Varietà linguistiche in Italia

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Lo Stato italiano, nel suo insieme, comprende tantissime comunità alloglotte rispetto alla lingua italiana, difficili da classificare e analizzare. Questo panorama rappresenta uno dei casi molto complessi di tutto il vasto e articolato panorama delle nazioni dell'Europa occidentale. L'unione dell'Italia dal punto di vista linguistico è stato, infatti, un processo molto lento e difficile, come d'altra parte la costituzione dello stato e oggi ancora largamente incompleta, così che in Italia, più che in altri Stati dell'Europa occidentale, rimangono vive, anche se non sempre in vista, numerose situazioni di grande differenza etnico-linguistica più o meno accentuata rispetto alla lingua italiana.

La resistenza di parlate italo-romanze rimaste in parte escluse dall'integrazione linguistica che si è accelerata con l'unificazione politica dell'Italia, quando la popolazione dello stato appena costituito era composta da un gran numero di minoranze linguisticheFrase monca e priva della proposizione principale[non chiaro]; a queste sopravvivenze, solitamente chiamate dialetti, che possono essere considerate oggi i resti di un processo di costituzione di una comunità nazionale di lingua italiana, si devono aggiungere alcune lingue di altre nazioni europee e che nel territorio italiano hanno creato dei territori etnico-linguistici a tuttora presenti in Italia.

Classi linguistiche[modifica | modifica wikitesto]

Una giusta classificazione di questi casi, così diversi l'uno dall'altro, e gli altri ancora che si hanno sul territorio italiano, sembra molto difficile. Una possibile e semplice sistemazione potrebbe comprendere almeno tre classi di situazioni linguistiche che, per la loro importanza, si distinguono con ampia visibilità su tutto il territorio linguistico nazionale.

La prima classe è quella delle parlate italo-romanze che non si sono integrate nel processo iniziato nel secolo scorso, e che hanno mantenuto con evidenza la loro originalità e la loro forza espressiva anche a contatto con la lingua imposta come nazionale. È il caso del sardo, dell'occitano, del franco provenzale; del friulano e del ladino dolomitico. A questo si aggiunge anche qualcuna delle parlate definite come dialetti italiani(veneto, siciliano, romagnolo, napoletano), ancora oggi largamente utilizzati in una svariata quantità di situazioni.

Le varie lingue parlate in Italia

Classi e differenziazione tra lingua e dialetto[modifica | modifica wikitesto]

Questo grande squilibrio non porterebbe sicuramente a chiarire il problema dei casi di diversità linguistica italiani. Quello che conta è osservare, su un piano sociale e non letterario, che alcune almeno delle originarie parlate romanze hanno mantenuto fino ad oggi un valore di identificazione etnica che non è negabile e che porterebbe maggiore spirito di aggregazione alle comunità non integrate. È questa permanenza dell'identità etnica, che si basa su forme di espressioni culturali che comprendono e trovano una particolare forza nel momento della comunicazione parlata e scritta. Così l’isolamento dei sardi, non solo fisico, ma anche storico, economico e psicologico, ha certamente contribuito al mantenimento della parlata sarda e della identità etnica del popolo sardo; o la posizione marginale o emarginata del Friuli ha contribuito a dare ai friulani quella precisa fisionomia culturale ed espressiva che sta alla base della loro autonomia etnica. Alcune di queste comunità hanno una vasta estensione spaziale e dunque controllano in modo preciso il territorio in cui sono collocate (è il caso dei sardi e dei friulani), mentre altre sono arroccate in spazi più piccoli e isolati (comunità ladine nelle valli dolomitiche).

La seconda classe è quella delle comunità giunte in vari momenti dall’estero in territorio italiano e che, sistematesi in piccoli ambiti spaziali, hanno mantenuto la loro identità culturale e religiosa come ad esempio i grecani che nonostante si trovano immersi in un ambiente italiano, continuano ad avere una propria lingua e una propria cultura.

Queste piccole comunità sono di vario tipo. È di parlata romanza quella dei catalani di Alghero, mentre le altre appartengono a famiglie linguistiche molto differenti.

La conca di Sappada

In diversi momenti della storia tutta una serie di piccole comunità germaniche si è sistemata in territorio italiano, trovando spazi per una autonomia culturale sempre accettata e rispettata in modo da consentire a esse forme di vita e di organizzazione sociale ed economica molto simili a quelle dei territori di provenienza. Così i walser del monte Rosa, i mocheni del Trentino, i cimbri di Asiago, i tedeschi della conca di Sappada hanno potuto conservare fino ad ora le loro parlate germaniche e le tradizioni originarie.

Nell’Italia meridionale si sono insediate comunità di lingua croata, albanese e greca in piccoli territori e quindi rimaste sempre in posizione di difesa, avvantaggiate in questo dall’arretratezza e dall'evoluzione molto bassa delle comunità circostanti.

Infine la terza classe di gruppi alloglotti è quella rappresentata dalle comunità che, per effetto di recenti modifiche di confine, si trovano in minoranza in Italia. Si tratta delle minoranze nazionali tedesche e slovene, venute a trovarsi in un territorio italiano per effetto dei cambiamenti dei confini dopo la pace di Versailles; esse hanno mantenuto la loro coscienza nazionale originaria, la loro lingua, la loro cultura ed in quanto minoranze di nazioni confinanti, sono tutelate da accordi di diritto internazionale. Questo è soltanto uno dei possibili modi per classificare le diverse situazioni minoritarie presenti in Italia.

Tutela delle lingue minoritarie[modifica | modifica wikitesto]

È una classificazione non solo morfologica, ma basata piuttosto sulle qualità maggiormente in evidenza e interne di ciascun gruppo. Il problema della tutela delle realtà alloglotte in territorio italiano è abbastanza recente, in quanto lo Stato liberal-nazionale prima e quello nazional-fascista poi non ammettevano che si potessero valorizzare quell’espressioni delle culture locali che contraddicevano la cultura e la lingua ufficiali (nazionali). Con l'avvento della costituzione invece, si sono fatti passi in avanti in difesa delle minoranze ma non sono ancora del tutto chiare le posizioni che esse debbano avere all'interno dell'Italia unita.

Provvedimenti legislativi[modifica | modifica wikitesto]

Il primo provvedimento legislativo di portata generale che prenda in considerazione il problema della tutela delle comunità alloglotte italiane è l’art. 6 della costituzione entrato in vigore dal 1 gennaio 1948, col quale lo stato assume l’obbligo di tutelare le minoranze linguistiche. Inoltre la Costituzione italiana ha introdotto l’ordinamento regionale, dando ad alcune regioni( Sardegna, Valle d'Aosta, Trentino Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia ma non in Sicilia ) una capacità legislativa anche per alcuni aspetti riguardanti le culture locali; ma non è stato ancora chiarito completamente il problema se la tutela delle lingue minoritarie possa essere attuato con norme legislative regionali(art.6), oppure se questa sia materia di competenza esclusiva del Parlamento nazionale. Tuttavia nonostante una legge dovrebbe occuparsi delle comunità alloglotte, ciò non si verifica e le piccole comunità rimangono senza un'identità ben definita.

Difficoltà nella salvaguardia delle forme linguistiche[modifica | modifica wikitesto]

La prima difficoltà deriva dall'origine stessa dello Stato Italiano. Il processo di unificazione nazionale, cioè lo sforzo di fondere in un insieme coerente tutte le realtà politiche dell’area italiana del secolo scorso, è avvenuta all'insegna del nazionalismo. L'idea di nazione italiana era niente altro che un insieme di ipotesi e ideali, basata sulla supposizione che tutti gli italiani parlassero un’unica lingua e condividessero eguali culture.

Nel primo censimento dell'appena unificato regno d'Italia, rivelò che la realtà era ben diversa in quanto solo il 10% della popolazione parlava correttamente italiano. Lo Stato liberale si sforzò così in tutti i modi di combattere i “dialetti” in quanto motivo di separazione e quindi di pericolo per l’integrità dello stato. Della mentalità assolutista del tempo, abbiamo tracce molto note anche ai giorni nostri. Ne consegue che un'impostazione corretta del problema della tutela incontra sempre ostilità e chi cerca di fare un ragionamento su questo tema trova sempre chi lo dipinge come un separatista e un anti-italiano.

Un altro ostacolo deriva dal modo in cui viene affrontato il problema. Delle comunità linguistiche minori si sono interessati, negli ultimi anni, non solo glottologi e dialettologi, ma anche sociologi, economisti, giornalisti, psicologi e naturalmente politici. Ultima ma non meno importante difficoltà nasce dal fatto che non sia chiaro se si debba tutelare la lingua madre del luogo (Dialetto) oppure se si debba cancellarlo definitivamente con la lingua riconosciuta dallo Stato. Un esempio può essere quello della giustezza nel tutelare il franco-provenzale o invece il francese, o le forme slovene delle valli del Natisone e della valle di Resia oppure lo sloveno di Lubiana.

La difesa del patrimonio culturale e storico, il desiderio di mantenere la propria identità sociale, la paura di essere eliminati come collettività, il desiderio di difendere, anche attraverso la lingua, la funzionalità di un certo modello economico, la possibilità di diventare autonomi politicamente e geograficamente, la volontà di distinguersi in qualche modo da una comunità considerata inferiore, sono tutti motivi che servono a giustificare la richiesta di tutela. Tale richiesta viene sempre fatta tirando in ballo eventi catastrofici e disonorevoli per l'umanità come il genocidio e la colonizzazione interna.

Nuovi modelli di lingue e culture minoritarie[modifica | modifica wikitesto]

La scomparsa delle lingue minoritarie non è più imputabile ad un concetto di repressione sociale, bensì alla modifica dei nostri modi di vivere che rendono quasi impossibile la difesa di queste parlate locali, specie nei territori minormente estesi. Nel tempo si è potuto verificare che anche la lingua italiana ha avuto un attacco molto forte alle proprie radici da parte della lingua inglese; sempre più termini inglesi sostituiscono termini italiani sia nelle parlate che nello scrivere della vita di tutti i giorni.

Isole linguistiche[modifica | modifica wikitesto]

Comunità ladine in Italia

Oggi le numerose “isole linguistiche” presenti nell'Italia meridionale, sono sempre più a rischio. Gli insediamenti dove oggi vivono persone ancora parlanti la lingua albanese, anche se solamente ai livelli sociali più ristretti, sono più di venti, distribuiti in Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia, ma sono tutti di piccolissime dimensioni (uno o pochi centri abitati) e sono completamente isolati l'uno dall'altro; i croati sono presenti in alcuni comuni del Molise; i greci abitano ormai solamente in due piccole aree in Puglia e Calabria, mentre in provincia di Cosenza, sopravvive ancora una comunità occitanica; in Puglia una comunità franco-provenzale e in Sardegna, ad Alghero, una comunità catalana.

Questi gruppi etnici si sono sempre basati su un'economia agricola e pastorale e lo sviluppo delle proprie terre, le ha messe in serio pericolo. La massiccia emigrazione verso le aree forti del paese, i nuovi modi di produrre e vendere, i grandi circuiti della distribuzione e il turismo hanno creato negli ultimi anni più danni al patrimonio culturale di questi gruppi che tutte le politiche di italianizzazione dei decenni precedenti. Il turismo è dunque la principale e inarrestabile causa che sta portando le piccole etnie ad una rapida scomparsa. Così anche le comunità minori del settentrione, come gli occitanici piemontesi, i walser della Valle d’Aosta e del Piemonte, i mocheni del Trentino, i cimbri del Veneto, i tedeschi dell’alta valle del Piave e della Carnia, gli sloveni del Friuli orientale, riescono con fatica a mantenere in qualche modo una loro identità culturale perché sono costantemente attaccate dal problema del dovere per forza essere economicamente amalgamate all'interno dell'economia statale.

In questi territori infatti c’è tutto un fiorire di gruppi folcloristici (quasi sempre più attenti alla spettacolarità che al rispetto delle tradizioni), di piccoli musei etnografici (in genere affidati più alla buona volontà di qualche cultore locale che alla scienza museologica e a una organica politica culturale), di premi letterari nella lingua locale, ma senza che il processo di alienazione culturale linguistica mostri segni di rallentamento.

Più facile è la vita culturale delle comunità ladine delle Dolomiti; quelle della provincia di Bolzano hanno gli stessi diritti che tutelano i gruppi italiano e austriaco, mentre quella della provincia di Trento è tutelata da norme particolari. Per quanto riguarda invece la comunità sarda e quella friulana, la situazione non è favorita ne da norme legislative o dello stato ma piuttosto dall’ampiezza territoriale e numerica delle comunità stesse e dalla forte impronta che le loro lingue hanno dato e continuano a dare al sentimento di individualità proprio di queste due terre di confine.

Legame popolazione lingua[modifica | modifica wikitesto]

La popolazione sarda (oggi più di un milione e mezzo di persone sono in grado di parlare sardo) è un esempio che rappresenta benissimo il legame tra la lingua popolazione e il suo patrimonio culturale, perché la lingua sarda è ancora in grado di esprimere perfettamente concetti, trasportare informazioni, rappresentare sentimenti e problemi della vita di oggi. Anche se il processo di industrializzazione avvenuto negli anni settanta e l’economia turistica aumentata in modo smisurato (interessa in forma massiccia solo alcune zone dell’isola) hanno intaccato in parte il modo di comportarsi e le tradizioni dei sardi,che quindi usano la lingua per mantenere le radici del popolo che sono profondamente radicate nella vita di tutta la popolazione isolana: la religiosità popolare, l’economia agricola e pastorale, i legami familiari, i rapporti sociali, le espressioni artistiche più semplici (come la musica popolare e il ballo) prendono dalla lingua sarda una forza straordinaria, che i mezzi di comunicazione di massa e i modelli di vita importati dal continente non sono ancora riusciti completamente ad intaccare.

La sopravvivenza della lingua sarda e quindi legata a tutti modi di pensare della popolazione stessa, basati su valori solidi e radicati nel tempo sull’isola riuscendo a poter sopravvivere anche in una società che abbia modelli molto differenti e nel suo panorama.

Il friulano[modifica | modifica wikitesto]

Comunità friulana in Italia

Con il caso precedente si paragona quello del friulano. Lingua di una società strettamente vicina alla terra, nonostante abbia subito molte migrazioni e invasioni per cause di carattere geografico, dovute alla sua collocazione creando discussioni sui confini e politiche che hanno portato i nativi friulani a spostarsi e quindi a spostare anche la loro lingua in (Africa meridionale, America e Australia). Da questi eventi si vede la forza e il radicamento del friulano, rivelata anche quando l’intenso processo di industrializzazione e di urbanizzazione che ha interessato la pianura Padana a partire dagli anni Sessanta ha toccato anche questa regione.

I circa 700.000 abitanti che parlano friulano hanno infatti modificato di poco o nulla il loro comportamento linguistico, pur cambiando tipo di vita e di abitare odierni diversificati molto rispetto anche agli stili che erano in passato nelle vite dei contadini tradizionali. Oggi il Friuli riesce ancora ad evitare il processo di assorbimento delle lingue di popolazioni alloglotte minori, riuscendo ad imporsi parlando friulano in modo spontaneo, naturale anche in situazioni complesse della vita di tutti i giorni dei cittadini che vivono in un’economia che impone grande capacità di adattamento nella vita contemporanea.

Tutela e cambiamenti[modifica | modifica wikitesto]

Trenta anni circa di cambiamento radicale di stile di vita e modi di pensare e di vivere agglomerando tutti ma soprattutto indebolendo le parti più deboli della parlata e della cultura di queste: in tutti i casi la sensazione, anche interiore, del pericolo di perdere una parte importante della propria individualità spinge i componenti delle comunità alloglotte a una serie di reazioni, che reagiscono in modo proprio anche con richieste politiche per cercare di evitare una perdita incapace di rimanergli indifferente. Molto spesso la popolazione cerca di usare petizioni di debole efficacia e di scarsa razionalità perché le richieste che vengono poste non sono coerenti con gli obiettivi che si vogliono raggiungere o sono del tutto ininfluenti rispetto hai problemi di altro genere che deve affrontare chi tutela la salvaguardia di tutte le minoranze. Motivi che possono giustificare una forma ufficiale di tutela sono soltanto due, e sono importantissimi. Il primo è che, se anche le cose vanno fatalmente nella direzione di una generale unione,globalizzazione, di tante culture quindi anche della nostra bisogna cercare di salvare il più possibile del nostro patrimonio culturale “minore” e di rallentare in qualche modo questo processo pur senza lasciare arretrato lo sviluppo delle tecnologie. Il secondo motivo inizia dall’infanzia, specie nei bambini, perché l’apprendimento della cultura locale, è importantissimo per mantenere forte le radici di cultura, usi e costumi di una comunità Non modificato

Tutela delle minoranze tedesca e slovena e la Valle d'Aosta[modifica | modifica wikitesto]

Per quanto riguarda la tutela delle comunità etniche che sono anche minoranze nazionali, vi sono difficoltà di natura politica e giuridica di grande rilevanza. Bisogna ricordare che questa distinzione (fra comunità etnica e minoranza nazionale) non viene da tutti accettata. Ma è evidente che una minoranza nazionale deve godere di diritti di tipo diverso di quelli propri di una comunità etnica e, di norma, questi diritti sono definiti da trattati internazionali.

Così le due minoranze nazionali presenti in Italia a seguito della modifica di confini (minoranza tedesca alto-atesina entrata a far parte dell’Italia insieme alla minoranza slovena) sono tutelate la prima dall’accordo De Gasperi-Gruber del 5 settembre 1946 e da tutti i provvedimenti successivi, e la seconda dal Trattato di pace del 1947. Ma mentre per la tutela della minoranza tedesca alto-atesina il problema è stato chiuso nel 1992 col definitivo riconoscimento da parte del governo della Repubblica austriaca dell’attuazione da parte italiana degli impegni presi in sede internazionale, per quanto riguarda la tutela della minoranza nazionale slovena (problema riguardante la tutela della minoranza italiana rimasta nella ex repubblica iugoslava) non c’è mai stata una formale dichiarazione di soddisfazione dalla parte interessata. Infine un caso del tutto particolare è quello che riguarda gli abitanti della Regione autonoma della Valle d’Aosta. Questa regione di montagna, con i territori vicini, nei secoli scorsi ha sempre utilizzato, a ogni livello di comunicazione, la parlata franco-provenzale.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • G.B. Pellegrini, Carta dei dialetti d'Italia, 1977.
  • AA.VV, Le minoranze etnico-linguistiche in Europa. Tra stato nazionale e cittadinanza democratica, Ed. CEDAM, 2009.
  • Toso Fiorenzo, Le minoranze linguistiche in Italia, Ed. Mulino, 2008.
  • AA.VV, Minoranze linguistiche. Prospettive, strumenti, territori, Carocci, 2007.
  • Luzzatto Guido L. - Franco Angeli, Le minoranze linguistiche. Il caso del Tirolo meridionale, Ed. Luzzato, 2004.
  • Napoletano Domenico, Is mnimosinon, Il coscile, 1999.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]