Tuol Sleng Genocide Museum

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Coordinate: 11°32′58″N 104°55′04″E / 11.549444°N 104.917778°E11.549444; 104.917778

Veduta esterna del Tuol Sleng Genocide Museum, Phnom Penh.

Il Tuol Sleng Genocide Museum è un museo situato a Phnom Penh, Cambogia, testimonianza del cosiddetto genocidio cambogiano. Un tempo l'edificio era sede di una Scuola Superiore ribattezzata Ufficio di Sicurezza 21 (S-21) dal regime comunista dei Khmer Rossi dalla loro ascesa al potere nel 1975 alla loro caduta nel 1979. "Tuol Sleng" in lingua khmer significa "collina degli alberi velenosi"; nella sigla "S-21", S sta per Sala e 21 è il codice del Santébal, la Polizia di sicurezza. Recenti studi [1] hanno rivelato che la S-21 è la punta dell'iceberg di un vasto sistema di prigioni.

Nel 2009 l'UNESCO ha inserito il museo nell'Elenco delle Memorie del mondo.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I cinque edifici del complesso che un tempo era la Tuol Svay Prey High School, cui fu posto il nome di un antenato del re Norodom Sihanouk, furono trasformati nel 1975 in una prigione e in un centro per interrogatori. I Khmer Rossi ribattezzarono la struttura "Ufficio di Sicurezza 21" (S-21) e la costruzione fu mutata in prigione dall'interno: gli edifici furono racchiusi all'interno di un recinto di filo spinato elettrificato, le classi trasformate in minuscole celle e camere della tortura e tutte le finestre furono sbarrate con assi di ferro e filo spinato per evitare fughe di prigionieri.

Filo spinato sul perimetro esterno della struttura.

Dal 1975 al 1979 a Tuol Sleng furono imprigionate circa 17.000 persone (qualche stima suggerisce 20.000, ma il numero reale è sconosciuto). I prigionieri provenivano da tutto il Paese, e di solito erano ex-membri o soldati dei Khmer Rossi accusati di tradimento. Tra gli arrestati ci furono alcuni tra i politici comunisti più alti in grado, come Khoy Thoun, Vorn Vet e Hu Nim. Nonostante il capo d'accusa ufficiale fosse di "spionaggio", è possibile che questi uomini siano stati in realtà visti dal leader dei Khmer Rossi, Pol Pot, come potenziali autori di una congiura contro di lui. Spesso le famiglie dei prigionieri venivano sequestrate in massa per essere interrogate e successivamente eliminate nel campo di sterminio di Choeung Ek.

Anche se la stragrande maggioranza delle vittime era di origine cambogiana, ci furono anche prigionieri stranieri, quali vietnamiti, laotiani, indiani, pakistani, britannici, statunitensi, francesi, neozelandesi e australiani.

Molti stranieri furono espulsi o evacuati dal Paese e chi rimase fu visto come un rischio per la sicurezza nazionale. Un certo numero di prigionieri occidentali fu trattenuto all'S-21 tra l'aprile 1976 e il dicembre 1978. Questi furono catturati principalmente in mare tramite le navi pattuglia dei Khmer Rossi. Tra di essi vi erano quattro statunitensi, tre francesi, due australiani, un britannico e un neozelandese. Uno degli ultimi prigionieri a morire (due giorni prima che i Khmer Rossi fossero cacciati da Phnom Penh) fu lo statunitense Michael Scott Deeds, che nel 1978 venne catturato insieme a Christopher Edward DeLance mentre navigavano dalla Thailandia alle Hawaii. Gli altri occidentali presenti nei registri sono gli americani James Clark e Lance McNamara (catturati insieme), gli australiani David Lloyd Scott e Ronald Keith Dean (catturati insieme), il britannico John Dawson Dewhirst, il neozelandese Kerry George Hamill, i francesi Rovin e Harad Bernard e infine il loro connazionale Andre Gaston. I loro corpi, secondo le testimonianze dei superstiti cambogiani, sarebbero stati bruciati su copertoni per non lasciare tracce.

Nel 1979 la prigione fu scoperta durante l'invasione dall'esercito vietnamita. Nel 1980 la prigione venne convertita in un museo perché testimoniasse le azioni del regime dei Khmer Rossi. Il museo è aperto al pubblico, e riceve una media di 500 visitatori al giorno.

Aule scolastiche trasformate in celle individuali.

Vita nella prigione[modifica | modifica wikitesto]

Giunti alla prigione, i prigionieri venivano fotografati e veniva chiesto loro un dettagliato resoconto biografico. Dopo venivano obbligati a spogliarsi e tutti i loro oggetti personali venivano sequestrati. I prigionieri venivano quindi condotti nelle loro celle. Quelli assegnati alle celle più piccole venivano incatenati alle pareti. Quelli assegnati alle grandi celle collettive venivano incatenati assieme a lunghe sbarre di ferro. I prigionieri erano costretti a dormire sul pavimento restando legati.

La prigione aveva un regolamento ferreo e ai prigionieri che cercavano di disobbedire venivano inflitte severe punizioni. Ogni minimo gesto doveva essere preventivamente approvato da un secondino. Inoltre le condizioni igienico-sanitarie erano terribili. Erano diffuse malattie della pelle, pidocchi e altre patologie, e pochissimi internati ricevevano trattamenti medici.

Torture e sterminio[modifica | modifica wikitesto]

Per obbligare i prigionieri a confessare qualunque crimine fosse stato loro imputato veniva utilizzato il metodo della tortura. Erano largamente impiegati l'elettroshock, vari strumenti metallici incandescenti e il metodo di tenere appesi per lungo tempo gli internati, seviziati anche in molti altri modi. Nonostante buona parte dei prigionieri morisse comunque a causa degli abusi, l'esecuzione diretta veniva evitata, dato che i Khmer Rossi avevano bisogno delle loro confessioni. Gli strumenti di tortura sono esposti al museo. La stragrande maggioranza dei prigionieri era innocente e le confessioni prodotte solo sotto tortura.

Mensole riempite di cranii umani, dissotterrati dai dintorni della prigione.

Dopo l'interrogatorio, il prigioniero e la sua famiglia venivano condotti al campo di sterminio di Choeung Ek, ad una quindicina di chilometri da Phnom Penh. Lì venivano uccisi con sbarre di ferro, picconi, machete e molte altre armi improprie. Alle vittime raramente veniva sparato, in quanto le pallottole erano giudicate troppo preziose per essere utilizzate a tal fine.

Sopravvissuti di Tuol Sleng[modifica | modifica wikitesto]

Dei circa 17.000 prigionieri, a Tuol Sleng ci furono, per quanto se ne sa, solo sette sopravvissuti. Si pensa che, di questi, solo tre fossero ancora vivi nel 2004: Vann Nath, Chum Mey e Bou Meng. Tutti e tre sopravvissero solo per merito delle loro capacità, utili ai carcerieri. Vann Nath era un pittore e fu incaricato di eseguire ritratti di Pol Pot. Molte delle sue opere che descrivono gli eventi di Tuol Sleng da lui testimoniati sono oggi esposte nel Tuol Sleng Genocide Museum. È un artista anche Bou Meng, la cui moglie fu uccisa nell'S-21. Chum Mey sopravvisse grazie alle sue capacità di meccanico.

Personale della prigione[modifica | modifica wikitesto]

La prigione fu diretta, in un primo momento, da In Lon (noto come "Nath") con Khang Khek Ieu (noto anche come "Deuch" e addetto alla creazione della struttura) in qualità di vice, per passare successivamente nelle mani del secondo, il quale vi imprigionò e vi fece uccidere il suo ex-superiore. Altri due personaggi importanti dello staff di Deuch erano Chan e Pon, entrambi esperti di torture come il loro capo. Dalla sua istituzione nel 1975 l'S-21 fu solo una delle carceri della capitale della neonata Kampuchea Democratica, ma un anno dopo in essa vennero riallocate tutte le altre. La prigione aveva un personale di 1.720 elementi. Circa 300 di essi erano personale d'ufficio, manodopera interna e addetti agli interrogatori. Gli altri 1.400 avevano mansioni generiche. Alcuni di essi erano bambini strappati alle famiglie dei prigionieri. Moltissimi erano ragazzini tra i 10 e i 15 anni, resi sadici e spietati da un apposito addestramento impartito loro dai quadri adulti. Le squadre addette agli interrogatori si dividevano in tre gruppi: Krom Noyobai (o Unità Politica), Krom Kdao (o Unità "Calda") e Krom Angkiem (o Unità dei "Masticatori").

"Se disubbidirai ad una sola delle mie regole riceverai dieci frustate o cinque scosse elettriche".

Le regole del carcere[modifica | modifica wikitesto]

Quando i prigionieri venivano introdotti a Tuol Sleng, venivano anche istruiti su dieci regole da seguire durante la detenzione. Ciò che segue è la lista esibita al Tuol Sleng Museum:

1. Devi rispondere attenendoti alla mia domanda. Non tergiversare.
2. Non cercare di occultare i fatti adducendo pretesti vari, ti è severamente vietato contestarmi.
3. Non fare il finto tonto, perché sei un controrivoluzionario.
4. Devi rispondere immediatamente alle mie domande senza sprecare tempo a riflettere.
5. Non parlarmi delle tue piccole azioni immorali o dell'essenza della rivoluzione.
6. Non devi assolutamente piangere mentre ricevi l'elettroshock o le frustate.
7. Non fare nulla, siediti e attendi i miei ordini. Se non ci sono ordini, rimani in silenzio. Quando ti chiedo di fare qualcosa, devi eseguire immediatamente senza protestare.
8. Non inventare scuse sulla Kampuchea Krom per nascondere i tuoi segreti da traditore.
9. Se non segui tutte le regole succitate, riceverai moltissime frustate con il cavo elettrico.
10. Se disubbidirai ad una sola delle mie regole riceverai dieci frustate o cinque scosse elettriche.
Foto di una prigioniera con in braccio un neonato.

Scoperta di Tuol Sleng[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1979 Ho Van Tay, un fotoreporter di guerra vietnamita, fu il primo rappresentante dei media al mondo a documentare la vicenda di Tuol Sleng. Van Tay e i suoi colleghi seguirono il fetore dei corpi in decomposizione fino ai cancelli di Tuol Sleng. Le foto di Van Tay che documentano quanto da lui visto sul luogo sono oggi esposte a Tuol Sleng.

I Khmer Rossi richiedevano al personale della prigione di compilare un resoconto dettagliato di ogni prigioniero, con una fotografia acclusa. Dato che i negativi e gli autori delle foto furono separati dai dossier nel periodo 1979-1980, molti dei fotografi sono a tutt'oggi sconosciuti. Nonostante prima della fuga i Khmer Rossi abbiano cercato di occultare le prove dell'eccidio, sono state raccolte le foto, tra quelle segnaletiche e quelle scattate ai cadaveri come prova dell'eliminazione dei prigionieri, di 10.499 persone. Si stima che siano morti all'interno del carcere anche 2.000 bambini circa. Furono inoltre rinvenute 100.000 pagine di resoconti dettagliati degli interrogatori e delle confessioni dei prigionieri.

Le foto sono attualmente esibite al Tuol Sleng Museum e alla Cornell University, Ithaca, New York.

Dopo la scoperta della prigione, in un edificio vicino, è stato rinvenuto un manoscritto anonimo di cinque pagine, intitolato "Esperimenti su esseri umani". Esso descriverebbe 11 "esperimenti" eseguiti su 17 persone (tra cadaveri e gente ancora viva). Il resoconto contiene brani come i seguenti:

  • "Una ragazza di 17 anni, con la gola e lo stomaco squarciati, immersa nell'acqua dalle 19.55 alle 9.20 del giorno dopo, quando il corpo comincia lentamente a galleggiare fino alla superficie, raggiungendola alle ore 11.00".
  • "Un ragazzo di 17 anni, colpito a morte, immerso nell'acqua come nel caso precedente, con la differenza che il corpo giunge in superficie alle 13.17".
  • "Una donna robusta, accoltellata alla gola, con lo stomaco asportato...".
  • "Quattro ragazzine accoltellate alla gola...".
  • "Una ragazzina, ancora viva, con le mani legate, immersa nell'acqua...".
Strumenti di tortura utilizzati durante gli interrogatori.

Deuch ha ammesso le sue responsabilità in un'intervista al Far Eastern Economic Review nel 1999, poco prima della sua resa. Tuttavia ha scagionato leader come Khieu Samphan (Capo dello Stato all'epoca dei fatti) e lo stesso Pol Pot (Primo Ministro e N.1 del regime) dall'accusa di aver ordinato i massacri da lui portati a termine. Fu Nuon Chea (Presidente dell'Assemblea del Popolo e N.2 del regime), secondo lui, a decidere tutti gli arresti e a chiedergli, quando il carcere fu pieno, di massacrare i prigionieri senza nemmeno curarsi di interrogarli. E fu ancora Nuon Chea ad ordinargli di trucidare gli ultimi prigionieri rimasti prima dell'arrivo dei vietnamiti.

Da Tuol Sleng, inoltre, provengono documenti che attestano come molti prigionieri fossero stati già precedentemente torturati da Ta Mok (ultimo leader dei Khmer Rossi e, all'epoca del regime di Pol Pot, responsabile della Zona Sud-Ovest del Paese) e poi inviati a Deuch (per non aver evidentemente reso una confessione soddisfacente).

Null'altro si sa invece riguardo ai succitati "esperimenti".

"S-21, la machine de mort Khmère rouge"[modifica | modifica wikitesto]

Foto di vittime dei Khmer Rossi allineate alle pareti del museo.

"S-21, la machine de mort Khmère rouge" è il titolo di un film del 2003 opera di Rithy Panh, un regista di origini cambogiane che perse la sua famiglia ad 11 anni. Il film racconta di un gruppo di sopravvissuti di Tuol Sleng e di una dozzina di ex-Khmer Rossi tra cui guerriglieri, carcerieri, addetti agli interrogatori, un dottore ed un fotografo. Il fulcro del film è rappresentato dalla differenza tra i sentimenti dei diversi sopravvissuti, che cercano di capire cosa sia successo a Tuol Sleng affinché le nuove generazioni non dimentichino, e gli ex-aguzzini, che devono convivere con l'orrore del genocidio che hanno contribuito a porre in atto.

Tuol Sleng oggi[modifica | modifica wikitesto]

Le strutture di Tuol Sleng sono state mantenute così come furono lasciate dai Khmer Rossi dopo la loro fuga nel 1979. Il regime ha prodotto una vasta documentazione, comprese centinaia di fotografie.

La "Mappa dei Teschi".

Alcune stanze del museo sono oggi tappezzate, dal pavimento al soffitto, con le foto in bianco e nero di alcuni dei circa 20.000 internati che hanno popolato la prigione.

Altre stanze contengono solo brande arrugginite, con una fotografia in bianco e nero che mostra la stanza come è stata trovata dal vietnamiti. In tutte le fotografie si vedono i corpi mutilati dei prigionieri incatenati ai letti, uccisi dai propri carcerieri in fuga solo poche ore prima della conquista della prigione. Altre stanze conservano sbarre di ferro e strumenti di tortura. In esse sono presenti anche le opere dell'ex-internato Vann Nath che mostrano le torture, aggiunte dal successivo governo insediato dai vietnamiti nel 1979.

Tuttavia il museo è forse ancora più noto per aver ospitato la cosiddetta "Mappa dei Teschi", composta da 300 teschi ed altre ossa rinvenute dai vietnamiti durante la loro occupazione, a futura memoria di ciò che accadde nella prigione. La mappa è stata rimossa nel 2002, ma i teschi di alcune delle vittime sono tuttora esposti sulle mensole del museo.

Oggi il museo è aperto al pubblico, e insieme al Choeung Ek Memorial (dedicato ad uno dei famigerati "Campi della Morte", o Killing Fields), costituisce una meta interessante per chi visita la Cambogia. Nonostante le immagini crude che propone, il museo viene visitato da moltissime scolaresche cambogiane.

Alcune immagini di Tuol Sleng compaiono nel film del 1992 Baraka, di Ron Fricke.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il Cambodian Genocide Program dell'Università di Yale ha prodotto una serie di mappe delle prigioni

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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