Umberto II di Savoia

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Umberto II
Re d'Italia
Regno 9 maggio, 194612 giugno, 1946
Nascita 15 settembre, 1904
Racconigi
Morte 18 marzo, 1983
Ginevra
Predecessore Vittorio Emanuele III
Successore Alcide De Gasperi (facente funzioni)
Consorte Maria José del Belgio (8 gennaio 1930)
Figli Maria Pia, Vittorio Emanuele, Maria Gabriella, Maria Beatrice
Casa reale Savoia
Padre Vittorio Emanuele III
Madre Elena del Montenegro
Dinastia dal 1820
Casa Savoia

Umberto II

Umberto II di Savoia (Racconigi15 settembre 1904 – Ginevra18 marzo 1983) è stato Luogotenente Generale del Regno d'Italia dal 1944 al 1946 e Re d'Italia, di Sardegna, di Cipro, di Gerusalemme e d'Armenia dal 9 maggio 1946 al 13 giugno dello stesso anno (per questo breve periodo di regno fu detto Re di maggio). Il suo nome completo è Umberto Nicola Tommaso Giovanni Maria, Principe di Piemonte.

Indice

[modifica] Biografia

[modifica] Gioventù

Nato nel 1904 dal re Vittorio Emanuele III e dalla regina Elena, Umberto riceve il titolo di principe di Piemonte in qualità di erede al trono d'Italia. Fino ai 18 anni la sua educazione è affidata all'ammiraglio Attilio Bonaldi, il quale, imponendogli una disciplina militare rigidissima finirà per influire pesantemente nella formazione del suo carattere. Ancora adolescente, è destinato dai genitori al matrimonio con la principessa belga Maria José.

Durante gli anni del regime fascista, secondo la prassi per ogni principe ereditario, segue una rapida carriera militare divenendo generale dell'esercito. Dopo il 1925 Umberto si stabilisce a Palazzo Reale a Torino dove fino al matrimonio conduce una vita spensierata. Vive in una realtà sostanzialmente estranea dalla politica attiva, essendo relegato, per volontà dello stesso regime fascista, in una posizione marginale. Di formazione liberal-conservatrice e (contrariamente alla tradizione familiare) profondamente credente, Umberto non suscita particolari simpatie in Benito Mussolini, che diede disposizione sin dalla fine degli anni 20 di raccogliere un dossier relativo alla presunta omosessualità del principe, che vedeva coinvolti personaggi quali l'attore Jean Marais e diversi ufficiali suoi sottoposti e giovani amici, tra i quali figura anche Luchino Visconti. Tuttavia, anche a causa dell'uso che ne fece Mussolini per la propaganda della Repubblica di Salò, le voci sulla presunta omosessualità di Umberto II potrebbero anche essere il frutto di un'azione diffamatoria nei suoi confronti. Sull'altro versante, la sua amicizia con la cantante Milly è stata enfatizzata dalle voci popolari e, nel secondo dopoguerra, anche dalla cronaca rosa.

[modifica] Matrimonio

L'8 gennaio 1930, nella cappella Paolina del Quirinale, si sposa con Maria José, principessa del Belgio. Umberto veste l'uniforme di colonnello di fanteria. Secondo la leggenda sarebbe un matrimonio d'amore, ma la storia sarà comunque contrastata a causa dei diversi interessi culturali, politici e sociali e soprattutto dal divario fra le due educazioni ricevute. Dopo la funzione gli sposi sono ricevuti da papa Pio XI, segnale di un progressivo disgelo fra l'Italia e il Vaticano.

[modifica] Seconda guerra mondiale e luogotenenza

Personalmente contrario all'intervento dell'Italia in guerra al fianco della Germania, Umberto si impegna comunque sul fronte francese nel 1940, e, l'8 settembre del 1943, pur avendo espresso l'intenzione di rimanere a Roma per difendere la capitale dai tedeschi, segue nella fuga il Re suo padre e Pietro Badoglio riparando a Brindisi.

Umberto II di Savoia (circa 1920).
Umberto II di Savoia (circa 1920).
Umberto II di Savoia e Maria José del Belgio il giorno delle nozze.
Umberto II di Savoia e Maria José del Belgio il giorno delle nozze.
Umberto II con Maria José e i figli.
Umberto II con Maria José e i figli.

Nel giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III nomina il figlio Luogotenente Generale del Regno in base agli accordi tra le varie forze politiche che formano il Comitato di Liberazione Nazionale, che prevedono di «congelare» la questione istituzionale fino al termine del conflitto. Umberto, dunque, esercita di fatto le prerogative del sovrano senza tuttavia possedere la dignità di re, che resta in capo a Vittorio Emanuele III, rimasto in disparte a Salerno. In realtà si tratta di un compromesso suggerito dall'ex presidente della Camera Enrico De Nicola, poiché i capi dei partiti antifascisti avrebbero preferito l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, la rinuncia al trono da parte di Umberto e la nomina immediata di un reggente civile. Il Luogotenente si guadagna ben presto la fiducia degli Alleati grazie alla scelta di mantenere la monarchia italiana su posizioni filostatunitensi.

Umberto firma su pressione americana[1] il decreto legislativo luogotenenziale 151/1944, che stabilisce che «dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali» sarebbero state «scelte dal popolo italiano, che a tal fine» avrebbe eletto «a suffragio universale, diretto e segreto, un'Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato» dando per la prima volta il voto alle donne.

Forma quindi la Commissione per redigere lo Statuto della Sicilia in conformità con il suo intento di evitare la secessione dell'isola per opera dei movimenti indipendentisti.

Nel corso dei due anni trascorsi al Quirinale, Umberto è assecondato da una piccola cerchia di fedelissimi formata più da tecnici che da politici. Il suo consigliere più ascoltato è il ministro della Real Casa Falcone Lucifero. I margini di azione della corte sono però limitati, anche a causa dell'esiguità dei fondi a disposizione (il Luogotenente dispone solo della metà della "lista civile", il resto spettante al padre). Di qui la soluzione di acquisire benemerenze largheggiando nella concessione di onorificenze e perfino di titoli nobiliari. Tuttavia, la storia dei cosiddetti "conti di Ciampino" appare infondata: Umberto II, quando si era recato a Ciampino il 13 giugno 1946, era stato accompagnato da un folto seguito, nel quale si trovavano anche alcune persone che avevano richiesto un titolo nobiliare. Nella confusione del momento, Umberto II si stava raccomandando con il ministro della Real Casa Falcone Lucifero di "far bene tutti i conti". Il riferimento era relativo alle spese che erano state sostenute nei giorni precedenti al referendum. Questa sua raccomandazione, però, è stata fraintesa da alcuni storici, che hanno ritenuto invece che, per gratitudine nei confronti di quei fedeli, Umberto II avesse voluto "farli tutti conti" [2].

[modifica] Abdicazione del padre e referendum costituzionale

Il 9 maggio 1946, ad appena un mese dallo svolgimento del referendum istituzionale che dovrà decidere tra monarchia e repubblica, Vittorio Emanuele III abdica e si trasferisce in Egitto con la regina Elena, assumendo il nome di Conte di Pollenzo. Gli esponenti dei partiti di sinistra e i repubblicani denunceranno la violazione della tregua istituzionale negoziata attraverso l'istituto della luogotenenza, che avrebbe dovuto essere mantenuta fino alla risoluzione del nodo istituzionale (anche se il presidente del consiglio Alcide De Gasperi cercò, di minimizzare parlando di "fatto interno a casa Savoia"). La speranza di Casa Savoia è di far recuperare consensi all'istituto monarchico con l'uscita definitiva di scena del vecchio re e grazie anche alla maggiore popolarità del nuovo sovrano Umberto II. Non vennero effettuate cerimonie formali di successione, in quanto lo stesso Statuto albertino prevedeva che all'abdicazione del sovrano seguisse la successione come monarca del principe ereditario.

Il 15 maggio 1946 Umberto II promulga lo Statuto della Sicilia, che rende la regione autonoma. Fu la prima volta che in Italia si iniziò a parlare di autonomia regionale nell'ottica del rispetto delle particolarità locali. Lo Statuto è ancora quello su cui si fonda la Regione Siciliana.

Nella giornata del 2 giugno e la mattina del 3 giugno 1946 ebbe dunque luogo il referendum istituzionale per scegliere tra la monarchia e la repubblica. Sia pure di misura, le fonti ufficiali parlarono di una maggioranza dei voti validi in favore della soluzione repubblicana, anche se non mancheranno ricorsi e voci di brogli.

Il 10 giugno alle ore 18.00 (nella Sala della Lupa a Montecitorio) la Corte di Cassazione diede lettura dei risultati del referendum (la Repubblica ottenne 12.717.923 voti mentre i favorevoli alla Monarchia risultarono 10.719.284), senza procedere alla proclamazione della Repubblica e rimandando ad una successiva seduta il giudizio definitivo su contestazioni, proteste e reclami.

La notte tra il 12 giugno e il 13 giugno 1946, senza attendere il 18 giugno, data nella quale la Corte di Cassazione avrebbe reso noti i risultati definitivi della consultazione referendaria, il Consiglio dei ministri, visti i gravi disordini di Napoli e stante l'impossibilità di un'intesa con Umberto II, proclamò l'instaurazione di un regime transitorio durante il quale l'esercizio delle funzioni di capo dello Stato spettava per legge al presidente del Consiglio in carica, Alcide De Gasperi.

Questo è il comunicato:

« Il Consiglio dei Ministri afferma che la proclamazione dei risultati del referendum, fatta il 10 giugno dalla Corte di Cassazione, ha portato automaticamente all'instaurazione di un regime transitorio durante il quale, fino a quando l'Assemblea Costituente non avrà nominato il Capo Provvisorio dello Stato, l'esercizio delle funzioni di Capo dello Stato medesimo spetta al Presidente del Consiglio in carica. La situazione creata dalla volontà del popolo non può considerarsi modificata dalle comunicazioni di Umberto II al Presidente del Consiglio. »

La comunicazione di Umberto II alla quale si accenna era uno scritto fatto pervenire la mattina del 12 giugno ad Alcide De Gasperi, con il quale il sovrano affermava che sarebbe rimasto fino a che la Corte di Cassazione non si fosse pronunciata nella seduta fissata per il giorno 18.

[modifica] L'esilio

Benché da più parti gli pervenissero inviti a resistere, Umberto II preferì prendere atto del fatto compiuto e il 13 giugno partì in aeroplano da Ciampino dopo aver diramato un polemico proclama [1] dove si parla, tra l'altro, di un "gesto rivoluzionario" del Consiglio dei ministri.

Come mèta scelse Cascais in Portogallo, seguendo l'esempio di Carlo Alberto, che si era recato in esilio a Oporto. L'esilio dei Savoia in Portogallo non costituisce evento accidentale, giacché, il ricorrere dei frequenti matrimoni intercorsi, nei secoli, fra quest'ultimi e la Casa reale del Portogallo ha fatto sì che - sia pure se sotto un profilo meramente araldico e non dinastico - il capo di Casa Savoia possa oggi considerarsi parimenti anche quale capo della Real Casa di Braganza.

Con l'entrata in vigore della Costituzione repubblicana il 1° gennaio 1948 l'esilio di Umberto di Savoia acquista forza di legge costituzionale, essendo previsto dal primo capoverso della XIII disposizione finale e transitoria, i cui effetti cesseranno solo nel 2002 a seguito di una legge di revisione costituzionale.

L'unione con Maria José, in crisi da lungo tempo, s'incrina definitivamente. L'ex regina lascia ben presto Cascais per trasferirsi a Merlinge, nei pressi di Ginevra, con il piccolo Vittorio Emanuele. Con Umberto rimangono le tre figlie Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice, che presto diventano, a causa della loro vita sentimentale a volte tumultuosa, oggetto di morbose attenzioni da parte della stampa popolare.

A partire dal 1964 Umberto II subisce una serie di pesanti interventi chirurgici, probabilmente a causa del tumore che dopo lunghe sofferenze sarà la causa della sua morte. Muore a Ginevra il 18 marzo 1983, in una clinica dove era stato trasferito pochi giorni prima da Londra in un estremo quanto inutile tentativo di allungargli la vita.

Nel suo testamento Umberto lascia al Papa la Sindone, che dal 1578 era conservata nel Duomo di Torino a titolo di deposito. Trattandosi di una delle tante proprietà pervenute ai Savoia prima della proclamazione del Regno d'Italia, essa è stata esclusa dall'avocazione a favore dello Stato sancita dal secondo capoverso della XIII disposizione finale e transitoria della Costituzione.

Le spoglie dell'ultimo sovrano d'Italia riposano, per suo espresso volere, nell'Abbazia di Altacomba a fianco di quelle del re Carlo Felice, nella regione francese della Savoia dove Casa Savoia ha tratto le sue origini storiche.

Umberto II ha voluto che, nella propria bara, fosse riposto il sigillo reale, grosso timbro che si trasmette di generazione in generazione quale simbolo visibile della legittimità nella linea dinastica e simbolo del gran maestro degli ordini cavallereschi di Casa Savoia. In tal modo, si ritiene comunemente che egli abbia inteso esplicitamente distinguere i suoi eredi dinastici da quelli civili, impedendo a questi ultimi di entrare in possesso del simbolo che avrebbe potuto ingenerare, nella pubblica opinione, la convinzione della loro qualità di successori dinastici[3].

Nel suo quasi quarantennale esilio Umberto II svolse opera di aiuto e sostegno verso gli italiani indiscriminatamente, in occasione di bisogni personali o di eventi drammatici. Tramite suoi rappresentanti fu sempre presente, anche come sponsor, a manifestazioni culturali, patriottiche o sociali. A Cascais ricevette decine di migliaia di persone e a tutti coloro che gli scrivevano rispondeva. Appassionato collezionista costituì una importante collezione di cimeli sabaudi. Scrisse un vastissimo volume sulla medaglistica sabauda.

Al suo funerale, disertato dalle autorità italiane (ad eccezione del console italiano di Lione), parteciparono 10.000 italiani che raggiunsero l'Abbazia di Hautecombe vicino a Aix-les-Bains nell'Alta Savoia. La RAI non trasmise la diretta televisiva. Alle esequie erano presenti: il Re e la Regina di Spagna, il Re e la Regina dei Belgi, il Granduca e la Granduchessa del Lussemburgo, il principe Ranieri di Monaco col figlio Alberto, il Duca di Kent in rappresentanza della Regina d'Inghilterra, gli ex Re di Bulgaria, Romania e Grecia. I rappresentanti delle Case d'Asburgo e Borbone tutte imparentate con Umberto (oltre ad altre minori: Baviera, ecc), il Vaticano era rappresentato dal suo Nunzio apostolico a Parigi.

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[modifica] Note

  1. ^ Gli Alleati si impegnarono con i Savoia a garantire lo svolgimento della consultazione nelle modalità previste. Cfr. Il nodo referendario di Aldo Giovanni Ricci
  2. ^ http://www.rivstoricavirt.com/rivstoricavirt_sito/CorpoNobt%E0.html
  3. ^ cfr. Aldo A.Mola I Sigilli del Re, in , «Storia in Rete», luglio/agosto 2006, 1-9

[modifica] Onorificenze

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata - nastrino per uniforme ordinaria

Cavaliere dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata


[modifica] Bibliografia

  • Giovanni Artieri, Umberto II e la crisi della monarchia, Mondadori, Milano 1983
  • Giovanni Artieri, Cronaca del Regno d'Italia, 2 vol, Mondadori, Milano, 1977 e 1978 (con "Appendici" sui gioielli della Corona e sui beni privati dei Savoia e la loro avocazione allo Stato e cause giudiziarie relative),
  • Silvio Bertoldi, Umberto II, Bompiani, Milano 1983
  • Gianni Oliva, Umberto II - L'Ultimo Re, Mondadori, Milano 2000, ISBN 8804476184
  • Il pensiero e l'azione del Re Umberto II dall'esilio (13 giugno 1946-31 dicembre 1965), Rizzoli, Milano, 1966
  • Il Re dall'esilio (raccolte di documenti), Silvio Mursia, Milano,1978 .
  • Giovanni Mosca, "Il Re in un angolo", Rizzoli, Milano, 1950.
  • Piero Operti, "Lettera aperta a Benedetto Croce", Volpe, Roma, 1963.
  • Mario Viana, "La Monarchia e il fascismo", Marviana, Roma, 1951.
  • Squarti Perla A. Araldica e Nobiltà nelle Marche. Edizioni Fast Edit. 2007. (Cfr. in particolare l’articolo su “Provvedimenti Nobiliari di Grazia Sovrana” da cui si evince, dati alla mano, che le concessioni di Umberto II rientrano perfettamente nella media dei provvedimenti nobiliari emanati dai precedenti Sovrani d’Italia).

[modifica] Collegamenti esterni

Predecessore: Re d'Italia Successore:
Vittorio Emanuele III 1946 nessuno I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
con
con con con
Vittorio Emanuele III {{{data}}} nessuno
Predecessore: Capo di Casa Savoia Successore:
Vittorio Emanuele III 1946 - 1983 Controversia in corso. Vedi le decisioni della Consulta dei Senatori del Regno I
II
III
IV
V
VI
VII
VIII
IX
X
con
con con con
Vittorio Emanuele III {{{data}}} Controversia in corso. Vedi le decisioni della Consulta dei Senatori del Regno
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