Utente:Ibrandelli/Friedrich Nietzsche in ''Apocalypse Now''

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La visione del mondo di Friedrich Nietzsche, e in particolare i suoi concetti di Morte di Dio e Oltreuomo, compaiono esemplificati in Apocalypse Now che, ispirato al libro Cuore di tenebra di Joseph Conrad, non è soltanto uno spettacolare film di guerra. La pellicola si dipana sotto lo sguardo critico del capitano dell’esercito americano Benjamin L. Willard, la cui veste di protagonista e narratore è utilizzata in modo tale che lui e lo spettatore progrediscano insieme nella valutazione dei fatti molto controversi che vengono raccontati.

Al capitano è stato affidato in segreto l’incarico di raggiungere e uccidere il colonnello Walter E. Kurtz che ha disertato e, ai confini tra Vietnam e Cambogia, combatte a modo suo al comando di una tribù di Montagnard. Mentre risale il fiume Nung a bordo di una piccola imbarcazione della marina, vari episodi sono per Willard l’ennesima conferma che sul teatro di guerra, in un mondo ormai privo di un orientamento morale definito, il rispetto formale delle regole spesso non risponde a principi etici sentiti da tutti, ma serve da copertura a comportamenti privi di qualsiasi senso di umanità.

Al contrario, l’attenta lettura del dossier fornitogli dai suoi superiori induce il capitano a concludere che Kurtz in genere capisce cosa realmente sia necessario fare, si prende la responsabilità di farlo e spesso la sua scelta è quella giusta, anche quando non è ortodossa. Il narratore apprezza questo modo di comportarsi e la simpatia sorge spontanea; tuttavia il metodo, una volta accettato, non può essere delimitato entro argini condivisi, e la sintonia cessa quando l’imbarcazione raggiunge l’accampamento di Kurtz: cadaveri appesi agli alberi, teste mozzate esposte bene in vista, il colonnello appare impazzito. In realtà Kurtz non è folle ma, disgustato dall’inconcludente falsità del vivere “civile”, ha elaborato proprie regole morali certamente discutibili, ma per molti versi preferibili a quelle ufficiali, e poco a poco indurrà Willard ad accettare la sua indifferenza a valori etici che considera morti.

La gaia scienza, di F. Nietzsche, 1887,

La morte di Dio[modifica | modifica sorgente]

Willard incontra gli elicotteri del 9° Reggimento Cavalleria dell’Aria che lo dovranno aiutare ad addentrarsi con la sua imbarcazione nel delta del fiume Nung mentre il potente reparto sta completando un’azione iniziata un’ora prima contro un villaggio, in cui pochi e male armati soldati nordvietnamiti si sono insediati tra la popolazione civile.
Una troupe televisiva fa le sue riprese tra gli attaccanti, preoccupandosi soltanto di gridare ai soldati di non guardare in macchina e comportarsi come se combattessero. Mentre la popolazione scappa terrorizzata tra esplosioni, incendi, morti e feriti, un altoparlante annuncia imperturbabile e stentoreo “…siamo qui per aiutarvi”. Il tenente colonnello Kilgore, comandante del reparto, passando vicino ad un soldato che riprende fiato seduto a terra, gli grida disinvolto “su con la vita, bello” e poco dopo, di fronte ad un gruppo di nemici uccisi si fa dare un mazzo di carte con lo stemma del reggimento stampato sul dorso e ne getta una su ciascun cadavere, tutte scartine, dicendo: “Non ce n’è uno che valga un fante”. “Così Charlie(il nemico) saprà chi è stato” spiega Willard ai marinai allibiti. Compare poi una lunga fila di donne e bambini feriti, in attesa di essere medicati dagli infermieri del reparto, mentre qualche fotografo riprende la scena. “Li facevano a brandelli, poi gli davano un cerotto. E più ne vedevo e più li odiavo, bugiardi”, dirà il capitano in seguito, riferendosi a casi simili.

Kilgore sembra per un attimo capace di un gesto di umana sensibilità quando soccorre un nemico che sta morendo “con le budella in mano” e implora un sorso d’acqua, ma se ne disinteressa repentinamente e lascia che l'acqua della sua borraccia finisca inutile a terra non appena viene a sapere una notizia che sinceramente lo entusiasma: uno dei marinai del piccolo galleggiante è un famoso campione di surf. “È un grande onore per me conoscerti…Mi piace finire presto e volare a Vung Dao per la bonaccia serale…” Routine giornaliera, dunque. Mentre sullo sfondo un carro armato ancora non ha finito di lanciare fiamme micidiali, utilizzando un piccolo altare da campo un cappellano recita la Santa Messa, con gli occhiali da sole addizionali sollevati sulla fronte: “Signore creatore del bene…preghiamo il Signore con fiducia…Padre nostro che sei nei cieli… sia fatta la tua volontà…” A conclusione dello scontro, “Kilgore si era organizzato una serata coi fiocchi. Avevano portato bistecche e birra cogli elicotteri…trasformando la zona di atterraggio in una festa sulla spiaggia. Aveva carisma. Faceva essere sicuri i suoi ragazzi: era chiaro che non si sarebbe fatto neanche un graffio qui”, commenta il capitano.

La seconda azione sotto il comando di Kilgore cui Willard partecipa è diretta contro un villaggio sul delta del fiume, un pericolo per il transito dell’imbarcazione perché “è il dominio di Charlie”, ma “ci sono onde fantastiche… alte quasi due metri… è il paradiso del surf”, dice il comandante. Qui avviene lo spettacolare attacco degli elicotteri che piombano sull’obbiettivo sparando a tutto volume con gli altoparlanti di bordo la Cavalcata delle Valchirie di Wagner per terrorizzare il nemico. Fuggono i bambini dalla loro scuola, fuggono i soldati, fuggono i civili, fuoco e fiamme dappertutto, i velivoli sprigionano una potenza distruttiva davvero terrificante. Ancora una volta lo scontro si sta risolvendo con la devastazione del piccolo centro posto sotto attacco ed una strage, per la maggior parte di civili innocenti, ma questi sono dettagli che non sembrano impensierire nessuno, men che tutti il tenente colonnello Kilgore, che dà l’impronta a tutta l’azione, muovendosi con spavalda disinvoltura sulla scena. Lui non ha tempo per porsi troppi dubbi sul bene o il male, ha altre preoccupazioni per la testa.
“Splendide… alte due metri… le onde…”, dice affascinato in quell’inferno mentre guarda il mare, “Lance, scommetto che non vedi l’ora di uscire” aggiunge poi rivolto al campione; ma laggiù, ai bordi della giungla c’è un mortaio che con i suoi colpi mette in pericolo chi è già in acqua. “Tra poco qui sarà tutto sgombro”, annuncia il comandante e dopo pochi minuti una lunga, spietata striscia di fiamme gli dà ragione. “Senti l’odore…senti come è buono…il napalm…niente altro al mondo ha un odore simile…Ricordo che una volta per dodici ore abbiamo bruciato un’intera collina, non c’erano più neanche i cadaveri, profumava come…come di vittoria”.
Ma il vento ha cambiato direzione e le onde si smorzano. “E’ questo cazzo di napalm”, grida questa volta contrariato Kilgore. E non ricomparirà più.
In lui non hanno mai fatto capolino perplessità, dolore, compassione, mai una remora morale, una venatura di pietà , di sincero orrore che in qualche modo stemperassero tante atrocità. Malgrado ciò il comportamento di questo ufficiale riflette in modo paradigmatico il disorientamento di una civiltà che, contro ogni evidenza, si crede fondata sulla solidarietà, la carità, la pietà: Dio è morto, ma uccidendo Dio, il sacro, la verità indubitabile, valida per tutti, l'uomo passo dopo passo ha eliminato quei valori che sono stati a fondamento di tutta la sua storia ed ha perso ogni punto di riferimento.

Il capitano Willard si avvicina a Kurtz[modifica | modifica sorgente]

Da subito, a bordo del natante che risalendo il Nung lo deve trasportare oltre il confine con la Cambogia, mentre si accinge a studiare il dossier sul colonnello disertore fornitogli dal generale Corman, Willard mostra le prime perplessità sui giudizi dei suoi superiori. “Se Kilgore fa la guerra in quel modo, mi domando perché mai ce l’abbiano tanto con Kurtz”. Poco dopo legge che quest’ultimo si era arruolato nei Berretti verdi quando aveva 38 anni, troppi per quella specialità, il più anziano del suo corso ne aveva la metà, oltre a ciò in quel corpo ci si ferma a colonnello: lui sapeva che stava rinunciando alla sua brillante carriera. Poteva diventare generale, anche capo di stato maggiore ed invece seguitò per la sua strada. “Più leggevo la sua storia e cominciavo a capirlo, più lo ammiravo” mormora Willard perplesso.
Nel 1967, da tenente colonnello al comando di un reparto operativo, Kurtz organizza un’azione di grande successo, ma senza alcuna autorizzazione: i suoi superiori vorrebbero farlo fuori per questo, ma la stampa lo viene a sapere ed allora lo promuovono colonnello. “Era uno con le palle”, commenta il capitano, e poco dopo aggiunge: ”Non c’era da meravigliarsi che Kurtz facesse rodere il culo ai suoi superiori…a capo della guerra c’era un gruppo di clown decorati…che avrebbero finito per dar via tutto il circo”.

Le decisioni prese (o non prese) in guerra hanno tempi, esiti, urgenze, rischi che è impossibile paragonare a quelli della normale vita del tempo di pace: il combattente ne è consapevole e deve assumersene la responsabilità. In una particolare occasione, tra le truppe al comando di Kurtz le pattuglie cadevano in sempre più frequenti imboscate, il reparto cominciava a disgregarsi. Dopo accurate indagini, il colonnello ordina l’esecuzione immediata, senza un regolare processo, di una donna e tre uomini vietnamiti; due sono alti ufficiali dell’esercito alleato. L’attività del nemico si riduce a zero. “Immagino che avesse ucciso le persone giuste”, osserva Willard.
L’esercito tentò di riportarlo alle regole, se si fosse adeguato avrebbero messo tutto a tacere…malsani; ma lui continuò… poi disertò e seguitò a vincere a capo di una tribù di Montagnard, un'etnia minoritaria vessata dai vicini più forti, e veniva obbedito ad ogni ordine, anche assurdo, come se fosse un dio. I vietcong ormai lo conoscevano e ne avevano paura. In una lettera al figlio, Kurtz non tenta di sottrarsi alle proprie responsabilità, ma difende con convinzione le sue idee ed il suo modo di combattere.

Al di là del bene e del male, di F. Nietzsche, 1886

“Sono stato accusato ufficialmente di omicidio dall’esercito. Le vittime erano quattro agenti vietnamiti che facevano il doppio gioco… ci sono voluti mesi per scoprirli e per raccogliere le prove… abbiamo agito da soldati….In guerra ci sono molti momenti per la compassione e la tenerezza…ci sono molti momenti per azioni spietate… nel quadro di questo conflitto le accuse sono completamente folli. In guerra a volte bisogna capire con chiarezza cosa va fatto e farlo. Io sono al di là della loro timida e falsa moralità ”.
Anche Willard obbedisce a questi stessi principi quando, visibilmente scosso, uccide con un colpo di pistola una ragazza, l’unica superstite di un sampam sottoposto a controllo, che era rimasta gravemente ferita: era impossibile curarla, trasportarla in una base degli alleati vietnamiti avrebbe ritardato la missione e ne avrebbe messo in pericolo la segretezza e sicurezza. In quel momento egli ritiene suo dovere di soldato porre in cima ad ogni priorità il compito affidatogli, e spara. “Quei ragazzi (l’equipaggio della barca) non mi avrebbero più guardato nello stesso modo, ma io sentivo di aver capito un paio di cose di Kurtz che non erano nel dossier”, pensa il capitano.

La separazione[modifica | modifica sorgente]

Quando l’imbarcazione raggiunge una città morta dispersa nella giungla che costeggia il fiume, dove hanno trovato sistemazione i ribelli, gli uomini dell’equipaggio cadono nello sconcerto di fronte ad uno spettacolo di una crudeltà efferata ed ingiustificabile. “Tutto mi diceva che Kurtz era impazzito... cadaveri dappertutto, nordvietnamiti, vietcong, cambogiani”: Willard sino ad ora è stato molto vicino alle posizioni di Kurtz, ma adesso non può più seguirlo.

Il fotoreporter[modifica | modifica sorgente]

Tuttavia i marinai sono appena sbarcati tra i Montagnard che, imprevedibile e stralunato, un americano, un fotoreporter free-lance che vive con i ribelli, riferendosi a Kurtz, ai cadaveri dei nemici appesi agli alberi, alle teste mozzate bene in vista, incredibilmente afferma: “Lui è un uomo buono, odia tutto questo. Quell’uomo mi ha aperto la vita, è un poeta guerriero, sa essere terribile, sa essere cattivo… e avere ragione. Lui lotta contro la guerra, è un grand’uomo. A volte esagera un po’, lui è il primo ad ammetterlo; dicono che è impazzito, ma non è vero”. Sarà interessante vedere come il giudizio di quest’uomo, apparentemente folle, sarà in buona parte condiviso dallo stesso narratore al termine della storia.

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Willard è convinto che il colonnello disertore sia impazzito, e non riesce a fargli cambiare idea neanche il colloquio diretto che ha con la sua futura vittima: mondi troppo diversi, logiche capovolte, valori troppo distanti li separano. K:“Ha mai riflettuto sulla vera libertà? Libertà dalle opinioni degli altri; persino dalla propria. Le hanno detto perché vogliono uccidermi?”. W: ”Mi hanno detto che lei era completamente pazzo ed i suoi metodi malsani”. K: “E lo sono?” W: “Non vedo metodo alcuno”. K: “Lei è un assassino?” W: “Io sono un soldato”. K: “Lei non è né l’uno né l’altro; lei è un garzone mandato dal droghiere ad incassare i sospesi”. Per il colonnello essere veramente liberi significa saper valutare senza passione anche i principi morali più consolidati, sia altrui che propri, ma comprende presto che il messaggio è troppo radicale per il suo interlocutore e che potrà toccarlo soltanto se sostenuto dalla concretezza dell’esperienza.

Il metodo Kurtz: parole e fatti[modifica | modifica sorgente]

Il capitano finisce imprigionato in una gabbia, in condizioni disumane. Kurtz, efficace e spregiudicato, d’ora in poi alternerà parole ed azioni concrete per chiarire chi egli sia veramente. Al termine della detenzione, attorniato da una moltitudine di bambini curiosi che hanno con lui la confidenza che si usa con un buon padre, egli legge al prigioniero, sfinito e demoralizzato, un articolo di “Time Magazine”, tutto propaganda e bugie, che termina affermando che nel Vietnam si respira un’aria più che positiva. In realtà gli U.S.A. stanno già perdendo la guerra. “Che aria si respira qui per lei soldato?“ chiede Kurtz: si comincia ad intuire che ha un suo metodo, e che lo segue con cura.

Willard aveva lasciato sulla barca un marinaio, con l’ordine di chiedere via radio l’intervento dell’aviazione se non fosse tornato entro otto ore; alla scadenza non arrivano i cacciabombardieri, ma il capo dei Montagnard getta la testa mozzata del povero soldato in grembo al suo comandante, che crolla in preda all’orrore. La scena è raccapricciante tuttavia, se la richiesta di intervento fosse partita, lo sarebbe stata ancora di più: forse gli aerei non sarebbero riusciti ad uccidere il loro bersaglio umano ma certamente avrebbero bruciato vivi tutti, o quasi, i Montagnard: uomini, donne, bambini. Questo è l’orrore della guerra. Tagliare la testa ad un nemico non è più crudele che bruciarlo vivo col napalm.
“Kurtz è attento, non perdona, quando lo ritiene necessario è spietato”, gridano i cadaveri appesi agli alberi e le teste mozzate. “I vietcong ormai lo conoscevano e ne avevano paura”, d’ora in poi la lezione vale anche per Willard. C’è metodo in tutto ciò.

Così parlò Zarathustra, di F. Nietzsche, 1883, Prima edizione

L’Oltreuomo (o Superuomo)[modifica | modifica sorgente]

Il colonnello a questo punto pensa che sia possibile spiegare in che modo sia arrivato a concepire un’idea della guerra tanto spietata. Quando era nelle forze speciali il suo reparto aveva vaccinato contro la poliomielite i bambini di un piccolo villaggio, ma i vietcong, sopraggiunti poco dopo la partenza degli americani, tagliarono ogni braccio vaccinato: un mucchio di piccole braccia. Lui pianse “come una povera nonna”.
“E poi capii. Poi capii che genio c’è in questo, che volontà ci vuole per fare questo. Cristallino, puro…e capii che erano più forti di noi perché sopportavano tutto ciò: non erano mostri. Erano addestrati. Avevano un cuore, famiglia, bambini, erano pieni di amore. Ma avevano avuto la forza di fare una cosa simile. Bisogna essere uomini con un senso morale e nello stesso tempo capaci di utilizzare il primordiale istinto omicida senza emozioni, passioni, senza giudicare: perché è il nostro giudicare che ci sconfigge”.

Secondo Kurtz è necessario procedere al di là delle convenzioni e dei pregiudizi che ci attanagliano, rendendo inutile ogni sacrificio e portando alla sconfitta; ma se l’efficacia richiede di saper essere spietati, bisogna tuttavia rimaner capaci di sentire orrore per ciò che la guerra rende inevitabile; il solo rispetto delle regole non rende più umano il combattimento, ma è quando si perde il senso morale dell’orrore, che si diventa disumani nel modo più terribile. “Non esistono parole per descrivere ciò che è necessario per coloro che non sanno cosa significhi l’orrore. Bisogna essere amici dell’orrore e del terrore morale, che sono tuoi amici. E se non lo sono, allora diventano nemici da temere”. Non sono le parole di un folle. Orrore e terrore morale sono tuoi amici, perché sono i soli che possono aiutarti a non perdere la tua umanità; e se non lo sono, se non lasci che ti guidino nel ridurre all’indispensabile la tua violenza, allora diventano nemici da temere, perché li reprimi, li combatti, e fatalmente diventi indegno della tua qualità di uomo. Salvarsi è difficile, come procedere sul filo di un rasoio.
“Ho osservato una lumaca…strisciare lungo il filo…di un rasoio…Questo il mio sogno…il mio incubo…strisciare, scivolare…lungo il filo…di un…rasoio…e sopravvivere.”

L’intercettazione della voce di Kurtz ascoltata a Saigon non è più un farneticare senza senso, ma il pensiero lucido e dolente di un uomo che con la scelta di fare il soldato si è addossato il compito di combattere e vincere, cercando disperatamente la via per farlo senza perdere la sua umanità. Egli è disgustato dall’ipocrisia e dall’insensatezza di un mondo in cui ognuno procede seguendo qualcun altro, ma nessuno possiede più una bussola capace di indicare il nord a tutti: “Noi siamo gli uomini vuoti, gli uomini impagliati, appoggiati l’uno all’altro, con la testa piena di paglia. Le nostre voci sono sorde e prive di significato. Paralisi della forza, gesto senza movimento”.

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Ora, nel tempo dell’apocalisse, quando tutte le certezze sembrano evaporare, Kurtz sente il bisogno di un’idea chiara di ciò che deve o non deve fare, un orientamento alla sua azione di soldato, ma non riesce ad accettare i dettati della morale dominante, che trova falsi, contraddittori, estranei alla sua coscienza. Willard ha ormai compreso che quest’uomo non è un gregario, si è costantemente ribellato contro regole e pregiudizi voluti da falsi imbonitori, smascherando l'origine umana, troppo umana, di valori comunemente ritenuti universali e creandone nuovi per lui più autentici e capaci di dare un significato alla vita. Egli si è assunto la responsabilità di elaborare propri, autonomi principi etici e li applica con lucidità e coerenza; non è pazzo, la sua morale può non essere condivisa, ma per molti versi è meno disgustosa di quella dei suoi antagonisti.
Il colonnello ormai incalza: “Non avete il diritto di chiamarmi assassino. Lei ha il diritto di uccidermi; ma non avete il diritto di giudicarmi…Noi addestriamo dei ragazzi a scaricare bombe sulla gente, ma i loro comandanti non vogliono che scrivano cazzo sui loro aerei perché è una parola oscena…Non c’è niente che io detesti di più del fetore della menzogna”.

Willard è profondamente toccato da queste parole e non ne sottovaluta il potenziale dirompente: “Se i generali di Na Trang avessero visto quello che vedevo io, avrebbero voluto ugualmente che lo uccidessi? Più che mai, probabilmente.”
Non serve chiarire altro. Il rito sacrificale dell’uccisione si compie, la vittima designata non reagisce, il sacerdote esegue ciò che gli è comandato, ma non è orgoglioso del suo ruolo: “Mi avrebbero promosso maggiore per questo, ma io non facevo nemmeno più parte del loro esercito di merda. Tutti volevano che lo uccidessi, soprattutto lui. Voleva solo andarsene da soldato, in piedi, non come un povero pazzo”. Dio è morto, ma la notizia è ancora ben lontana dall'essersi diffusa.
“L’orrore… l’orrore”. Sganciate le bombe, sterminateli tutti!