Unione Democratica per la Nuova Repubblica

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Unione Democratica per la Nuova Repubblica
Leader Randolfo Pacciardi
Stato Italia Italia
Fondazione 1º marzo 1964
Dissoluzione 1980
Ideologia Presidenzialismo, Nazionalismo italiano, Repubblicanesimo
Collocazione Da Centro a Destra
Testata Folla
Nuova Repubblica
Randolfo Pacciardi

L'Unione Democratica per la Nuova Repubblica fu un partito politico italiano fondato da Randolfo Pacciardi, dopo essere stato espulso dal Pri per aver votato in Parlamento contro il primo governo di centro-sinistra di Aldo Moro, sostenuto dai repubblicani (dicembre 1963). Il partito aveva per simbolo una primula stilizzata con i petali tricolori.

Programma politico[modifica | modifica wikitesto]

Le linee fondamentali del nuovo soggetto politico furono esposte, da parte di Pacciardi, il 26 gennaio 1964 con il lancio di un "appello per la Nuova Repubblica", firmato, tra gli altri, dai generali Raffaele Cadorna e Giuseppe Mancinelli, Giuseppe Caronia, i giornalisti Tomaso Smith, Mario Vinciguerra e Giano Accame, l'ambasciatore Alberto Rossi Longhi, l'ex-socialista Ivan Matteo Lombardo, Alfredo Morea e Salvatore Sanfilippo[1].

La formazione si caratterizzava per una condotta che coniugava il laicismo tipico della tradizione mazziniana con una netta di contrapposizione alle sinistre, privilegiando valori quali identità nazionale e legalità. Gli osservatori lo hanno sempre collocato nell'area culturale conservatrice, ovviamente alla destra dello schieramento.

Le posizioni assunte erano riconducibili alla necessità di istituire una Repubblica presidenziale con una legge elettorale maggioritaria. "Nuova Repubblica" è stato il primo partito politico in Italia a introdurre il presidenzialismo nel proprio programma, solo trent'anni dopo imitato da Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il 1º marzo 1964, con la pubblicazione del primo numero del periodico Folla, è considerata la data di trasformazione del movimento in partito politico[2]. La testata fu diretta da Tomaso Smith, ex direttore del Messaggero di Roma, sino al 1966, quando, alla vigilia di un comizio che avrebbe dovuto tenere a Roma in Piazza Santi Apostoli, l'esponente di pacciardiano fu colpito da un aneurisma fatale. Dopo di che il nuovo organo di partito fu il settimanale Nuova Repubblica, diretto da Giano Accame.

Il 4 febbraio 1964, Pacciardi aveva già informato del suo programma politico l'ambasciata americana, la quale mandò un rapporto a Washington, nel quale si riteneva Pacciardi "troppo ottimista sul richiamo che il suo movimento avrà nel paese. Il sostegno a Pacciardi deriva probabilmente dalle amicizie personali tra gli ufficiali di alto livello che egli si è fatto durante la sua permanenza al Ministero della Difesa. Si ritiene tuttavia che tali connessioni non siano abbastanza numerose"[3].

Il 10 maggio 1964, "Nuova Repubblica" organizzò un affollato comizio al Teatro Adriano di Roma che sfociò in una manifestazione che giunse sino alle soglie del Quirinale[4]. Il movimento fu anche vicino ai Centri di Azione Agraria del principe Lilio Sforza-Ruspoli. Il 5 luglio dello stesso anno i due tennero un comizio a Bari[4], dove Pacciardi fu salutato come "un antifascista da sempre" che aveva abbracciato "i militi della Repubblica sociale in nome di un'Italia nuova"[3]. A Roma, un'assemblea di "nostalgici" lo invocò come il "capo tanto atteso"; altre simpatie le ottenne dal colonnello Renzo Rocca, direttore dell'ufficio per la ricerca economica e industriale (Rei) del Sifar [3].

Su questa linea, alla caduta del primo governo di centrosinistra, guidato da Aldo Moro (giugno 1964), Pacciardi scrisse al Presidente del Senato, Cesare Merzagora, incoraggiandolo a guidare una possibile svolta presidenzialista, restando "nell'ambito costituzionale ma non con le procedure normali"; nella nota si auspicava un'iniziativa diretta del Presidente della Repubblica Antonio Segni, dopo un messaggio alla Camere, seguito dalla nomina di un Presidente del Consiglio di sua esclusiva fiducia e di un governo presidenziale, contro il quale il Parlamento non avrebbe votato[4]. Merzagora è comunemente indicato come il candidato del Presidente Segni da opporre ai partiti, nell'estate del 1964, in caso di proseguimento dell'esperienza di centro-sinistra, alla quale il Capo dello Stato era contrario[5]. Non risulta, tuttavia, una convergenza tra Pacciardi e il Piano Solo, predisposto dal generale Giovanni De Lorenzo, d'intesa con il Presidente Segni, per favorire un'analoga svolta[4].

A livello giovanile nacque il gruppo universitario Primula Goliardica, facente capo al nuovo movimento, cui aderirono alcuni esponenti provenienti dal FUAN, come Antonio Aliotti e Enzo Maria Dantini. Quest'ultimo, nel 1969, partecipò alla fondazione dell'organizzazione nazi-maoista Lotta di Popolo.

Nel 1968, il partito si presentò alle elezioni politiche, nella metà più uno delle circoscrizioni elettorali per la Camera dei deputati, ma la commissione di vigilanza RAI non gli concesse l’accesso alle tribune elettorali televisive[1]. Le elezioni politiche rappresentarono quindi un fallimento per il movimento, certificato dai soli 63.402 voti ottenuti[6]. Lo stesso Pacciardi non fu rieletto.

Dopo tale sconfitta elettorale, il movimento sparì progressivamente dalla scena politica, pur rimanendo politicamente attivo il suo fondatore. Giano Accame proseguì nella pubblicazione saltuaria del settimanale "Nuova Repubblica", sino al 1980.

Nel 1974, Pacciardi fu indagato e sospettato di aver appoggiato il cosiddetto Golpe bianco di Edgardo Sogno[7][8].

Nel 1979, Scagionato da ogni accusa, chiederà la riammissione al Partito Repubblicano, che otterrà alla fine del 1980, senza rinunciare alla sua battaglia per la trasformazione delle istituzioni in senso presidenziale ma condizione di sciogliere "Nuova Repubblica" e di cessare le pubblicazioni dell'organo di partito[2].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Archivio storico della camera dei Deputati
  2. ^ a b Randolfo Pacciardi in: Dizionario bibliografico Treccani
  3. ^ a b c Gianni Flamini, L'Italia dei colpi di Stato, Newton Compton Editori, Roma, 2007, p. 76-77
  4. ^ a b c d Il "tintinnio di sciabole", in: Critica Sociale, agosto 2013, p. 5
  5. ^ Sergio Romano, Cesare Merzagora: uno statista contro i partiti, in: Corriere della Sera, 14 marzo 2005
  6. ^ Risultati delle elezioni politiche del 1968
  7. ^ Panorama, A. XII, n. 140, 26 settembre 1974, pagg. 44-46 e A. XIII, n. 461, 20 febbraio 1975, pag. 39.
  8. ^ Italia '74, a un passo dal tintinnar di sciabole in la Repubblica, 15-03-1997. URL consultato il 10-01-2010.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Mauro Mita, Il regime presidenziale, 2. I quaderni di Nuova repubblica, edizioni dell'Udnr, Roma 1967;
  • Randolfo Pacciardi, Democrazia moderna, 3. I quaderni di Nuova repubblica, edizioni dell'Udnr, Roma 1967;
  • Mauro Mita, Costruire la Repubblica, 3. I quaderni dell'Unione democratica per la Nuova repubblica, edizioni Nuova Repubblica, Roma 1968;
  • Randolfo Pacciardi, La Repubblica presidenziale spiegata al popolo, edizioni Nuova Repubblica, Roma 1972

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]