e ipotesi archeologiche[modifica | modifica sorgente]

Grazie a una serie di campagne tra il 1931 e il 1937, Victor Goloubew ipotizzò una correlazione tra il Bakong e Phnom Bakheng e tramite rilevamenti aerei individuò il perimetro della Yasodharapura originaria, un fossato rettangolare di 650 m per 436 m con al suo centro la collina di 99 m di altezza parzialmente livellata su cui sorgeva il tempio-montagna, a sua volta centro ideale (leggermente decentrato, come di regola negli insediamenti khmer) di una città di 4 km di lato. Il lavoro di Goloubew portò Henri Marchal, il sovrintendente di Angkor che collaborò con lui nelle ricerche sul campo, a chiamarla familiarmente Goloupura.[9] Con l'aiuto di elefanti Goloubew si aprì un percorso nella giungla, individuando le due strade assiali principali, con quattro gopura corrispondenti alle porte in prossimità del fossato. Individuò anche i resti di una strada lastricata in laterite che correva verso est, per poi piegare a sud verso il Bakong, congiungendo così le due capitali.[4]

L'ipotesi di Goloubew venne contestata da Bernard Philippe Groslier nel suo fondamentale articolo La cité hydraulique angkorienne: exploitation or surexploitation su sol?. Egli attribuiva al fascino esercitato da Angkor Thom la ricerca di insediamenti precedenti dello stesso stile, modellati secondo rigidi schemi geometrici e recintati, e vi contrapponeva l'ipotesi di un insediamento decentralizzato.

Groslier identificò quattro incarnazioni della città:

  • Yaśodharapura I: la fondazione originaria di Yaśovarman nel X secolo, centrata attorno al Phnom Bakheng;
  • Yaśodharapura II: XI secolo, correlata alla creazione baray occidentale e alla rettificazione del fiume Siem Reap;
  • Yaśodharapura III: primi tre quarti del XII secolo, in relazione all'Angkor Wat e alle opere idrauliche ad esso correlate;
  • Yaśodharapura IV: la capitale di Jayavarman VII, l'odierna Angkor Thom.[10]

Negli anni ottanta si accumularono una serie di critiche all'ipotesi della città idraulica. Acker rilevò comunque che Hariharalaya si trovava in una zona in cui la falda acquifera di base era più elevata che nei centri khmer precedenti e che Yasodharapura si trova praticamente al centro di una zona in cui la falda acquifera è ancora più vicina al terreno e più consistente per dimensioni, aspetto rilevante per la coltivazione del riso, in ragione della porosità e dello scarso contenuto in nutrienti del suolo sabbioso cambogiano.[8] Gli studi compiuti a partire dagli anni novanta con i nuovi mezzi a disposizione, quali i rilevamenti radar effettuati dallo space shuttle Endeavour[11][12] e l'opera del Greater Angkor Project dell'Università di Sydney confermano il fondamento delle intuizioni di Groslier ed anzi portano a conclusioni stupefacenti circa l'area urbanizzata, ampliandola ad almeno 1000 km²[13].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Adrian Room, Placenames of the World, McFarland, 2003, p. 30, ISBN 978-0786418145.
  2. ^ Higham, 2003, op. cit., p.138
  3. ^ Michael Vickery, Society, economics, and politics in pre-angkor cambodia : The 7th-8th centuries, Centre for East Asian Cultural Studies for Unesco, Toyo Bunko, 1998, pp. 260-270, ISBN 978-4896561104.
  4. ^ a b Higham, 2003, op. cit., pp.64-65
  5. ^ si tratta di iscrizioni con lo stesso testo in due alfabeti, di cui uno Devanāgarī, il cui uso non sopravvisse al regno di Yasovarman, vedi: Sharan, 2005, op. cit., p.36
  6. ^ Freeman e Jacques, 2006, op. cit., p.10
  7. ^ Matti Kummu, The Natural Environment and Historical Water Management of Angkor, World Archaeological Congress 2003, Washington DC, giugno 2003., p.15
  8. ^ a b Robert Acker, Center for Khmer Studies, Hidrology and the Siting of Yasodharapura (PDF), Phnom Bakheng Workshop on Public Interpretation, Siem Reap (Cambogia), dicembre 2005, 2006, pp. 73-86, ISBN 9789995051037. URL consultato il 14 agosto 2009.
  9. ^ Christophe Pottier, Searching for Goloupura (PDF) in Phnom Bakheng Workshop on public interpretation, Conference Proceedings, WMF-APSARA-CKS, dicembre 2005. URL consultato il 27 ottobre 2012.
  10. ^ Pierre Lamant, Bilan et Perspectives des Études Khmeres: Langue et Culture, Editions L'Harmattan, 1998, p. 27, ISBN 978-2296354142.
  11. ^ (EN) NASA, Angkor, Cambodia, 1995. URL consultato l'8 novembre 2009.
  12. ^ (EN) Roland Fletcher, Damian Evans; Ian J. Tapley, AIRSAR's contribution to understandig the Angkor World Heritage site, Cambodia - Objectives and preliminary findings from an examination of PACRIM2 datasets (PDF), 2002. URL consultato l'8 novembre 2009.
  13. ^ (EN) Damian Evans et al., A comprehensive archaeological map of the world's largest preindustrial settlement complex at Angkor, Cambodia (PDF), 2007. URL consultato il 24 febbraio 2013.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • AA.VV. - Guide Mondadori: Cambogia e Laos - Mondadori - pag. 38 - ISBN 978-88-370-8970-2
  • (EN) (EN) Michael Freeman, Claude Jacques, Ancient Angkor, River Books, 2006, ISBN 974-8225-27-5.
  • (EN) (EN) Charles Higham, The Civilization of Angkor, Phoenix, 2003, ISBN 1-84212-584-2.
  • (EN) Claude Jacques, tradotto da Coline Irwin, History of Phnom Bakheng Monument (PDF) in Phnom Bakheng Workshop on Public Interpretation, Siem Reap (Cambogia), dicembre 2005, Center for Khmer Studies, 2006, pp. 23-40, ISBN 978-99950-51-03-7. URL consultato il 21 ottobre 2012 (archiviato dall'originale il 7 gennaio 2009).