Vanity Fair (rivista)

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Vanity Fair
Logo di Vanity Fair
Periodicità settimanale
Formato magazine
Fondazione 2003
Sede Milano
Editore Edizioni Condé Nast S.p.A.
Direttore Italia Luca Dini
Condirettore Italia Cristina Lucchini
Vicedirettore Italia Antonella Bussi
Redattore capo Italia Roberto Delera
ISSN 1723667
Sito web www.vanityfair.it
 

Vanity Fair è un periodico di costume, cultura, moda e politica, dal 2003 edizione italiana di una delle diverse riviste in lingua inglese, Vanity Fair nato negli Stati Uniti d'America nel 1983 e poi pubblicato in Spagna e per due anni anche in Germania, dalle Edizioni Condé Nast S.p.A.
Col nome "Vanity Fair" si indicava un luogo immaginario governato da Belzebù nel libro di John Bunyan, Pilgrim's Progress. Successivamente l'uso di questa espressione si è rifatto al noto romanzo omonimo di William Makepeace Thackeray.

La storia delle riviste statunitensi[modifica | modifica sorgente]

Nascita successo e crisi: Vanity Fair, USA 1913-1936[modifica | modifica sorgente]

Una delle riviste denominate Vanity Fair inizia le sue pubblicazioni nel 1913, anno in cui l'imprenditore Condé Nast acquista la rivista di moda maschile Dress, rinominandola Dress and Vanity Fair. L'anno successivo, dopo un breve periodo di inattività, la rivista venne rilanciata diventando nota col suo titolo attuale. Si dice che siano stati pagati 3.000 dollari per i diritti di utilizzo del nome "Vanity Fair" negli Stati Uniti ma non si sa se i diritti fossero detenuti in precedenza da una precedente rivista inglese o da altri.

La pubblicazione divenne subito un grosso successo commerciale, soprattutto sotto la direzione di Frank Crowninshield, attirando un numero elevato di investitori: nel 1915 arrivò a risultare la rivista col maggior numero di pagine pubblicitarie negli Stati Uniti.

Nel 1919 Robert Benchley viene nominato caporedattore. Quest'ultimo chiama Dorothy Parker, scrittrice e poetessa di nota firma di Vogue come responsabile della sezione spettacolo. La Parker assumerà poi il futuro drammaturgo Robert E. Sherwood. Il trio fu anche originariamente membro della famigerata tavola rotonda dell'Algonquin, circolo di scrittori, poeti e giornalisti soliti riunirsi all'Algonquin Hotel di Manhattan nello stesso palazzo della 44ª strada sede degli uffici della Condè Nast.

Fra i suoi collaboratori dell'epoca furono autori importanti come Aldous Huxley, T.S. Eliot, Thomas Wolfe, P.G. Wodehouse e Gertrude Stein, recensioni teatrali della Parker e fotografie di Edward Steichen.

Clare Boothe Luce diventa direttore per qualche tempo. Queste firme resero Vanity Fair molto popolare fra gli appartenenti della classe borghese americana, rivaleggiando con il New Yorker.

Questo successo non le permise però di sfuggire agli effetti della Grande Depressione: a seguito del calo di vendite, nel 1936 Vanity Fair venne assorbito da Vogue e cessò di essere pubblicato.

Vanity Fair 1913-1936 - Galleria di foto[modifica | modifica sorgente]

Vanity Fair, USA 1983[modifica | modifica sorgente]

La rivista assume la sua attuale forma dagli anni ottanta grazie a un rilancio promosso dal proprietario della Condè Nast in persona, il celeberrimo Si Newhouse, e grazie alla direzione di giornalista britannica Tina Brown, dal 1984 al 1992 e di Graydon Carter dal 1992 ad oggi.

Vanta firme quali quelle di Sebastian Junger, Michael Wolff, Christopher Hitchens, Dominick Dunne, e Maureen Orth e scatti dei migliori fotografi del mondo, come Bruce Weber, Annie Leibovitz, Mario Testino e, più tardi, anche di Herb Ritts, che hanno fornito alla rivista innumerevoli copertine e portraits di tutte le star del momento.

Oltre ad alcuni casi di foto controverse, la rivista è nota anche per i suoi articoli di qualità. Nel 1996 la giornalista Marie Brenner scrisse un articolo di denuncia sull'industria del tabacco intitolato "The Man Who Knew Too Much" (L'uomo che sapeva troppo); dall'articolo fu poi tratto il film Insider - Dietro la verità (1999), con Al Pacino e Russell Crowe. Inoltre, la rivista rivelò, nel maggio 2005, cioè dopo più di trenta anni di mistero, il nome della persona che informò il Washington Post dello scandalo Watergate, W. Mark Felt. Sono state pubblicate molte interviste di celebrità, come quella di Jennifer Aniston dopo il divorzio da Brad Pitt, che fece di quel numero della rivista il più venduto della storia di Vanity Fair. Anderson Cooper parlò della morte di suo fratello, mentre Martha Stewart diede l'esclusiva a Vanity Fair subito dopo l'uscita dalla prigione. Cercando di mantenere il collegamento con Hollywood e la cultura pop americana, Vanity Fair organizza un esclusivo party in occasione degli Academy Awards al ristorante Morton's. Inoltre, l'annuale numero dedicato a Hollywood raccoglie le foto delle nomination agli Academy Award.

Il successo della rivista è diventato "case study" del libro di Toby Young, How to Lose Friends and Alienate People (Come perdere gli amici e alienare le persone).

Il direttore attuale è Graydon Carter.

Polemiche[modifica | modifica sorgente]

Il numero di aprile 1999 mostrava l'attore Mike Myers vestito come una divinità indù in una foto di David LaChapelle: dopo le critiche sia il fotografo sia la rivista si sono scusati.[1] Altre copertine contestate furono quella di marzo 2006 (Keira Knightley e Scarlett Johansson nude insieme a Tom Ford vestito - foto di Annie Leibovitz) e quella di dicembre 2006 (Brad Pitt in boxer bianchi; l'attore dichiarò che non pensava sarebbe stata pubblicata in copertina). Nel 2005, Vanity Fair fu ritenuto colpevole in una causa mossagli dal regista Roman Polanski per aver pubblicato un articolo in cui si sosteneva che Polanski avesse fatto avance a una giovane modella dicendole che l'avrebbe resa la nuova Sharon Tate (di cui lui era vedovo); venne dimostrato che l'accusa era infondata.[2]

Vanity Fair, edizione italiana[modifica | modifica sorgente]

La prima edizione italiana di Vanity Fair fu creata e diretta nel 1990 da Paolo Pietroni (che per la Condè Nast creò anche Myster, con Carlo Palumbo come condirettore). Il mensile fu chiuso dopo meno di due anni e riapparve, come settimanale, nel 2003. La rivista ha in veste di direttore Luca Dini e vanta grandi firme del giornalismo italiano attuale. Nell' angolo della posta, celebre rubrica nella pagina finale della rivista, collabora, esclusivamente con opinioni in forma di risposte alle lettrici, la grande cantante Mina, definita qui la più imprendibile delle star italiane.

Altre edizioni[modifica | modifica sorgente]

Nel febbraio 2007 è uscito il primo numero dell'edizione tedesca di Vanity Fair che ha, poi, cessato le pubblicazioni nel febbraio 2009. Nel settembre 2008 è uscito il primo numero dell'edizione spagnola di Vanity Fair.
Nel 2013 esce anche l'edizione francese di "Vanity Fair". A differenza dell'edizione italiana, negli altri paesi Vanity Fair esce una volta al mese.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ SAJA Vanity Fair article, 9 June, 2000
  2. ^ How I spent my summer vacation in London being sued by Roman Polanski — and what I learned about "solicitors," pub food, and the British chattering class, di Graydon Carter, Vanity Fair, 19 settembre 2005

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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