Venlafaxina

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Venlafaxina
Venlafaxine Enantiomers Structural Formulae.png
Venlafaxine-3D-balls.png
Nome IUPAC
(RS)-1-[2-dimetilammino-1-(4-methossifenil)-etil]cycloesanol
Caratteristiche generali
Massa molecolare (u) 277,402
Numero CAS [93413-69-5]
Codice ATC N06AX16
PubChem 5656
DrugBank DB00285
Dati farmacologici
Modalità di
somministrazione
Orale
Dati farmacocinetici
Biodisponibilità 10-45%
Metabolismo epatico
Emivita 4.9 ± 2.4 h (composto progenitore); 10.3 ± 4.3 h (metaboliti attivi)
Escrezione renale
Indicazioni di sicurezza

La venlafaxina, conosciuta anche con i nomi commerciali Efexor, Faxine, Zarelis, è un farmaco antidepressivo, altresì strutturalmente e farmacologicamente simile al farmaco antidolorifico tramadolo.

Appartiene alla categoria degli SNRI, inibitori della ricaptazione della serotonina e della noradrenalina. Introdotto sul mercato a partire dal 1993, è adottato nella terapia farmacologica della depressione e dei disturbi d'ansia. Non è tuttavia indicato come farmaco primario in questo tipo di terapia, a causa dell'aumentato rischio di mortalità e in particolare di suicidio, che può verificarsi soprattutto all'inizio della terapia o nel caso di una sia pur breve sospensione della stessa. Si tratta in ogni caso di uno fra gli antidepressivi maggiormente utilizzati, soprattutto laddove gli SSRI (che agiscono solo sulla serotonina) dimostrano di non essere efficaci.

Farmacodinamica[modifica | modifica sorgente]

Venlafaxina ed il suo principale metabolita, l'O-desmetilvenlafaxina, agiscono sul sistema nervoso centrale come inibitori della ricaptazione della serotonina e della noradrenalina. Venlafaxina sembrerebbe inoltre dotata della proprietà di inibire debolmente la captazione della dopamina. Il farmaco ed il suo metabolita non presentano una affinità significativa per i recettori muscarinici, istaminergici o α 1-adrenergici. Questi sono anche i recettori che si ipotizza di essere associati ai vari effetti anticolinergici, sedativi e cardiovascolari riscontrabili con l'impiego di altri farmaci psicotropi.

Farmacocinetica[modifica | modifica sorgente]

Venlafaxina dopo somministrazione per via orale è ben assorbita dal tratto gastrointestinale. Studi sperimentali hanno evidenziato che circa il 92% di una singola dose viene assorbita dall'organismo. Il cibo non ha alcun effetto significativo sull'assorbimento di venlafaxina. La concentrazione plasmatica massima (Cmax) viene raggiunta nel giro di 2 e 3 ore. Il farmaco è ampiamente metabolizzato nel fegato e viene trasformata in O-demetilvenlafaxina (ODV), il principale metabolita attivo, dall’isoenzima CYP2D6. Anche ODV è un potente inibitore del reuptake della serotonina-noradrenalina, pertanto le differenze di metabolismo tra metabolizzatori estensivi e poveri del CYP2D6 non risultano clinicamente importanti. Venlafaxina viene anche convertita in N-desmetilvenlafaxina, un metabolita minore e meno attivo, ad opera di CYP3A4. Gli effetti collaterali, tuttavia, sono stati segnalati in misura più grave nei metabolizzatori lenti di CYP2D6. L'eliminazione per via urinaria rappresenta la principale via di escrezione. Circa l'87% di una dose somministrata si ritrova nelle urine entro 48 ore, sia come molecola non modificata (5%), che come O-demetilvenlafaxina non coniugata (29%) o coniugata (26%), oppure come altri metaboliti inattivi minori (27%). Venlafaxina si lega alle proteine plasmatiche nella misura di circa il 30% ed il metabolita O-demetilvenlafaxina in misura un poco superiore (30% ± 12%). Lo steady-state viene raggiunto entro 3 giorni di terapia a dosi multiple. Gli effetti terapeutici sono raggiunti generalmente entro 3-4 settimane. Durante la somministrazione cronica in soggetti sani non è stato osservato alcun accumulo di venlafaxina. L'emivita della venlafaxina è relativamente breve (5 ± 2 ore e 10 ± 2 ore per i metaboliti attivi), per cui i pazienti sono tenuti a rispettare rigorosamente tempi ed intervalli di somministrazione, evitando di dimenticare anche una sola dose. La mancata assunzione di una singola dose può infatti causare sintomi di astinenza. Nei soggetti con funzionalità renale fortemente compromessa e nei pazienti in emodialisi l’emivita di eliminazione di venlafaxina risulta prolungata soprattutto in conseguenza di una clearance ridotta rispetto ai soggetti normali. In questi soggetti è pertanto necessario adeguare il dosaggio.

Usi clinici[modifica | modifica sorgente]

La venlafaxina è indicata per il trattamento degli episodi di depressione maggiore, dei disordini ansiosi (sia dell'ansia generalizzata che del disturbo d'ansia sociale), nonché nella cura degli attacchi di panico associati o meno ad agorafobia.

Controindicazioni[modifica | modifica sorgente]

L'uso della venlafaxina deve tener conto di numerose controindicazioni, che ne sconsigliano l'adozione in caso di svariate patologie organiche. Fra le principali cause di controindicazioni, si possono indicare sinteticamente:

  • l'ipertensione o i disturbi cardiocircolatori
  • i disturbi a carico della tiroide
  • glaucoma ad angolo chiuso (il farmaco può indurre midriasi, quindi il suo impiego in pazienti con glaucoma ad angolo chiuso richiede cautela).
  • la condizione di gravidanza o di allattamento (per il verificarsi, in particolare, della sindrome da sospensione neonatale)
  • la possibilità di sviluppare una sindrome serotoninergica, in particolare in chi assume altri farmaci SNRI o SSRI contemporaneamente.

Effetti collaterali[modifica | modifica sorgente]

Come accade per la maggior parte degli antidepressivi, l'effetto collaterale più comunemente riscontrato è il calo del desiderio sessuale. Altri disturbi a carico della sessualità riguardano l'eiaculazione ritardata o l'impossibilità di raggiungere l'orgasmo, ovvero l'anorgasmia nella donna e l'impotenza vera e propria, nell'uomo.
Venlafaxina per gli effetti sul sistema noradrenergico può indurre aumento dei valori pressori soprattutto quando utilizzata a dosi superiori a 200 mg/die. È stata anche associata ad aumento della frequenza dei battiti cardiaci e ad aritmie cardiache. Inoltre rientra nei farmaci che potenzialmente possono indurre prolungamento dell'intervallo QTc. Durante il trattamento è perciò importante monitorare periodicamente la pressione sanguigna e l'elettrocardiogramma.

Altri effetti collaterali comuni sono:

  • nausea
  • cefalea
  • stipsi
  • Insonnia
  • vertigini
  • secchezza delle fauci
  • apatia
  • diminuzione dell'appetito
  • sogni particolarmente vividi o incubi
  • agitazione
  • disturbi della concentrazione
  • perdita di memoria
  • irritabilità o impulsività
  • sedazione e sonnolenza. Questi effetti richiedono particolare cautela nel trattamento di soggetti che svolgono attività che richiedono attenzione costante.
  • diaforesi. La diaforesi (sudorazione eccessiva) è un evento avverso comune con i farmaci antidepressivi. Questo effetto indesiderato costringe spesso a ridurre il dosaggio dell'antidepressivo oppure ad interrompere la terapia. Nel caso questo non sia possibile è possibile ricorrere alla somministrazione di uno dei seguenti farmaci: benztropina (anticolinergico), ciproeptadina (antagonista di acetilcolina, serotonina istamina), labetalolo (beta agonista) oppure clonidina (diaforesi di origine ipotalamica).
  • aumentato rischio emorragico. Venlafaxina ed altri antidepressivi che inibiscono la ricaptazione della serotonina sono associati ad un aumento del rischio di sanguinamento del tratto gastrointestinale superiore, uterino e associato ad intervento chirurgico ortopedico. Questo rischio è tanto maggiore quanto più elevata è la capacità di inibizione del farmaco sul reuptake della serotonina. Per quanto riguarda il rischio di sanguinamento del tratto gastrointestinale, il rischio assoluto di ricovero ospedaliero è risultato pari a 1 per 135 pazienti/anno di trattamento per venlafaxina ed altri farmaci con capacità di inibizione intermedia sul reuptake della serotonina. Ulteriori fattori di rischio aggiuntivi sono un'età maggiore di 80 anni e una pregressa emorragia gastrointestinale[1][2]. Il pericolo di incorrere in un episodio emorragico nei pazienti in terapia con antidepressivi attivi sul sistema serotoninergico è favorito dalla co-somministrazione con farmaci già di per sé gastrolesivi quali i FANS e l'acido acetilsalicilico (asa). Il rischio assoluto di ricovero ospedaliero per emorragia gastrointestinale superiore per pazienti per anno di trattamento è stato stimato pari a 1 per 300/anno per gli SSRI inclusa venlafaxina, pari a 1 per 200/anno per SSRi più asa; pari a 1 per 80/anno per SSRI più FANS; pari a 1 per 200/anno per FANS[3].

Meno comuni, ovvero con frequenza al di sotto di 1 caso ogni 100 pazienti trattati, sono altri effetti quali: aritmie cardiache, polmonite interstiziale, aumento del colesterolo, attacchi di panico, confusione, tremori, reazioni allergiche, pancreatite, psicosi, pensieri o azioni di tipo suicida o omicida, allucinazioni.
Venlafaxina è stata associata, raramente, a tossicità epatica ed epatite. È quindi importante monitorare segni e sintomi di possibile disfunzione epatica (ad esempio urine scure, ittero, perdita di appetito e alterazione del colore delle feci).
In alcuni soggetti è possibile la comparsa di rash cutaneo: negli studi clinici l'incidenza di questo effetto avverso ha interessato fino al 3% dei pazienti in terapia con venlafaxina.
Durante il trattamento con venlafaxina si possono presentare convulsioni, pertanto il farmaco non è raccomandato in caso di epilessia non controllata. Nei soggetti con storia clinica di epilessia sotto controllo farmacologico, venlafaxina deve essere somministrata con grande cautela e sospesa alla comparsa di convulsioni. Nei trial clinici l'incidenza di convulsioni nei pazieni in terapia con venlafaxina è stata dello 0,26%.
Venlafaxina così come altri farmaci antidepressivi attivi sul sistema serotoninergico sono stati associati a sindrome da inappropriata secrezione di ormone antidiuretico (ADH). I pazienti a rischio sono soprattutto gli anziani. Ulteriori fattori di rischio sono rappresentati dal trattamento antidiuretico e dalla disidratazione. È perciò opportuno monitorare natremia ed uremia all'inizio del trattamento e dopo 2 settimane eseguendo ulteriori controlli qualora i pazienti manifestino sintomi come debolezza, letargia, cefalea, anoressia, confusione, stipsi ed aumento di peso.

Rischi di suicidio[modifica | modifica sorgente]

L'ideazione di suicidio è una componente insita nel disturbo depressivo maggiore e in altre forme patologiche di disturbi del comportamento. Ovviamente il rischio di suicidio rimane alto fino a quando non sono evidenti segni di miglioramento connessi con la terapia farmacologica. È quindi molto importante, in particolare nelle prime settimane di terapia, monitorare segni e sintomi riconducibili all'ideazione di suicidio. Infatti nella fase iniziale del trattamento, quando ancora non è stato raggiunto un controllo ottimale della patologia, e ogni qualvolta viene modificato il dosaggio del farmaco, il rischio di suicidio appare più elevato.
In ogni caso le più recenti ricerche hanno mostrato come la venlafaxina, come anche altri antidepressivi, è associata ad un aumento del rischio di suicidio nelle persone che l'assumono. Ciò ha spinto la Food and Drug Administration (FDA), l'autorità che vigila in campo farmaceutico negli USA, a imporre l'obbligo di indicare direttamente sulla confezione, in evidenza, il possibile rischio di suicidio correlato alla venlafaxina.
Secondo una ricerca finlandese, svolta su un campione di 15000 pazienti, l'aumento del rischio di suicidio sarebbe di 1,6 volte, il più alto differenziale rispetto a tutti gli altri antidepressivi[4]. L'incidenza di comportamenti suicidatari sembrerebbe più frequente, rispetto a placebo, nell'intervallo di età compreso fra 18 e 30 anni. Nessuna differenza è stata riscontrata quando il confronto è stato fatto fra inibitori del reuptake della serotonina e antidepressivi triciclici.[5]. Secondo le analisi svolte dalla FDA, il rischio di suicidio sarebbe ancora più elevato, fino a 5 volte, negli individui di età inferiore a 25 anni, tanto che se ne sconsiglia fortemente l'utilizzo in bambini, adolescenti e anche giovani adulti.

Suicidio ed ideazione di suicidio in pazienti pediatrici[modifica | modifica sorgente]

Venlafaxina non è registrata per il trattamento della depressione nei pazienti pediatrici. La depressione è una patologia rara nel bambino (prevalenza 0,5%). Tuttavia aumenta nell'adolescenza (prevalenza 3%) ed è associata ad un rischio suicidario importante[6]. Sulla base dell'analisi di 11 studi clinici in pazienti pediatrici trattati con farmaci che inibiscono la ricaptazione della serotonina per il disturbo depressivo maggiore (MDD), le agenzie regolatorie inglese CSM (Commitee on Safety of Medicines) e americana FDA hanno verificato che ci sono dati clinici di efficacia per fluoxetina e probabilmente per citalopram, ma non per paroxetina, sertralina e venlafaxina. Inoltre l'uso degli inibitori del reuptake della serotonina, in questa classe di pazienti, è stata associata ad un aumento di comportamento suicida (ideazione di suicidio, tentativo di suicidio, autolesionismo) rispetto al placebo, in particolare per paroxetina e venlafaxina. Anche citalopram, sertralina e fluoxetina sembrano essere implicati in questo senso. Per la fluvoxamina i dati di letteratura sono invece scarsi e non dirimenti.

Interruzione del trattamento e sindrome d'astinenza[modifica | modifica sorgente]

La sospensione del trattamento deve essere graduale. L’interruzione del trattamento con venlafaxina (soprattutto quando improvvisa) comporta frequentemente la comparsa di sintomi da astinenza. I sintomi sono soprattutto gastrointestinali, neurologici e psichiatrici. Le reazioni più comunemente riportate sono: agitazione, anoressia, ansia, nervosismo, stato confusionale, alterazione della coordinazione, capogiro e vertigini, secchezza delle fauci, umore disforico, fascicolazione, fatica, cefalea, ipomania, disturbi del sonno (inclusi insonnia, incubi, e sogni vividi), nausea e/o vomito, diarrea, disturbi del sensorio (incluse parestesia e sensazioni simili all'elettroshock), sonnolenza, sudorazione, tremore. Nella maggior parte dei pazienti i sintomi di astinenza si risolvono in due settimane, ma in alcuni casi si sono prolungati per un periodo di tempo maggiore. In uno studio che ha preso in considerazione l'incidenza di eventi avversi dalla immissione in commercio degli SSRI e della venlafaxina fino al 2000, in Francia, i farmaci più segnalati per sindrome d'astinenza sono stati paroxetina (primo posto) e venlafaxina (secondo posto) (SSRI, OR: 5,05 95% CI 3,81-6,68; paroxetina OR: 8,47 95% CI 5,63-12,645; venlafaxina, OR: 12,16 95% CI 6,17-23,35)[7]. Molti autori rietngono che un fattore predisponente lo scatenamento dei sintomi d'astinenza sia la breve emivita della venlafaxina (e anche della paroxetina). I sintomi astinenziali si possono verificare al termine della terapia, alla variazione del dosaggio, al passaggio da un tipo di antidepressivo ad un altro oppure quando la dose non viene assunta. Se durante il periodo di sospensione graduale del farmaco compaiono sintomi difficilmente tollerati dal paziente, viene suggerito di aumentare nuovamente la dose, stabilizzare il paziente, e quindi tornare a ridurre il dosaggio con più gradualità rispetto al tentativo precedente.

Interazioni[modifica | modifica sorgente]

  • Farmaci anoressizzanti: l'associazione tra venlafaxina e farmaci anoressizzanti assunti per ottenere una riduzione del peso corporeo (ad esempio la fentermina) non è stata oggetto di studio, in particolare non è stata effettuata alcuna valutazione del profilo di efficacia e sicurezza. Pertanto tale associazione non è raccomandata.
  • Warfarin: l'associazione tra l'anticoagulante warfarin e venlafaxina comporta un importante aumento degli effetti anticoagulanti. Si rende così necessario monitorare attentamente l'indice INR.
  • Inibitori delle MAO: Venlafaxina non deve essere assunta in combinazione con inibitori delle mono amino ossidasi (I-MAO), in particolare con I-MAO non selettivi. È necessario lasciar trascorrere almeno 14 giorni fra la fine del trattamento con I-MAO e l'inizio di quello con venlafaxina e almeno una settimana fra la fine del trattamento con venlafaxina e l'inizio di quello con un I-MAO. Se non si osserva questo periodo di "wash-out farmacologico" possono svilupparsi reazioni avverse che comprendono tremore, mioclonia, diaforesi, nausea, vomito, vampate, capogiro, ipertermia, manifestazioni simili alla sindrome neurolettica maligna, convulsioni e morte. Il rischio di sviluppare una sindrome serotoninergica è più elevato in caso di I-MAO non selettivi oppure selettivi per la forma A dell'enzima monoaminossidasi (ad esempio moclobemide).
  • FANS: aumentato rischio di sanguinamento del tratto gastrointestinale superiore. Sia gli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) sia i FANS (acido acetilsalicilico, ketoprofene ed altri) sono associati ad un certo rischio di gastrolesività e di emorragie del tratto gastrointestinale. L'eventuale associazione farmacologica richiede pertanto cautela. I soggetti a maggior rischio sono rappresentati dai pazienti anziani (età maggiore di 65 anni), con anamnesi positiva per ulcera peptica o per sanguinamento gastrointestinale, pazienti defedati, pazienti già in terapia con anticoagulanti o corticosteroidi.
  • Farmaci con attività serotoninergica: questi agenti (ad esempio oppioidi derivati della fenilpiperidina – petidina, tramadolo, metadone, fentanildestrometorfano, propossifene, buspirone, triptani, clorfenamina, iperico, blu di metilene) se associati a venlafaxina possono aumentare il rischio di tossicità serotoninica. Si rende perciò necessario monitorare segni e sintomi di tossicità, soprattutto nel periodo iniziale dell'eventuale associazione terapeutica e ogni volta che si rende necessario modificare il dosaggio dei farmaci.

Gravidanza e allattamento[modifica | modifica sorgente]

La depressione può arrivare a colpire fino al 20% delle donne in stato di gravidanza e da molti studiosi è stata associata a ritardo di crescita uterina e a basso peso alla nascita. La depressione materna non trattata può inoltre alterare il rapporto madre-neonato per la scarsa capacità genitoriale mostrata dalla madre. È in ogni caso necessario valutare attentamente che i benefici attesi siano superiori ai possibili rischi prima di somministrare venlafaxina in donne in gravidanza. L'esposizione al farmaco durante la gravidanza non sembra determinare un aumento del rischio di malformazioni maggiori rispetto al rischio stimato per la popolazione generale (pari a circa 1-3%).[8] L'esposizione agli inibitori della ricaptazione della serotonina (SSRI) ed agli inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina (SNRI) durante il terzo trimestre di gravidanza può provocare nel neonato la comparsa della sindrome da astinenza. Il corteo sintomatologico di questa sindrome astinenzale comprende: agitazione, irritabilità, ipotonia o ipertonia, iperriflessia, sonnolenza, problemi nella suzione e pianto persistente. Più raramente è possibile si manifestino ipoglicemia, difficoltà respiratoria, anomalie della termoregolazione, convulsioni. Nel caso si sviluppino gravi complicazioni è possibile che i neonati richiedano alimentazione artificiale, supporto respiratorio oppure un prolungato periodo di ospedalizzazione.

Avvertenze[modifica | modifica sorgente]

Sindrome serotoninergica: tutti i farmaci che inibiscono la ricaptazione della serotonina o la sua degradazione a livello recettoriale possono causare sindrome serotoninergica, evento avverso raro ma potenzialmente pericoloso per la vita. L'associazione con farmaci ad attività serotoninergica aumenta il rischio di manifestare questa sindrome i cui sintomi possono comprendere: alterato Stato mentale, febbre, agitazione, tremori, mioclono, iperreflessia, atassia, incordinazione, diaforesi, brividi e sintomi gastrointestinali. Raramente sono stati anche osservati aumento del conteggio dei globuli bianchi, della creatinfosfochinasi, delle transaminasi epatiche o diminuzione del bicarbonato sierico, coagulazione intravascolare disseminata, mioglobinemia e insufficienza renale. Le manifestazioni cliniche non correlano con la concentrazione ematica di serotonina perché quello che conta è la sua concentrazione a livello della terminazione nervosa. Il trattamento della sindrome serotoninergica prevede sedazione, raffreddamento esterno, somministrazione di farmaci antiepilettici e antipertensivi[5].. Somministrazione a stomaco pieno: la somministrazione di venlafaxina dopo i pasti riduce l'incidenza di nausea e vomito[5].

Nefropatici: diminuire la dose del 25-50% in caso di pazienti con ridotta funzionalità renale (velocità di filtrazione glomerulare compresa fra 10-70 ml/min). In caso di dialisi somministrare il farmaco dopo la seduta dialitica. Nei pazienti con grave insufficienza renale l'uso del farmaco richiede estrema cautela[5].

Epatopatici: diminuire la dose del 50% in caso di insufficienza epatica moderata. In caso di insufficienza epatica grave la venlafaxina non è raccomandata[5].

Mania/ipomania: somministrare con cautela venlafaxina in pazienti con anamnesi di mania, perché il farmaco potrebbe favorirne la recidiva. Negli studi clinici in cui la venlafaxina è stata somministrata per il trattamento del disturbo depressivo maggiore, viraggi di mania/ipomania si sono verificati nello 0,3% dei pazienti[5].

Terapia elettroconvulsivante: sono disponibili dati di letteratura limitati relativi alla somministrazione di venlafaxina in associazione alla terapia elettroconvulsivante[5].

Blefarospasmo tardivo: monitorare movimenti cronici e involontari delle palpebre e dei muscoli orbicolari. La venlafaxina infatti è stata associata a comparsa di blefarospasmo tardivo[9].

Variazioni ponderali: negli studi clinici sono state osservate riduzioni di peso corporeo (< 1 kg) nei primi 5 mesi di terapia, seguiti da aumenti ponderali nel periodo seguente (8º-26º mese di trattamento) fino a 2,5 kg. L'incremento medio del peso corporeo osservato a fine trattamento è stato di 0,3 kg (lieve variazione ponderale). Negli studi clinici i pazienti che hanno sperimentato variazioni di peso farmaco-indotte sono stati </= 7%. Perdita di peso è stata osservata anche in pazienti pediatrici (6-17 anni) trattati con venlafaxina a rilascio prolungato per disturbo depressivo maggiore (DMM), andia generalizzata (GAD) e ansia sociale. Negli studi clinici, perdite di peso di circa il 3,5% sono state riscontrate fino al 18% vs 3,5% rispettivamente nei pazienti trattati con il farmaco o il placebo in caso di DMM e GAD e fino al 47% vs 14% dei pazienti trattati con il farmaco o il placebo in caso ansia sociale. Nei bambini di età inferiore ai 12 anni la differenza fra peso stimato e peso effettivo è risultata più pronunciata rispetto a quella riscontrata nei pazienti pediatrici di età maggiore[5].

Farmacodipendenza e abuso: la venlafaxina non possiede affinità per i recettori degli oppiacei, delle benzodiazepine, della fenciclidina o dell'acido N-metil-D-aspartico (NMDA). Gli studi clinici non hanno messo in evidenza comportamenti di farmacodipendenza, sviluppo di tolleranza o aumenti di dosaggio nel tempo[5].

Lattosio: la presenza di lattosio fra gli eccipienti delle forme farmaceutiche contenenti venlafaxina non rappresenta una controindicazione per i pazienti con intolleranza su base ereditaria al galattosio, con deficit della Lapp lattasi o malassorbimento di glucosio-galattosio. Perché infatti il lattosio possa indurre i sintomi da intolleranza (principalmente diarrea) deve raggiungere quantità dell'ordine di 12-18 grammi, equivalenti a 250-350 ml di latte. Particolare attenzione deve essere posta nel caso in cui il paziente rientri nella categoria dei “superallergici” e il lattosio contenuto come eccipiente non sia di origine sintetica ma estratto dal latte. In questo caso infatti il lattosio potrebbe avere piccolissime tracce di proteine del latte potenzialmente riconoscibili dai soggetti “superallergici” e scatenare una reazione da ipersensibilità (le proteine del latte danno allergia, reazione immunomediata; gli zuccheri del latte danno intolleranza, reazione non immunomediata)[5].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ WE. Meijer, ER. Heerdink; WA. Nolen; RM. Herings; HG. Leufkens; AC. Egberts, Association of risk of abnormal bleeding with degree of serotonin reuptake inhibition by antidepressants. in Arch Intern Med, vol. 164, nº 21, novembre 2004, pp. 2367-70, DOI:10.1001/archinte.164.21.2367, PMID 15557417.
  2. ^ FJ. de Abajo, LA. Rodríguez; D. Montero, Association between selective serotonin reuptake inhibitors and upper gastrointestinal bleeding: population based case-control study. in BMJ, vol. 319, nº 7217, ottobre 1999, pp. 1106-9, PMID 10531103.
  3. ^ Patron C. Ferrier I.N., BMJ, 2005, 334, 529
  4. ^ Tiihonen J, Lönnqvist J, Wahlbeck K, Klaukka T, Tanskanen A, Haukka J, Antidepressants and the risk of suicide, attempted suicide, and overall mortality in a nationwide cohort in Arch. Gen. Psychiatry, vol. 63, nº 12, 2006, pp. 1358-67, DOI:10.1001/archpsyc.63.12.1358, PMID 17146010.
  5. ^ a b c d e f g h i j Pharmamedix: Venlafaxina Venlafaxina - Avvertenze (Pharmamedix)
  6. ^ Expertise Collective Inserm, Les édition Inserm: Paris; 2003
  7. ^ Trenque T. et al., Pharmacoepidemiol. Drug Safety, 2002, 11, 281
  8. ^ A. Einarson, B. Fatoye; M. Sarkar; SV. Lavigne; J. Brochu; C. Chambers; P. Mastroiacovo; A. Addis; D. Matsui; L. Schuler; TR. Einarson, Pregnancy outcome following gestational exposure to venlafaxine: a multicenter prospective controlled study. in Am J Psychiatry, vol. 158, nº 10, ottobre 2001, pp. 1728-30, PMID 11579012.
  9. ^ Lee Y. et al., Prog. Neuropsychopharmacol. Biol. Psychiatry, 2007, 31, 1139g

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