Women in prison

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Una scena da Violenza in un carcere femminile con Laura Gemser, esempio di WIP italiano

I Women in prison film (trasposti in italiano film sulle donne in galera e conosciuti anche come WIP) sono un sottogenere dei film d'exploitation.

Le loro storie spesso coinvolgevano donne soggette a stupri ed altri tipi di abusi fisici, di solito da donne guardiane delle prigioni dove erano rinchiuse. Il genere annovera anche molti film in cui le donne in gabbia si danno al lesbismo.

Forse la migliore spiegazione per l'improvviso successo degli "women in prison films" è che il genere è più che altro considerato una versione cinematografica dei pulp magazine riguardanti le avventure erotiche di sadici guardiani di prigioni. Infatti, al centro di riviste pseudopornografiche come Argosy c'erano spesso storie riguardanti nazisti che tormentavano la classica "damigella in pericolo". Argosy è solo un caso di una moda che nelle riviste si andò diffondendo durante gli anni cinquanta e sessanta. I film sembrarono invece essere più espliciti nel rappresentare le lotte femminili, sotto l'ottica della perversione sessuale.

Storia del genere[modifica | modifica sorgente]

Hollywood iniziò a sfornare film ambientati in prigioni femminili sin dall'inizio degli anni trenta come L'uomo che voglio con Jean Harlow, ma generalmente solo una minima parte dell'azione aveva come sfondo la galera. Non fu prima degli anni cinquanta, con l'uscita di Prima colpa con Eleanor Parker ed Agnes Moorehead e di La rivolta delle recluse con Ida Lupino e Cleo Moore, che l'intera storia fosse ambientata nelle carceri femminili.

I "women in prison film" si svilupparono negli anni trenta come una forma di melodramma: giovani eroine erano imprigionate cosicché riuscissero a correggere le loro imperfezioni caratteriali e divenire delle cittadine-modello. Sotto l'influenza delle riviste pulp, divennero i B-movie anni cinquanta che ancora oggi vengono ricordati per la loro popolarità.

Dagli anni settanta, sono considerati un sottogenere della pornografia, perché molto spesso l'azione si focalizza non tanto sulla vita di prigione quanto sulle fantasie sessuali delle donne stesse e dei loro guardiani.

Gli esempi più noti dei "women in prison films" sono probabilmente due pellicole: Ilsa, la belva delle SS (anche se sconfinava nella nazisploitation) e Femmine in gabbia di Jonathan Demme. L'attrice Pam Grier interpretò un gran numero di pellicole del genere, come Sesso in gabbia di Roger Corman, The Big Bird Cage, Rivelazioni di un'evasa da un carcere femminile e Donne in catene.

Anche il cinema europeo affrontò le tematiche del genere con titoli come Penitenziario femminile per reati sessuali di Jess Franco. Probabilmente il più noto "women in prison film" europeo è 99 donne, di Franco.

In Italia i titoli più conosciuti sono Blade Violent - I violenti, Violenza in un carcere femminile, diretti da Bruno Mattei e interpretati da Laura Gemser, Prigione di donne, diretto da Brunello Rondi e Le evase - Storie di sesso e di violenze diretto da Giovanni Brusadori e interpretato da Lilli Carati. In seguito al declino di questo genere, in Italia si è prodotto solo un altro women in prison: Anime perse, diretto nel 2006 da Bruno Mattei.

Per quanto riguarda il cinema giapponese, Meiko Kaji recitò nella serie di women in prison film della serie di Scorpion, diretta da Shunya Ito ed adattata dal manga.

La BBFC del Regno Unito ha vietato molti di questi film, tra cui Camp 7: lager femminile (vietato nel 2002) e Una secondina in carcere femminile (vietato nel 2004), dal momento che contengono scene molto forti di violenza sessuale.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Judith Mayne, Framed: lesbians, feminists, and media culture, New York, University of Minnesota Press, 2000, ISBN 0816634572.
  • Anne Morey, The Judge Called Me an Accessory: Women's Prison Films, 1950-1962, Washington, Journal of Popular Film & Television, 1995, pp. 80-87, DOI:10.1080/01956051.1995.9943692.
  • Suzanna Danuta Walters, Real knockouts. Violent women in the movies, Austin, University of Texas Press, 2001, ISBN 978-0-292-75251-1.

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