Trickle-down

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« [...] Ricardo e Smith collegano l'accumulazione ai bisogni e all'uso, ma per un miliardario il denaro non ha niente - o ha ben poco - a che vedere con la soddisfazione dei bisogni, per quanto lussuosi. »
(Jean Ziegler, La privatizzazione del mondo. Predoni, predatori e mercenari del mercato globale, trad. it., Milano 2003, p. 72)

La teoria del Trickle-down o semplicemente Trickle-down , o anche nell'espressione effetto trickle-down (in italiano letteralmente "effetto sgocciolamento dall'alto verso il basso"), indica negli Stati Uniti un'idea di sviluppo economico che si basa sull'assunto secondo il quale i benefici economici (in termini di alleggerimento dell'imposizione fiscale) elargiti a vantaggio dei ceti abbienti favoriscono necessariamente e ipso facto l'intera società, comprese le fasce di popolazione marginali e disagiate.[1] In sociologia definisce la diffusione di abitudini comportamentali (quali la moda) dalle classi più elevate o da un centro geografico di trasmissione, alle classi meno abbienti o ad aree periferiche.

Storia del pensiero economico[modifica | modifica wikitesto]

Un concetto simile era stato già concepito nel pensiero di Adam Smith sotto la metafora della mano invisibile: la ricerca egoistica dell'interesse individuale, all'interno della gabbia d'acciaio capitalistica (per usare un'espressione cara a Max Weber), gioverebbe tendenzialmente all'intera società. Il chiasmo "vizi privati, pubbliche virtù" può servire a riassumere il paradigma economico di una società in cui il libero mercato conferisce la possibilità di un arricchimento individuale che può arrecare vantaggi all'intero organismo economico (per una sorta di eterogenesi dei fini). Già Bernard de Mandeville ne La favola delle api, attraverso l'allegoria dell'alveare, aveva sostenuto che i vizi umani (espressi nel lusso e nello scialo), derivanti dal naturale egoismo umano, non dovessero essere impediti, poiché ogni prosperità sociale derivava dall'affermazione degli interessi individuali.

« Abbandonate dunque le vostre lamentele, o mortali insensati! Invano cercate di accoppiare la grandezza di una nazione con la probità. Non vi sono che dei folli, che possono illudersi di gioire dei piaceri e delle comodità della terra, di esser famosi in guerra, di vivere bene a loro agio, e nello stesso tempo di essere virtuosi. Abbandonate queste vane chimere! Occorre che esistano la frode, il lusso e la vanità, se noi vogliamo fruirne i frutti. La fame è senza dubbio un terribile inconveniente. Ma come si potrebbe senza di essa fare la digestione, da cui dipendono la nostra nutrizione e la nostra crescita? Non dobbiamo forse il vino, questo liquore eccellente, a una pianta il cui legno è magro, brutto e tortuoso? Finché i suoi pampini sono lasciati abbandonati sulla pianta, si soffocano l’uno con l’altro, e diventano dei tralci inutili. Ma se invece i suoi rami sono tagliati, tosto essi, divenuti fecondi, fanno parte dei frutti più eccellenti.

È così che si scopre vantaggioso il vizio, quando la giustizia lo epura, eliminandone l’eccesso e la feccia. Anzi, il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa. Per far rivivere la felice età dell’oro, bisogna assolutamente, oltre all’onestà riprendere la ghianda che serviva di nutrimento ai nostri progenitori. »

(B. de Mandeville, La favola delle api, in Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XIV, pagg. 137-146)

Ricusava inoltre l'idea della carità, ritenendo ineluttabile destino quello dello sfruttamento di milioni di poveri al servizio della nascente industrializzazione inglese.

Smith, tuttavia, così come David Ricardo, diversamente da Mandeville, nutriva una concezione della ricchezza collegata al soddisfacimento del bisogno, dal momento che, superato un certo limite, il ricco tenderebbe naturalmente a sperperare risorse. In seguito il processo accumulativo del capitale privato ha mutato questa concezione, tanto che oggi si pone la questione dell'illimmitatezza dell'arricchimento privato (della necessità di porre limite all'ápeiron per ricercare la mesótes, un equilibrio all'arricchimento per dirla con Aristotele), che richiama a sua volta la necessità di un'equa distribuzione delle risorse che possano soddisfare i bisogni dell'intera società e non solo dei singoli.

Economia[modifica | modifica wikitesto]

Il presidente Reagan illustra in diretta televisiva il piano di riduzione delle imposte, luglio 1981

La teoria del Trickle-down associa direttamente, inoltre, la crescita economica, l'aumento della produzione industriale (l'incremento del Pil) e lo sviluppo, a un contemporaneo miglioramento della condizione economica dell'intera popolazione, senza valutare eventuali squilibri within-country (a livello nazionale) nella distribuzione dei redditi e della ricchezza. Tale teoria trascura di valutare l'abbattimento dei fenomeni di povertà e disoccupazione legati a una percentuale di crescita dell'economia anche elevata, tale da indurre l'idea di un supposto miglioramento complessivo della situazione economica di un paese.

Oggi la teoria del Trickle-down è normalmente associata alla reaganomics e al liberismo laissez-faire più integrale, nonché al cliché marginalista della supply-side economics (politica dell’offerta), molto in voga negli anni ottanta proprio ai tempi delle politiche di riduzione della tassazione e di privatizzazione dei settori pubblici dell'economia attuate dall'amministrazione Reagan. Legata allo sviluppo trickle-down è anche la curva di Kuznets, una ipotesi di sviluppo industrialista che associa l'idea di crescita economica, nella fase del suo massimo dispiegamento, a un allargamento dei benefici all'intero corpo sociale (alle élite imprenditoriali come alle classi povere).

Sociologia[modifica | modifica wikitesto]

La definizione trickle-down (dall'alto verso il basso) fu utilizzata anche da Georg Simmel nei suoi studi sui fenomeni legati alla diffusione delle mode (La moda, 1895), per definire il recepimento delle abitudini e dei modelli comportamentali (in particolare della moda) nelle moderne società di massa dalle classi più alte a quelle più basse. Lo studio della diffusione spazio-temporale delle innovazioni fu poi affrontato da Torsten Hagerstrand. La distribuzione delle abitudini segue, secondo Hagerstrand, un ordine gerarchico (a cascata),[2] affermandosi dapprima ai livelli più elevati della compagine sociale, o dai centri urbani di rango superiore, e poi convergendo verso i ceti via via meno abbienti o i livelli periferici di una rete urbana, sino a configurarsi come fenomeno di massa. Un altro esempio di diffusione trickle-down di fenomeni e innovazioni tecnologiche è quello del possesso dei prodotti tecnologici (della televisione in particolare, un tempo prodotto delle élite), il cui uso si è allargato poco alla volta alla quasi totalità della popolazione.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Il modello trickle-down utilizza in particolare la curva di Laffer (ideata da Arthur Laffer e adoperata da Reagan) per affermare che oltre un certo ricorso al prelievo fiscale, l'attività economica ne risentirebbe a tal punto da far peggiorare lo stesso gettito, e registrare conseguenze anche sul piano economico, tanto da frenare gli investimenti, provocare stagnazione e quindi danneggiare, secondo i suoi sostenitori, le stesse classi lavoratrici.
  2. ^ Le altre due forme di diffusione sono: per espansione (a contagio spaziale) e per spostamento da un territorio a un altro più remoto (rilocalizzazione).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giovanni Gozzini, Un'idea di giustizia. Globalizzazione e ineguaglianza dalla rivoluzione industriale ad oggi, Bollati Boringhieri, Torino 2010
  • Joseph E. Stiglitz, I ruggenti anni Novanta. Lo scandalo della finanza e il futuro dell'economia, traduzione di Daria Cavallini, Giulio Einaudi Editore, 2004.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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