Trieste (batiscafo)

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Trieste
Il batiscafo Trieste.
Il batiscafo Trieste.
Descrizione generale
Civil Ensign of Italy.svg Flag of the United States.svg
Tipo Batiscafo
Proprietà U.S. Navy dal 1958
Cantiere Acciaierie di Terni/Cantieri Riuniti dell'Adriatico, Trieste e Castellamare di Stabia (NA)
Varata 26 agosto 1953
Radiata 1º giugno 1971
Destino finale In mostra al Museo Navale delle Marina U.S.A. a Washington dal 1976.
Caratteristiche generali
Lunghezza 18 m
Larghezza 3,5 m
Profondità operativa -10.917 m (Fossa delle Marianne) m
Equipaggio 2

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Il Trieste è stato un batiscafo equipaggiato per resistere alle enormi pressioni delle profondità marine in grado di contenere un equipaggio di due persone. Il 23 gennaio 1960 conquistò il record di profondità raggiunta con una discesa a 10.902 metri nel punto più profondo del pianeta: la fossa delle Marianne. Quest'esperienza fissò un record tuttora imbattuto e replicato soltanto il 26 marzo 2012, quando il regista James Cameron ripeté l'impresa in solitaria, raggiungendo la profondità di 10.898 metri sul batiscafo monoposto "Deepsea Challenger". Fino a quel momento gli unici due sommergibili che avevano ripetuto l'impresa del Trieste (Kaiko tra il 1995 e il 1998 e Nereus nel 2009) erano privi di equipaggio.

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Il Trieste fu ideato dallo scienziato svizzero Auguste Piccard, che applicò gli studi ed i suoi esperimenti con il pallone stratosferico, per la costruzione del batiscafo che venne eseguita in Italia. In seguito (nel 1958) il Trieste venne acquistato dalla U.S. Navy per 250.000 $.

Il batiscafo era costituito fondamentalmente da una camera riempita di benzina per permettere il galleggiamento del Trieste e da una sfera a pressione costante separata dal resto della struttura. Questa struttura rivoluzionò il metodo di immersione: mentre prima una sfera era calata in acqua da una nave, rimanendo sempre collegata ad essa tramite un cavo, il Trieste era in grado di muoversi liberamente, senza essere collegato in alcun modo alla nave durante l'immersione.

Il Trieste era lungo più di 15 m, ma buona parte della sua grandezza era dovuta alla presenza di una serie di galleggianti riempiti con 85 m³ di benzina e di compensatori riempiti d'aria. L'equipaggio doveva stare nella sfera di 2,16 m, attaccata al fondo della struttura, per raggiungere la quale era necessario attraversare un tunnel che passava attraverso il galleggiante.

Principali caratteristiche del Trieste

L'interno della sfera in cui si trovava l'equipaggio era accessoriata per permettere la vita di due persone in modo completamente indipendente, tanto dalla nave in superficie, quanto dal resto della struttura. Con un sistema a circuito chiuso simile a quello utilizzato nelle navicelle spaziali, l'aria entrava nella sfera da cilindri in pressione e l'anidride carbonica veniva eliminata passando attraverso scatole metalliche a calce sodata. Il sistema era alimentato da batterie.

La sfera fu costruita a Terni, in Italia, dalla Società delle Fucine delle Acciaierie di Terni. Fu realizzata in due pezzi (semisfere) forgiati e temprati in olio. Per resistere alla pressione di 110 MPa (1,25 tonnellate per cm²) calcolata nella parte inferiore, le pareti della sfera furono costruite di 12,7 cm (lo spessore era sovradimensionato, in modo da permettere alla sfera di sopportare pressioni anche superiori a quelle previste). La sfera pesava 13 tonnellate. Il galleggiante era necessario perché era impossibile progettare una sfera abbastanza grande per mantenere una pressione sopportabile per un uomo ed allo stesso tempo con delle pareti abbastanza sottili da permetterne il naturale galleggiamento. Fu scelta la benzina come liquido per riempire i galleggianti perché è meno densa dell'acqua e mantiene le sue caratteristiche di incomprimibilità anche a pressioni elevate. Lo scafo fu invece costruito nel cantiere navale di San Marco dei Cantieri Riuniti dell'Adriatico di Trieste, verso la fine del 1952. La sfera fu quindi fissata allo scafo nel cantiere navale di Castellammare di Stabia (NA), e la prima immersione avvenne il 16 agosto 1953 nelle acque di Capri. La prima vera immersione avvenne il 30 settembre 1953, dalle ore 08.18 alle ore 10.40,a 3150 metri nella fossa del Tirreno al largo dell'isola di Ponza.

L'unico contatto visivo con l'esterno era reso possibile da un singolo blocco a forma di cono di plexiglas, unico materiale trasparente che potesse sopportare pressioni così elevate. L'illuminazione esterna fu resa possibile con delle speciali lampadine al quarzo, in grado di resistere a pressioni superiori alle 1000 atmosfere senza subire modificazioni.

Nove tonnellate di pellet in ferro fungevano da zavorra poiché le pressioni estreme non avrebbero permesso l'immissione di aria nelle eventuali zavorre. Questa zavorra di ferro era liberata tramite elettromagneti, in modo tale da permettere al Trieste di risalire immediatamente in superficie in caso di guasto all'impianto elettrico.

Don Walsh e Jacques Piccard all'interno del Trieste

L'immersione nella Fossa delle Marianne[modifica | modifica wikitesto]

Il Trieste partì da San Diego il 5 ottobre 1959 alla volta dell'isola di Guam, per dare inizio al progetto Nekton (una serie di immersioni nella profondissima fossa delle Marianne)

Il 23 gennaio il Trieste raggiunse il punto più profondo della fossa delle Marianne con a bordo Jacques Piccard, figlio di Auguste, e Don Walsh, della U.S. Navy. Questa fu la prima volta che un batiscafo, con o senza equipaggio, raggiunse quella profondità. I sistemi di bordo indicarono una profondità di 11.521 m, anche se successivamente questo dato fu portato a 10.916 m, e misure ancor più precise nel 1995 portarono la profondità a 10.911 m. sino ad una misurazione definitiva del 2009 pari 10.902 m.

Per portare a termine la discesa ci vollero 5 ore, e i due uomini rimasero nel punto più profondo della crosta terrestre per circa venti minuti. Una volta raggiunta la profondità massima, Piccard e Walsh riuscirono inaspettatamente a rimettersi in contatto con la nave di supporto in superficie con un sistema sonar/idrofono. I messaggi, per percorrere la distanza che separava il Trieste dalla superficie, impiegavano 7 secondi.

I due dell'equipaggio osservarono sul fondo dell'oceano la presenza di sogliole o platesse, che provano l'esistenza di forme di vita anche a questi valori di pressione.

Dopo il Trieste solo tre batiscafi hanno raggiunto le profondità della fossa delle Marianne:

  • il Kaiko (senza equipaggio), nel 1995, ma lo scafo si perse in mare durante una missione nel 2003;
  • il Nereus (senza equipaggio), nel 2009.
  • il batiscafo pilotato da James Cameron nel marzo del 2012.

Altre immersioni del Trieste[modifica | modifica wikitesto]

L'emblema del Trieste

Nell'aprile del 1963 il Trieste fu modificato per essere utilizzato nell'Oceano Atlantico. Nell'agosto dello stesso anno fu utilizzato per la ricerca dell'USS Tresher. Quest'ultimo fu ritrovato nei pressi del New England a 2,56 chilometri al di sotto della superficie.

Dopo questa missione il Trieste fu smantellato e la sua sfera pressurizzata fu utilizzata nel Batiscafo Trieste II. I batiscafi di tipo Trieste furono definitivamente eliminati nel 1983 per essere sostituiti dai sommergibili di tipo Alvin che risultano essere più resistenti e più duraturi benché possano raggiungere profondità massime di soli 6000 metri.

La sfera pressurizzata originale del batiscafo Trieste è tuttora nell'U.S. Navy Museum a Washington.

In arte e in letteratura[modifica | modifica wikitesto]

La canzone The Trench del compositore danese Ste van Holm è un omaggio all'immersione nella Fossa delle Marianne.

Il Trieste compare in The Extraordinary Event of Pia H., romanzo del 2008 dello scrittore canadese Nicola Vulpe.

La discesa del Trieste è stata narrata in Nekton, un racconto di Paolo Agaraff incluso nell'antologia del 2010 "Onda d'Abisso"

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