Risorgimento

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Con Risorgimento la storiografia si riferisce al periodo della storia d'Italia durante il quale la penisola italiana conseguì la propria unità nazionale, riunendo in un solo Stato – il Regno d'Italia – gli Stati preunitari.

Per indicare questo processo storico si usa anche la locuzione "unità d'Italia".

Il termine, che designa anche il movimento culturale, politico e sociale che promosse l'unificazione, richiama gli ideali romantici, nazionalisti e patriottici di una rinascita italiana attraverso il raggiungimento di un'identità unitaria che, pur affondando le sue radici antiche nel periodo romano,[1] aveva subito un brusco arresto a partire dalla seconda metà del VI secolo a seguito dell'invasione longobarda.[2]

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Indice

Estensione cronologica del fenomeno[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1806 e 1810 Canova scolpì l'Italia turrita piangente sulla tomba di Vittorio Alfieri, uno dei primi intellettuali a promuovere il sentimento di unità nazionale

Sebbene non vi sia consenso unanime tra gli storici, la maggior parte di essi tende a stabilire l'inizio del Risorgimento, come movimento, subito dopo la fine del dominio Napoleonico e il Congresso di Vienna nel 1815, e il suo compimento fondamentale con l'annessione dello Stato Pontificio e lo spostamento della capitale a Roma nel febbraio 1871.
Tuttavia, gran parte della storiografia italiana ha esteso il compimento del processo di unità nazionale sino agli inizi del XX secolo, con l'annessione delle cosiddette terre irredente, a seguito della prima guerra mondiale,[3] creando quindi il concetto di quarta guerra di indipendenza. Anche la Resistenza italiana (1943-1945) è stata talvolta ricollegata idealmente al Risorgimento.[4]

La definizione dei limiti cronologici del Risorgimento risente evidentemente dell'interpretazione storiografica riguardo a tale periodo e perciò non esiste accordo unanime fra gli storici sulla sua determinazione temporale, formale ed ideale.

Esiste inoltre un collegamento tra un "Risorgimento letterario" e uno politico: fin dalla fine del XVIII secolo si scrisse di Risorgimento italiano in senso esclusivamente culturale.

La prima estensione dell'ideale letterario a fatto politico e sociale della rinascita dell'Italia si ebbe con Vittorio Alfieri (1749-1803), non a caso definito da Walter Maturi il «primo intellettuale uomo libero del Risorgimento»[5], vero e proprio storico dell'età risorgimentale, che diede inizio a quel filone letterario e politico risorgimentale che si sviluppò nei primi decenni del XIX secolo.

Come fenomeno politico, il Risorgimento viene compreso da taluni storici fra il proclama di Rimini (1815) e la breccia di Porta Pia da parte dell'esercito italiano (20 settembre 1870), da altri, fra i primi moti costituzionali del 1820-1821 e la proclamazione del Regno d'Italia (1861) o il termine della terza guerra d'indipendenza (1866).[6]

Altri ancora, in senso lato, vedono la sua nascita fra l'età riformista della seconda metà del XVIII secolo[7] e l'età napoleonica (1796-1815), a partire dalla prima campagna d'Italia[8].

La sua conclusione, parimenti, viene talvolta estesa, come detto, fino al riscatto delle terre irredente dell'Italia nord-orientale (Trentino e Venezia Giulia) a seguito della prima guerra mondiale.[9] Infine, le forze politiche che diedero vita alla Costituzione della Repubblica Italiana ed una parte della storiografia hanno individuato nella Resistenza all'occupazione nazi-fascista, tra il 1943 ed il 1945, un "secondo" Risorgimento.[4]

Premesse storiche[modifica | modifica wikitesto]

Il Risorgimento italiano trae origine idealmente da diverse tradizioni storiche.[10]

Impero romano e Medioevo[modifica | modifica wikitesto]

Durante l'età augustea l'Italia fu organizzata in un sistema amministrativo distinto da quello tipico della province[11] divenendo la parte privilegiata dell'impero: i suoi abitanti liberi erano cittadini romani[12], esentati dalla tassazione diretta, eccetto la nuova tassa sulle eredità creata per finanziare i bisogni militari. L'Italia fu dotata di una fitta rete stradale e di numerose strutture pubbliche (evergetismo augusteo). I privilegi accordati da Roma all'Italia, tanto da farne una sorta di metropoli rispetto alle altre province dell'impero, affondavano le loro radici nella più antica politica d'espansione romana, che facendo leva sul comune substrato culturale e linguistico caratterizzante molti popoli italici (Latini, Osci, Falisci, Umbri ecc.) ed i Veneti, assimilava poi nella stessa koinè anche gli altri popoli della regione italiana (Liguri, ecc.).

Con la caduta dell'Impero romano d'Occidente, l'unità territoriale della penisola non venne meno né col regno degli Ostrogoti, la prima di tante occasioni mancate nel Medioevo per far nascere anche in Italia una coscienza nazionale come viceversa avvenne in altri paesi europei, né dopo l'intervento diretto dell'imperatore d'Oriente Giustiniano I e la successiva guerra gotica (535-553). Questa unità si ruppe con l'invasione longobarda e la conseguente spartizione della penisola.

I Longobardi inizialmente tesero a rimanere separati dalle popolazioni soggette sia sotto il profilo politico che militare, ma col tempo finirono sempre più per fondersi con la componente latina e tentarono, sull'esempio romano e ostrogoto, di riunificare la penisola per dare una base nazionale al loro regno.[13] Tale tentativo fallì per l'intervento dei Franchi richiamati da papa Adriano I, secondo un copione tipico destinato a ripetersi nei secoli a venire, che vede il papa cercare il più possibile di impedire la nascita di una potenza nemica sul suolo italico in grado di compromettere la sua autonomia.[14]

Prima della conquista franca infatti, il Regnum Langobardorum si identificava con la massima parte dell'Italia peninsulare e continentale e gli stessi re longobardi, dal VII secolo, non si consideravano più solo re dei longobardi, ma dei due popoli (longobardi e italici di lingua latina) posti sotto la propria sovranità nei territori non bizantini e dell'Italia tutta (Dei rex totius Italiae). I vincitori si erano pertanto gradualmente romanizzati, abbracciando la cultura dei vinti grazie anche all'accettazione del latino come unica lingua scritta dello Stato e come strumento di comunicazione privilegiato a livello giuridico e amministrativo. Durante il periodo longobardo, a seguito della Donazione di Sutri si formò il primo nucleo dello Stato Pontificio: il Patrimonium Sancti Petri, primo nucleo territoriale su cui si estenderà il potere temporale della Chiesa, fino al 1870.

I Franchi, a partire dalla seconda metà dell'VIII secolo, tentarono di ricostituire l'Impero con Carlo Magno: tale organismo prese corpo definitivamente un secolo e mezzo più tardi, con un sovrano germanico, Ottone I di Sassonia. Il Regno d'Italia era legato a questo grande organismo statuale da vincoli di vassallaggio, dai quali vanamente cercò di sottrarsi. I più celebri fra tali tentativi furono quello di Berengario del Friuli (850-924),[15] e poi di Arduino d'Ivrea (955-1015), personaggi considerati dalla storiografia nazionalista come antesignani dei patrioti risorgimentali. Arduino, attorno all'anno 1000, sostenuto dalla nobiltà laica del nord Italia, condusse alcune campagne militari per liberare l'Italia dalla tutela germanica.[16]

Nei primi secoli dopo il Mille, lo stesso desiderio di autonomia e libertà portò a un notevole sviluppo delle Repubbliche marinare (Amalfi, Genova, Pisa e Venezia), e poi dei liberi Comuni di popolo, favorendo quella rinascita dell'economia e insieme delle arti che approderà al Rinascimento, e che fu anticipata dal risveglio religioso che si ebbe nel Duecento con le figure di Gioacchino da Fiore e Francesco d'Assisi.[17]

Francesco Hayez: I vespri siciliani, (1846) questo quadro, costituisce uno dei classici esempi di opere pittoriche risorgimentali, che mascheravano sotto la rappresentazione di eventi del passato, l'ideale di cospirazione e lotta contro lo straniero

Se durante l'alto Medioevo il sentimento nazionale italiano si mantenne ancora piuttosto in ombra, partecipando alla contesa tra le due potenze di allora, il Papato e l'Impero, con i quali si schierarono rispettivamente Guelfi e Ghibellini, esso cominciò così lentamente a emergere, alimentandosi soprattutto del ricordo dell'antica grandezza di Roma, e trovando nell'identità religiosa rappresentata dalla Chiesa, idealmente erede delle istituzioni romane, un senso di comune appartenenza.[18] La vittoria nella battaglia di Legnano ad opera della Lega Lombarda contro l'imperatore Federico Barbarossa (1176), e la rivolta dei Vespri Siciliani contro il tentativo del re di Francia di assoggettare la Sicilia (1282), saranno assunte in particolare dalla retorica romantica ottocentesca come i simboli del primo risveglio di una coscienza di patria.[19]

Mentre però da un lato la formazione dei comuni e delle signorie portò al fallimento di una composizione politica unitaria, per il prevalere di interessi locali in un'Italia suddivisa in piccoli stati, spesso in lotta fra di loro, d'altro lato, secondo taluni autori, fu proprio questo il periodo in cui si formò l'Italia come nazione, «...forse...la più precoce delle nazioni europee...[20]», e in cui, secondo alcuni storici, si produsse ad opera di Federico II di Svevia il primo serio tentativo di unificazione peninsulare[21]. Tale tentativo, secondo altre correnti storiografiche, fu invece espressione della volontà di una politica espansionistica di assoggettamento ad opera del sovrano svevo-italiano, tesa a favorire l'instaurarsi di signorie ghibelline a lui amiche, sottraendo l'Italia dall'influenza papale e sottomettendola per intero all'impero germanico.[22]

Rinascenze e Rinascimento[modifica | modifica wikitesto]

Durante le rinascenze culturali del XIII e XIV secolo, che avrebbero condotto al fiorire del Rinascimento, si dimostrò ben vivo il ricordo della passata grandezza dell'Italia come centro del potere e della cultura dell'impero romano e come centro del mondo, e il Paese fu ispirazione ed oggetto di studio per poeti e letterati, cantando lodi all'Italia antica - già vista come continuum culturale se non nazionale - e deprecandone la contemporanea situazione. Un sentimento di comune appartenenza nazionale sembrò maturare presso gli intellettuali del tempo mentre il volgare latino locale veniva elevato al rango di lingua letteraria, primo ideale elemento di una coscienza collettiva di popolo.[23] Anche grazie a tali letterati e intellettuali, fra cui emersero le figure universali di Dante, Petrarca e Boccaccio, che ebbero scambi culturali senza tener conto dei confini regionali e locali, la lingua italiana dotta si sviluppò rapidamente, evolvendosi e diffondendosi nei secoli successivi anche nelle più difficili temperie politiche, pur rimanendo per molti secoli lingua veicolare solo per le classi più colte e dominanti, venendo progressivamente ed indistintamente adottata come lingua scritta in ogni regione italofona, prescindendo dalla nazionalità dei suoi principi. Dante e Petrarca inoltre introdussero la locuzione Bel paese, come espressione poetica, per indicare l'Italia:

« del bel paese là dove 'l sì suona,[24] »
« il bel paese/ Ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe[25] »
Gli stati italiani nel 1494.

Nel 1474 Flavio Biondo manda alle stampe l'opera l'Italia illustrata, un libro di geografia e di storia su quelle che allora erano le diciotto province della penisola. Sul piano politico, invece, a causa della mancanza di uno Stato unitario sul modello di quelli che stavano via via sorgendo nel resto d'Europa, i piccoli stati italiani furono costretta a supplire con l'intelligenza strategica dei suoi capi politici alla superiorità di forze degli stati nazionali europei, arrivando a concordare una alleanza la Lega Italica. Esemplare fu in proposito il signore di Firenze Cosimo de' Medici (1389-1464), non a caso soprannominato Pater Patriae, ovvero "Padre della Patria",[26] e considerato uno dei principali artefici del Rinascimento fiorentino: la sua politica estera, infatti, mirante al mantenimento di un costante e sottile equilibrio fra i vari stati italiani, sarà profetica nell'individuare nella concordia italiana l'elemento chiave per impedire agli stati stranieri di intervenire nella penisola approfittando delle sue divisioni.[27]

L'importanza della strategia di Cosimo, proseguita dal suo successore Lorenzo il Magnifico (1449-1492) nella sua continua ricerca di un accordo tra gli stati italiani in grado di sopperire alla loro mancanza di unità politica,[28] non venne tuttavia compresa dagli altri prìncipi della penisola, ed essa si concluse con la morte di Lorenzo nel 1492.

C. Ripa, L'Italia (1603)

Da allora in Italia ebbe inizio un lungo periodo di dominazione straniera, la quale, secondo gli storici risorgimentali, fu quindi dovuta non a sterile arrendevolezza, bensì al ritardo del processo politico di unificazione. Nella propaganda risorgimentale, per via del romanzo omonimo di Massimo d'Azeglio, è anzi rimasto celebre e ricordato come gesto di patriottismo l'episodio della disfida di Barletta (1503), quando tredici cavalieri italiani,[29] alleati degli spagnoli per la conquista del Regno di Napoli, capeggiati dal capitano di ventura Ettore Fieramosca, sconfissero in duello altrettanti cavalieri francesi che li avevano insultati accusandoli di viltà e codardia.[30]

L'interesse per l'unità si spostò intanto dall'ambito culturale a quello dell'analisi politica e, già nel XVI secolo, Machiavelli e Guicciardini[31] dibattevano il problema della perdita dell'indipendenza politica della penisola, divenuta nel frattempo un campo di battaglia fra Francia e Spagna e infine caduta sotto la dominazione di quest'ultima.[32] Pur con programmi diversi, Machiavelli e Guicciardini, fautori rispettivamente di uno Stato accentrato e di uno federale[33], concordavano sul fatto che la perdita dell'individualità nazionale fosse avvenuta a causa dell'individualismo e della mancanza di senso dello Stato delle varie popolazioni italiane. Ecco quindi il compito del Principe al quale Machiavelli lanciava la sua nota

« esortazione a pigliare l'Italia e liberarla dalle mani dei barbari.[34] »

All'inizio del XVII secolo Cesare Ripa con la sua opera Iconologia, nella voce "Italia con le sue provincie. Et parti de l'isole" rifacendosi ai testi classici diffonde l'immagine classica dell'Italia turrita, con cornucopia e sovrastata da una stella, "come rappresentata nelle Medaglie di Commodo, Tito et Antonino"[35] e conclude la descrizione dell'Italia con la frase «Siede sopra il Globo (come dicemmo) per dimostrare come l'Italia è Signora et Regina di tutto il Mondo, come hanno dimostrato chiaro gli antichi Romani, et hora più che mai il Sommo Pontefice maggiore et superiore a qual si voglia Personaggio.»

Età napoleonica[modifica | modifica wikitesto]

1798: censura borbonica anti-italiana, pagina originale della commedia "Il corsaro di Marsiglia" di Gamerra con le correzioni del regio censore G. Lorenzi che eliminano ogni riferimento all'Italia, alla libertà e alla Francia[36]

Non fu che alla fine del XVIII secolo, con l'arrivo delle truppe napoleoniche nella penisola, che cominciò a diffondersi presso strati sempre più ampi di popolazione un sentimento nazionale italiano[37], fino ad allora percepito soltanto da una ristretta cerchia di intellettuali, aristocratici e borghesi già esposti alle idee dell'Illuminismo, che aveva trovato in Napoli il suo maggior centro di studio accademico. Un'eredità ancora ben presente, a testimonianza dell'influsso "francese", è data dalla origine del tricolore italiano inizialmente adottato nelle piccole ed effimere repubbliche create da Napoleone Bonaparte nell'Italia centro settentrionale e, quindi divenuto bandiera nazionale italiana; risale sempre a Napoleone la prima moneta con la parola "Italia": si tratta del marengo d'oro da 20 franchi coniato nel 1801 dalla Repubblica Subalpina per celebrare la vittoria alla Battaglia di Marengo contro gli austriaci recante la dicitura: L'Italie délivrée à Marengo (L'Italia liberata a Marengo)[38].

Questi nuovi sentimenti nazionalistici vennero anche diffusi dalle nazioni che si fronteggiavano militarmente sul suolo italiano per cercare l'appoggio delle popolazioni. Da Gradisca l'11 ottobre 1813 Eugenio di Beauharnais invitando gli italiani all'unione e al combattimento contro le forze austriache affermava: "... ITALIA! ITALIA! Questo sacro nome, che produsse nell'antichità cotanti prodigj, sia oggidì il nostro grido di unione! ... Il prode che combatte pei suoi focolari, per la sua famiglia, per la sua gloria e per l'indipendenza del suo paese è sempre invincibile..."; a questo proclama rispondeva il 10 dicembre 1813 Nugent, comandante delle forze austro britanniche, da Ravenna rivolgendo a sua volta un proclama agli italiani, contenente l'affermazione "... Avrete TUTTI a divenire una nazione indipendente..."[39]

Lord Bentick, comandante dell'esercito britannico in Italia, dopo essere sbarcato a Livorno, il 14 marzo 1814, a sua volta lanciava un appello agli italiani, facendo un parallelo con la Spagna appena resasi indipendente, che si concludeva: "... Congiunte allora le forze nostre faran sì che l'Italia ciò divenga ch'ella già fu ne' suoi migliori tempi, e ciò che al presente è ancora la Spagna.".[40]. Lo stesso Bentick nel 1812 creò la Italian Levy, (Leva Italiana) ossia una forza militare composta da tre reggimenti formati da italiani[41], non inscritti a ruolo nell'esercito inglese, posti sotto il comando di Vittorio Amedeo Sallier della Torre, con l'intento di creare un nucleo di armata di liberazione indipendente, l'armata venne disciolta nel dicembre 1815[42].

Un più forte appello per una presa di coscienza politica nazionale diffusa in tale periodo, si trova nel Proclama di Rimini, anche se rimase disatteso,[43] in cui Gioacchino Murat, il 30 marzo 1815, durante la guerra austro-napoletana, rivolse un appello a tutti gli italiani "...Italiani, non state più in forse, siate Italiani..." affinché si unissero per salvare il regno posto sotto la sua sovranità, rappresentato come unico garante della loro indipendenza nazionale contro l'occupante straniero: " ... Italiani, la Provvidenza vi chiama infine ad essere una nazione indipendente; dall'Alpi allo stretto di Scilla odasi un grido solo: Indipendenza d'Italia! ...".

Sempre allo scopo di attirare le simpatie delle classi colte italiane alla propria causa, il governo austriaco arrivò nel gennaio 1816 a favorire l'uscita a Milano di una rivista intitolata Biblioteca Italiana, che sortì l'effetto opposto e indusse come reazione la nascita de Il Conciliatore.

Le idee e gli uomini[modifica | modifica wikitesto]

Lo sviluppo di una coscienza politica nazionale coincise, soprattutto nella borghesia, con la diffusione delle idee liberali, e dell'Illuminismo.

Nel 1765 sul n.2 de Il Caffè esce La patria degli Italiani, di Gian Rinaldo Carli che si chiude con la frase «Un italiano in Italia non è mai forestiero».

Nel 1782 quaranta scienziati italiani fondarono a Verona la Società italiana, ritenendo, come scrisse il suo primo presidente il matematico Antonio Maria Lorgna, che "lo svantaggio dell’Italia è l’avere ella le sue forze disunite" per cui si doveva "associare le cognizioni e l’opera di tanti illustri Italiani separati" ricorrendo "a un principio motore degli uomini sempre attivo, e talora operante con entusiasmo, l’amor della Patria", Lorgna concludeva: "Cari Signori oltremontani, aspettino un pochino e vedranno l’Italia sotto altro aspetto fra pochi anni. Basta che siamo uniti".[44]

Queste idee vennero quindi esaltate dalla Rivoluzione francese, ed ebbero un'accelerazione improvvisa con la discesa in Italia di Napoleone Bonaparte nella sua I campagna d'Italia, nel 1796. Rovesciati i sovrani preesistenti, i francesi, deludendo le speranze dei patrioti giacobini italiani, si erano stabilmente insediati in buona parte dell'Italia settentrionale, creando repubbliche su modello francese (le cosiddette repubbliche sorelle), rivoluzionando la vita del tempo e portando idee nuove, ma facendone anche ricadere il costo sulle popolazioni locali, sino a generare episodi di rivolta come le cosiddette "Pasque veronesi".[45]

Il sorgere della coscienza nazionale non fu un processo unitario, lineare o coerentemente definito; diversi programmi, aspettative ed ideali, a volte anche incompatibili tra loro, confluirono in un vero e proprio crogiuolo[46]: vi erano in campo quelli romantico-nazionalisti, repubblicani, protosocialisti, anticlericali, liberali, monarchici filo Savoia o papalini, laici e clericali, vi era l'ambizione espansionista di Casa Savoia verso la Lombardia, vi era il bisogno di liberarsi dal dominio austriaco nel Regno del Lombardo-Veneto, unitamente al generale desiderio di migliorare la situazione socio-economica approfittando delle opportunità offerte dalla rivoluzione tecnico-industriale,[47] superando al contempo la frammentazione della penisola laddove sussistevano Stati, in parte liberali, che spinsero i vari rivoluzionari della penisola a elaborare e a sviluppare un'idea di patria più ampia e ad auspicare la nascita di uno Stato nazionale analogamente a quanto avvenuto in altre realtà europee come Francia, Spagna e Gran Bretagna.

Vincenzo Gioberti

Francesco Lomonaco fu uno dei primi patrioti, se non il primo,[48] a preconizzare la formazione di un'Italia unita sotto un unico governo. Nel suo scritto Colpo d'occhio sull'Italia, contenuto nel Rapporto al cittadino Carnot (1800), egli recitò: «Perché vi sia in Europa bilancia politica è d'uopo che l'Italia sia fusa in un solo governo [...] Gli Italiani, avendo unico e proprio governo acquisteranno spirito di nazionalità, avendo patria godranno della libertà e di tutti i beni che ne derivano».[49]

Dopo Lomonaco, le personalità di spicco in questo processo furono molte tra cui: Giuseppe Mazzini, figura eminente del movimento liberale repubblicano italiano ed europeo;[50] Giuseppe Garibaldi, repubblicano e di simpatie socialiste, per molti un eroico ed efficace combattente per la libertà in Europa ed in Sud America; Camillo Benso conte di Cavour, statista in grado di muoversi sulla scena europea per ottenere sostegni, anche finanziari, all'espansione del Regno di Sardegna; Vittorio Emanuele II di Savoia, abile a concretare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d'Italia.

Vi furono gli unitaristi repubblicani e federalisti radicali contrari alla monarchia come Nicolò Tommaseo e Carlo Cattaneo; vi furono cattolici come Vincenzo Gioberti, Antonio Rosmini e Vincenzo d'Errico che auspicavano una confederazione di stati italiani sotto la presidenza del Papa (neoguelfismo) o della stessa dinastia sabauda; vi furono docenti ed economisti come Giacinto Albini e Pietro Lacava, divulgatori di ideali mazziniani soprattutto nel Meridione[51].

Trascorsa la fase delle società segrete, sviluppatasi soprattutto tra il 1820 ed il 1831, durante i due decenni successivi presero corpo le due correnti principali che promossero con piena consapevolezza ed incisività politica il processo risorgimentale, quella democratica e quella moderata.[52]

Gli anni della restaurazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Restaurazione, Moti del 1820-1821 e Ciro Menotti.
Ciro Menotti al supplizio, litografia di Geminiano Vincenzi

Dopo la sconfitta definitiva di Napoleone il Congresso delle potenze vincitrici riunitosi a Vienna decise di restaurare i sovrani detronizzati in nome del principio di legittimità, talora sacrificato per l'assetto dell'equilibrio di potere (balance of power) tra le potenze europee. Per assicurare il mantenimento dell'ordine, essendo la restaurazione avvenuta senza considerare le volontà popolari e talora imponendo un nuovo dominio diverso da quello pre-napoleonico, come nel caso dell'annessione del Veneto all'Impero austro-ungarico, e non opponendosi all'annessione del Regno di Sicilia nel Regno di Napoli creando il Regno delle due Sicilie con Napoli unica capitale, venne sviluppato il principio d'intervento e della sovranità limitata degli stati[53]. Dove la situazione politica di uno Stato mettesse in pericolo l'ordine negli altri stati, si previde la creazione di uno strumento repressione internazionale chiamato Santa Alleanza a cui avrebbero partecipato forze armate delle potenze vincitrici. Il patto fu stipulato tra l'Austria, la Prussia, la Russia; successivamente il 20 novembre 1815 la Gran Bretagna aderì a quella che fu chiamata la Quadruplice Alleanza, che l'entrata della Francia di Luigi XVIII nel 1818 trasformò nella Quintuplice Alleanza.

Il Congresso concordò inoltre incontri periodici (il cosiddetto Concerto d’Europa), al fine di controllare lo Stato dell'ordine internazionale, appianare i contrasti e assicurare la pace: uno strumento questo così efficace che fino alla guerra di Crimea vennero evitati conflitti tra le potenze europee.

Dopo il Congresso di Vienna, nonostante le dure repressioni a cui furono sottoposti i cosiddetti "giacobini" italiani, l'influenza francese e rivoluzionaria rimase nella vita politica italiana attraverso la circolazione delle idee e la diffusione di gazzette letterarie; fiorirono salotti borghesi che, sotto il pretesto letterario, crearono veri e propri club di tipo anglosassone o giacobino, spesso di modello iniziatico e massonico. Tali circoli si prestarono talvolta a coprire alcune società segrete[54] che andavano formandosi, come i Filadelfi e gli Adelfi, trasformatisi infine nei Sublimi Maestri Perfetti di Filippo Buonarroti.

I moti carbonari[modifica | modifica wikitesto]

In questo panorama patriottico settario, la principale associazione politica segreta fu quella della Carboneria, originariamente nata a Napoli nel 1814 per opporsi alla politica filonapoleonica di Gioacchino Murat; dopo la caduta di quest'ultimo e l'insediamento o il ritorno sui troni in alcuni stati della penisola italiana di sovrani illiberali tramite l'intervento delle truppe austriache, la Carboneria si diffuse nella penisola assumendo un carattere cospiratorio con lo scopo di trasformare questi stati in stati costituzionali provocandovi moti rivoluzionari.

1817[modifica | modifica wikitesto]

Il primo moto carbonaro venne tentato a Macerata, nello Stato pontificio, nella notte tra il 24 e il 25 giugno 1817, ma la polizia papalina, informata dei preparativi, soffocò l'azione sul nascere. Tredici congiurati furono condannati a morte e poi graziati da papa Pio VII.[55]

Nel luglio del medesimo anno le rimanenti truppe austriache, ancora presenti a Napoli dopo aver riportato i Borboni sul trono, completarono il loro ritiro dal Regno delle Due Sicilie e il generale austriaco Laval Nugent von Westmeath divenne comandante supremo dell'esercito delle Due Sicilie e Ministro della guerra.

1820-1823[modifica | modifica wikitesto]

L'arresto di Silvio Pellico e Pietro Maroncelli (1820)
1820 Napoli: l'abate Menichini entra a Napoli assieme agli altri costituzionalisti
« Non fia loco ove sorgan barriere / Tra l’Italia e l’Italia, mai più! / L’han giurato: altri forti a quel giuro / Rispondean da fraterne contrade, »
(Alessandro Manzoni, Marzo 1821)

Nel porto spagnolo di Cadice il 1º gennaio 1820 gli ufficiali delle forze militari che avrebbero dovuto reprimere la rivolta di Simón Bolívar nell'America del sud rifiutarono di imbarcarsi. Il loro pronunciamiento si estese a tutta la Spagna, obbligando il re Ferdinando VII a concedere nuovamente il 10 marzo dello stesso anno la Costituzione di Cadice del 1812.

Le notizie di questi avvenimenti accesero gli animi dei carbonari italiani provocando i moti costituenti degli anni 1820-1821 che, pur avendo tutti come finalità la progressiva liberalizzazione dei regimi assolutistici, assunsero tuttavia connotazioni diverse da Stato a Stato e da città a città.

In Sicilia una rivolta separatista esplose il 15 luglio 1820 con la formazione di un governo a Palermo che ripristinò la Costituzione siciliana del 1812. I separatisti del governo provvisorio inviarono una lettera al re dove dichiaravano che: «Dal 1816 in poi, la Sicilia ebbe la sventura di essere cancellata dal novero delle nazioni e di perdere ogni costituzione. Noi domandiamo l'indipendenza della Sicilia e i voti non sono solo di Palermo ma della Sicilia intera e la maggior parte del popolo siciliano ha pronunziato il suo voto per l'indipendenza».[56] Il 7 novembre 1820 il Borbone inviò un esercito agli ordini di Florestano Pepe (poi sostituito dal generale Pietro Colletta) che riconquistò la Sicilia attraverso lotte sanguinose e ristabilì la monarchia assoluta risottomettendo la Sicilia a Napoli.[57]

A Napoli i moti iniziati il 1º luglio del 1820 ad opera di due giovani ufficiali, Michele Morelli (1790-1822) e Giuseppe Silvati (1791-1822), culminarono con la presa della città: il generale Guglielmo Pepe, comandante degli insorti, riuscì ad imporre al re Ferdinando I la concessione della costituzione.

Napoli, 12 settembre 1822. Giuseppe Silvati e Michele Morelli vengono impiccati in seguito alla repressione dei moti carbonari napoletani

Per riportare l'ordine negli stati che si erano sollevati le potenze europee della Quadruplice alleanza si riunirono nel dicembre del 1820 al Congresso di Troppau. Ferdinando I convocato nel successivo Congresso di Lubiana nel gennaio 1821 ebbe il permesso di recarvisi dal governo rivoluzionario, dietro il giuramento di difendere la costituzione di fronte al consesso europeo. Il re tuttavia, sconfessando gli impegni presi alla partenza da Napoli col parlamento napoletano, richiese l'intervento militare degli Austriaci, le cui truppe discesero la penisola, sconfissero l'esercito napoletano, guidato da Pepe, nella battaglia di Antrodoco il 7 marzo 1821 e conquistarono Napoli il 23 marzo. La costituzione venne annullata[58] e trenta rivoluzionari furono condannati a morte (tra cui Pepe, Morelli e Silvati).

A Palermo, nell'agosto 1821, vennero costituite venti "vendite" carbonare, con la finalità di abbattere il governo e avere la costituzione spagnola; il moto era guidato dal sacerdote Bonaventura Calabrò, che organizzò una rivolta prevista il 12 gennaio 1822, creando un nuovo vespro. Tuttavia il susseguirsi delle riunioni insospettì la polizia borbonica, che convinse un congiurato al doppio gioco. Nella notte dell'11 gennaio iniziarono i primi arresti e confessioni, un timido tentativo di rivolta che avvenne l'indomani fu represso e i congiurati imprigionati. Il 31 gennaio, nove dei congiurati, tra cui due sacerdoti, furono condannati a morte e le loro teste, rinchiuse in gabbie di ferro, rimasero appese a Porta San Giorgio fino al 1846[59].

In Basilicata, tra i promotori dei moti carbonari vi furono il medico Domenico Corrado e i fratelli Francesco e Giuseppe Venita, in passato militari borbonici, che invano tentarono di sollevare l'intera regione per la salvaguardia della Costituzione. Le loro attività sovversive incitarono il governo borbonico ad inviare un reggimento capeggiato dal generale austriaco Roth che, dopo averli scovati a Calvello, li condannò a morte tramite fucilazione assieme ad altri rivoluzionari mentre Corrado fu condotto a Potenza dove venne passato per le armi; le condanne si consumarono tra il marzo e l'aprile del 1822.[60]

Mentre a Napoli i rivoltosi ebbero come unica finalità la promulgazione della costituzione, a Torino l'insurrezione scoppiata nel gennaio 1821 accolse tensioni e inquietudini anti-austriache, già manifestatesi in quella città con i moti studenteschi soffocati nel sangue dalla polizia sabauda. Questi ultimi moti videro come protagonista alcuni degli uomini simbolo del Risorgimento, tra i quali Santorre di Santa Rosa.

Silvio Pellico

Anche a Milano una componente patriottica e anti-austriaca partecipò ai moti, fra i cui ispiratori va citato il forlivese Piero Maroncelli, che però venne arrestato dalla polizia austriaca. La scoperta di alcuni documenti compromettenti permise così alle autorità di stroncare l'insurrezione, alla quale avrebbe preso parte Federico Confalonieri, rinchiuso, subito dopo il fallimento del moto, nella Fortezza dello Spielberg, dove erano già custoditi da alcuni mesi il Maroncelli e Silvio Pellico, a seguito del celebre processo Maroncelli Pellico[61]. Le successive repressioni spinsero all'esilio molti patrioti italiani, come Antonio Panizzi, che proseguirono all'estero la loro azione, impegnandosi propagandisticamente e stabilendo contatti con personalità delle potenze straniere interessate a risolvere il problema italiano.

Giuseppe Mazzini

Nel Ducato di Modena e Reggio venne scoperta dalla polizia una congiura carbonara, la cui repressione si concluse con una sentenza di nove condanne a morte: sette condannati erano latitanti e furono perciò impiccati in effigie, uno ebbe la pena convertita a dieci anni di carcere e l'unico giustiziato per decapitazione fu il sacerdote Giuseppe Andreoli[62].

Il periodo dei moti liberali si chiuse a fine settembre 1823, con la resa di Cadice, dopo la battaglia del Trocadero, a cui partecipò anche Carlo Alberto di Savoia, vinta dalle forze francesi di Luigi XVIII, incaricato dalle potenze della Santa Alleanza di ripristinare con la forza la monarchia assoluta in Spagna.

1824-1847[modifica | modifica wikitesto]

Gli stati italiani nel 1843

In Romagna, nel 1824, dopo l'uccisione del direttore di polizia di Ravenna Domenico Matteucci ad opera di una cospirazione carbonara, il cardinale Agostino Rivarola venne inviato per reprimerla. Rivarola, nominato "cardinal legato a latere", fece condurre un'indagine che portò ad un processo e alla sentenza del 31 agosto 1825, con la quale vennero condannate, a varie pene, 514 persone appartenenti a tutti gli strati sociali. Successivamente fu concessa la commutazione della pena ai sette condannati alla pena capitale e la grazia per molti altri.[63]

Nuove insurrezioni si ebbero nel Cilento nel 1828 per ottenere il ripristino della Costituzione che nel 1820 era stata concessa nel Regno delle Due Sicilie. Il tentativo dei rivoltosi si concluse tragicamente con trentatré condanne a morte e il paesino di Bosco raso al suolo a cannonate dal maresciallo Del Carretto[64].

A Mantova il 3 febbraio 1831 venne tentata da parte di Ciro Menotti una sollevazione popolare che non riuscì, Menotti e un altro patriota Vincenzo Borelli furono decapitati.

In Emilia-Romagna, tra il 1830 e il 1831, l'effimero Stato delle Province Unite Italiane, fu represso con l'intervento delle truppe austriache, e una colonna di volontari guidati da Giuseppe Sercognani, comandante della guardia nazionale di Pesaro, per conto del governo delle Province Unite marciante verso Roma, venne sconfitta a Rieti dalle truppe pontificie. A seguito di questi moti i rappresentanti delle potenze europee presenti a Roma consegnarono a papa Gregorio XVI, nel maggio 1831, un memorandum in cui chiedevano profonde riforme amministrative dello stato pontificio che furono parzialmente accolte con un editto del 5 luglio 1831[65]

Nel 1832 riprese la ribellione in Romagna, repressa dal cardinale Albani che intervenne con forze sanfediste. Dopo un primo scontro con le guardie civiche, il 20 e 21 gennaio, che si caratterizzò con le "stragi di Cesena e Forlì", altre battaglie vi furono il 24 gennaio a Faenza, il 25 a Forli. La riunione delle forze papaline con le truppe austriache e quindi il loro ingresso il 26 a Bologna concluse la rivolta.[66][67]. Per bilanciare l'intervento austriaco a Bologna, i francesi il 26 febbraio occuparono Ancona dove rimasero per sei anni.

Nel 1832, fu pubblicata a Torino l'autobiografia di Silvio Pellico, Le mie prigioni, con la descrizione delle pesanti condizioni di vita dei prigionieri politici in regime di carcere duro nella fortezza austriaca dello Spielberg: tra gli episodi più commoventi per i lettori dell'epoca, l'amputazione di una gamba del Maroncelli. Il libro ebbe una vasta risonanza, sia in Italia che nei salotti europei, accentuando nei patrioti italiani i sentimenti antiaustriaci. Nel 1849 Metternich commenterà che quel libro aveva danneggiato l'Austria più di una battaglia persa.[68] Nell'anno successivo, 1833, venne pubblicato il romanzo storico Ettore Fieramosca, o la disfida di Barletta di Massimo D'Azeglio, che riprende un evento storico medioevale allo scopo di risvegliare il patriottismo degli italiani. Nel 1834 avvenne il fallimento dell'invasione della Savoia per suscitare una rivolta nel Regno di Sardegna (1720-1861), organizzata da Mazzini e guidata sul campo da Ramorino mentre contemporaneamente a Genova avrebbe dovuto avvenire una rivolta della Marina militare sabauda ad opera di Garibaldi.

Il 12 luglio 1837, in seguito a voci incontrollate sull'arrivo nel porto di una nave contagiata dal colera si ebbe l'insurrezione di Messina, seguita nel volgere di pochi giorni dalla insurrezione di Catania e Siracusa richiedenti il ripristino della Costituzione del 1812; questi moti siciliani furono repressi da Del Carretto e terminarono con la fucilazione di numerosi patrioti. Il 23 del medesimo mese insorse Penne in Abruzzo, sotto la guida di Domenico de Caesaris; la rivolta fu repressa dal colonnello Tanfano e si concluse con la fucilazione di otto rivoltosi. Tanfano sarà ucciso quattro anni dopo, durante l'insurrezione antiborbonica dell'Aquila dell'8 settembre 1841, terminata anch'essa con la fucilazione di tre insorti[69].

Rivolte mazziniane[modifica | modifica wikitesto]

A partire dai primi anni trenta dell'Ottocento si impose come figura di primo piano Giuseppe Mazzini (1805-1872), divenuto membro della Carboneria nel 1830. La sua attività di ideologo e organizzatore rivoluzionario lo costrinse a lasciare l'Italia nel 1831 per fuggire a Marsiglia, dove fondò la Giovine Italia, un movimento che raccoglieva le spinte patriottiche per la costituzione di uno Stato unitario e repubblicano, da inserire in una più ampia prospettiva federale europea. Mazzini rifiutava l'idea del settarismo carbonaro, per sostenere una spinta rivoluzionaria dal basso, fondata sull'azione delle masse popolari e sul coinvolgimento diretto delle popolazioni.

Condividendo il programma mazziniano Giuseppe Garibaldi (1807-1882) prese parte ai falliti sommovimenti rivoluzionari in Piemonte e Liguria del 1834. Condannato a morte dal governo sabaudo e costretto a fuggire in Sud America, partecipò ai moti rivoluzionari in Brasile ed Uruguay.

Il Regno delle Due Sicilie fino a quel momento non aveva seguito questi sviluppi: era caratterizzato per una forte repressione politica, culminata nel 1844 nel soffocamento dei moti tentati dai giovani fratelli Attilio (1810–1844) ed Emilio Bandiera (1819–1844), disertori della marina austriaca, fatti fucilare dal re Ferdinando II per aver tentato un'improvvisata spedizione di tipo mazziniano in Calabria.

Per la mancanza di coordinamento tra i congiurati, per l'assenza e l'indifferenza delle masse, tutte le rivolte mazziniane fallirono.

I congressi scientifici prima del '48[modifica | modifica wikitesto]

Il regime "liberale" del Granducato di Toscana permise nel 1839 la nascita della Società Italiana per il Progresso delle Scienze a Pisa, dove verrà organizzato il "Primo congresso degli scienziati italiani" (1839), a cui parteciparono studiosi dai vari stati della penisola: la prima riunione pubblica di uomini di scienza riuniti sotto il comune attributo di "italiani"[70][71]. I congressi proseguirono a cadenza annuale, nei diversi stati: Torino, Firenze, Padova, Lucca, Milano, Napoli (che fu il più numeroso, con circa 1600 partecipanti), Genova ed infine, nel 1847, Venezia; i moti insurrezionali dell'anno successivo ed i conseguenti irrigidimenti dei regimi impedirono successivi congressi fino al congresso di Firenze del 1861. Oltre al loro contenuto scientifico, questi congressi permisero scambi di idee e confronti nella nuova classe intellettuale italiana che andava formandosi, ed erano anche visti come una possibilità di discutere delle vicende italiane come la liberalizzazione commerciale, la necessità di una lega doganale, la costruzione di ferrovie, mascherando sotto questi progetti di modernità economica e strutturale la fondamentale esigenza di un'unificazione politica.[72]

Il biennio delle riforme[modifica | modifica wikitesto]

Allegoria neoguelfa patriottica: "Sogno spaventevole del maresciallo Radetsky": l'alleanza di Pio IX (che innalza la croce) e Carlo Alberto (che impugna la spada) accompagnati dall'Italia rappresentata da una donna fasciata col tricolore e sventolante la bandiera
Massimo d'Azeglio

Nel cosiddetto biennio delle riforme (1846-1848), a seguito del fallimento dei moti rivoluzionari mazziniani, prendono vigore progetti politici di liberali moderati, tra cui spiccano Massimo d'Azeglio, Vincenzo Gioberti e Cesare Balbo con "le speranze d'Italia" i quali, sentendo soprattutto la necessità di un mercato unitario come premessa essenziale per un competitivo sviluppo economico italiano, avanzano programmi riformisti per una futura unità italiana nella forma accentrata o federativa. Nasce così il movimento neoguelfo che riscuote un grande successo presso l'opinione pubblica in coincidenza con l'elezione il 16 giugno 1846 di papa Pio IX, ritenuto un "liberale", e il 17 luglio, in accordo con i desideri dei liberali, il nuovo pontefice concesse una amnistia ai prigionieri, alimentando le speranze dei sostenitori neoguelfi, e di molti patrioti italiani, di un sostegno attivo del papa per l'ottenimento dell'indipendenza nazionale e intraprese l'attuazione dei punti non sviluppati dell'editto del 5 luglio 1831 del suo predecessore.

Sotto la spinta di queste novità molti stati italiani attuarono diverse riforme modernizzatrici: nel Granducato di Toscana fu ampliata la libertà di stampa e si ebbe la formazione di una guardia civica, nel Regno di Sardegna si ebbero riforme in senso liberale dell'ordinamento giudiziario.

D'Azeglio nel 1846, prendendo spunto dai moti avvenuti a Rimini l'anno precedente, scriveva Degli ultimi casi di Romagna dove prospettava un possibile futuro unitario italiano e, l'anno seguente, Luigi Settembrini interveniva nel dibattito politico pubblicando sotto forma anonima il pamphlet Protesta del popolo delle Due Sicilie. Entrambe le opere ebbero una risonanza che superò i confini della penisola, contribuendo a rafforzare nelle opinioni pubbliche dei vari stati europei la tematica unitaria italiana.

Nel 1847 Pio IX prese la decisione di proporre al regno piemontese e al granducato di Toscana l'unione in una "Lega doganale" per favorire la circolazione delle merci; l'iniziativa si fermò dopo la firma di un accordo di intenti il 3 novembre 1847, nel tentativo di coinvolgere il ducato di Modena; l'inizio delle agitazioni del 1848 fece definitivamente tramontare il progetto.

Il 28 novembre 1847 re Carlo Alberto effettuò l'unione politica e amministrativa di tutti i territori da lui governati, trasformando il Regno di Sardegna in un unico Stato, con un unico parlamento e medesime leggi per tutti i sudditi dei diversi territori.

Sempre nel 1847 il musicista Michele Novaro, sul testo del patriota e poeta Goffredo Mameli, compose l'inno Il Canto degli italiani, più noto come "Fratelli d'Italia" dalla prima strofa, che in breve divenne popolare e suonato come inno dai patrioti italiani, dopo un secolo diventerà l'inno nazionale della Repubblica Italiana.

La "primavera dei popoli" e la Prima guerra d'indipendenza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fratelli Bandiera, Storia del Regno delle Due Sicilie nel 1848, Rivoluzione siciliana del 1848 e Prima guerra di indipendenza italiana.
« Pochi sanno che la grande fiammata rivoluzionaria del 1848 che investì l'Italia e l'Europa, e dalla quale ha inizio il nostro Risorgimento nazionale, fu accesa proprio a Reggio il 2 settembre 1847.[73] »
Stampa che celebra l'amnistia politica concessa da Pio IX il 16 giugno 1846
Stampa allegorica del tempo raffigurante la cacciata delle truppe napoletane dalla Sicilia all'inizio della rivolta
11 luglio 1849 attacco di un brulotto veneto alla I.R. Fregata "Venere" durante l'assedio alla Repubblica di San Marco

Gli anni 1847-1848, la cosiddetta "Primavera dei popoli", videro lo sviluppo di vari movimenti rivoluzionari in tutta Europa.

Una rivolta mazziniana organizzata da Domenico Romeo il 2 settembre 1847 scoppiò a Reggio Calabria dove s'insediò un governo provvisorio che nel distretto di Gerace aveva il comando militare. Anche questa insurrezione, per la mancata partecipazione popolare e la frantumazione dei comandi militari, si concluse con la repressione armata dell'esercito borbonico e la fucilazione dei promotori; le guardie urbane borboniche decapitarono il cadavere di Romeo e la sua testa fu portata in mostra come monito [74].

L'anno 1848 vide per primo i moti in Sicilia, rapidamente seguiti da moti nel Cilento e Napoli, a cui seguirono in Europa sommosse che scoppiarono il 23 febbraio in Francia, il 28 febbraio nello Stato di Baden che iniziò la rivolta che velocemente si estese a tutti gli stati tedeschi e il 13 marzo raggiunse l'Austria, il 15 marzo insorse l'Ungheria, il 28 marzo la Polonia.

La concessione delle costituzioni[modifica | modifica wikitesto]

Le notizie arrivate al di là dello Stretto della rivolta indipendentista in Sicilia del 12 gennaio 1848 provocarono il 17 gennaio dello stesso anno una rivolta nel Cilento. La successiva propagazione dei moti a Napoli costrinse il sovrano a promulgare l'11 febbraio del 1848 una costituzione simile a quella francese del 1830. Gli altri sovrani italiani dovettero seguire rapidamente l'esempio di Ferdinando II: Leopoldo II di Toscana concesse lo Statuto il 17 febbraio, quindi il 4 marzo Carlo Alberto promulgò lo Statuto albertino e il 14 marzo fu la volta dello Stato Pontificio. Il 1º aprile il parlamento siciliano, riunito a Palermo decretò: "Che il Potere Esecutivo dichiari a nome della Nazione agli altri Stati d'Italia, che la Sicilia già libera ed indipendente intende a far parte unione e federazione Italiana", e l'invio come dono di tre bandiere nazionali a Roma, Piemonte e Toscana col motto: A [nome dello Stato Italiano] Sicilia Indipendente ed Italiana. Il 13 aprile il parlamento siciliano completò l'indipendenza siciliana con una nuova delibera in cui decretava: "1) Ferdinando Borbone e la sua dinastia sono per sempre decaduti dal Trono di Sicilia., 2) La Sicilia si reggerà a Governo Costituzionale, e chiamerà al Trono un principe Italiano dopoché avrà riformato il suo Statuto"[75].

Ferdinando II ritira la costituzione[modifica | modifica wikitesto]

Ferdinando II, pochi mesi dopo la concessione della costituzione a Napoli, sciolse le camere ripristinando l'assolutismo il 15 maggio, giorno in cui avrebbe dovuto esserci la prima seduta della nuovo parlamento con i deputati eletti. Ciò provocò la ribellione dei liberali in diverse zone del regno e a Napoli, in Via Toledo, dove i patrioti eressero barricate, che furono espugnate a colpi di cannone [76]. La sommossa napoletana fu repressa nel sangue, con le truppe mercenarie svizzere, con 500 morti tra i patrioti[77] tra i quali lo scrittore lucano Luigi La Vista e il filosofo Angelo Santilli, morti rispettivamente a soli 22 e 25 anni. Lo stesso giorno ordino' il rientro a Napoli delle truppe inviate nell'Italia settentrionale a sostegno della lotta contro l'Austria: Guglielmo Pepe e parte delle truppe da lui comandate si rifiutarono di obbedire.

Le cinque giornate di Milano - Dipinto di Baldassare Verazzi (Museo del Risorgimento di Milano)

La prima guerra di indipendenza[modifica | modifica wikitesto]

In Italia il 1848 fu principalmente segnato dalla decisione da parte del Regno di Sardegna di farsi promotore dell'unità italiana, anticipando l'azione del movimento rivoluzionario e dei mazziniani, temendone la spinta sovvertitrice e la possibilità che questa assumesse il ruolo guida nel processo di unificazione. Primo passo in tal senso fu la Prima Guerra d'Indipendenza, anti austriaca, scoppiata a seguito della rivolta vittoriosa antiaustriaca delle Cinque giornate di Milano (1848). La guerra si articolò in tre fasi: una prima campagna militare (dal 23 marzo al 9 agosto 1848) iniziata con l'appoggio dallo Stato Pontificio e dal Regno delle due Sicilie. Questi ultimi due stati si ritirarono ben presto dal conflitto, ma gran parte dei loro soldati scelsero di rimanere e continuare a combattere l'Austria con l'esercito piemontese assieme agli altri volontari italiani tra i quali Giuseppe Garibaldi. Vi fu poi un armistizio e una seconda campagna militare (dal 20 al 24 marzo 1849).

La guerra condotta e definitivamente persa da Carlo Alberto a seguito della sconfitta nella battaglia di Custoza e nella Battaglia di Novara, si concluse territorialmente con un sostanziale ritorno allo statu quo ante e, a seguito dell'abdicazione del padre, con la salita al trono di Vittorio Emanuele II che, diversamente da quanto fecero gli altri governanti italiani, non ritirò lo Statuto Albertino concesso dal padre, così che il suo regno rimase l'unico Stato costituzionale nella penisola italiana ed anche l'unico a conservare il tricolore come bandiera nazionale.

Scontro tra Cacciatori tirolesi e soldati piemontesi del 14º reggimento "Pinerolo" durante la battaglia di Novara.

La Repubblica Romana[modifica | modifica wikitesto]

In occasione di questo conflitto con l'Austria assunsero notevole importanza alcune esperienze repubblicane di durata temporanea e senza un loro esito finale positivo. Dal febbraio 1849 al luglio 1849 si svolse la vicenda della Repubblica Romana, che vide Pio IX fuggire dalla città e rifugiarsi nella fortezza di Gaeta come ospite di Ferdinando II di Borbone, mentre il governo a Roma veniva assunto dal triumvirato di Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini. La Repubblica Romana, che comprendeva tutte le terre già pontificie, fu sciolta con gli interventi militari degli austriaci che assediarono Ancona, entrandovi dopo un duro assedio navale e terrestre il 21 giugno 1849, e dei francesi che attaccarono Roma vanamente difesa da Garibaldi con i suoi volontari, cancellando la prospettiva di una soluzione neoguelfa per l'unità della nazione.

La Repubblica di San Marco[modifica | modifica wikitesto]

Anche il Veneto insorse: l'8 febbraio 1848 a Padova scoppiò una rivolta spontanea di studenti, che venne repressa dopo una giornata di combattimenti con due studenti e cinque militari austriaci morti, decine di feriti[78]. Il mese seguente a Venezia, con un'insurrezione iniziata il 17 marzo 1848 nasceva la Repubblica di San Marco che ridava temporaneamente la libertà alla città, nel Cadore per circa due mesi una piccola armata di volontari, guidati da Pietro Fortunato Calvi, sbarrò l'accesso alla regione alle armate austriache. Venezia resistette ad un lungo assedio fino alla sua capitolazione il 27 agosto 1849, dopo una dura lotta, a seguito dell'intervento militare austriaco che ripristinava il dominio sul Veneto.

Nei territori lombardi sottoposti al dominio austriaco, scoppiarono anche piccole rivolte locali: dopo l'Armistizio di Salasco nell'ottobre 1848 si ebbero moti mazziniani in Val d'Intelvi, alla ripresa delle ostilità nel 1849 Como insorse e dopo la definitiva sconfitta piemontese nel 1849 ci fu l'episodio delle Dieci giornate di Brescia, che vide la città resistere sino a fine marzo 1849, per dieci giorni, alle truppe austriache, che, dopo la loro vittoria alla battaglia di Novara, rioccuparono le campagne lombarde; al termine dei combattimenti la città fu lasciata al saccheggio della truppa austriaca.

La Repubblica Toscana[modifica | modifica wikitesto]

La Toscana, proclamatasi repubblica toscana il 15 febbraio 1849, con la guida del triumvirato Guerrazzi, Montanelli, Mazzoni venne ricondotta sotto il granduca Leopoldo II a seguito dell'invasione armata austriaca nel maggio 1849, che ebbe i momenti più drammatici nell'assedio e sacco di Livorno.

Il Regno di Sicilia fu militarmente riconquistato dall'esercito borbonico dopo la presa di Palermo il 14 maggio 1849 da parte di Carlo Filangieri.

La repressione[modifica | modifica wikitesto]

Allegoria della repressione dell'insurrezione siciliana

Tutti i moti europei legati al 1848, furono repressi, nel volgere di due anni, secondo gli schemi della Restaurazione, tranne che in Francia, dove la Seconda Repubblica francese si sostituì alla monarchia di re Luigi Filippo Borbone d'Orléans con Luigi Napoleone che, dopo quattro anni, diventerà Napoleone III imperatore dei francesi. Gli eventi francesi provocarono la fine degli equilibri politici esistenti in Europa dal Congresso di Vienna, modificando le alleanze fra gli stati ed influiranno sulle vicende italiane, spingendo persino alcuni esuli napoletani a progettare l'insediamento sul trono di Napoli di Luciano Murat secondogenito di Gioacchino Murat. Il cambio di politica di Pio IX, il cui nome veniva invocato inizialmente dai patrioti italiani lo rese inviso divenendo uno dei loro maggiori bersagli polemici, e al contempo la difesa del papato, con l'azione militare delle truppe inviate a Roma, permise alla Francia di Napoleone III di ampliare la sua sfera d'influenza nella penisola in opposizione a quella austriaca che si trovò indebolita.

Molti patrioti finirono giustiziati, altri esiliati, una parte di quest'ultimi trovò asilo in Piemonte, Carlo Cattaneo si esiliò a vita a Lugano, in Svizzera, nazione che proprio nel 1848 si era data la Costituzione confederale e dove inizialmente si rifugiò anche Mazzini che poi si mosse a Londra, città che divenne un importante centro dei fuoriusciti italiani, il toscano Giuseppe Montanelli si rifugiò a Parigi, il presidente del governo siciliano Ruggero Settimo andò in esilio a Malta e Garibaldi, dopo un breve peregrinare, finì in America, ospite per un certo tempo di Antonio Meucci. Nel 1849 a Napoli vennero arrestati, processati e condannati a morte, con pena commutata al carcere Luigi Settembrini, Silvio Spaventa e Carlo Poerio, con l'accusa di essere membri dell'associazione segreta Unita' Italiana, diretta dallo stesso Settembrini. Francesco De Sanctis che per aver partecipato con alcuni suoi allievi ai moti nel novembre del 1848 era stato sospeso dall'insegnamento, nel 1850 fu arrestato recluso a Napoli nelle prigioni di Castel dell'Ovo dove rimase fino al 1853 quando, espulso dal Regno dalle autorità borboniche e fatto imbarcare per l'America, riuscì a fermarsi a Malta e quindi a rifugiarsi a Torino.

Il "decennio di preparazione"[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cronologia del Risorgimento.

Le azioni mazziniane[modifica | modifica wikitesto]

Carlo Pisacane

Nei dieci anni successivi alla sconfitta (il cosiddetto "decennio di preparazione") riprese inizialmente vigore il movimento repubblicano mazziniano, favorito anche dal fallimento del programma federalista neoguelfo: vennero fondate in diverse città le Società di Tiro Nazionale, associazioni patriottiche con il finto scopo di promuovere l'abilità all'uso della carabina.

Nel decennio 1849-1859 i mazziniani promossero una serie di insurrezioni, tutte fallite. Quelle che più impressionarono l'opinione pubblica italiana ed europea furono l'esecuzione capitale dei martiri di Belfiore (1852) a Mantova, esito cruento della repressione austriaca contro le ribellioni avvenute negli anni precedenti nel Regno Lombardo Veneto, e la disastrosa spedizione di Sapri (1857), nel Regno delle Due Sicilie, condotta all'insegna del credo mazziniano per il quale ciò che contava era più che il successo il "dare l'esempio" e conclusasi con la morte di Carlo Pisacane e dei suoi 23 compagni, massacrati dai contadini assieme ad altri patrioti liberati all'inizio della spedizione dal carcere di Ponza. Fortemente impressionò la borghesia italiana anche la rivolta milanese del 6 febbraio 1853 che condotta con spirito mazziniano, ossia confidando in una spontanea partecipazione popolare e addirittura nell'ammutinamento dei soldati ungheresi dell'esercito austriaco, fallì miseramente nel sangue. Oltre che l'impreparazione e la superficiale organizzazione dei rivoltosi, operai d'ispirazione politica socialista, furono proprio i mazziniani, notoriamente in contrasto ideologico col marxismo, a contribuire al fallimento non facendo loro pervenire le armi promesse e mantenendosi passivi al momento dell'insorgere della rivolta. Un pugno di uomini armati di pugnali e coltelli andarono così consapevolmente incontro al disastro in nome dei loro ideali patriottici e socialisti.[79]

A Napoli nel 1856, dopo un fallito attentato al re Ferdinando II, veniva condannato a morte il calabrese Agesilao Milano mentre nello stesso anno in Sicilia, nei dintorni di Mezzojuso venne repressa una sommossa organizzata da Francesco Crispi e guidata da Francesco Bentivegna[80] e Salvatore Spinuzza che furono fucilati.

La crisi del movimento mazziniano favorisce nel 1857 la creazione in Piemonte della Società nazionale italiana, ad opera degli esuli Daniele Manin e Giuseppe La Farina e in probabile accordo con Cavour, a supporto del movimento unitario che si stava formando attorno al Piemonte, operando alla luce del sole nel regno sabaudo e clandestinamente negli altri stati italiani.

La realpolitik cavouriana[modifica | modifica wikitesto]

Camillo Benso conte di Cavour

Nel 1850 Camillo Benso conte di Cavour entra nel governo piemontese: inizialmente come ministro per il commercio e l'agricoltura, divenendo poi anche ministro delle finanze e della Marina; infine diventò primo ministro il 4 novembre 1852, grazie ad un accordo tra le forze di centro-destra e di centro-sinistra. Fin dall'inizio come ministro del commercio intraprende un'azione che punta a molteplici accordi con le nazioni europee, stringendo accordi commerciali con Grecia, le città anseatiche, l'Unione doganale tedesca, la Svizzera e i Paesi Bassi, ed approfondisce i contatti con le potenze europee viaggiando nell'estate del 1852 ed incontrando a Londra il Ministro degli Esteri inglese Malmesbury, Palmerston, Clarendon, Disraeli, Cobden, Lansdowne e Gladstone e a Parigi il presidente Luigi Napoleone ed il ministro degli esteri francese[81]. L'anno successivo Ludwig von Rochau introducendo il concetto di realpolitik col suo saggio Grundsätze der Realpolitik (Principi della realpolitik)[82] ne porta come esempio l'azione di Cavour che prepara le basi "per una grande originale operazione nazionale"[83].

Sotto Cavour si accentuano i contrasti con i cattolici intransigenti e il Regno di Sardegna, arrivando ad un punto di non ritorno con la scomunica papale comminata al Re Vittorio Emanuele II, a Cavour e a tutti membri del governo e del parlamento a seguito della Crisi Calabiana (1855) che si concluse con l'approvazione della legge sui conventi e la soppressione degli ordini mendicanti.

La Seconda guerra d'indipendenza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Accordi di Plombieres e Seconda guerra d'indipendenza.
Napoleone III

Il biennio 1859-1860 costituì una nuova fase decisiva per il processo d'unificazione, iniziò con l'attentato di Felice Orsini contro Napoleone III colpevole di aver represso la Repubblica Romana e aver rinnegato gli ideali carbonari che il monarca aveva professato in gioventù. Orsini, prima di essere ghigliottinato, inviò una lettera Napoleone III, che ne fu favorevolmente colpito autorizzandone la pubblicazione sui giornali che presentarono Orsini come un eroe. Cavour, sfruttò la popolarità che aveva raggiunto la missiva, per aumentare la sua pressione politica sulla Francia.

Il biennio fu quindi caratterizzato dall'alleanza sardo-francese siglata nel gennaio 1859 e preparata con l'incontro di Plombières fra Cavour e Napoleone III del 21 luglio 1858. Tale alleanza, lungi dal prevedere l'unità della nazione, auspicava di dividere la penisola in zone d'influenza piemontese e francese.

Il 10 gennaio 1859 Vittorio Emanuele II, inaugurando i lavori del Parlamento subalpino, pronunciò un famoso discorso della Corona con l'affermazione: «Noi non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi»; frase che esprimeva un'accusa di malgoverno austriaco sugli italiani ai quali il re sabaudo si proponeva come loro soccorritore e una velata ricerca del "casus belli": elemento quest'ultimo necessario poiché, secondo gli accordi presi, Napoleone III sarebbe entrato in guerra solo in seguito ad un attacco austriaco al Piemonte.[84]

Nel frattempo Garibaldi veniva autorizzato a condurre apertamente una campagna di arruolamento di volontari nei Cacciatori delle Alpi, una nuova formazione militare regolarmente incorporata nell'esercito sardo. L'Austria colse nelle parole del sovrano piemontese e nel riconoscimento ufficiale dei volontari agli ordini del noto rivoluzionario mazziniano Garibaldi, che veniva stanziato ai confini del Lombardo-Veneto, una provocazione e una sfida. La possibilità però di una guerra all'Austria con l'alleato francese sembrava ancora lontana dal realizzarsi per l'opposizione dei cattolici francesi che vedevano in una guerra vittoriosa del Piemonte una probabile successiva annessione dello Stato pontificio, con la conseguente perdita del potere temporale del papa. Per allontanare il rischio di una guerra agiva anche la diplomazia inglese e prussiana che si adoperava per una conferenza di pace: si sapeva infatti che gli accordi di Plombieres prevedevano un insediamento della Francia nell'Italia centrale e meridionale che avrebbe alterato i rapporti di forza in Europa.[85]

Ritorno dei bersaglieri da una ricognizione
La Battaglia di Solferino
Stampa dell'epoca raffigurante l'insurrezione di Parma del 9 giugno 1859

Dopo mesi, durante i quali sembrava si potesse giungere a una pacificazione, giunse l'ultimatum austriaco al Piemonte con l'ingiunzione di disarmare l'esercito e il corpo dei volontari. Cavour in risposta all'intimazione austriaca dichiarò di voler resistere all'«aggressione» e a fine aprile giunse la dichiarazione di guerra degli austriaci che attaccarono il Piemonte attraversando il confine sul fiume Ticino (26 aprile).

Alle notizie della guerra all'Austria il 27 aprile 1859 i ducati emiliani, le legazioni pontificie, e il Granducato di Toscana, dopo l'abbandono del granduca Leopoldo, chiedevano ed ottenevano l'invio di commissari sabaudi per l'annessione al Regno sardo.

Il 12 maggio 1859 l'alleato francese Napoleone III, sulle orme del "grande zio", secondo gli accordi convenuti, entrò in guerra al comando dell'Armée d'Italie. Seguirono nel periodo maggio-giugno una serie di vittorie franco-piemontesi, ma con un alto numero di perdite, mentre i Cacciatori delle Alpi al comando di Garibaldi dopo aver preso Varese, Bergamo, Brescia continuavano ad avanzare verso il Veneto.

Tuttavia, nonostante il corso favorevole della guerra, questa venne interrotta per iniziativa francese prima di conseguire tutti gli obiettivi concordati fra Francia e Piemonte: le richieste di annessione da parte dei ducati emiliani, delle legazioni pontificie e del granducato di Toscana, non previste negli accordi di Plombieres sulla spartizione degli stati italiani, il malcontento dell'opinione pubblica francese per l'alto numero di morti nella guerra in Italia, l'opposizione dei cattolici francesi che vedevano realizzarsi i loro timori per la perdita dell'autonomia papale, spinsero Napoleone III ad accettare di firmare un armistizio (11 luglio 1859) con l'imperatore Francesco Giuseppe d'Asburgo ("preliminari di pace di Villafranca") che concedeva ai Piemontesi la sola Lombardia (eccetto Mantova e Peschiera del "Quadrilatero") in cambio dell'abbandono delle terre già occupate nel Veneto e della rinuncia a soddisfare le richieste di annessioni.

Vittorio Emanuele accettò le condizioni di pace e ritirò i commissari regi dalle città di Firenze, Parma, Modena, Bologna dove però i governi provvisori si opposero alla restaurazione ipotizzando anche una forza militare comune di difesa, mentre le truppe papaline riprendevano militarmente il controllo dell'Umbria ribellatasi.

Nel frattempo il quadro internazionale cambiava e l'Inghilterra si mostrava favorevole ad una situazione italiana dove la Francia non avrebbe avuto alcun peso mentre uno Stato unitario italiano poteva costituire un valido punto d'equilibrio in Europa sia nei confronti della Francia che dell'Austria. Il 23 ottobre 1859 venne emanata la legge Rattazzi che riorganizzava la geografia amministrativa dell'intero stato sabaudo sul modello francese, con suddivisioni in province, circondari, mandamenti e comuni, struttura che sara' successivamente applicata ai vari territori che via via si unirono nel corso dell'unificazione nazionale.

Il ritiro unilaterale dei francesi rendeva nulli gli accordi di Plombières, ma il prezzo stabilito da Napoleone III per permettere l'annessione dell'Italia centrale fu il riportare in vita le clausole del trattato segreto del 1859 - che prevedevano la cessione della Savoia e il Nizzardo alla Francia, in cambio del riconoscimento da parte di quest'ultima delle annessioni dell'Emilia e della Toscana che, tramite i plebisciti dell'11 e 12 marzo 1860, entrarono a far parte del Regno di Sardegna. Il 12 marzo 1860 fu firmato con la Francia un altro trattato segreto in tal senso.[86]

Viste le difficoltà' accresciute nel mantenere il controllo sul territorio del proprio stato Pio IX nomino', il 18 aprile 1860, de Merode vice-ministro delle Armi, con l'incarico di rafforzare l'esercito pontificio, compito che venne affidato a de Lamoricière e che venne attuato arruolando migliaia di volontari provenienti da paesi cattolici europei.

La Spedizione dei Mille[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe Garibaldi

Ulteriore passo verso l'unità fu la spedizione "dei Mille" garibaldini in Sud Italia.[87], preceduta sull'isola da piccoli moti rivoluzionari. Questa era formata da poco più di un migliaio di volontari provenienti in massima parte dalle regioni settentrionali e centrali della penisola, appartenenti sia ai ceti medi che a quelli artigiani e operai; fu l'unica impresa risorgimentale a godere, almeno nella sua fase iniziale, di un deciso appoggio delle masse contadine siciliane, all'epoca in rivolta contro il governo borbonico e fiduciose nelle promesse di riscatto fatte loro da Garibaldi. «Il profondo malcontento delle masse popolari delle campagne e delle città, sebbene avesse le sue radici nella miseria e quindi nella struttura di classe della società, si rivolgeva contro il governo prima ancora che contro le classi dominanti»[88].

Dopo la battaglia di Calatafimi, dove fu determinante per la vittoria la partecipazione dei contadini siciliani, con la partecipazione di 200 picciotti siciliani e circa 2.000 contadini locali in aggiunta ai 1.089 volontari garibaldini[89], e la conquista di Palermo, mentre le truppe regie si ritirano verso Messina, secondo Del Carria "con la metà di giugno si spezza definitivamente l'alleanza tra borghesi e contadini per dar luogo all'alleanza tra borghesi isolani e borghesia continentale rappresentata dai garibaldini e dai moderati"[90], significativa in tal senso è la repressione ordinata a Nino Bixio, della ribellione contadina avvenuta a Bronte e a rischio di estensione in tutta la regione del catanese.

Vittorio Emanuele II re d'Italia

Mentre Garibaldi avanzava da sud con il suo Esercito meridionale, in agosto insorse la Basilicata (la prima provincia a dichiararsi parte d'Italia nella zona continentale del Regno delle Due Sicilie),[91] arrivando ad avere un governo provvisorio che rimase in carica fino all'ingresso di Garibaldi a Napoli. Dopo Napoli, le truppe garibaldine si scontrarono un'ultima volta con quelle borboniche nella Battaglia del Volturno il 1º ottobre 1860. Con la vittoria di Garibaldi l'Italia meridionale veniva definitivamente sottratta ai Borbone, dinastia che in passato aveva dato a Napoli anche un grande sovrano[92], ma che «…ormai rappresentava, nella vita dell'Italia Meridionale, la peior pars…», cioè la parte peggiore, come scrisse Benedetto Croce[93]. Anche lo storico e filosofo Ernest Renan, in viaggio nel Mezzogiorno d'Italia attorno al 1850, al pari degli altri viaggiatori e osservatori stranieri constatava l'«…affreuse tyrannie intellectuelle qui règne sur cette partie de l'Italie…»[94]

L'itinerario della Spedizione dei Mille.

Le truppe di Vittorio Emanuele II intanto entravano nello Stato della Chiesa scontrandosi il 18 settembre con l'esercito pontificio nelle Marche, durante la Battaglia di Castelfidardo, che sarebbe stato l'ultimo grande scontro armato prima dell'unità italiana. Dopo aver ottenuto la vittoria, le truppe piemontesi inseguirono quelle pontificie asserragliatesi ad Ancona, che venne subito assediata. Quando i pontifici cedettero anche là, fu possibile per il Piemonte annettere la Legazione delle Marche e quella dell'Umbria, a seguito di un plebiscito. Solo dopo esso si sarebbe potuto pensare alla proclamazione del Regno d'Italia in quanto, attraverso le Marche e l'Umbria, si sarebbero unite geograficamente le regioni del nord e del centro (confluite nel Regno di Sardegna in seguito alla seconda guerra d'indipendenza e alle conseguenti annessioni), con le regioni meridionali (conquistate da Garibaldi).

Dopo alcuni tentennamenti e sotto la pressione di Cavour e dell'imminente annessione di Marche ed Umbria alla monarchia sabauda, Garibaldi, pur di idee repubblicane, non pose ostacoli all'unione dell'ex Regno delle Due Sicilie al futuro Stato unificato italiano, che già si profilava all'epoca sotto l'egida di Casa Savoia. Tale unione fu formalizzata mediante il referendum del 21 ottobre 1860.[95]

Proclamazione del Regno d'Italia[modifica | modifica wikitesto]

Il 27 gennaio e 3 febbraio 1861 si svolsero le prime elezioni politiche italiane e il 18 febbraio 1861 venne aperta la nuova legislatura italiana. Alla presidenza del senato fu nominato Ruggero Settimo, già capo del governo siciliano durante la rivoluzione del 1848, a quella della Camera fu nominato Urbano Rattazzi, che era già stato due volte presidente della Camera del regno di Sardegna.

Il nuovo governo era presieduto da Cavour, con altri 8 ministri originari di diverse regioni italiane: un piemontese, due emiliani, due toscani, un campano, un calabrese ed un siciliano.

Il 17 marzo 1861 il parlamento subalpino proclamò Vittorio Emanuele II non re degli italiani ma «re d'Italia, per grazia di Dio e volontà della nazione». Non "primo" re d'Italia, come avrebbe dovuto essere, ma "secondo" come segno distintivo della continuità della dinastia di casa Savoia[96].

Tre mesi dopo dello stesso anno moriva Cavour che, nel suo primo discorso al Parlamento italiano, aveva suggerito la linea politica di "Libera Chiesa in libero Stato" come soluzione alla cosiddetta "Questione romana", al problema, cioè, della persistenza del potere temporale del papato in Italia che impediva che Roma, di fatto ancora capitale dello Stato pontificio, potesse effettivamente diventare la proclamata capitale del Regno e che conseguentemente condizionava la partecipazione dei cattolici, sensibili alle indicazioni di Pio IX, alla vita politica nazionale.

Il nuovo regno mantenne lo Statuto albertino, la costituzione concessa da Carlo Alberto nel 1848 che rimarrà ininterrottamente in vigore sino al 1946 e decretò nel 1865 la unificazione legislativa del Regno.

Il nuovo stato fu riconosciuto da Inghilterra, Francia e Russia fin dal 1862, mentre Spagna, Austria, e la maggior parte degli Stati della Confederazione germanica dietro pressioni di Vienna attesero fino al 1866.

Terza guerra di indipendenza e Roma capitale[modifica | modifica wikitesto]

Stampa allegorica del periodo sulla situazione politica post-unitaria: l'Italia turrita indica a Cialdini, (con la sciabola sguainata), i suoi nemici abbarbicati attorno a Napoleone III (trasformato in albero): briganti, nobili borbonici (raffigurati dal pazzariello napoletano), il clero e il Papa Pio IX; sullo sfondo Garibaldi, a Caprera, ara un campo come Cincinnato

La terza guerra di indipendenza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Terza guerra di indipendenza italiana.
Piano della terza guerra di indipendenza

Quando Vittorio Emanuele II divenne re d'Italia, il 17 marzo 1861, il processo di unificazione nazionale non poteva considerarsi definitivo poiché il Veneto, il Trentino e il Friuli appartenevano ancora all'Austria e Roma, proclamata idealmente capitale del Regno era ancora sede papale.

La situazione delle terre irredente (come si sarebbe detto alcuni decenni più tardi) costituiva una fonte di tensione costante per la politica interna italiana e chiave di volta della sua politica estera. Il 6 novembre 1864 una cinquantina di patrioti di ispirazione mazziniana e garibaldina, passata alla storia come "la Banda di Navarons" attacco' sui monti della Val Tramontina in Friuli-Venezia Giulia, alcune truppe austriache [97], l'insurrezione falli', parte degli insorti riuscì a rifugiarsi in Italia altri si costituirono agli austriaci [98].


Le crescenti tensioni fra Austria e Prussia per la supremazia in Germania (sfociate infine nel 1866 nella guerra austro-prussiana) offrirono al neonato Regno d'Italia l'opportunità di effettuare un consistente guadagno territoriale e procedere sulla via dell'unificazione italiana. L'8 aprile 1866 il Governo Italiano (guidato dal generale Alfonso La Marmora) concluse una alleanza militare con la Prussia di Otto von Bismarck, grazie anche alla mediazione della Francia di Napoleone III. Si era creata, infatti, un'oggettiva convergenza fra i due Stati che vedevano nell'Impero Austriaco l'ostacolo al rafforzamento dell'unità nazionale italiana in funzione antiaustriaca.

Secondo i piani prussiani, l'Italia avrebbe dovuto impegnare l'Austria sul fronte meridionale. Nel contempo, forte della superiorità navale, avrebbe portato una minaccia alle coste dalmate, distogliendo ulteriori forze dal teatro di guerra nell'Europa centrale.

Il 16 giugno 1866 la Prussia iniziò l'ostilità contro alcuni principati tedeschi alleati dell'Austria. All'inizio del conflitto, l'esercito italiano era diviso in due armate: la prima, al comando di Alfonso La Marmora, stanziata in Lombardia ad ovest del Mincio verso le fortezze del Quadrilatero; la seconda, al comando del generale Enrico Cialdini, in Romagna, a sud del Po, verso Mantova e Rovigo. Al comando della flotta fu designato il vecchio ammiraglio Carlo Pellion di Persano.

Il capo di Stato Maggiore generale La Marmora mosse per primo, incuneandosi fra Mantova e Peschiera, ove subì una sconfitta a Custoza il 24 giugno. Cialdini, al contrario, per tutta la prima parte della guerra non assunse alcuna posizione offensiva e non assediò neppure la fortezza austriaca di Borgoforte, a nord del Po. Custoza segnò un generale arresto delle operazioni, con gli Italiani che si riorganizzavano nel timore di un contrattacco austriaco. Gli Austriaci ne approfittarono per compiere due piccole offensive e saccheggi in Valtellina (operazioni in Valtellina) e in Val Camonica (battaglia di Vezza d'Oglio).

Tuttavia, a seguito di alcune importanti vittorie prussiane sul fronte tedesco, in particolare quella di Sadowa del 3 luglio 1866, gli Austriaci decisero di far rientrare a Vienna uno dei tre corpi d'armata schierati in Italia e diedero priorità alla difesa del Trentino e dell'Isonzo. Nelle settimane che seguirono, a Enrico Cialdini fu quindi affidato il grosso dell'esercito. Egli seppe guidare l'avanzata italiana da Ferrara a Udine: passò il Po e occupò Rovigo l'11 luglio, Padova il 12 luglio, Treviso il 14 luglio, San Donà di Piave il 18 luglio, Valdobbiadene e Oderzo il 20 luglio, Vicenza il 21 luglio, Udine il 26 luglio.[99]

Nel frattempo i volontari di Giuseppe Garibaldi si erano spinti dal Bresciano in direzione della città di Trento aprendosi la strada il 21 luglio durante la battaglia di Bezzecca, mentre una seconda colonna italiana guidata da Giacomo Medici arrivava, il 25 luglio, in vista delle mura di Trento.

Queste ultime vittorie italiane vennero tuttavia oscurate, nella coscienza collettiva, dalla sconfitta della Marina a Lissa il 20 luglio.

L'esito generale della guerra fu determinato dalle importanti vittorie prussiane sul fronte tedesco, in particolare quella di Sadowa del 3 luglio 1866, ad opera del generale von Moltke. Il 9 agosto Garibaldi rispose all'ordine di ritirarsi dal Trentino, con il celebre e celebrato «Obbedisco». La cessazione delle ostilità venne sancita con l'Armistizio di Cormons, il 12 agosto 1866, seguito il 3 ottobre 1866 dal trattato di Vienna.

Secondo i termini del trattato di pace, l'Italia guadagnò Mantova e l'intera antica terraferma veneta (che comprendeva l'attuale Veneto e il Friuli occidentale). Rimanevano in mano austriaca il Trentino, il Friuli orientale, la Venezia Giulia e la Dalmazia. Le città di Trento e Trieste continuavano ad essere sotto il governo di Vienna.

Gli austriaci consegnarono le province perdute alla Francia, che ne avrebbe fatto dono al Regno d'Italia. Il 4 novembre 1866 i Savoia ebbero consegnata dagli Asburgo la Corona Ferrea (simbolo della sovranità sull'Italia), già usata dai re longobardi, dagli imperatori del Sacro Romano Impero Germanico e dallo stesso Napoleone Bonaparte. La corona tornò così alla sua sede storica nel Duomo di Monza. L'annessione al Regno d'Italia venne sancita da un plebiscito (a suffragio universale maschile) svoltosi il 21 e 22 ottobre, anche se già il 19 ottobre in una stanza dell'hotel Europa sul Canal Grande il generale Leboeuf (plenipotenziario francese e "garante" dello svolgimento della consultazione) firmò la cessione del Veneto all'Italia. Prima ancora del plebiscito le terre venete erano già state cedute ufficialmente al Regno d'Italia; "la Gazzetta di Venezia" il giorno successivo ne aveva dato notizia, in pochissime righe: "Questa mattina in una camera dell'albergo Europa si è fatta la cessione del Veneto".[100] Il 7 novembre 1866, pochi giorni dopo la proclamazione ufficiale dell'esito del plebiscito, Vittorio Emanuele II compì una visita solenne a Venezia. Le salme dei fratelli Bandiera e di Domenico Moro rientrarono il 18 giugno 1867, quella di Daniele Manin il 22 marzo 1868.

Roma capitale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Questione romana, Clericalismo e Presa di Roma.
La breccia delle mura a Porta Pia

Seppure alla proclamazione del Regno d'Italia il 17 marzo 1861 fosse stata indicata Roma come "capitale morale" del nuovo Stato, la città rimaneva la sede dello Stato Pontificio[101], per quanto ridotto di dimensioni. La Romagna era infatti già passata al Piemonte con i plebisciti seguiti alla Seconda Guerra d'Indipendenza; similmente era accaduto per le Marche e l'Umbria, in seguito alla Battaglia di Castelfidardo e al successivo plebiscito: lo Stato della Chiesa era ormai ridotto al solo Lazio[102]. Il dominio temporale del papa rimaneva sotto la protezione delle truppe francesi dislocate a Roma; Garibaldi per due volte tentò di prendere Roma, venendo bloccato una volta sull'Aspromonte dall'esercito italiano inviato da Urbano Rattazzi e, in un secondo tentativo, sconfitto dai francesi nella battaglia di Mentana senza che, questa volta, vi fosse un intervento diretto del governo Menabrea che, in nome degli accordi con la Francia, fece arrestare Garibaldi a Figline Valdarno e da lì tradotto a La Spezia da dove fu riportato a Caprera.[103]

Solo dopo la sconfitta e cattura di Napoleone III a Sedan nella guerra franco-prussiana avvenuta il 1º settembre 1870, venne ritirato da Roma il contingente di truppe francesi a protezione del pontefice; le truppe italiane con bersaglieri e carabinieri in testa, pochi giorni dopo, il 20 settembre, entrarono dalla breccia di Porta Pia nella capitale.

Breccia di Porta Pia
olio su tela di Carlo Ademollo (1880 circa)
Museo del Risorgimento di Milano
Cartolina postale tedesca inneggiante alla Triplice alleanza con il motto tedesco "Einigkeit macht stark" (L'unione fa la forza) e quello latino "Viribus unitis" (Forze unite).

Papa Pio IX, che si considerava prigioniero del nuovo Stato italiano, reagì scomunicando Vittorio Emanuele II, ritenendo inoltre non opportuno (non expedit), e poi esplicitamente proibendo che i cattolici partecipassero attivamente alla vita politica italiana, da cui si autoesclusero per circa mezzo secolo con gravi conseguenze per la futura storia d'Italia.

Dopo il plebiscito del 2 ottobre 1870 che sancì l'annessione di Roma al Regno d'Italia, nel giugno del 1871 la capitale d'Italia, già trasferita - in ottemperanza alla Convenzione di settembre (1864) - da Torino a Firenze, divenne definitivamente Roma.[104]

Il 20 settembre venne quindi fissato come festa nazionale, simbolo della conclusione, fino a quel momento, del periodo risorgimentale. La festività venne abolita nel 1929, con i Patti Lateranensi.

L'anno successivo Nizza tentò invano di ritornare italiana, e fino allo scoppio della prima guerra mondiale la politica italiana considerò chiusa la questione risorgimentale, dal punto di vista dell'annessione al Regno d'Italia di quei territori considerati ancora irredenti da parte dei nazionalisti accesi, come il Trentino e l'Istria.

L'inizio del 1878 vide la morte, a distanza di un mese di Vittorio Emanuele II e PIO IX, due dei maggiori protagonisti del Risorgimento. Con i loro successori, Umberto I e Leone XII, si ebbero i più forti contrasti tra l'intransigente opposizione cattolica al processo risorgimentale e lo sviluppo del nuovo regno come Stato laico[105]. Pochi anni dopo morivano Garibaldi a nel suo ritiro di Caprera nel 1882 e in quello seguente Mazzini, rientrato in Italia e nascosto sotto falso nome, a Pisa.

Il 20 maggio 1882 la politica estera italiana attuò un capovolgimento di alleanze legandosi con Austria e Germania nella Triplice alleanza, un patto militare difensivo, che rimase in vigore fino al 1915.

Inizialmente l'alleanza fu voluta principalmente dall'Italia desiderosa di rompere il suo isolamento dopo l'occupazione francese nel 1881 della Tunisia alla quale anche lei aspirava. Successivamente, con il mutarsi della situazione in Europa, l'alleanza fu sostenuta soprattutto dalla Germania desiderosa di paralizzare la politica della Francia. Nel 1884 l'Italia ottenne di partecipare alla Conferenza dell’Africa Occidentale a Berlino, dove le potenze europee provarono a confrontare e regolare le loro politiche coloniali in Africa, continente verso il quale anche la giovane nazione italiana iniziava ad avere progetti.

Questa politica non venne influenzata da sporadiche azioni irredentiste, come gli attentati antiaustriaci compiuti da Guglielmo Oberdan nel 1882 in Istria e per questi impiccato, o da eventi contro le comunità italiane esistenti nelle province austriache come l'assalto alla Facoltà di Giurisprudenza italiana a Innsbruck e sua distruzione avvenuto il 4 novembre 1904 e che vide coinvolti gli allora studenti Cesare Battisti e Alcide De Gasperi[106].

L'unificazione culturale[modifica | modifica wikitesto]

Con la proclamazione dell'Unità d'Italia iniziò anche un processo di unificazione culturale del paese, di cui la classe intellettuale sentiva la necessità. Ben noto a riguardo è il commento scritto nei suoi "Ricordi" da Massimo d'Azeglio che annotando che l'Italia era fatta, bisognava fare gli "italiani": «Il primo bisogno d'Italia è che si formino Italiani dotati d'alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani».[107] A questo contribuirono le pubblicazioni di alcuni libri destinati ad essere diffusi in tutta la nazione: nel 1870 esce la prima Storia della letteratura italiana scritta da Francesco de Sanctis, nel 1876 Il Bel Paese dell'abate e patriota Antonio Stoppani che descrive ai suoi lettori gli aspetti fisici e umani semisconosciuti della penisola, nel 1881 Carlo Collodi pubblica Pinocchio un romanzo di formazione per ragazzi, nel 1886 esce un altro romanzo: Cuore, di Edmondo De Amicis, sempre rivolto ai giovani e scritto per inculcar loro le "virtù civili" e mantenere vivo il ricordo degli eventi risorgimentali, e nel 1891 Pellegrino Artusi pubblica La Scienza in cucina e l'Arte di mangiar bene, un testo che divenne popolare in poco tempo, ancor oggi ristampato e che secondo alcuni critici riuscì "a creare un codice di identificazione nazionale là dove fallirono gli stilemi e i fonemi manzoniani»[108].

Vengono fondate anche le prime associazioni popolari a diffusione nazionale, che aiutano a far conoscere il territorio nazionale agli italiani: nel 1863 Quintino Sella, ingegnere minerario, alpinista e uomo politico fonda il Club Alpino Italiano e nel 1894 nasce il Touring Club Italiano ad opera del geografo Luigi Vittorio Bertarelli. Nel 1867 viene fondata la Società geografica italiana con Cristoforo Negri presidente, allineando l'Italia con quanto avveniva da tempo nelle altre potenze europee, dove le società' geografiche nazionali fungevano anche da apripista per lo sviluppo coloniale.

Il completamento territoriale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Quarta guerra di indipendenza italiana, Fronte italiano (prima guerra mondiale) e Prima guerra mondiale.
Bolgheri: Incipit della lapide commemorativa dei caduti della prima guerra mondiale, in cui questa viene indicata come la maggior guerra del Risorgimento
Dritto della medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca 1915-1918; l'iscrizione recita "Guerra per l'unità d'Italia 1915-1918"

Dopo la fine della Grande Guerra una corrente storiografica iniziò ad individuare nel conflitto mondiale la conclusione del Risorgimento e dell'Unità d'Italia[109][110].

Tale visione fu condivisa da intellettuali nazionalisti e irredentisti dell'epoca, ma anche da alcuni storici liberali, fra cui Adolfo Omodeo, che fu «uno dei più accesi sostenitori della visione della Grande guerra come continuazione e compimento delle guerre di indipendenza e del Risorgimento...»[111], per via del ricongiungimento con le terre irredente di Venezia Tridentina, Venezia Giulia, nonché la città di Zara. Essi attribuirono quindi il nome di quarta guerra di indipendenza alla Prima guerra mondiale[112].

Successivamente la città di Fiume venne unita all'Italia nel 1924, dopo il Trattato di Rapallo, in seguito alle breve esperienza della Reggenza italiana del Carnaro, mentre per la Dalmazia, esclusa Zara, le aspirazioni degli irredentisti furono raggiunte solo per il breve periodo precedente al trattato di Rapallo, e poi nel Governatorato di Dalmazia durante la Seconda guerra mondiale.

I problemi dello stato unitario[modifica | modifica wikitesto]

Molti e gravi furono i problemi che il nuovo Stato dovette affrontare.

Nord e Sud[modifica | modifica wikitesto]

Illustrazione tratta da "Il Mondo Illustrato - Giornale universale", Torino, (1861) intitolata "Una scena della reazione di Isernia" illustrante il linciaggio dei liberali filounitari durante la rivolta legittimista di Isernia dell'ottobre 1860

Discordando con l'affermazione di Massimo D'Azeglio, Cavour realisticamente scriveva che non solo gli italiani ma neppure l'Italia era "fatta": «Il mio compito è più complesso e faticoso che in passato. Fare l'Italia, fondere assieme gli elementi che la compongono, accordare Nord e Sud, tutto questo presenta le stesse difficoltà di una guerra con l'Austria e la lotta con Roma»[113]. Cavour ben sapeva come si fosse giunti all'unificazione in soli due anni grazie all'aiuto di circostanze favorevoli interne ed internazionali. Ora, tuttavia, si trattava di sanare quella che alcuni avevano definito una forzatura storica, un miracolo italiano[114].

La nuova Italia aveva messo assieme popolazioni eterogenee per storia, per lingue parlate, per tradizioni ed usanze religiose (la sensibilità e gli usi legati al cattolicesimo erano differenti nelle varie parti d'Italia). Per rimarcare queste differenze e prospettare un sentimento razzista verso il Sud viene spesso citato un commento di Luigi Carlo Farini, che inviato da Cavour a Napoli in qualità di Luogotenente, il 27 ottobre 1860, gli descriveva la situazione in una lettera con queste frasi: «Ma, amico mio, che paesi son mai questi, il Molise e Terra di Lavoro![115] Che barbarie! Altro che Italia! Questa è Affrica. I beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile. Il Re[116] dà carta bianca; e la canaglia dà il sacco alle case de'Signori e taglia le teste, le orecchie a' galantuomini, e se ne vanta, e scrive a Gaeta[117]: "i galantuomini ammazzati son tanti e tanti; a me il premio[118] da ricevere". Anche le donne caffone ammazzano; e peggio: legano i galantuomini (questo nome danno a'liberali) pe' testicoli, e li tirano così per le strade; poi fanno ziffe zaffe[119]: orrori da non credersi se non fossero accaduti qui dintorno ed in mezzo a noi»[120][121]. Tuttavia, osserva De Francesco, il commento di Farini era circostanziato alla descrizione della ferocia con cui i seguaci di Ferdinando II uccidevano i patrioti italiani.[122].

Il Meridione "africano"[modifica | modifica wikitesto]

Secondo lo storico britannico Christopher Duggan, numerose figure di primo piano dell’epoca, tra cui molti meridionali esiliati dai Borbone, contribuirono a costruire e ad aggravare l’immagine del Meridione come terra barbara e incolta, ripetendo un luogo comune, diffuso da parecchio tempo prima dell'unificazione: che a sud di Roma iniziasse l'Africa.[123]. A questo riguardo Croce osservava che costoro furono tacciati di "essersi disinteressati del Mezzogiorno, e anzi di aver dato verso di esso non dubbi segni di noncuranza e di sprezzo. E nondimeno quegli uomini meritavano qualche scusa, perché, assorti dapprima negli studi e poi gettati negli ergastoli o cacciati in esilio, poco conoscevano delle condizioni effettive di questo paese, anche perché ... troppo vi avevano sofferto, troppe delusioni, troppa incomprensione, troppi abbandoni; e, ora che l'avevano legato all'Italia, godevano nel respirare in più largo aere e ripugnavano a ricacciarsi nella sua molta volgarità e nelle sue travagliose miserie"[124].

La cattiva fama dei meridionali è testimoniata da una frase, riportata dallo storico Giordano Bruno Guerri, pronunciata da Metternich dopo la rivolta napoletana del 1820: «Un popolo mezzo barbaro, di una ignoranza assoluta, di una superstizione senza limiti, focoso e passionale come gli africani, un popolo che non sa né leggere né scrivere e che risolve le cose con il pugnale»[125].

L'italianista Nelson Moe, professore associato di italiano al Barnard College della Columbia University e studioso della storia del Mezzogiorno italiano[126] ha osservato che questa rappresentazione degradante di Napoli e dell'Italia meridionale fosse una descrizione transeuropea, molto comune fra i viaggiatori e diplomatici inglesi, francesi e tedeschi, durante i secoli XVIII e XIX, e diffusasi attraverso scritti nei circoli diplomatici e nei salotti delle classi elevate, inclusi quelli piemontesi e napoletani[127]. Per quest'ultimi si trattava di una communis opinio circolante negli ambienti dell'intellettualità meridionale, per la quale le province fuori da Napoli costituivano una terra sconosciuta, selvaggia ed anche per un napoletano "un viaggio in Calabria equivale[va] a un viaggio in Marocco"[128] ".

Lo stesso re Ferdinando II, replicando ad un diplomatico straniero, criticante i metodi della polizia borbonica definendoli "africani" rispose prontamente «Ma l’Africa comincia qui!»[129][130]. D'altro canto, la stessa definizione di inizio d'Africa veniva estesa alla Sardegna da Honoré de Balzac nel suo Voyage en Sardaigne, scritto nel 1838 dopo un viaggio nell'isola[131].

Le condizioni del Regno[modifica | modifica wikitesto]

Quintino Sella

Le condizioni di tutta l'Italia[132] si presentavano arretrate rispetto agli stati industrializzati dell'Europa occidentale. La rete ferroviaria nel 1861 consisteva in appena 2100 chilometri di binari che in più erano stati progettati in modo di avere uno scartamento tale da impedire, per ragioni militari, il passaggio dei confini di uno Stato all'altro.

Molto alta la mortalità infantile, l'igiene precaria causava ricorrenti epidemie di colera, diffusa la malaria e la pellagra.

L'analfabetismo raggiungeva una percentuale nazionale del 75%, con punte del 90% in alcune zone del paese.[133] e venne affrontato estendendo la legge Casati, entrata in vigore nel Regno di Sardegna nel 1860 a tutto il paese.

L'iniziale isolamento diplomatico e le minacce austriache imponevano per la difesa il rafforzamento dell'esercito e della marina.

La soluzione di questi problemi comportò un grande impegno finanziario per il nuovo Stato che dovette introdurre nel 1868 la tassa sul macinato, un'«imposta progressiva sulla miseria»,[134] una vera e propria tassa sul pane, fino ad allora sconosciuta nelle regioni del Centro e del Nord dove causò la ribellione dei contadini emiliani. Quintino Sella, ministro delle finanze del Regno d'Italia, che l'aveva con altri ideata, divenne nell'opinione popolare «l'affamatore del popolo».[135]

L'abolizione delle dogane tra i vari stati comportò il fallimento delle piccole attività artigianali impossibilitate a reggere la concorrenza con la produzione industriale del Nord.

Il brigantaggio[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Brigantaggio e Brigantaggio postunitario.
« A Napoli, noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per stabilire un governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono e sembra che ciò non basti, per contenere il Regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti o non briganti, niuno vuol saperne. Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di suffragio, ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore e bisogna cangiare atti e principi. Bisogna sapere dai Napoletani un'altra volta per tutto se ci vogliono, sì o no. Capisco che gli italiani hanno il diritto di fare la guerra a coloro che volessero mantenere i tedeschi in Italia, ma agli italiani che, restando italiani, non volessero unirsi a noi, credo che non abbiamo il diritto di dare archibugiate, salvo si concedesse ora, per tagliare corto, che noi adottiamo il principio nel cui nome Bomba (Ferdinando) bombardava Palermo, Messina ecc. Credo bene che in generale non si pensa in questo modo, ma siccome io non intendo rinunciare al diritto di ragionare, dico ciò che penso. »
(Massimo D'Azeglio[136])
Carmine Crocco, il più noto brigante postunitario[137]

I dubbi espressi da D'Azeglio (briganti o non briganti) apparivano superati dalla storiografia risorgimentale che riprese la definizione di brigantaggio usata dallo stesso governo del Regno d'Italia[138] per mascherare agli occhi degli stati europei le gravi difficoltà politiche della avvenuta unificazione come una manifestazione di semplice criminalità.

Ad esempio lo storico Francesco Saverio Sipari insisteva nel considerare l'origine sociale del fenomeno, quando nel 1863 scrisse: «il brigantaggio non è che miseria, è miseria estrema, disperata.».[139]

Così anche Giustino Fortunato che non lo considerò «un tentativo di restaurazione borbonica e di autonomismo» ma «un movimento spontaneo, storicamente rinnovantesi ad ogni agitazione, ad ogni cambiamento politico, perché sostanzialmente di indole primitiva e selvaggia, frutto del secolare abbrutimento di miseria e di ignoranza delle nostre plebi rurali».[140]

Lo stesso Benedetto Croce vede nel brigantaggio l'ultimo sostegno di una monarchia, quella borbonica, che ancora una volta aveva chiamato in suo aiuto «...o piuttosto a far le sue vendette, le rozze plebi, e non trovando altri campioni che truci e osceni briganti...»[141].

Accanto alla miseria, alcuni invece identificarono nel brigantaggio un fenomeno di resistenza al nuovo Stato italiano. Il deputato liberale Giuseppe Ferrari disse: «I reazionari delle Due Sicilie si battono sotto un vessillo nazionale, voi potete chiamarli briganti, ma i padri e gli Avoli di questi hanno per ben due volte ristabiliti i Borboni sul trono di Napoli.»[142].

Alla fine gran parte degli storici hanno inquadrato tale fenomeno come espressione di un disagio autentico, manifestatosi con le forme di una vera e propria guerra civile (1861-1865).

In realtà il brigantaggio era nato e prosperava nel Mezzogiorno ben prima dell'annessione al Regno d'Italia[143], ma si era sviluppato ulteriormente all'inizio degli anni sessanta dell'Ottocento nonostante l'invio di un gran numero di reparti dell'esercito (Ma ci vogliono e sembra che ciò non basti, per contenere il Regno, sessanta battaglioni... [144])

Secondo l'inchiesta sul brigantaggio redatta dal deputato Giuseppe Massari, nelle province di Basilicata e Capitanata la rivolta raggiunse enormi proporzioni ed emersero le bande più pericolose e apparentemente invincibili, comandate da temuti e rispettati capimassa come Carmine Crocco e Michele Caruso.[145]

Che si trattasse di un fenomeno ben radicato è dimostrato infine dal fatto che si ritenne necessario l'intervento dell'esercito regio e l'emanazione di leggi speciali (la legge Pica 1863), che applicavano la legge marziale nei territori del Mezzogiorno italiano.

La ricerca storica più recente ha contribuito a mettere in luce gli aspetti politici che motivarono la resistenza delle popolazioni meridionali prima nei confronti dei Borbone[146], poi del Regno d'Italia (con le conseguenti repressioni), superando definitivamente il modello che ha tentato per decenni di liquidare l'insorgenza meridionale come fenomeno esclusivamente banditesco.

Repressione indiscriminata e reazione delle popolazioni condussero ad efferatezze da entrambe le parti, ma di certo i morti per la repressione furono diverse migliaia e interi paesi distrutti tanto che secondo lo storico Lorenzo Del Boca

« [...] La rudezza disumana dei conquistatori finì per accrescere il senso di ostilità delle popolazioni locali. Di conseguenza aumentò la durezza della repressione. Il numero degli sbandati crebbe proporzionalmente agli abusi. [...] I banditi godevano di solidarietà diffusa fra la gente e, quando arrivavano nei paesi, era festa grande. [...] Molti vennero uccisi. Dalle zone di guerriglia pochi riuscirono ad arrivare al carcere. Gli altri vennero sterminati in massa. [...] Risultò che, dal settembre 1860 all'agosto 1861 - poco meno di un anno solare - vi furono 8.968 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri. Vennero uccisi 64 sacerdoti e 22 frati, 60 giovani sotto i 12 anni e 50 donne. Le case distrutte furono 918, sei paesi cancellati dalla carta geografica. Cifre naturalmente provvisorie e ampiamente parziali per difetto. [...] Con il ferro e con il fuoco distrussero Guardiaregia e Campochiaro nel Molise; Pontelandolfo e Casalduni nella provincia di Benevento... [...] [147] »

La complessa problematica legata a tale fenomeno di disagio sociale non fu estranea (insieme ad altre concause) alla nascita della Questione meridionale.

Decentramento e accentramento[modifica | modifica wikitesto]

Cavour secondo i principi del liberalismo inglese era favorevole al decentramento:

« Il prof. E. Amari [autonomista siciliano], dottissimo giureconsulto come egli è, riconoscerà, io lo spero, che noi siamo non meno di lui amanti della discentralizzazione, che le nostre teorie sullo Stato non comportano la tirannia di una capitale sulle province.[148] »

In tal senso egli aveva presentato un progetto di legge con Farini e Minghetti il 13 marzo 1861 che «consisteva nel riunire insieme in consorzi obbligatori e permanenti quelle province che fossero più affine tra loro per natura di luogo, per comunanza d'interessi, di leggi, di abitudini.»[149] Il disegno di legge non poté essere sottoposto alla Camera per la morte improvvisa di Cavour e quando Minghetti presentò un analogo progetto di legge[150] dopo un lungo dibattito fu bocciato. Il progetto federalista di Minghetti prevedeva: «...un ordinamento che consenta di conservare le tradizioni e i costumi delle popolazioni locali. Ad ogni Grande Provincia [Regione] dovrà spettare il potere legislativo e l'autonomia finanziaria per quanto riguarda i lavori pubblici, l'istruzione, la sanità, le opere pie e l'agricoltura. Le Grandi Province e i Comuni dovranno ampliare...le rispettive basi elettorali estendendo il diritto di voto a tutti...senza escludere gli analfabeti. I sindaci non saranno più di nomina regia ma dovranno essere nominati dal consiglio comunale regolarmente eletto. Allo Stato spetteranno soltanto la politica estera, la difesa, i grandi servizi di utilità nazionale (ferrovie, poste, telegrafi e porti), nonché un'azione di vigilanza e controllo sull'operato degli enti locali.»[151]

La nuova classe politica successa alla morte di Cavour nutrendo grandi timori che la recente unità fosse messa in pericolo da sommovimenti interni preferì imboccare la strada dell'accentramento autoritario estendendo a tutto il paese il sistema comunale e provinciale del Regno di Sardegna. L'Italia venne divisa in province sotto il controllo dei prefetti e i consigli comunali elettivi furono soggetti a sindaci nominati dal sovrano.

Come scrive Candeloro: «Fare una sola regione del Mezzogiorno continentale sembrava pericoloso per l'unità, ed era d'altra parte difficile dividerlo in regioni che avessero una certa vitalità, poiché nel Mezzogiorno non erano esistiti Stati regionali e di conseguenza, non vi erano allora, oltre Napoli, delle città adatte ad essere centri regionali.»[152]

Interpretazioni storiografiche[modifica | modifica wikitesto]

Sin dai primi moti unitari del 1848 sono state mosse diverse critiche al processo di unificazione, le quali hanno dato origine ad una storiografia revisionista, di varia ispirazione culturale ed ideale, che contesta in diverso modo la rappresentazione offerta dalla storiografia più diffusa circa i processi politici e militari che condussero all'unità d'Italia, tanto da influenzare, in taluni casi, l'origine di movimenti autonomisti e separatisti, meridionali e settentrionali.

L'assenza delle masse contadine e il contrasto città-campagna[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dibattito storiografico sulla Spedizione dei Mille.

Un filone di critica storiografica, elaborando le analisi che fece Antonio Gramsci nei suoi quaderni del carcere[153], che partì dalle considerazioni del meridionalista Gaetano Salvemini sulla non soluzione della questione contadina legata alla non soluzione della questione meridionale[154], ha sviluppato un'interpretazione che sostiene come nel Risorgimento italiano fosse stata assai limitata la partecipazione della masse popolari, soprattutto contadine, agli eventi che hanno caratterizzato l'unità nazionale italiana e come il Risorgimento possa essere considerato come una rivoluzione mancata.

«Quanto alla partecipazione contadina delle masse subalterne alle vicende della unificazione essa continuò ad essere assai modesta».[155]

Lo storico Franco Della Peruta[156] constata come il problema dell'assenza delle masse contadine al movimento risorgimentale si ponesse sin dall'indomani dei moti del '48 alla coscienza degli stessi contemporanei di quegli avvenimenti.

Fin dal 1849, contrariamente a quanto sosteneva Mazzini, che cioè la questione sociale dovesse essere risolta solo dopo aver affrontato il problema dell'unità nazionale, un mazziniano, rimasto anonimo, scriveva sulla mazziniana "Italia del popolo": «la politica di classe adottata dal governo provvisorio milanese [...] causò la sopravvenuta freddezza dei contadini di Lombardia verso la guerra nazionale».

Carlo Cattaneo, ricordando le Cinque giornate milanesi, scriveva: «Si può rimproverare agli amici della libertà [...] di non aver chiamato il popolo dei sobborghi e delle campagne alla pratica delle armi».[157]

Lo stesso Carlo Pisacane, fra i primi, assieme a Giuseppe Ferrari a introdurre concetti socialisti nelle ideologie risorgimentali, nel 1851 nell'Appendice alla "La guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49" ribadiva l'idea della necessità di una vasta partecipazione contadina al progetto unitario e che si dovesse «far comprendere ai contadini che è loro interesse cambiare la vanga col fucile» ma questo non sarebbe mai avvenuto poiché, come scrisse Giuseppe Ferrari lo stesso anno, osservando i moti popolari europei, «non vale parlare di Repubblica se il popolo sovrano muore di fame».,[158]

L'indifferenza dei contadini, se non l'ostilità nei confronti di tutto ciò che riguardava la città e i "signori", risaliva come sosteneva Antonio Gramsci[159], ed in epoca più recente gli storici Emilio Sereni[160] e Giorgio Candeloro, al periodo della formazione dei Comuni italiani quando, dopo aver attirato i contadini in città ("l'aria delle città rende liberi"), affrancandoli ed usandoli come operai per le manifatture, sottoposero la campagna alla città con un regime vincolistico dei prezzi dei prodotti agricoli.[161]

Lo storico Girolamo Arnaldi osserva che nella seconda guerra d'indipendenza (1859) " i soldati dell'esercito sardo, quasi esclusivamente contadini e popolani... non erano ancora ben persuasi che il Piemonte fosse in Italia, tant'è vero che ai volontari provenienti dalle altre regioni d'Italia rivolgevano la domanda: "Vieni dall'Italia?"[162].

Lo stesso Cavour si scandalizzava che i volontari arruolati a Torino provenienti dal Regno delle Due Sicilie fossero appena poche decine[163][164], mentre tra i 1089 garibaldini partiti da Quarto si contavano 86 volontari provenienti dal regno borbonico, pari all'8% del totale dei volontari e a poco meno del 10% degli 894 volontari affluiti da regioni non appartenenti al regno sabaudo preunitario.

Anzi, in buona parte, la classe contadina meridionale entrerà nella storia proprio battendosi contro l'unità ormai raggiunta: è il fenomeno del brigantaggio postunitario che, secondo Isnenghi, "...può considerarsi pressoché l'unica manifestazione reale, per estensione geografica, partecipazione numerica e durata di presenza attiva delle masse subalterne negli anni del Risorgimento"[165].

Più articolata l'analisi di Seton-Watson sulla contrapposizione fra campagna e città: "Con l'eccezione della Sicilia, dove una vasta rivolta di contadini precedette lo sbarco di Garibaldi, poche furono le zone in cui i contadini svolsero un ruolo positivo nell'unificazione del paese: le campagne in generale rimasero passive o si mossero solo in difesa del vecchio ordine. I governi, agli occhi dei contadini, sono un male necessario, il nuovo governo italiano era particolarmente odioso perché era stato imposto dai 'signori' e dalle città, perché perseguitava la Chiesa, aumentava le imposte ma, soprattutto perché era efficiente"[166]

Le cinque giornate di Milano (18 - 22 marzo 1848)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cinque giornate di Milano.
La rivoluzione europea del 1848

Uno degli avvenimenti abitualmente indicati dalla storiografia classica come un esempio della partecipazione popolare al fenomeno risorgimentale è quello della rivolta milanese del 1848 quando i cittadini milanesi combatterono in massa gli austriaci innalzando il vessillo tricolore ed addirittura, dopo che Carlo Alberto aveva firmato la resa con gli austriaci e si disponeva ad abbandonare Milano, incendiarono le loro case vicine alle mura per difendere meglio la città dal ritorno delle truppe di Radetzky.[167]

Alcuni storici osservano che si trattava dei patrioti cittadini milanesi e non del "popolo" dei contadini che viveva nella campagna milanese, al di fuori della città ove ci furono episodi di partecipazione contadina alla lotta antiaustriaca ma prevalentemente su costrizioni operate dai parroci e dai proprietari terrieri; e dopo il ritiro dei piemontesi al di là del Ticino, si alzò nelle campagne il grido di "Abbasso i signori, abbasso i cittadini, viva Radetzky".[168]

Mettendo da parte le tematiche delle libertà civili e della condizione di sottomissione governativa verso Vienna, il ceto contadino non aveva motivazioni per voler cacciare gli austriaci in quanto il governo di Vienna li aveva sempre favoriti con una buona amministrazione e con sgravi fiscali.[169] Gli austriaci avevano compreso che i loro avversari erano i liberali italiani della classe borghese emergente che voleva svincolarsi della loro oppressiva tutela e formare quel mercato unitario italiano che sottintendeva i proclamati ideali patriottici.[170] Per conservare il dominio nei territori del suo impero il governo austriaco si accattivava i favori delle masse contadine, giungendo a minacciare contro i liberali latifondisti una riforma agraria a vantaggio dei contadini.[171]

Da guerra federalista a guerra regio-sabauda[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prima guerra di indipendenza italiana e Pensiero politico di Vincenzo Gioberti.

L'iniziale partecipazione popolare cittadina nelle rivoluzioni del '48 italiano fu colta dalla classe politica piemontese come l'occasione intervenire a difesa dei "fratelli" lombardi e veneti. Scriveva Lorenzo Pareto, il ministro degli esteri del Regno Sardo: «La resistenza ferma ed eroica che da più giorni fanno gli abitanti di Milano contro le truppe austriache ha commosso tutte le vicine popolazioni e altamente eccitato sino all'entusiasmo la loro simpatia.»[172]

Sembrava in quel momento potesse realizzarsi il programma neoguelfo di Vincenzo Gioberti che divenne presidente del consiglio del Regno di Sardegna nel dicembre 1848. Gioberti era convinto che l'Italia dovesse ritornare ad essere una nazione unita in una federazione di stati trovando il suo fattore di unificazione, non come predicava Mazzini nel popolo «che è un desiderio, non un fatto, un presupposto non una realtà, un nome non una cosa»[173] ma nella religione valore questo «sommamente nostro e nazionale, perché creò la nazione ed è radicato in essa da diciotto secoli.» Il papa quindi con il suo prestigio a capo di una lega tra i vari stati difesa militarmente dal Piemonte «la provincia guerriera d'Italia».

L'affluire in Lombardia di volontari per la guerra di liberazione nazionale, e tra questi Garibaldi, che respinto dal governo sardo si era messo a disposizione del governo provvisorio milanese, spinse il governo di Carlo Alberto, prima che si costituisse una repubblica a Milano, a Venezia, a Genova e persino a Torino, a dichiarare la guerra all'Austria secondo le sollecitazioni dell'aristocrazia liberale lombarda rappresentata dal capo della municipalità Gabrio Casati, timorosa che i democratici e i repubblicani, ispirati dal Cattaneo, prendessero la guida del movimento rivoluzionario, anche se Mazzini aveva messo da parte il suo programma repubblicano, sciogliendo la Giovane Italia per non intralciare la guerra di liberazione.

La condotta della guerra ritardata dalla decisione di Carlo Alberto di non impegnarsi più a fondo se prima i lombardi non avessero votato con un plebiscito l'annessione al Piemonte, la dissociazione del pontefice Pio IX il 29 aprile 1848 dalla guerra nazionale, poiché come capo della cristianità era obbligato a comportarsi nei confronti di «tutte le genti, popoli e nazioni con eguale studio di paternale amore»[174], causò lo spegnersi di quell'entusiasmo patriottico dell'opinione pubblica moderata, che inizialmente aveva portato i sovrani costituzionali di Firenze, Roma e Napoli a inviare truppe regolari in sostegno del Piemonte che ora venivano richiamate in patria. La guerra federalista diventava guerra regio-sabauda secondo le mai spente aspirazioni dei Savoia di espandersi oltre il Ticino. Ma le sconfitte militari dei piemontesi fecero crollare ogni progetto unitario.[175].

Il fallimento nel '49 del programma moderato del neoguelfismo, come avrebbe dovuto realizzarsi nella Prima guerra d'indipendenza, e di quello democratico mazziniano con la caduta delle repubbliche mazziniane di Roma e Firenze fece perdere al nostro Risorgimento gran parte del suo sentimento romantico e popolare[176] diffusosi con l'elezione di Pio IX, il papa "liberale".[177]

Gioberti, a seguito della salita al trono di Vittorio Emanuele II non fu più presidente del consiglio e l'iniziativa passò nelle mani della monarchia sabauda e del conte di Cavour. L'Italia si sarebbe fatta non per virtù di popolo, poco più di un'astrazione nel pensiero mazziniano, ma con la diplomazia, con l'aiuto militare della Francia e le annessioni al Regno di Sardegna.

La partecipazione effettiva delle masse popolari al processo unitario continuò ad essere assai modesta. I moderati che avevano visto sventolare le bandiere rosse sulle barricate del '48 in Francia e i democratici che ricordavano l'esito infausto della spedizione di Pisacane si accomunavano: "Da destra e da sinistra, mille sospetti e diverse ragioni di diffidenza si addensano contro le masse lontane ed estranee dei subalterni. Che cosa cela il loro silenzio? A che cosa può portare l'attivazione? Non val meglio lasciarle alla loro inerzia secolare?".[178]

Apparentemente a giudizio di alcuni storici[179] sembravano esserci possibilità di una partecipazione popolare al movimento risorgimentale unitario considerando che «intorno al '60 ci furono nel meridione italiano diverse rivolte plebee, ma esse non erano che insurrezioni di cafoni[180] analfabeti che sognavano la loro rivoluzione: la spartizione delle terre non l'unità d'Italia che per loro era un evento privo di senso...».

La spedizione dei Mille[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi spedizione dei Mille e Fatti di Bronte.
« L'unità d'Italia è stata e sarà - ne ho fede invitta - la nostra redenzione morale. Ma è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, il 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L'unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all'opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali. »
(Giustino Fortunato, 2 settembre 1899, lettera a Pasquale Villari[181])
« ...necessaria fu, nel 1860, la dissoluzione del Regno di Napoli, unico mezzo per conseguire una più larga e alacre vita nazionale e per dare migliore avviamento agli stessi problemi che travagliavano l'Italia del mezzogiorno »
(Benedetto Croce[182])

La spedizione dei Mille fu una grande occasione per l'Italia poiché trasformò il Risorgimento da un movimento d'élite a un grande movimento popolare[183]; occasione in vero persa da quei giovani che pure con entusiasmo "avevano lasciato i loro studi, i loro agi... per venire in questa lontana isola…a ritrovarvi i ricordi del passato greco e romano... ma niente comprendevano, né cercavano di capire, della realtà di questi, come subito li chiamarono "arabi."[184]

In effetti Garibaldi aveva promesso, dopo aver assunto la guida dell'isola in nome di Vittorio Emanuele II, di abolire le tasse che gravavano sull'isola quali la tassa sul macinato[185] e del dazio d'entrata sui cereali, l'abolizione degli affitti e dei canoni per le terre demaniali e di voler procedere ad una riforma del latifondo. Queste promesse non attirarono, almeno inizialmente, un numero consistente di siciliani, ma il primo scontro, la battaglia di Calatafimi, ebbe comunque esito positivo per i Mille contro le più numerose e meglio addestrate truppe borboniche.[186]

Da questo momento inizia la guerra separata dei contadini siciliani ancora condotta in nome di Garibaldi e della libertà. Invadono i demani comunali, i feudi dei baroni latifondisti, bruciano gli archivi dove sono custoditi i titoli del loro servaggio, vengono anche uccisi dei benestanti e persone collegate al sistema del latifondo. Gramsci sosterrà che "I movimenti di insurrezione dei contadini contro i baroni furono spietatamente schiacciati e fu creata la Guardia Nazionale anticontadina; è tipica la spedizione repressiva di Nino Bixio, il braccio destro del Generale, nella regione del catanese dove le insurrezioni furono più violente"[187][188][189]

Le attese del popolo siciliano in contrasto con gli obiettivi della spedizione garibaldina sono testimoniati nel diario del garibaldino Cesare Abba dalla trascrizione del suo dialogo con frate Carmelo, che egli vorrebbe convincere ad unirsi all'impresa a cui ribatte il religioso:
«- Verrei, se sapessi che farete qualche cosa di grande davvero: ma ho parlato con molti dei vostri, e non mi hanno saputo dir altro che volete unire l’Italia.
- Certo; per farne un grande e solo popolo.
- Un solo territorio...! In quanto al popolo, solo o diviso, se soffre, soffre; ed io non so che vogliate farlo felice.
- Felice! Il popolo avrà libertà e scuole.
- E nient’altro! - interruppe il frate: - perché la libertà non è pane, e la scuola nemmeno. Queste cose basteranno forse per voi Piemontesi: per noi qui no.
- Dunque che ci vorrebbe per voi?
- Una guerra non contro i Borboni, ma degli oppressi contro gli oppressori grandi e piccoli, che non sono soltanto a Corte, ma in ogni città, in ogni villa... allora verrei [con voi]. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest'ora quasi ancora con voi soli.»
- Allora anche contro di voi frati, che avete conventi e terre dovunque sono case e campagne!
- Anche contro di noi; anzi prima che contro d'ogni altro! Ma col Vangelo in mano e colla croce. Allora verrei. Così è troppo poco. Se io fossi Garibaldi, non mi troverei a quest'ora, quasi ancora con voi soli.
- Ma le squadre?
- E chi vi dice che non aspettino qualche cosa di più? -»[190]

Critiche al processo di unificazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Revisionismo del Risorgimento.
« Chi l'ha costruita sono stati politicanti e studiosi del Nord e del Sud, in nome dell'unità, del progresso, della rivoluzione, del Re, del Duce. Non tutti insieme, si capisce, né tutti con la medesima voce, ma un po' per volta, in armonica disarmonia. Gente magari in buona fede, ma che ignorava i fatti, quelli veri: oppure gente che voleva nascondere qualcosa, per diversissime ragioni spesso contrastanti. La ragione, o meglio il pretesto più comune e più facile era, anzi è l'unità d'Italia, alibi necessario che ogni sozzura copre con le sue grandi santissime ali. Il risultato? Oggi più che mai l'Italia è divisa in due parti, una tutta bianca, l'altra tutta nera. Di questo mito il tempo ha fatto un baluardo così roccioso e inattaccabile che il conformismo liberale, anche se a volte dubitoso ed erudito, non osa neppure scalfirlo. »
(Carlo Alianello[191])
Settembre 1863, un bersagliere mostra il cadavere del "brigante" Nicola Napolitano dopo la fucilazione.

La critica storiografica al processo di unificazione italiana ha avuto inizio nella seconda metà dell'Ottocento da parte di coloro che avevano vissuto tale fenomeno. Fra questi si segnalano, oltre alla posizione critica di Giuseppe Mazzini, che fu sempre fautore di una soluzione repubblicana, lo storico e nobile borbonico Giacinto de' Sivo, con il suo libro Storia delle Due Sicilie 1847-1861; e Giuseppe Buttà e Ludovico Quandel rispettivamente cappellano militare e capitano nell'esercito del Regno delle Due Sicilie. La tesi centrale di questi autori, è quella secondo cui gli avvenimenti del periodo 1860-61 non sarebbero riconducibili a tensioni di tipo ideale, o alla volontà di unire l'Italia. Piuttosto, sarebbero l'esito di un accordo tra le principali potenze europee (Inghilterra e Francia) ed il Piemonte. Secondo tali autori, il Regno di Sardegna avrebbe avuto finalità meramente economiche e di espansione territoriale, ed avrebbe realizzato il disegno unitario attraverso una complessa manovra diplomatico-militare, includente la corruzione di alcuni alti quadri dell'esercito borbonico ed accordi con mafia e camorra, di cui la spedizione dei Mille sarebbe solo l'episodio maggiormente visibile.

Alla generazione successiva appartenne invece Gaetano Salvemini che a sua volta influenzò i nuovi studiosi.[192] Fra questi ultimi vi fu, secondo Piero Gobetti, anche Antonio Gramsci.[193] Salvemini, di orientamento socialista-riformista ma aperto al liberalismo, vide nel Risorgimento un processo storico che ebbe il merito di riscattare l'Italia dalla dominazione straniera e dai vecchi regimi assolutistici. La riunificazione del Paese non era avvenuta tuttavia su basi federali, come sarebbe stato auspicabile bensì centraliste e fu opera di una minoranza borghese che subito escluse le masse popolari dalla partecipazione alla vita pubblica (mediante un sistema elettorale a suffragio ristretto), mettendo in atto una politica economica e sociale che ne causò l'impoverimento.[194] Negli anni cinquanta e sessanta del Novecento si sviluppò anche una storiografia critica di matrice cattolica e un'altra di orientamento marxista. Quest'ultima ebbe il suo riferimento principale nei Quaderni dal Carcere di Antonio Gramsci, che, sebbene scritti negli anni trenta del secolo passato, furono pubblicati soltanto fra il 1948 e il 1951. Il pensatore e politico sardo vide il Risorgimento come una rivoluzione agraria mancata[195] e l'unificazione come consolidamento della supremazia delle classi dominanti italiane, di estrazione prevalentemente borghese, sulle masse popolari. Anche per il liberale Piero Gobetti il processo storico risorgimentale fu una rivoluzione mancata, in quanto l'unificazione d'Italia avvenne «...per opera del dispotismo...», anche se «...fu gran ventura per un popolo...che si trovasse a guidarlo Cavour, il Cattaneo della diplomazia che seppe evitare l'isterilirsi della rivoluzione in una tirannide.».[196] Da tale rivoluzione rimasero esclusi gli starti sociali più bassi: le classi medie «...avevano infatti conquistato il governo senza instaurare rapporti di comunicazione con le altre classi...».[197].

Nel secondo dopoguerra alcuni esponenti del mondo accademico italiano e straniero, nonché un certo numero di saggisti, riprendendo alcune formulazioni di Gramsci e Salvemini (fra cui quelle relative al Mezzogiorno come mercato semicoloniale[198]), interpretarono il processo di unificazione attuato nei confronti degli stati preunitari come un'operazione militare di colonizzazione,[199] in particolar modo nei confronti del Regno delle Due Sicilie, Stato pienamente indipendente al pari del Regno di Sardegna[200]. Tra gli esponenti di maggior rilievo del revisionismo risorgimentale è possibile citare, oltre a personalità del mondo accademico come Denis Mack Smith, Christopher Duggan, Martin Clark, Eugenio Di Rienzo e Tommaso Pedio il romanziere e sceneggiatore televisivo Carlo Alianello e i saggisti Nicola Zitara, Gigi Di Fiore e Lorenzo Del Boca.

Secondo le tesi di questi revisionisti, il regno sardo, con l'appoggio di potenze straniere come Francia e Gran Bretagna, invase i regni della penisola senza dichiarazione di guerra;[201][202] e i moti insurrezionali non furono animati spontaneamente dal popolo ma da agenti inviati dal regno sabaudo.[203] Accuse sono state, inoltre, rivolte dai revisionisti alla conduzione dei plebisciti, che sono descritti come avvenuti in maniera illegale[204][205] e sulla spedizione dei Mille, che avrebbe raggiunto il suo obiettivo con ingenti finanziamenti dall'Inghilterra e dalle logge massoniche,[206] oltre al supporto delle mafie[207] e degli ufficiali borbonici corrotti.[208]

Alcuni sovrani dei regni preunitari, come Francesco V di Modena[209] e Francesco II di Borbone,[210] lamentarono l'assenza di un legittimo pretesto nelle annessioni condotte dal Regno di Sardegna. Nella nascita del Regno d'Italia, i revisionisti individuano l'origine di alcuni fenomeni delicati come il brigantaggio postunitario, la questione meridionale e l'emigrazione. Il brigantaggio postunitario, rivalutato dai controstorici come un movimento di resistenza,[211] fu represso dal regio governo con metodi brutali, tanto da suscitare polemiche anche da parte di alcuni esponenti della classe liberale (come Giuseppe Ferrari,[212] Giovanni Nicotera[213] e Nino Bixio)[214] e politici di diversi stati europei,[215] compreso Napoleone III, il quale dichiarò che "Les Bourbons n'ont jamais fait autant" (i Borbone non hanno mai fatto tanto).[216]

Gli aderenti a questa interpretazione lamentano le scarse attenzioni del governo italiano dell'epoca, soprattutto nei confronti del meridione, una protesta che iniziò già con la corrente meridionalista. Essi ritengono che la politica poco attenta alle necessità delle masse sarebbe stata la causa di una forte ondata migratoria, che interessò, maggiormente, prima il settentrione (in particolare il Veneto)[217] e poi il meridione, in cui si sostiene il fenomeno fosse assente durante il governo borbonico.[218] Come le tesi sostenute dai meridionalisti, la scuola revisionista vede nella fase postunitaria una crisi irreversibile del sud, che sarebbe stato penalizzato per favorire lo sviluppo economico e industriale del nord. Secondo tale corrente di pensiero, il meridione subì l'aumento e l'introduzione di nuove tasse,[219] licenziamenti di impiegati e operai,[220] e la progressiva chiusura di alcune industrie.[221]

Il "popolarismo" risorgimentale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra regia e guerra di popolo.
Il popolo italiano nelle cinque giornate di Milano

Il popolo, che alcuni storici considerano assente dalla storia che si faceva, era ben presente nella storia che si scriveva. Giornali quotidiani, manifesti, volantini, non fanno che appellarsi al popolo e a chiamarlo ad attivarsi e a condividere gli ideali nazionali. Il popolo nelle aree più depresse della penisola, ove il sistema scolastico non era sviluppato, nella maggioranza non sa leggere e quando trova incollati sui muri i proclami e gli appelli ha bisogno della mediazione degli intellettuali.[222]

Non si tratta poi semplicemente di ignoranza e analfabetismo che fanno sì che la classe dirigente alla fine parli a sé stessa, ma anche il fatto che la circolazione delle idee è ancora difficile nell'Italia preunitaria priva quasi di strutture di comunicazione e dove le polizie sono state addestrate a impedire che tra le masse e gli intellettuali si realizzi il contagio politico.

Ed infine, ultimo grande ostacolo alla comunicazione tra intellettuali e popolo, è la non coincidenza di codice tra coloro che porgono il messaggio e quelli che lo ricevono:

« "Libertà! Indipendenza!", reclamano entusiasti gli insorti e i volontari delle varie correnti risorgimentali. "Polenta! Polenta!" ribattono cocciuti e sordi i contadini descritti dal Nievo ne[l romanzo] Le confessioni d'un italiano[223] »

Il Risorgimento come moto nazional-popolare[modifica | modifica wikitesto]

« Dagli atri muscosi dai fori cadenti,
dai boschi, dall'arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta;
intende l'orecchio, solleva la testa
percosso da novo crescente rumor. »
(Alessandro Manzoni, Adelchi)
« Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi
Perché non siam Popolo
Perché siam divisi »
(Goffredo Mameli, Canto degli Italiani)

Una storiografia sviluppatasi già all'indomani della raggiunta unità d'Italia con gli storici N.Bianchi e C.Tivaroni[224] presenta il movimento risorgimentale come il risultato realizzatosi quasi in modo provvidenziale tramite l'incontro tra i democratici, il popolo, i moderati e i politici liberali, avvenuto con la mediazione della monarchia sabauda.[225]

All'indomani dell'unità nazionale la classe dirigente presenta ciò che era accaduto come il risultato di una spinta popolare e questo si vuole che sia insegnato nelle scuole del Regno: cosicché varie generazioni di italiani hanno imparato la storia del Risorgimento come idealmente avrebbe dovuto essere invece che com'è stato.

Secondo Isnenghi si trattò del tentativo, sentito come essenziale, di costruire a posteriori una base storica comune a un popolo sino allora in parte assente. Gli intellettuali cercavano un collegamento con le classi subalterne tentando di persuaderle che l'unità italiana era stata il frutto della volontà del popolo guidato dalle "elites" risorgimentali e creando il mito di una coscienza nazionale italiana esistita nei secoli passati e finalmente realizzatasi.[226]

In contrasto con questa visione provvidenzialistica già Oriani nel 1892[227] e Croce[228] mettevano in rilievo come l'unità d'Italia si fosse raggiunta con una conquista regia risultato di un compromesso tra la monarchia sabauda, troppo debole per unificare il paese da sola, e un movimento democratico, altrettanto debole per poter fare una rivoluzione popolare, cosicché l'Italia postunitaria difettava nelle sue strutture democratiche e non avrebbe mai potuto assolvere al ruolo che pretendeva di grande potenza europea.

Gli storici del periodo fascista come Gioacchino Volpe (1927)[229] ripresero invece la teoria postrisorgimentale che giudicava positivamente la visione di un Risorgimento come risultato di una guerra dinastica poiché questa era stata la necessaria premessa dell'avvento del fascismo che, dopo la felice conclusione della "quarta guerra d'indipendenza", ossia la prima guerra mondiale, aveva realizzato i già delineati destini del popolo italiano che il movimento fascista aveva fatto protagonista di quella rivoluzione popolare prima fallita.

Omodeo (1926) riprese in parte la visione del Risorgimento come il risultato di una positiva e feconda azione messa in atto da una minoranza liberale che era stata però sopraffatta dall'avvento del fascismo. Tesi condivisa in parte da Croce (1928) che giudicava positivamente il periodo della politica liberale che aveva portato all'unità nazionale e che aveva governato saggiamente nel periodo postunitario fino a quando non si era manifestata quella "malattia morale" del fascismo, destinata comunque ad essere sanata dal liberalismo.

Il Risorgimento come tentativo di Riforma religiosa in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Chiesa Libera Evangelica Italiana e Alessandro Gavazzi.

La Chiesa libera evangelica italiana (o "Chiesa cristiana libera", o semplicemente "Chiesa libera"), fu un tentativo ottocentesco di creare una chiesa protestante interamente italiana sulla scia ideale del Risorgimento politico su istanze prevalentemente anticlericali e garibaldine. Fra i suoi promotori principali vi fu l'ex sacerdote cattolico barnabita Alessandro Gavazzi (1809-1889). Viene costituita nel 1850 a Londra fra esuli italiani.[230]

Le città benemerite del Risorgimento nazionale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Città decorate di medaglia d'oro come "benemerite del Risorgimento nazionale".

Ventisette città italiane sono state insignite di questo titolo durante il Regno d'Italia per «le azioni altamente patriottiche compiute dalle città italiane nel periodo del Risorgimento nazionale».

Mappe cronologiche dell'unificazione d'italia[modifica | modifica wikitesto]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Sceneggiati televisivi[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Dominazione che «...valse a imprimere sull'Italia un tratto oggettivo di esperienza unitaria...» (In Ernesto Galli della Loggia, L'identità italiana. Il Mulino, Bologna, 1998, pag. 36)
  2. ^ Andrea Giardina L'Italia romana: storie di un'identità incompiuta, Laterza, 1997.
  3. ^ È questa l'opinione non solo di tanti intellettuali nazionalisti e irredentisti dell'epoca, ma anche di alcuni storici liberali, fra cui Adolfo Omodeo, che fu «uno dei più accesi sostenitori della visione della Grande guerra come continuazione e compimento delle guerre di indipendenza e del Risorgimento...» Citazione da: AA. VV. Storia d'Italia. Einaudi 1974 ed. speciale il Sole 24 Ore, Milano 2005 vol. 10 (Alberto Asor Rosa, Dall'unità ad oggi) pag. 1356.
  4. ^ a b Piero Craveri, Gaetano Quagliariello, La Seconda Guerra Mondiale e la sua memoria, Rubbettino Editore, 2006, p.579 e sgg
  5. ^ Walter Maturi, "D'Azeglio", Dizionario biografico degli Italiani. (Roma, 1962), 4: pp.746-52.
  6. ^ Gilles Pécout, Il lungo Risorgimento: la nascita dell'Italia contemporanea (1770-1922), Pearson Paravia Bruno Mondadori, 1999, p. 5 e sgg.
  7. ^ Stuart J. Woolf dedicherà il primo dei due volumi del Risorgimento italiano all'età delle riforme settecentesche e a quella napoleonica, considerandole parti integranti del lungo processo risorgimentale. Cfr. Il Risorgimento italiano. Dall'età delle riforme all'Italia napoleonica, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1981, vol. I.
  8. ^ È di questo avviso, fra gli altri, Alberto Mario Banti, che individua nel triennio 1796-1799 il «il momento in cui si posero le fondamenta dei principi ideali che animarono l'idea risorgimentale» (Il Risorgimento italiano, Roma-Bari, Editori Laterza, 2004, p. XI. ISBN 978-88-420-8574-4
  9. ^ È questa l'opinione non solo di tanti intellettuali nazionalisti e irredentisti dell'epoca, ma anche di alcuni storici liberali, fra cui Adolfo Omodeo, che fu «uno dei più accesi sostenitori della visione della Grande guerra come continuazione e compimento delle guerre di indipendenza e del Risorgimento...», in AA. VV., Storia d'Italia, Einaudi, 1974, ed. speciale il Sole 24 Ore, Milano, 2005, vol. 10 (Alberto Asor Rosa, Dall'unità ad oggi) p. 1356.
  10. ^ A. Desideri, Storia e storiografia, Voll. I e II, Casa editrice D'Anna, Messina-Firenze, 1999
  11. ^ ad eccezione di Sicilia e Sardegna
  12. ^ solo nel 212 (Constitutio Antoniniana) la cittadinanza fu estesa a tutto l'impero
  13. ^ «né mai più fu ritentata per undici secoli la grande impresa (dicon essi) del costituire l'unità italiana.» (Giuseppe Brunengo, I primi Papi-Re e l'ultimo dei re longobardi, Coi tipi della Civiltà Cattolica, 1864, p.260
  14. ^ Montanelli, Da Carlo Magno all'anno Mille. Storia d'Italia, BUR, 1994.
  15. ^ «Alcuni storici e una certa retorica nazionalistica hanno fatto di lui un campione e un assertore dell'unità d'Italia», tratto da Montanelli & Gervaso, Storia d'Italia, vol. 6, Da Carlomagno all'anno 1000, pag. 139, Fabbri editori, 1994.
  16. ^ Umberto Eco, Il Medioevo. Barbari, cristiani, musulmani, Encyclomedia Publishers, 2010
  17. ^ Konrad Burdach, Riforma, Rinascimento, Umanesimo, trad. a cura di D. Cantimori, Sansoni, Firenze 1986.
  18. ^ AA.VV., Origini dello Stato. Processi di formazione statale in Italia fra medioevo ed età moderna, a cura di G. Chittolini, A. Molho e P. Schiera, Il Mulino, Bologna 1994.
  19. ^ Le garzantine, Atlante storico.., pag. 150 e 151
  20. ^ La citazione è tratta da: Umberto Cerroni, L'identità civile degli italiani, Lecce, Piero Manni, 1996, pag. 24
  21. ^ Umberto Cerroni, op. cit p. 25
  22. ^ Raffaele Morghen, L'unità monarchica nell'Italia meridionale in Nuove questioni di storia medioevale, Marzorati. Milano, 1977 (riportato in Giampaolo Perugi, Pagine di storiografia, Zanichelli editore, 2000, p.216)
  23. ^ «Già nella prima metà del Trecento essa aveva dato ciò che le altre nazioni non avevano dato ancora... una lingua raffinata, una grande poesia... una prosa letteraria...» da Umberto Cerroni, op. cit., p. 24
  24. ^ Dante Alighieri, Inferno, Canto XXXIII, verso 80.
  25. ^ Petrarca, Canzoniere, CXLVI, versi 13-14
  26. ^ «Capì che il destino dell'Italia era condizionato dall'equilibrio fra le quattro grandi potenze che vi si erano formate: Milano, Venezia, Firenze e Napoli. [...] Lo chiamarono "Padre della Patria", certamente alludendo a una patria fiorentina. Ma Cosimo lo fu di tutta l'Italia. Forse egli carezzò un sogno di unità nazionale. Ma capì ch'era irrealizzabile, e quindi si contentò dell'unico traguardo che un uomo di Stato italiano, a quei tempi, poteva proporsi: un Direttorio dei "quattro grandi", solidali nel proposito di mantenere la Penisola al riparo da intrusioni straniere» (Montanelli & Gervaso, Storia d'Italia, vol. 12, La civiltà del Rinascimento, pp. 11-12, Fabbri editori, 1994).
  27. ^ Le garzantine, Atlante storico.., pag. 223 e 225
  28. ^ «Questa fu la politica dei Medici sino alla fine del Quattrocento. Ad essa l'Italia è debitrice di quei decenni di relativa pace e di meravigliosa prosperità che consentirono il miracolo del Rinascimento» (Montanelli, op. cit., p. 12.).
  29. ^ Si trattava di «professionisti della guerra che non si facevano certo nessuno scrupolo a passare da una parte all'altra secondo le convenienze e circostanze, come farà uno dei tredici di Barletta», ma nei confronti dei quali il capitano spagnolo non perse l'occasione, offertagli dalla provocazione francese, di «far leva sull'amor proprio degli italiani» (Giuliano Procacci, La disfida di Barletta. Tra storia e romanzo, Bruno Mondadori editore, 2001 pagg. 47-48).
  30. ^ Il grande risalto che all'epoca venne dato all'episodio, secondo lo storico Giuliano Procacci (op.cit., p.45), era dovuto al desiderio di perpetuare un'immagine epica della classe feudale della cavalleria ormai superata come strumento di guerra
  31. ^ F. Guicciardini, Storia d'Italia, libro I, ed. Ricciardi, Milano-Napoli, 1953
  32. ^ G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol.I, Feltrinelli, Milano, 1956
  33. ^ «E se bene l'Italia divisa in molti domini abbia in vari tempi patito molte calamità che fose in un domino solo non avrebbe patito [...] nondimeno in tutti questi tempi ha avuto al riscontro tante città floride [...] che io reputo che una monarchia gli sarebbe stata più infelice che felice» (in F. Guicciardini, op.cit.)
  34. ^ N. Machiavelli, Opere scelte, Volume 1969,Parte 1, Editori riuniti, 1969
  35. ^ Cesare Ripa, Iconologia, 1603
  36. ^ La pagina proviene da un libro della libreria di Benedetto Croce che la commenta a pag. 653-654 del suo saggio I Teatri di Napoli secoli XV - XVIII (1891): Il titolo è modificato da "Il corsaro di Marsiglia" a "Il corsaro" in quanto ricordava la Francia repubblicana e una delle sue città più repubblicane, Italia è un'altra parola proibita sostituita con Napoli, "son d'Italia al servizio di Mr. Dumont" diventa "son Barlettano al servizio del signor Dumont", "la parola Libertà è anche diligentemente allontanata" ... "figurarsi se lasciavano tiranno! Corretto: crudele"
  37. ^ Gilles Pécout, Il lungo Risorgimento: la nascita dell'Italia contemporanea (1770-1922), Pearson Paravia Bruno Mondadori, 1999, pp.7 e sgg.
  38. ^ Vedi la premessa in Pierluigi Baima Bollone, Esoterismo e personaggi dell’Unità d’Italia. Da Napoleone a Vittorio Emanuele III, Priuli e Verlucca editore
  39. ^ Vedi: Lodovico Antonio Muratori, Giuseppe Catalano, Annali d'Italia dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750, compilati da Lodovico Antonio Muratori e continuati sino all'anno 1827, Tomo trigesimonono Volumi 39-40, Leonardo Marchini tip., Firenze, 1827.
  40. ^ Vedi: Filippo Antonio Gualterio, Gli ultimi rivolgimenti italiani: Documenti - memorie storiche con documenti inediti , F. Le Monnier, 1851.
  41. ^ Vedi pag 20-23 René Chartrand, Émigré & Foreign Troops in British Service, Volume 2, Osprey Publishing, 2000
  42. ^ Virgilio Ilari, Piero Crociani L'armata italiana di Lord Bentik
  43. ^ Proclama di Rimini
  44. ^ Estratto dal primo numero delle Memorie accademiche della Società Le origini dell'Accademia
  45. ^ F. M. Agnoli, Le Pasque veronesi: quando Verona insorse contro Napoleone, Rimini, Il Cerchio, 1998.
  46. ^ F. Della Peruta, I democratici e la rivoluzione italiana, Milano, 1974; idem, Conservatori, liberali e democratici nel Risorgimento, Milano, 1989.
  47. ^ «Fu questo senza dubbio un momento molto importante nello sviluppo economico della Lombardia, il momento in cui l'agricoltura [favorita nel suo sviluppo dall'Austria] cominciò a perdere terreno di fronte all'industria e al commercio...[I ceti produttori guardavano ormai al Piemonte] ove la libertà aveva consentito una rapida e notevole espansione dell'industria e del commercio» (in F. Catalano, Stato e società nei secoli, III, ed. G. D'Anna, Messina-Firenze, 1966)
  48. ^ Pasquale Turiello, Governo e governati in Italia, Zanichelli, 1889, p.133
  49. ^ Costanzo Rinaudo, Il risorgimento italiano, S. Lapi, 1911, p.80
  50. ^ Tra le opere Dei doveri dell'uomo Fede ed avvenire Editore Mursia. ISBN 978-88-425-4172-1
  51. ^ L. Salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino, 1959
  52. ^ Lucy Riall, Pinella Di Gregorio, Il Risorgimento. Storia e interpretazioni, Donzelli Editore, 1997 p.38 e sgg.
  53. ^ Napoleone Colajanni, Dov'è la sinistra?: critica della "terza via", Ponte alle Grazie, 2000
  54. ^ G. Berthier De Sauvigny, La Restauration, Parigi, 1955
  55. ^ Enrico Leo, Storia degli stati italiani dalla caduta dell'impero romano fino all'anno 1840. Volume 2, Elibron classic series, 2006 (ristampa originale del 1842)
  56. ^ Niccolò Palmieri, Saggio storico e politico sulla costituzione del regno di Sicilia infino al 1816: con un'appendice sulla rivoluzione del 1820: con una introduzione e annotazioni di anonimo, editori S. Bonamici e Compagni, Losanna 1847, pag.381
  57. ^ Nicolò Palmieri, Michele Amari, Storia della rivoluzione di Sicilia nel 1820, 1848, p.9 e sgg.
  58. ^ Harold Acton, I Borboni di Napoli (1734-1825), Giunti Editore, 1997.
  59. ^ Cfr pag. 28 in Amelia Crisantino, Introduzione agli «Studii su la storia di Sicilia dalla metà del XVIII secolo al 1820» di Michele Amari, Quaderni - Mediterranea. Ricerche storiche, N. 14., Palermo. ISBN 978-88-902393-3-5
  60. ^ Giuseppe Galasso, Rosario Romeo, Atanasio Mozzillo, Storia del Mezzogiorno, Volume 15,Parte 2, Editalia, 1994, p.428
  61. ^ G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. II, Dalla Restaurazione alla rivoluzione nazionale, 1815-1846, Milano, 1962.
  62. ^ Vedi pag 21-26 in Nicomede Bianchi, I Ducati Estensi dall'anno 1815 all'anno 1850, Società' Editrice Italiana, Torino, 1852
  63. ^ Primo Uccellini ed altri, Memorie di un vecchio carbonaro ravegnano, Società editrice Dante Alighieri, 1898 pag.175
  64. ^ Colonnello dell'esercito borbonico, aderì alla Carboneria ed ebbe parte attiva nella rivoluzione del 1820-1821 e fu capo di Stato Maggiore nell'esercito costituzionale guidato da Guglielmo Pepe nella guerra contro gli Austriaci. Dopo il fallimento dei moti costituzionali Del Carretto abiurò la scelta carbonara, dichiarando di aver aderito alla setta solo per boicottarla
  65. ^ Carlo Poerio, Rassegna storica del Risorgimento, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1943 pp.509-510
  66. ^ cfr pag 29,Francesco Protonotari, Cospiratori In Romagna Dai 1815 Al 1859, in Nuova antologia, Terza serie, Vol XXIII, Roma, 1889
  67. ^ Achille Gennarelli, Il Governo Pontificio e lo Stato Romano: documenti preceduti da un'esposizione storica, Tipografia F.Alborghetti, Prato, 1860
  68. ^ Robert Justin Goldstein, The war for the public mind: political censorship in nineteenth-century Europe, Greenwood Publishing Group, 2000
  69. ^ vedi Leopoldo Palatini, Le date più memorabili del nostro risorgimento, Casa editrice Italiana, Roma, 1896
  70. ^ Gli unici impediti a parteciparvi furono gli scienziati residenti nello Stato pontificio la cui partecipazione venne permessa dopo l'arrivo al soglio pontificio di Pio IX, tuttavia non si riuscì ad organizzare un congresso negli stati pontefici, e il previsto congresso di Bologna venne spostato a Padova.
  71. ^ Angelo Guerraggio, Pietro Nastasi L’Italia degli scienziati. 150 anni di storia nazionale, Bruno Mondadori, 2010
  72. ^ Rodolphe Rey, Histoire de la Renaissance politique de l'Italie 1814 - 1861, Parigi, 1864
  73. ^ Lucio Villari: "La Repubblica" 8 dic. 1992
  74. ^ pag. 25 in Carlo Pisacane, Guerra Combattuta In Italia negli anni 1848-49, società editrice Dante Alighieri, Roma, 1906
  75. ^ Decreti in Collezione di Leggi e Decreti Del General Parlamento di Sicilia nel 1848 Anno 1° della Rigenerazione, Palermo, Stamperia Pagano-Via Macqueda laterale S. Orsola, n. 321-322, 1848
  76. ^ pag. 97-101 in Carlo Pisacane, Guerra Combattuta In Italia negli anni 1848-49, società editrice Dante Alighieri, Roma, 1906
  77. ^ Salvatore Lupo, L'unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, Donzelli, 2011, p.34
  78. ^ Aldo Comello, La storia dell'8 febbraio 1848 in Il mattino di Padova, 8 febbraio 2013. URL consultato il 21 giugno 2014.
  79. ^ (cfr. L.Pollini, La rivolta di Milano del 6 febbraio 1853. Ceschina, Milano 1953)
  80. ^ (Rosario Villari,Storia contemporanea Roma-Bari, Editori Laterza, 1990.
  81. ^ Romeo, Vita di Cavour, Bari, 2004.
  82. ^ Titolo completo: Grundsätze der Realpolitik: angewendet auf die staatlichen Zustände Deutschlands
  83. ^ Citato da Paolo Mieli in Bismarck e Cavour, due volti del cesarismo Corriere della sera 26 gennaio 2011
  84. ^ Giuseppe Vottari, Storia d'Italia, Alpha Test, 2005, p.20
  85. ^ A. Desideri, Storia e storiografia, Vol. II, Ed. D'Anna, Messina-Firenze, 1999, p.749
  86. ^ Denis Mac Smith, Il Risorgimento Italiano, pag. 429, Ed La Terza, Roma, 1999.
  87. ^ Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, Bologna, Nicola Zanichelli, 1880. ISBN non esistente
  88. ^ Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna: Dalla rivoluzione nazionale all'Unità, Feltrinelli, 1986
  89. ^ Ugo Del Col, Daniele Piccinini. Un garibaldino a Selvino, Editrice UNI Service, 2007 p.35
  90. ^ Renzo Del Carria, Proletari senza rivoluzione. Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950, 2 voll., Milano, 1970
  91. ^ Tommaso Pedio, La Basilicata nel Risorgimento politico italiano (1700-1870), Potenza, 1962, p. 109
  92. ^ Ci si riferisce a Carlo III, «il cui mito continuò ad essere coltivato nei 45 anni di vita del Regno delle Due Sicilie. cit. da Angelantonio Spagnoletti, op. cit., p. 305»
  93. ^ Cit. da Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, Laterza, 1980 (I edizione 1925), p. 235
  94. ^ [in it: l'orribile tirannia intellettuale che regna su questa parte d'Italia] Cit. AA. VV., Storia d'Italia, Libro VI (la parte in questione è scritta da Franco Venturi), pag. 1381, Milano, Ed. speciale Il Sole 24 Ore, 2005 (I ed., Torino, Einaudi, 1974)
  95. ^ Lo stesso Garibaldi deluso e amareggiato per la politica del nuovo governo italiano nel 1868, in una lettera indirizzata ad Adelaide Cairoli scriveva: «...Qui, o Signora, io sento battere colla stessa veemenza il mio cuore, come nel giorno, in cui sul monte del Pianto dei Romani, i vostri eroici figli faceanmi baluardo del loro corpo prezioso contro il piombo borbonico! ... E Voi, donna di alti sensi e d'intelligenza squisita, volgete per un momento il vostro pensiero alle popolazioni liberate dai vostri martiri e dai loro eroici compagni. Chiedete ai cari vostri superstiti delle benedizioni, con cui quelle infelici salutavano ed accoglievano i loro liberatori! Ebbene, esse maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all'inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame. ... Ho la coscienza di non aver fatto male ; nonostante, non rifarei oggi la via dell' Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genia che disgraziatamente regge l' Italia e che seminò l'odio e lo squallore la dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato.|Giuseppe Garibaldi ad Adelaide Cairoli, 1868. Citato in Lettere ad Anita ed altre donne, raccolte da G. E. Curatolo, Formiggini, Roma 1926, pp. 113-116. on line
  96. ^ Alfredo Oriani, La lotta politica in Italia 1892 in Tommaso Detti, Giovanni Gozzini, Ottocento, Pearson Paravia Bruno Mondadadori, 2000, p.184
  97. ^ Giorgio Madinelli, I sentieri dei garibaldini: escursioni sui monti tra Meduna e Cellina, Ediciclo Editore, 2003.
  98. ^ La banda delle Alpi friulane: i moti risorgimentali di Navarons
  99. ^ "Università degli Studi di Udine; [1].
  100. ^ Ettore Beggiato, "1866: la grande truffa", Editoria Universitaria Venezia, 1999; [2].
  101. ^ A.Desideri, op.cit. Vol. II
  102. ^ Esclusa la Sabina (attuale provincia di Rieti), allora considerata parte dell'Umbria e quindi già inclusa nel Regno d'Italia
  103. ^ Antonella Grignola, Paolo Ceccoli, Garibaldi, Giunti Editore, 2004, p.81
  104. ^ In occasione della inaugurazione del palazzo di Montecitorio, sede della nuova Camera dei deputati, il 27 novembre 1871 il re Vittorio Emanuele II pronunciò il seguente discorso: «Con Roma capitale d'Italia fu sciolta la mia promessa e coronata l'impresa che 23 anni or sono veniva iniziata dal Magnanimo mio Genitore: l'Italia è libera ed una, ormai non dipende più che da voi il farla grande e felice... per la difesa e l'integrità del territorio nazionale, e per restituire ai romani l'arbitrio dei loro destini, i miei soldati, aspettati come fratelli, e festeggiati come liberatori, entrarono a Roma. Roma reclamata dall'amore e dalla venerazione degli italiani fu così resa a se stessa, all'Italia ed al mondo moderno. Noi entrammo a Roma in nome del diritto nazionale, in nome del patto che vincola tutti gli italiani ad unità di nazione. Vi rimarremo mantenendo la promessa che abbiamo fatta solennemente a noi stessi: Libertà della Chiesa, piena indipendenza della sede pontificia nell'esercito del suo ministero religioso, nelle sue relazioni colla cattolicità.» (in Luigi Torelli, L'Italia e casa Savoia , 1885, pag.227)
  105. ^ Giovanni Spadolini, Il Tevere più largo, Longanesi & c., 1970, pp. 273,274
  106. ^ Università e nazionalismi Innsbruck 1904 e l’assalto alla Facoltà di giurisprudenza italiana a cura di Günther Pallaver e Michael Gehler, Quaderni di archivio trentino, n. 25, Fondazione Museo Storico del Trentino, 2010
  107. ^ Sarebbe quest'ultima frase all'origine dei motti "Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani", "Fatta l'Italia bisogna fare gli italiani" e simili, genericamente attribuiti a Massimo d'Azeglio. Tuttavia, secondo gli storici Simonetta Soldani e Gabriele Turi, nell'introduzione a Fare gli italiani. Scuola e cultura nell'Italia contemporanea, il Mulino, il motto "Fatta l'Italia bisogna fare gli Italiani" non apparterrebbe a d'Azeglio, ma sarebbe stato coniato nel 1986 da Ferdinando Martini «nel tentativo di "tradurre" il senso politico» (Carlo Fomenti, Siamo una nazione, ma chi ha fatto l'Italia?, Corriere della sera, 17 luglio 1993) di tale frase nella prefazione a I miei ricordi.
  108. ^ (Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l'Arte di mangiar bene, Introduzione e note di Piero Camporesi, Torino, Einaudi, 1970, p. XVI)
  109. ^ La Grande Guerra nei manifesti italiani dell'epoca
  110. ^ Piergiovanni Genovesi - Il Manuale di Storia in Italia
  111. ^ Cit. da: AA. VV. Storia d'Italia, Einaudi 1974 ed. speciale il Sole 24 Ore, Milano 2005 vol. 10 (Alberto Asor Rosa, Dall'unità ad oggi) p. 1356»
  112. ^ archiviodistatopiacenza
  113. ^ Cavour, lettera del marzo 1861 in Giuseppe Vottari, Storia d'Italia (1861-2001), Alpha Test, 2004 p.31
  114. ^ Luciano Cafagna, Cavour, l'artefice del primo miracolo italiano, Il mulino, 1999, p.29 e quarta di copertina, cit.: «Il primo miracolo italiano è stata l'Italia stessa»
  115. ^ Vedi Antonino De Francesco, La palla al piede, Feltrinelli, 2012 p. 84
  116. ^ Francesco II
  117. ^ Dove Francesco II era asserragliato
  118. ^ Si trattava di un compenso in denaro per ogni liberale filo-unitario ucciso. In un resoconto apparso sulla Gazzetta di Milano si descriveva il rinvenimento di una lettera di richiesta di 60 ducati per tre teste tagliate di galantuomini(In De Francesco, op. cit. (2012) p. 85
  119. ^ «Indica il susseguirsi di più tagli e colpi» (In Dizionario italiano. La Repubblica.it)
  120. ^ Da Lettera di Farini a Cavour, Teano, 27 ottobre 1860 in Carteggi di Camillo Cavour, Zanichelli, 1949-54, Bologna, citato da S.Lupo (2011),
  121. ^ Ottorino Gurgo, Lazzari: una storia napoletana, Guida Editori, 2005, p.364
  122. ^ Vedi anche De Francesco, op.cit. , 2012, pp. 84-85
  123. ^ Christopher Duggan (2011) La forza del destino - Storia d’Italia dal 1796 ad oggi, pag. 257. Laterza editore, Roma-Bari. ISBN 978-88-420-9530-9
  124. ^ vedi pag 247 B. Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, 1972
  125. ^ Giordano Bruno Guerri, Il sangue del sud, Mondadori, 2010 p.15
  126. ^ Autore che estende il giudizio negativo del Meridione a tempi più recenti nell'opera Un paradiso abitato da diavoli: identità nazionale e immagini nel Mezzogiorno, ed. L'Ancora del Mediterraneo, 2004
  127. ^ Nelson Moe, Altro che Italia!. Il Sud dei piemontesi (1860-61), Meridiana, n. 15, 1992 p.73
  128. ^ A. Mozzillo, Viaggiatori stranieri nel Sud, Milano, 1964 pp. 10-11 (In N. Moe, op.cit. (1992) p. 73
  129. ^ Paolo Macry, Tra Sud e Nord, i conti da rifare, "il Mulino" n. 1/13, Società editrice il Mulino, Bologna, 2013
  130. ^ Ernesto Rossi, Nove anni sono molti: lettere dal carcere 1930-39, Bollati Boringhieri, 2001 p.608
  131. ^ Alessandra Grillo, L’Africa comincia qui Balzac in Sardegna, Astrolabe N°: 34, Novembre/Décembre, 2010, Centre de Recherche sur la Littérature des Voyages, Clermont Fd cedex
  132. ^ I dati riportati in questo paragrafo sulle condizioni dell'Italia post-unitaria sono ripresi da: Antonio Desideri, Storia e storiografia, Vol. II, Casa editrice d'Anna, Messina Firenze, 1979, p.815
  133. ^ Nicola Tranfaglia, Pier Giorgio Zunino, Guida all'Italia contemporanea, 1861-1997, Volume 4, Garzanti, 1998, p.389
  134. ^ Giuseppe Vottari, Storia d'Italia, Alpha Test, 2005, p.82
  135. ^ Ch. Seaton-Watson, L'Italia dal liberalismo al fascismo, 1870-1925, Laterza, Bari, 1973
  136. ^ (2 agosto 1861) Corrispondenza D’Azeglio-Matteucci, D’Azeglio, Scritti, Firenze 1931 p.399
  137. ^ Eric Hobsbawm, Bandits, Penguin, 1985, p.25
  138. ^ L'ipotesi che il cosiddetto "brigantaggio" nasconda la volontà di una guerra civile del resto traspare nella stessa relazione Massari: «infame guerra, avvolgendo nel sangue, nel lutto, nelle espilazioni, nella guerra civile le provincie già obbedienti... mentre non può negarsi che il brigantaggio alimentasi ben anco di altre fonti...» in Il brigantaggio nelle provincie napoletane: relazioni fatte a nome della Commissione d'inchiesta della Camera de' deputati da G. Massari e S. Castagnola. Con la giunta della legge proposta e dell'altra sanzionata p.211 e in Giuseppe Massari, Stefano Castagnola, Commissione d'inchiesta parlamentare sul brigantaggio, in Stamp. dell'Iride, 1863, pp.162, 184,187
  139. ^ Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Adelphi, Milano 1992, p.473 riporta per stralci la Lettera ai censuari del Tavoliere pubblicata dallo zio materno, Francesco Saverio Sipari, riproposta integralmente da L. Arnone Sipari, Francesco Saverio Sipari e la «Lettera ai censuari del Tavoliere», in R. Colapietra (a cura di), Benedetto Croce ed il brigantaggio meridionale: un difficile rapporto, Colacchi, L'Aquila 2005, pp. 87-102, in cui, peraltro, anticipando anche le analoghe osservazioni di Giustino Fortunato, riteneva che il brigantaggio potesse esaurirsi con la "rottura" dell'isolamento delle regioni meridionali, che era dato dall'assenza di una rete infrastrutturale adeguata, di strade e di ferrovie, e con l'affrancamento dai canoni del Tavoliere.
  140. ^ Giustino Fortunato, Emilio Gentile, Carteggio: 1927-1932, Laterza, 1981, p.14
  141. ^ Cit. da: Benedetto Croce, op. cit, p. 235
  142. ^ Teodoro Salzillo, Roma e le menzogne parlamentari, Malta, 1863, p.34.
  143. ^ «...La crisi economica del 1825-1826 prostrò il mondo delle campagne diede via alla ripresa della guerriglia rurale e a clamorosi episodi di brigantaggio.» (Angelantonio Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 53). Lo stesso autore segnala, in età borbonica, un «...ribellismo endemico, spesso sfociato nel brigantaggio di estese zone delle Calabrie e del Principato di Citra...», (A. Spagnoletti op. cit., p. 57). Anche nella Puglia settentrionale, in Capitanata, il brigantaggio era particolarmente attivo (soprattutto nel distretto di Bovino) «...fino ad assumere connotati di massa. Ad esso si dedicavano alacremente migliaia di individui, padri e figli, che nell'assalto ai viaggiatori, alle diligenze e al procaccio trovavano la fonte primaria del proprio sostentamento». (A. Spagnoletti, op. cit., p. 222)
  144. ^ M. D'Azeglio, Op.cit.
  145. ^ Giuseppe Massari, Stefano Castagnola, Il brigantaggio nelle province napoletane, Fratelli Ferrario, 1863, p.17, 20
  146. ^ Anche sotto i Borbone si dovettero impiegare le forze armate per reprimere il brigantaggio. Nel 1817 il marchese di Pietracatella, nominato intendente della terra d'Otranto «...nella sua relazione di viaggio osservava compiaciuto che la via consolare di Puglia e i territori che essa attraversava erano ormai tranquilli, addirittura percorribili di notte, anche perché erano presidiati, oltre che dalla gendarmeria, da teste di briganti chiuse in gabbie di ferro e collocate sul ponte di Bovino quale macabro ammonimento per i fuorilegge, i pastori e i contadini che frequentavano quella località.». (A.Spagnoletti, op. cit., p. 223). Un anno più tardi fu inviato in Puglia il generale Guglielmo Pepe per organizzare le milizie provinciali da impiegare contro i briganti. (A. Spagnoletti, op. cit., p. 222)
  147. ^ Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, 1998 pp. 156-158.
  148. ^ Cavour, lettera del 15 gennaio 1961 al marchese di Montezemolo, luogotenente in Sicilia in Massimo L. Salvadori, Il mito del buongoverno: La questione meridionale de Cavour a Gramsci, G. Einaudi, 1963 p.27
  149. ^ In Marco Minghetti ai suoi elettori, Monti, Bologna, 1863
  150. ^ Il progetto di legge di Minghetti fu il primo ad essere stato redatto in italiano e non in francese. (Arrigo Petacco, O Roma o morte, A. Mondadori, 2010, p.7)
  151. ^ A.Petacco, Op.cit. p.8
  152. ^ G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna in Diritto e società, Sansoni, 1993, p.82
  153. ^ La prima pubblicazione di queste tesi avvenne nel 1949 con la stampa del volume Antonio Gramsci Il Risorgimento, Einaudi Editore (Torino), nell'ambito della prima pubblicazione, raccolti in ordine tematico, degli scritti gramsciani
  154. ^ G. Cantarano p.38
  155. ^ Desideri Antonio-Themelley Mario, Storia e storiografia, "Il decennio di preparazione e il compimento dell'Unità d'Italia" - Editrice d'Anna, 1999
  156. ^ Franco della Peruta Democrazia e socialismo nel Risorgimento, Editori Riuniti, Roma, 1973
  157. ^ Carlo Cattaneo, Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra: memorie,Tip. della Svizzera Italiana, 1849 p.146
  158. ^ Giuseppe Ferrari, "L'Italia dopo il colpo di Stato del 2 dicembre 1851, Capolago tipografia elvetica, 1852 p.16
  159. ^ A. Gramsci, "Il Risorgimento", Torino 1966.
  160. ^ E. Sereni, "Il capitalismo nelle campagne (1860-1900)", Torino 1955.
  161. ^ " La conquista del contado da parte di ciascun comune fu un fenomeno generale che portò ad una subordinazione permanente delle campagne alle città e ad una diseguaglianza giuridica tra cittadini ed abitanti del contado...la subordinazione della campagna alla città non ebbe soltanto un carattere politico ed amministrativo, non fu cioè soltanto subordinazione del contado verso la città nel suo complesso e verso il governo cittadino, ma assunse anche il carattere di una dipendenza di tipo feudale o semifeudale dei contadini verso la classe dominante cittadina [...] La politica annonaria dei comuni, continuata anche dalle signorie e dai principati, fu dominata dalla preoccupazione di assicurare a prezzo relativamente basso e costante i rifornimenti alimentari agli artigiani e ai salariati delle città, le cui agitazioni erano assai temute dalla classe mercantile dominante." (in G.Candeloro, "Storia dell'Italia moderna, vol. I, Milano, 1959.)
  162. ^ G.Arnaldi, "L'Italia e i suoi invasori", Bari, 2003 pag.179
  163. ^ G. Di Fiore, "I vinti del Risorgimento", Torino, 2004 pag.264
  164. ^ Da osservare che la percentuale di questi volontari fosse maggiore fra I Mille dove, diversamente all'esercito sabaudo, non venne operata alcuna selezione all'arruolamento. Nella prima metà del 1859 furono arruolati 9692 giovani nell'esercito sabaudo, di questi il 44% dal regno Lombardo Veneto, il 27% dai ducati di Parma e Modena, il 16% dalla Toscana, poco meno del 12% dallo stato Pontificio, poco più del 1% da stati esteri e circa il 0.5% dal Regno delle due Sicilie (In Cipolla, Bertaiola, La battaglia di Solferino e San Martino, vissuta dagli italiani, Franco Angeli, Milano, 2009)
  165. ^ M.Isnenghi, op.cit.
  166. ^ (Ch. Seton-Watson, "L'Italia dal liberalismo al fascismo, 1870-1925", Bari, 1973)
  167. ^ Cristina di Belgioioso "La rivoluzione lombarda del 1848" a cura di A. Bandini Buti, Milano 1950.
  168. ^ F. Catalano, Stato e società nei secoli, Messina-Firenze, 1974.
  169. ^ «Il Lombardo-Veneto ebbe infatti dall'Austria una legislazione civile nel complesso non inferiore a quella napoleonica e un sistema amministrativo che funzionava con regolarità e che lasciava ai comuni un'autonomia maggiore che in altri Stati italiani» Il governo austriaco «tra il '15 e il '48 diede al Lombardo Veneto un'ottima rete stradale... e lo mise alla testa degli Stati italiani per l'organizzazione scolastica» (G.Candeloro, Storia dell'Italia moderna, II, 1815-1846, Feltrinelli editore, Milano 1958)
  170. ^ «Il sentimento di nazionalità, se si prescinde da qualche anticipazione giacobina, nasce e si sviluppa solo nell'Ottocento...allorché le classi economicamente più dinamiche premono per la formazione di grandi mercati unitari» (F.Catalano, Stato e società nei secoli, III, G.d'Anna, Messina-Firenze 1966). L'incremento della produzione agricola e manifatturiera portò alla «necessità di superare in qualche modo il frazionamento territoriale, di costituire mercati più vasti se non un mercato unitario nazionale liberandosi dal dominio straniero che spezzava tra l'altro l'unità economica della valle padana. (Desideri, op.cit.)»
  171. ^ «Perché il Partito d'Azione non pose in tutta la sua estensione la questione agraria?...La minaccia fatta dall'Austria di risolvere la questione agraria a favore dei contadini, minaccia che ebbe attuazione in Galizia,...non solo gettò lo scompiglio tra gli interessati in Italia ma paralizzò lo stesso Partito d'Azione che in questo terreno pensava come i moderati e riteneva "nazionali" l'aristocrazia e i proprietari e non i milioni di contadini.» (A. Gramsci, Il Risorgimento, Einaudi, Torino 1966)
  172. ^ La diplomazia del regno di Sardegna durante la prima guerra d'indipendenza, Volume 3, Sardinia (Kingdom). Ministero degli affari esteri, Museo nazionale del Risorgimento, 1952 pag. XXXII
  173. ^ Vincenzo Gioberti, Del primato morale e civile degli Italiani, ed. Meline Cans, Bruxelles, 1843 p.80
  174. ^ Iride Traversi, L'immagine femminile di Dio, Armando Editore, 2005 p.34
  175. ^ Significativo degli ormai esauriti entusiasmi patriottici gli episodi narrati da un ufficiale piemontese e da Francesco Faà di Bruno avvenuti dopo la sconfitta di Custoza quando Gioberti e Angelo Brofferio, al tempo entrambi membri dell'opposizione parlamentare, si spinsero al fronte, dove incontrarono le truppe in ritirata (vedi pag. 132 in Pietro Palazzini, Francesco Faà di Bruno scienziato e prete: Dai campi di battaglia all'apostolato sociale, Città nuova, 1980 p.132), l'ufficiale nelle sue memorie scrive: "Ripassato il Ticino e giunto a Vigevano l'esercito, era talmente adirato contro i Milanesi per gli ultimi fatti accaduti in quella città, come anche per le tante privazioni sofferte, che ufficiali e soldati vinti dall'indignazione e dal fastidio dicevano altamente di non voler più combattere per quella causa. ... Gioberti in un caffè ov'erano soldati ed essendosi volto con parole calde di guerra ad un caporale di Pinerolo, n'ebbe tal risposta da potersi agevolmente persuadere della reale disposizione degli spiriti." Ne miglior fortuna ebbe Brofferio e tre suoi compagni, arrivati come oratori del circolo politico di Torino, che incontrarono "una folla di ufficiali che rimproverando loro sdegnosamente la mala condotta dei giornalisti piemontesi, pinsero sì al vivo la giusta ira dell'esercito, che quegli oratori credettero miglior partito rifar la loro strada" (Vedi pag 145-145 in Anonimo, Memorie ed osservazioni sulla guerra dell'indipendenza d'Italia nel 1848 raccolte da un ufficiale piemontese, Giovanni Fantini E C Editori, Torino, 1850 online)
  176. ^ Raffaele Giovagnoli, Il romanticismo nella storia del Risorgimento italiano, ed. Roux & Viarengo, 1904 p.24 e sgg.
  177. ^ Armando Balduino, Storia letteraria d'Italia, Vol. 2, Ed. Vallardi, 1991, pag.1350 e sgg.
  178. ^ M.Isnenghi, "L'unità italiana" in AA.VV., "Tesi, antitesi, romanticismo-futurismo", Messina-Firenze, 1974.
  179. ^ M. Isnenghi, "L'unità italiana" in AA.VV., "Tesi, antitesi, romanticismo-futurismo", Messina-Firenze, 1974.
  180. ^ La parola cafone un tempo nell'Italia meridionale non aveva alcun senso dispregiativo, e indicava una condizione di subordinazione sociale e culturale certamente difficile, ma non vergognosa. La parola assunse un valore offensivo nel Nord Italia quando, dopo l'unificazione nazionale cominciano le incomprensioni fra le varie parti del paese.
  181. ^ Giustino Fortunato, Emilio Gentile, Carteggio 1865-1911, Laterza, 1978, p. 64-65
  182. ^ Cit. da Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, Laterza, 1980 (prima edizione 1925), p. 236
  183. ^ A.Gramsci, "Il Risorgimento", Torino 1966
  184. ^ R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione. Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950, 2 voll., Milano, 1970.
  185. ^ Questa Tassa sul macinato non va confusa con quella successivamente promulgata per risanare le finanze pubbliche nel Regno d'Italia nel 1868 ed estesa anche alle regioni settentrionali che non la conoscevano. Ne conseguirono una serie di sommosse nell'area padana raccontate nel romanzo storico Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli.
  186. ^ Antonella Grignola, Paolo Ceccoli, Garibaldi, Giunti Editore Firenze, 2004, p. 51.
  187. ^ A. Gramsci, "Il Risorgimento", Torino 1966
  188. ^ Non appena Bixio arrivò a Bronte emanò un decreto in cui affermava: "Bronte colpevole di lesa umanità è dichiarato in istato d’assedio: consegna delle armi o morte: disciolti Municipio, Guardia Nazionale, tutto: imposta una tassa di guerra per ogni ora sin che l’ordine sia ristabilito". Cinque ribelli che erano innocenti, (i veri colpevoli degli eccidi commessi erano fuggiti prima dell'arrivo di Bixio), dopo un processo sommario furono fucilati e i loro cadaveri lasciati insepolti. " Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva. Ma niuno osò più muoversi... se no ecco quello che ha scritto: 'Con noi poche parole o voi restate tranquilli, o noi, in nome della giustizia e della patria nostra vi struggiamo come nemici dell'umanità'" (G.C.Abba, Da Quarto al Volturno, a cura di G. D'Ambrosio Angelillo, ed. Acquaviva, 2007, p.219
  189. ^ Nell'Italia meridionale continentale la delusione delle masse contadine nei confronti di Garibaldi "traditore" è osservabile nei racconti e nei canti di protesta ricollegati alla loro tradizione sanfedista, come il seguente: "Garebbalde tradetore": Ca amm'a fa de Garebbalde / ca iè mbame e tradetòre? / Nu velìme u rè Berbòne / ca respètte la religgione / Sènghe na vosce abbasce / Frangische se ne va / Règne de Nàbbule statte secure / ca dope n'anne av'a ternà. (Che ne facciamo di Garibaldi / Che è infame e traditore / Noi vogliamo il re Borbone / che rispetta la religione / Sento una voce in basso / Francesco se ne va / Regno di Napoli stai sicuro / che dopo un anno deve tornare) (Giuseppe Vettori, Canti sociali italiani di Roberto Leydi. Il folk italiano: canti e ballate popolari, Newton Compton, 1976 p.468)
  190. ^ 22 maggio. Ancora a Parco. in Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Notarelle di uno dei Mille, Bologna 1952.
  191. ^ Carlo Alianello, La conquista del Sud, Rusconi, 1972, p.113
  192. ^ Emilio Gentile, Italiani Senza Padri. Intervista sul Risorgimento (a cura di Simonetta Fiori), Roma-Bari, Laterza, 2011, p. 120, ISBN 978-88-420-9499-9
  193. ^ Piero Gobetti, La Rivoluzione Liberale, Torino, Einaudi, 1995, p. 110, ISBN 88-06-13642-9
  194. ^ Rosario Villari, Il Sud nella Storia d'Italia. Antologia della Questione meridionale, Roma-Bari, Laterza, 1981, p. 398-402
  195. ^ Emilio Gentile, op. cit., p. 107
  196. ^ Piero Gobetti, op. cit., p. 22
  197. ^ Piero Gobetti, op. cit., p. 25
  198. ^ Ci fu consonanza fra Salvemini e Gramsci, nel ritenere il Mezzogiorno mercato semicoloniale. Cfr. quanto scrive a tale proposito Corrado Vivanti in: Antonio Gramsci, Quaderno 19. Risorgimento Italiano (con introduzione e note di Corrado Vivanti), Torino, Einaudi, 1977, p. 174
  199. ^ Carlo Alianello con La conquista del sud e Nicola Zitara con L'Unità d'Italia, nascita di una colonia.
  200. ^ Gilles Pécout, infatti, distingue gli stati preunitari in tre tipologie: stati indipendenti (Due Sicilie, Regno sardo-piemontese, Stato Pontificio, San Marino), possedimenti austriaci (Lombardo-Veneto) e stati solo apparentemente autonomi, ma indirettamente controllati dall'Austria (Toscana e ducati emiliani). Gilles Pécout, Il lungo Risorgimento, Mondadori, 1999, p.73.
  201. ^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia, BUR, 2007, p. 70
  202. ^ Giacinto de' Sivo, Storia delle Due Sicilie 1847-1861, Edizioni Trabant, 2009, p. 331.
  203. ^ Filippo Curletti, La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d'Italia, a cura di Elena Bianchini Braglia, Tabula Fati, Chieti, 2005, p.35
  204. ^ Angela Pellicciari, La farsa dei plebisciti in Libertà e persona. URL consultato il 19 gennaio 2011.
  205. ^ Roberto Martucci, L'invenzione dell'Italia unita: 1855-1864, Firenze, Sansoni, 1999, p. 251, ISBN 88-383-1828-X.
  206. ^ Carlo Alianello, La conquista del Sud in Brigantino - il Portale del Sud. URL consultato il 25 giugno 2010.
  207. ^ Gigi Di Fiore, Potere camorrista: quattro secoli di malanapoli, Napoli, 1993, p. 63.
  208. ^ Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia!, Piemme, 1998, p. 61.
  209. ^ «Consci dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini di non aver mai fornito alcun legittimo pretesto al Governo sardo di ammettere per parte sua una così fatta considerazione, dopo averla considerata ingiusta, dobbiamo anche considerarla contraria ad ogni analoga consuetudine internazionale.» (Francesco V di Modena). Citato in Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.69.
  210. ^ «Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, nonostante ch'io fossi in pace con tutte le potenze europee.» (Francesco II di Borbone). Citato in Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.135.
  211. ^ Massimo Viglione, Francesco Mario Agnoli, La rivoluzione italiana: storia critica del Risorgimento, Il minotauro, 2001, p.164
  212. ^ «Si è introdotto il nuovo diritto, sul quale le dichiarazioni del ministero non hanno lasciato alcun dubbio; il diritto, dico, di fucilare un uomo preso con le armi in mano. Questa si chiama guerra di barbari, guerra senza quartiere. Ed all'interno, come si chiama? Dateci voi un nome, io non so darlo. E se il vostro senso morale non vi dice che camminate nel sangue, io non so come spiegarmi» (Giuseppe Ferrari). Citato in Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.226.
  213. ^ «I Proclami di Cialdini e degli altri Capi sono degni di Tamerlano, di Gengiskhan, o piuttosto di Attila.» (Giovanni Nicotera). Citato in Teodoro Salzillo, Roma e le menzogne parlamentari, Malta, 1863, p.34.
  214. ^ «Si è inaugurato nel Mezzogiorno d'italia un sistema di sangue. E il Governo, cominciando da Ricasoli e venendo sino al ministero Rattazzi, ha sempre lasciato esercitare questo sistema» (Nino Bixio). Citato in Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento, Guida Editore, 2000, p. 263.
  215. ^ Tra i politici europei che espressero critiche nei confronti dei provvedimenti contro il brigantaggio vi furono lo scozzese McGuire, il francese Gemeau e lo spagnolo Nocedal. Citato in Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.244-245.
  216. ^ Alfredo Capone, La crisi di fine secolo e l'età giolittiana, Volume 2, UTET, 1981, p.53
  217. ^ Gian Antonio Stella, Espatri dalle regioni italiane 1876 - 1900 in www.speakers-corner.it. URL consultato il 7 ottobre 2010.
  218. ^ Massimo Viglione, Francesco Mario Agnoli, La rivoluzione italiana: storia critica del Risorgimento, Roma, 2001, p. 98
  219. ^ "La riunificazione del debito pubblico (quello più consistente del Piemonte assorbiva quello inferiore delle Due Sicilie) portò all'estensione delle tasse sarde nelle nuove provincie. Fu un trauma per il sud, abituato a sole cinque imposte applicate nel Regno Borbonico. C'erano anche le imposte sulle successioni e le donazioni, sull'assistenza sanitaria, le pensioni, i mutui, sconosciute al sud." Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.185
  220. ^ "Cominciò lo stillicidio dei licenziamenti di impiegati ed operai alla Stamperia Nazionale, alla Zecca, al Lotto, all'Arsenale, ai cantieri navali di Castellammare." Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.186
  221. ^ "Nel 1864, Bixio presentò alla Camera il progetto di chiusura del cantiere di Castellammare e dell’Arsenale di Napoli, cui fecero seguito licenziamenti e accesi scontri d’opinione. In quegli anni, la stessa sorte toccò alle Officine Ferroviarie di Pietrarsa, che furono declassate a «Officina Grandi Riparazioni», ed alla Fonderia e Fabbrica d'armi di Mongiana, che fu ceduta all’ex garibaldino Achille Fazzari, e poi chiusa definitivamente nel 1872". Nicola Zitara, L'unità truffaldina, p.62.
  222. ^ «I giornali quotidiani e periodici sono numerosissimi in tutto l'arco delle vicende risorgimentali... Il giornalismo politico è una delle nuove e primarie articolazioni storiche del ruolo politico dell'intellettuale: dove per intellettuale intendiamo...anche il notaio, il prete, l'avvocato, il professore...Anche qui le classi subalterne abbisognano d'una ulteriore mediazione - qualche intellettuale locale, prete, maestro...: tutti "borghesi" - se vuole accedere al contenuto del messaggio» (M.Isnenghi, op.cit.)
  223. ^ M. Isnenghi, op.cit.
  224. ^ Cesare Giardini, (a cura di) Il Risorgimento italiano 1796-1861. Dalle opere di V.Cuoco. P.Colletta. Stendhal. C.Balbo. G.Mazzini. G.Garibaldi. C.Tivaroni. H.Bolton King. G.Carducci. E.Di Treitschke. B.Croce. P.Silva. A.Omodeo. L.Salvatorelli. F.Quintavalle. A.Panzini. M.Paléologue. Verona, 1958, Mondadori
  225. ^ Desideri Antonio-Mario Themelly, Storia e storiografia, Vol.2 - Editrice d'Anna, Roma-Firenze 1999 p.813
  226. ^ «Il processo di unificazione politica della penisola come il frutto di una possente e unanimistica spinta di popolo è un mito postumo...un tentativo dei ceti colti di operare finalmente una sutura con i ceti subalterni, imponendo loro la propria egemonia politica»(da Mario Isnenghi, L'unità italiana, in AA.VV., Tesi, antitesi. romanticismo-futurismo, G. D'Anna, Messina-Firenze, 1974 pag.810)
  227. ^ La lotta politica in Italia. Origini della lotta attuale (476-1887), Firenze, Libreria della Voce, 1913
  228. ^ Adolfo Omodeo, Storia del risorgimento italiano. Nona edizione riveduta con profilo di Benedetto Croce, Napoli, ESI, 1965
  229. ^ Gioacchino Volpe, Italia moderna (1815 – 1915), I, Sansoni, Firenze 1943
  230. ^ Giorgio Spini, Risorgimento e protestanti, Il Saggiatore, Milano, 1989 - Claudiana, Torino 2008

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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