Villa Almerico Capra

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Coordinate: 45°31′53.4″N 11°33′36″E / 45.5315°N 11.56°E45.5315; 11.56

Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall'UNESCO
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Villa Almerico Capra detta la Rotonda
(EN) City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto
Villa Rotonda side.jpg
Tipo Architettonico
Criterio C (i) (ii)
Pericolo Nessuna indicazione
Riconosciuto dal 1994
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda

Villa Almerico Capra detta La Rotonda (conosciuta anche come Villa Capra o Villa Capra Valmarana) è una villa veneta a pianta centrale situata a ridosso della città di Vicenza, poco discosta dalla strada della Riviera Berica. Fatta costruire da Paolo Almerico, che la commissionò ad Andrea Palladio a partire dal 1566, fu completata dai due fratelli Capra che acquisirono l'edificio nel 1591.

La Rotonda, come divenne nota in seguito, è uno dei più celebri ed imitati edifici della storia dell'architettura dell'epoca moderna; è senza dubbio la villa più famosa del Palladio[1] e, probabilmente, di tutte le ville venete. Fa parte dal 1994 dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.[2]

Ispirazione[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1565 il canonico e conte Paolo Almerico, ritiratosi dalla curia romana dopo essere stato referendario apostolico sotto i papi Pio IV e Pio V,[3] decise di tornare alla sua città natale Vicenza e costruirsi una residenza di campagna. La villa che commissionò all'architetto Andrea Palladio sarebbe divenuta uno dei prototipi architettonici più studiati e imitati per i successivi cinque secoli. Nel corso della sua vita, infatti, Palladio progettò circa trenta ville in terra veneta, ma è questa residenza, senza dubbio ispirata al Pantheon di Roma, che è divenuta una delle sue più celebri eredità al mondo dell'architettura, divenendo in seguito fonte di ispirazione per migliaia di edifici.

Con l'uso della cupola, applicata per la prima volta a un edificio di abitazione, Palladio affrontò il tema della pianta centrale, riservata fino a quel momento all'architettura religiosa. Malgrado vi fossero già stati alcuni esempi di un edificio residenziale a pianta centrale (dai progetti di Francesco di Giorgio Martini ispirati a villa Adriana o dallo "studio di Varrone", alla casa del Mantegna a Mantova - o la sua illusionistica "Camera degli Sposi" in Palazzo Ducale -, sino al progetto di Raffaello per villa Madama),[1] la Rotonda resta un unicum nell'architettura di ogni tempo, come se, costruendo una villa perfettamente corrispondente a sé stessa, Palladio avesse voluto costruire un modello ideale della propria architettura.[1]

Progetto[modifica | modifica wikitesto]

Pianta di Palladio per la Rotonda, ne I quattro libri dell'architettura, 1570[3]

Il sito prescelto fu la cima tondeggiante di un piccolo colle appena fuori le mura di Vicenza. A quel tempo il fascino per i valori arcadici iniziava a spingere molti nobili possidenti a misurarsi con le gioie della vita semplice, malgrado gli aspetti piacevoli della vita a contatto con la natura rimanessero ancora in secondo piano rispetto alla scelta, tutta economica, di orientare gli investimenti verso un'agricoltura di tipo intensivo. Essendo celibe, il prelato Almerico non aveva bisogno di un vasto palazzo (vendette anzi quello che la sua famiglia aveva in centro città) ma desiderava una villa sofisticata, e fu esattamente questo che Palladio ideò per lui: una residenza suburbana[1] con funzioni di rappresentanza, ma anche tranquillo rifugio di meditazione e studio. Isolata sulla cima del colle, questa sorta di originale "villa-tempio" in origine era priva di annessi agricoli.[1] L'architetto la incluse significativamente nell'elenco dei palazzi, e non tra le ville, nei suoi Quattro libri dell'architettura pubblicati a Venezia nel 1570.[1][3]

La pianta con evidenziate le proporzioni geometriche

La costruzione, iniziata nel 1566 circa, consisteva in un edificio quadrato, completamente simmetrico e inscrivibile in un cerchio perfetto (vedi figura a lato). Descrivere la villa come "rotonda" è tuttavia tecnicamente inesatto, dato che la pianta dell'edificio non è circolare ma rappresenta piuttosto l'intersezione di un quadrato con una croce greca. Ognuna delle quattro facciate era dotata di un avancorpo con una loggia che si poteva raggiungere salendo una gradinata; ciascuno dei quattro ingressi principali conduceva, attraverso un breve vestibolo o corridoio, alla sala centrale sormontata da una cupola. L'aula centrale e tutte le altre stanze erano proporzionate con precisione matematica in base alle regole proprie dell'architettura di Palladio, che egli elaborò nei suoi Quattro libri.[3] Proprio la sala centrale rotonda è il centro nevralgico della composizione, alla quale il Palladio impresse slancio centrifugo allargandola verso l'esterno, nei quattro pronai ionici e nelle scalinate. La villa risulta così un'architettura aperta, che guarda la città e la campagna.

Il progetto riflette gli ideali umanistici dell'architettura del Rinascimento. Per consentire ad ogni stanza un'analoga esposizione al sole, la pianta fu ruotata di 45 gradi rispetto ai punti cardinali.[1] Ognuna delle quattro logge presentava un pronao con il frontone ornato di statue di divinità dell'antichità classica. Ciascuno dei frontoni era sorretto da sei colonne ioniche (esastilo ionico). Ogni loggia era fiancheggiata da una singola finestra. Tutte le stanze principali erano poste sul piano nobile.

Completamento e modifiche[modifica | modifica wikitesto]

Palladio-La-Rotonda-NR.jpg
Vista dalla Riviera Berica
Sezione (Ottavio Bertotti Scamozzi, 1778)

Né Andrea Palladio né il proprietario Paolo Almerico videro il completamento dell'edificio, malgrado questo fosse già abitabile nel 1569. Palladio morì nel 1580 e fu così un secondo importante architetto, il vicentino Vincenzo Scamozzi,[1] ad essere ingaggiato dai proprietari per sovrintendere ai lavori di completamento, che si conclusero nel 1585, limitatamente al corpo principale, con la costruzione della cupola sormontata dalla lanterna.

Palladio intendeva coprire la sala centrale con una volta semisferica, ma Scamozzi, ispirandosi al Pantheon, adottò invece una volta più bassa con un oculo (che doveva essere a cielo aperto) e apportò altre limitate modifiche al progetto,[1] come il taglio alla scalinata che permetteva un accesso diretto dall'esterno ai locali di servizio posti al pianterreno. La scalinata fu nuovamente modificata nel XVIII secolo da Ottavio Bertotti Scamozzi che la riportò alla forma originale e il piano attico fu suddiviso in stanze da Francesco Muttoni, che modificò i mezzanini (1725-1740).

Alla morte del committente Almerico, nel 1589, la villa finì in eredità al figlio naturale Virginio Bartolomeo il quale, a causa della disastrosa gestione economica, fu costretto a venderla due anni dopo, nel 1591, ai fratelli Odorico e Mario Capra. Furono questi ultimi a portare infine a termine il cantiere[1] trent'anni dopo, nel 1620, con la decorazione interna ad affresco.

Lo Scamozzi aggiunse gli annessi rustici esterni (la barchessa, staccata dal corpo principale) per le funzioni agricole, non previste nel progetto originario. Al complesso fu aggiunta infine la cappella gentilizia, costruita da Girolamo Albanese per volontà del conte Marzio Capra tra il 1645 e il 1663.

"È ormai pacifico quanto tale privilegiato richiamo all'idea di monumento singolo ed emergente sia volutamente lontana sia dallo schema della villa antica, aggregato di singoli edifici distribuiti asimmetricamente, come dalla struttura della stessa villa veneta cinquecentesca, autentica piccola capitale di un latifondo: la soluzione palladiana esaltando, nell'isolamento, la centralità crea, sì, un'abitazione, ma intesa quale sede adatta, si direbbe, più che alla vita quotidiana, all'altezza dell'intellettuale speculazione: dimora, invero, più che degli uomini, degli dei".[4]

Interno e decorazione[modifica | modifica wikitesto]

Decorazione della cupola

L'interno avrebbe dovuto essere splendido non meno dell'esterno; le statue sono interventi di Lorenzo Rubini e Giovanni Battista Albanese; la decorazione plastica e dei soffitti è opera di Agostino Rubini, Ottavio Ridolfi, Ruggero Bascapè, Domenico Fontana e forse Alessandro Vittoria; gli apparati pittorici in affresco sono di Anselmo Canera, Bernardino India, Alessandro Maganza e più tardi del francese Louis Dorigny.[1] Le decorazioni della villa sono state realizzate durante un lungo periodo di tempo e di alcune l'attribuzione non è certa.

Tra i quattro principali saloni del piano nobile vi sono la sala ovest, decorata con affreschi di tema religioso, e il salone est, che ospita un'allegoria della vita del primo proprietario conte Paolo Almerico, con le sue numerose e ammirevoli qualità ritratte in affresco.

Il luogo più notevole dello spazio interno è senza dubbio la sala centrale circolare, dotata di balconate, che si sviluppa a tutt'altezza fino alla cupola. Il soffitto semisferico è decorato da affreschi di Alessandro Maganza: anche qui troviamo allegorie legate alla vita religiosa e alle Virtù ad essa collegate. La parte inferiore della sala, alle pareti, è invece adornata con finte colonne dipinte in trompe-l'œil e gigantesche figure di dei della mitologia greca, opera successiva di Dorigny.

Come nell'architettura di Palladio, pensata per un uomo di chiesa, anche nell'apparato decorativo vengono inseriti elementi formali destinati a suggerire un senso di sacralità, in sintonia con tale programma celebrativo. La quantità di affreschi richiama maggiormente l'atmosfera di una cattedrale che non quella d'una residenza di campagna. Goethe, che fece più volte visita alla villa, disse che Palladio aveva reso un tempio greco adatto ad abitarvi.[5]

Scorcio degli interni

Anditi d'ingresso e sala centrale[modifica | modifica wikitesto]

I quattro anditi d'ingresso presentano affreschi di Louis Dorigny ed elaborati sovrapporta barocchi in stucco, probabilmente opera di maestranze valsoldesi.

Come nella sala centrale Dorigny realizza sulle pareti finte architetture adornate da stemmi e vasi. Sulle volte dei due anditi maggiori, a coronamento delle complesse strutture architettoniche, si apre oltre una finta balaustra un cielo azzurro, popolato da putti e discinte figure femminili recanti fiori e ghirlande. Sulle volte degli anditi minori sono dipinti invece dei finti oculi ovali, adornati sempre da figure analoghe.

I sovrapporta degli anditi maggiori, dei timpani spezzati sorretti da mensole a forma di testa di fanciullo e da una bassa ma elaborata trabeazione, si diversificano in base a stemmi, cornucopie e ghirlande. Dietro a questi fastigi, volute e finti tendaggi annodati fungono da collegamento con la struttura architettonica del Dorigny. Le quattro aperture dei due ambienti minori presentano, invece, la sola trabeazione in stucco, essendo il fastigio sovrastante realizzato ad affresco.

Sempre del Dorigny è la decorazione del registro inferiore della sala centrale. L'architettura illusoria, una duplice fila di colonne che finge un corridoio con soffitto a cassettoni, è popolata da otto gigantesche figure di divinità olimpiche: Giove, Bacco, Venere, Plutone, Apollo, Diana, Marte e Mercurio. Il soffitto fu diviso dal Maganza in otto spicchi a loro volta divisi in due registri: nella fascia inferiore, forse i quattro continenti (altrettante donne assise affiancate da quattro animali: leone, elefante, cavallo e unicorno). Le principali figure della fascia superiore sono la Fama, la Religione, la Benignità, la Temperanza.

Sala est[modifica | modifica wikitesto]

Sala nord[modifica | modifica wikitesto]

Sala ovest[modifica | modifica wikitesto]

Sala sud[modifica | modifica wikitesto]

Sale minori[modifica | modifica wikitesto]

I quattro camerini adiacenti alle sale maggiori sono stati decorati, probabilmente da Eliodoro Forbicini, a grottesche, presumibilmente rimaneggiate nel Settecento.

Rapporto con il paesaggio[modifica | modifica wikitesto]

La Rotonda vista dal vialetto di accesso.

Dalle logge è possibile godere della meravigliosa vista della campagna circostante, dato che la villa fu consapevolmente progettata per essere in perfetta armonia con il paesaggio, diversamente da edifici come Palazzo Farnese a Caprarola, costruita solo 16 anni prima. Malgrado la Rotonda possa apparire completamente simmetrica, vi sono delle deviazioni, progettate perché ogni facciata fosse il complemento dell'ambiente e della topografia circostante; di conseguenza vi sono delle variazioni nelle facciate, nell'ampiezza dei gradini, nei muri di contenimento ecc. In tal modo la simmetria dell'architettura dialoga con l'asimmetria del paesaggio, per creare nell'insieme una particolare armonia. L'ambiente che circonda la villa offre una visione panoramica di alberi, prati e boschetti, con Vicenza distante all'orizzonte.

La loggia settentrionale è inserita nella collina come termine di una strada carrabile che corre dal cancello principale. Questo percorso è un viale tra i blocchi dei servizi, costruito dai fratelli Capra che acquistarono la villa nel 1591, commissionando a Vincenzo Scamozzi di completare l'edificio e costruire le stalle e gli edifici ad uso rurale. Quando ci si avvicina alla villa da questa parte, si riceve l'impressione deliberata che sia stia ascendendo dal basso a un tempio sulla sommità. Allo stesso modo, in senso inverso, dalla villa si nota il santuario (all'epoca una piccola chiesa) sulla città dalla cima di Monte Berico, che unifica così la villa e la città.

La visuale verso la villa rappresentò, fra il 1887 e il 1979, un elemento caratterizzante per i viaggiatori della tranvia Vicenza-Noventa-Montagnana, il cui binario posto inizialmente in sede stradale fu portato, nel secondo dopoguerra, in sede propria.

La villa oggi[modifica | modifica wikitesto]

Particolare di un pronao con capitello ionico

La villa appartiene alla famiglia Valmarana dal giugno 1912; è appartenuta per molti anni a Mario Valmarana (scomparso nel 2010) professore di architettura presso l'Università della Virginia[6] ed è al 2013 di proprietà di Lodovico Valmarana.[7] La Fondazione "la Rotonda" dei fratelli Valmarana ne ha curato i continui interventi manutentivi per preservare la Rotonda all'apprezzamento e meraviglia delle future generazioni.

La villa è stata inserita nel dicembre 1994, assieme alle altre architetture di Vicenza "città del Palladio", nell'elenco dei Patrimoni dell'umanità dell'UNESCO.[2]

La Rotonda come modello architettonico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Palladianesimo.
Mereworth Castle, una riproduzione della Rotonda[8] nel Kent

La Rotonda è stata modello di ispirazione per numerosi edifici. Alcuni tra gli esempi più importanti sono considerati:

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k
  2. ^ a b Nel 1996 il patrimonio dell'umanità "Vicenza, City of Palladio" è stato esteso e ribattezzato "City of Vicenza and the Palladian Villas of the Veneto". Vedi la scheda nel sito dell'UNESCO
  3. ^ a b c d A. Palladio, I quattro libri dell'architettura, Venezia, 1570, libro II, p. 18 (vedi)
  4. ^ Franco Barbieri, Renato Cevese, Vicenza, Ritratto di una città, ed. Angelo Colla, 2005, pag. 90-91.
  5. ^ (DE) Goethe, Palladio und die Villa "La Rotonda" bei Vicenza
  6. ^ UVA Today, In Memoriam: Mario di Valmarana, 14 ottobre 2010. URL consultato il 16 maggio 2011.
  7. ^ Il Giornale di Vicenza.it - dalla home
  8. ^ a b Confronto tra Mereworth Castle e la Rotonda

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Prospetto della Rotonda
La Rotonda
La Rotonda tra la neve
  • A. Palladio, I Quattro Libri dell'Architettura, Venezia 1570, libro II, p. 18.
  • F. Muttoni, Architettura di Andrea Palladio Vicentino con le osservazioni dell'Architetto N. N., 9 voll., Venezia 1740-1760, vol. I, pp. 12–14, tavv. XI-XII, vol. V., tav. XIV.
  • O. Bertotti Scamozzi, Le fabbriche e i disegni di Andrea Palladio, 4 voll., Vicenza 1776-1783, vol. II, pp. 9–13, tavv. I-IV.
  • A. Magrini, Memorie intorno la vita e le opere di Andrea Palladio, Padova 1845, pp. 78, 238-240.
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  • C. A. Isermeyer, Die Villa Rotonda von Palladio, in "Zeitschrift für Kunstgeschichte", 1967, pp. 207–221.
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  • D. Gioseffi, Il disegno come fase progettuale dell'attività palladiana, in "Bollettino del C.I.S.A. Andrea Palladio", XIV, 1972, pp. 45–62, in part. pp. 55–56.
  • R. Cevese, L'opera del Palladio, in R. Cevese (a cura di), Mostra del Palladio, catalogo della mostra, Milano 1973, pp. 43–130, in part. pp. 82–85.
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  • W. Prinz, Appunti sulla relazione ideale tra la villa Rotonda e il cosmo, nonché alcune osservazioni su un mascherone posto al centro del pavimento della sala, in "Bollettino del C.I.S.A. Andrea Palladio", XXII/1, 1980, pp. 279–287.
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