Trionfo della Morte (Palermo)

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Trionfo della Morte
Trionfo della Morte
Autore Maestro del Trionfo della Morte
Data sconosciuta
Tecnica Affresco staccato
Dimensioni 600 cm × 642 cm 
Ubicazione Galleria regionale di Palazzo Abatellis, Palermo

Il Trionfo della Morte è un affresco staccato (600x642 cm) conservato nella Galleria regionale di Palazzo Abatellis a Palermo. Oltre ad essere uno dei migliori dipinti su questo tema, è l'opera più rappresentativa della stagione "internazionale" in Sicilia, culminata durante i regni di Ferdinando I (1412) e di Alfonso d'Aragona (che nel 1416 fece di Palermo la sua base per la conquista del Regno di Napoli). Non si conosce il nome dell'autore (indicato come un generico Maestro del Trionfo della Morte) e viene datato al 1446 circa.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'affresco danneggiato (parte centrale)

L'opera proviene dal cortile di palazzo Sclafani a Palermo e, per l'elevato livello artistico, senza precedenti nell'area, si pensa sia frutto di una diretta commissione reale, magari di un artista straniero, probabilmente catalano o provenzale, chiamato appositamente sull'isola. Probabilmente si trattò di una commissione da parte dei rettori dell'ospedale. Il tema del trionfo della Morte si era già diffuso nel Trecento, ma qui viene rappresentato con una particolare insistenza ossessiva sui temi macabri e grotteschi di crudele espressività, una caratteristica rara in Italia che ha fatto pensare alla mano di un maestro transalpino. Tra i nomi proposti c'è quello del borgognone Guillaume Spicre.

L'affresco venne strappato in quattro parti per essere conservato nella Galleria Regionale di Palazzo Abatellis e attualmente si trova nell'ex-cappella dello stesso, su un'alta parete visibile anche da una terrazza interna. Sebbene l'opera fosse in uno stato di conservazione molto buono, nel corso del XX secolo la pellicola pittorica si è gradualmente staccata dai punti più vicini al bordo dello strappo, compromettendo gravemente l'integrità della scena.

Descrizione e stile[modifica | modifica wikitesto]

L'affresco è composto come una gigantesca pagina miniata, dove in un lussureggiante giardino incantato, bordato da una siepe, irrompe la Morte su uno spettrale cavallo scheletrito. Essa inizia a lanciare frecce letali che colpiscono personaggi di tutte le fasce sociali, uccidendoli. Il cavallo, di prorompente vitalità, occupa il centro della scena, con le sue costole e la macabra anatomia della testa scarnificata, che mostra denti e lingua. La Morte è raffigurata efficacemente nell'attimo in cui ha appena scoccato una freccia, che è andata a colpire il collo di un giovane nell'angolo destro in basso; essa ha legata sul fianco la falce e reca con sé una faretra, suoi attributi iconografici tipici.

Lo sfondo della siepe

In basso si trovano i cadaveri delle persone già uccise: imperatori, papi, vescovi, frati (sia francescani che domenicani), poeti, cavalieri e damigelle. Ciascuno è rappresentato individualmente, in una posizione diversa: chi con una smorfia di dolore ancora disegnata sul volto, chi sereno, chi con gli arti scompostamente abbandonati, chi, appena raggiunto da una freccia, nell'atto di accasciarsi.

A sinistra si trova il gruppo della povera gente, che invoca la morte di interrompere le proprie sofferenze, ma viene crudelmente ignorata. Fra questi, la figura in alto che guarda verso l'osservatore è stata proposta come autoritratto dell'autore.

A destra si trova il gruppo degli aristocratici, disinteressati all'avvenimento, che imperterriti continuano le loro attività, tranne i personaggi immediatamente più vicini ai cadaveri. Vi si riconoscono diversi musici, dame riccamente abbigliate e cavalieri vestiti di pellicce, come quelli che chiacchierano amabilmente ai bordi della fontana, simbolo di vita e di giovinezza. Qui e più in alto, a sinistra, si trovano due richiami a uno degli svaghi più amati dall'aristocrazia, la caccia, con un uomo che tiene un falcone sul braccio e un altro che regge al guinzaglio due cani da caccia trepidanti, tra i quali il levriero disegna una linea sinuosa col corpo sull'attenti.

Nonostante la ricchezza e la complessità del soggetto, la scena è composta in maniera unitaria, grazie a un'efficace stilizzazione lineare e alle pennellate corpose che riescono a trasmettere la consistenza materica del colore.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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