Treno popolare

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Treno popolare
Trenopopolare 3.jpg
Una delle scene iniziali del film: i viaggiatori corrono per trovare posto nelle carrozze del treno in partenza
Titolo originale Treno popolare
Lingua originale Italiano
Paese di produzione Italia
Anno 1933
Durata 63 min
Colore B/N
Audio sonoro
Rapporto 1,37:1
Genere commedia
Regia Raffaello Matarazzo
Soggetto Gastone Bosio, Raffaello Matarazzo
Sceneggiatura Gastone Bosio, Raffaello Matarazzo
Produttore Giuseppe Amato per Safir
Produttore esecutivo Gastone Bosio
Distribuzione (Italia) Artisti Associati
Fotografia Anchise Brizzi
Montaggio Marcello Caccialupi
Musiche Nino Rota
Tema musicale Treno popolar composta da Nino Rota
Interpreti e personaggi
« Quanta allegra confusione, nel vagone del treno popolar
ecco la famigliola popolar, ecco delle maschiette in libertà
uno sciame di studenti, una allegra gioventù
oh treno popolar gaia istituzion, di mille e mille cuori sei la seduzion »
(musica di Nino Rota.)

Treno popolare è un film del 1933 diretto da Raffaello Matarazzo

Trama[modifica | modifica wikitesto]

È una domenica mattina alla stazione ferroviaria di Roma. La folla si accalca alla biglietteria per poter partire con un treno popolare diretto ad Orvieto. Tra questi Giovanni, un impiegato che è finalmente riuscito a convincere la vivace collega Lina, cui fa la corte, a trascorrere con lui la giornata, sperando così di avere l’occasione per dichiararsi, anche se lei lo scoraggia in ogni modo.

In viaggio fanno conoscenza con Carlo, un intraprendente giovane che si offre come guida, affermando di conoscere benissimo Orvieto. Giovanni ne è indispettito e tenta di liberarsene ma invano, in quanto la ragazza invece gradisce la compagnia e la coinvolgente spontaneità del nuovo venuto.

Giunti a destinazione, i tre iniziano a visitare la città e i suoi monumenti ed emerge che Carlo ha millantato la sua conoscenza della città, di cui non sa nulla, solo per restare con la giovane. Ma tutti gli sforzi del goffo Giovanni per metterlo in cattiva luce e per allontanarlo non ottengono risultati ed, anzi, in qualche occasione è lui a restare escluso.

Dopo il pranzo, Carlo propone di fare una gita in bicicletta verso il fiume, idea che, nonostante l’opposizione di Giovanni, viene accolta da Lina con piacere. Ben presto Lina e Carlo lasciano indietro Giovanni, il quale sbaglia strada e si ritrova da solo. Arrivati sulle sponde del Fiume Paglia, i due giovani salgono su una barchetta, ma a causa di una manovra maldestra cadono in acqua.

Per asciugare i vestiti fradici, Carlo e Lina li stendono sul greto e si nascondono in un capanno. Quando sopraggiunge Giovanni e vede gli abiti crede che i due siano annegati e corre in città a chiedere aiuto. Dopo una serie di malintesi ed una rissa con Giovanni, finalmente Carlo riesce a restare solo con Lina ed i due giovani si baciano.

Alla sera, sul treno del ritorno, lo sconsolato Giovanni medita sul fallimento dei suoi progetti. Ma proprio allora inizia a simpatizzare con Maria, una giovane che era stata invitata al viaggio da un uomo anziano e poi da questo abbandonata per tutto il giorno quando lo moglie lo aveva sorpreso in compagnia della ragazza. Dopo aver vissuto una giornata di vergogna per l’imbarazzante situazione, al punto da essere creduta anche lei annegata, Maria accetta da Giovanni una caramella ed entrambi trovano un motivo per sorridere a fine giornata.

Accanto alla vicenda principale, il film si sofferma su altri personaggi: l'anziano sorpreso nel tentativo di scappatella, sua moglie furente e sarcastica, la ragazza abbandonata ed oggetto di derisione, giovani coppie in gita, famiglie con bambini, un anziano signore azzimato alle prese con un viaggiatore maleducato, un gruppo di di orvietani che ballano ad una festa campestre, a cui si uniscono anche i "cittadini" arrivati col treno.

Lina Gennari e Carlo Petrangeli nella scena del pic nic nei dintorni di Orvieto
L'idillio tra Lina Gennari e Marcello Spada (Carlo) sul greto del fiume
Cesare Zoppetti e Maria Denis, rispettivamente l'anziano corteggiatore e la giovane che costui, sorpreso assieme a lei dalla moglie, abbandona per l'intera giornata.
Il regista Raffaello Matarazzo si concesse nel film una brevissima apparizione, di pochi secondi, nel ruolo di direttore di una banda musicale di Orvieto che suona nella Piazza del Comune.

Un film con molti esordienti[modifica | modifica wikitesto]

Treno popolare è il primo lungometraggio di Raffaello Matarazzo, che in precedenza aveva diretto come regista soltanto due brevi documentari celebrativi delle opere del regime[1]. L’idea del soggetto gli fu certamente ispirata dalle esperienze fatte durante il periodo – dal 1929 al 1932 – in cui egli ricoprì l’incarico di responsabile dell’Ufficio Stampa del Dopolavoro dell’Urbe, dato che i “treni popolari” erano organizzati proprio dall’Opera nazionale dopolavoro.

Il film nasce dalla collaborazione di autori ed attori giovanissimi: giovane è l'esordiente regista, allora ventitreenne, così come il co-sceneggiatore Gastone Bosio, giornalista collega di Matarazzo al quotidiano romano Il Tevere. Giovani ed esordienti quasi tutti gli attori protagonisti, in particolare l'interprete femminile principale, la bolognese Lina Gennari, a quel tempo diciassettenne, e Carlo Petrangeli, proveniente dalla Accademia di Santa Cecilia[2], il cui impegno nel cinema ebbe poi scarso sviluppo. Ed esordiente era anche l'autore delle musiche, l'allora ventiduenne Nino Rota[3].

La partecipazione di tanti giovani alla ideazione e realizzazione del film suscitò interesse e curiosità nei commentatori del tempo. In un articolo apparso sul settimanale Cinema Illustrazione[4] si dava infatti notizia di «uno strano convoglio alla Stazione Termini», cioè del rientro a Roma del cast dopo una giornata di riprese, descrivendo con simpatia la presenza di un «regista imberbe», contrapposta all'anzianità del direttore della fotografia (Anchise Brizzi definito per questo «padre Anchise») ed evidenziando il fatto che la somma dell'età di regista ed attori principali superava di poco quota cento. Anche il quotidiano La Stampa dedicò alla preparazione della pellicola un servizio, presentandolo come «la più interessante o almeno la più nuova tra le nuove iniziative. Un film di giovani, un film di intonazione italiana con interpreti principali nuovi per lo schermo[5]».

L'unico protagonista con qualche precedente esperienza cinematografica, l'attore Marcello Spada, metterà anch'egli in evidenza la particolare freschezza di quel "set"[6]:«Erano tutti giovani, il regista era addirittura più giovane di me. Era un film un po' improvvisato; si vedevano alla sera i pezzi girati, ognuno diceva le proprie impressioni ed allora qualcosa si rivedeva e correggeva il giorno dopo».

Riprese in esterno[modifica | modifica wikitesto]

Ma la giovane età dei suoi realizzatori non fu l'unico elemento di interesse del film. Treno popolare fu infatti interamente girato in esterni - in particolare su un tratto della ferrovia Firenze-Roma, al tempo non ancora elettrificata, e nella città e dintorni di Orvieto - e questo aspetto costituì una rilevante novità per i canoni delle produzioni cinematografiche del tempo: si trattò, secondo La Stampa del «primo nostro [italiano -ndr] tentativo di creare un'opera esclusivamente affidandosi agli esterni». Come scrisse Cinema Illustrazione[7], «per realizzare questo film non si è costruita una sola scena». Anche i tempi di realizzazione del film furono molto rapidi, meno di due mesi[8].

Col passare degli anni si è continuato a mettere in evidenza questo aspetto: «si tratta di «uno squarcio en plein air - ha scritto il Mereghetti - rispetto ad un cinema fatto quasi sempre in studio», con «uno spaccato sociale "democratico", che punta l'attenzione sulla variegata classe popolare italiana, con personaggi che non sono semplici macchiette». Trent'anni dopo lo stesso Matarazzo rievocò in prima persona i suoi ricordi del "set": «abbiamo interamente girato Treno popolare a Orvieto, perché non avevamo i soldi per un teatro di posa. Il risultato nel film era evidentemente una maggiore semplicità, una maggiore verità[9]».

I treni popolari: un grande successo

I “treni popolari”, introdotti nell'estate del 1931, erano un servizio particolare svolto dalle Ferrovie nelle giornate festive per permettere anche alle persone di minor reddito di effettuare viaggi a tariffe agevolate fino all'80 % verso mete di vacanza o per visitare città d’arte. Ebbero un vasto successo di pubblico, come emergeva dai dati che ogni lunedì la stampa pubblicava con molta enfasi: i viaggiatori erano sempre diverse decine di migliaia.

Un dato riassuntivo è fornito da Roberto Scanarotti nel volume "Treno e cinema" - vedasi bibliografia, pag, 80 - che riporta un numero di 840.000 viaggiatori nel 1931, primo anno dell'iniziativa, saliti poi a 2.128.000 nel 1935 ed a 2.145.000 nel 1938.

Il successo dell’iniziativa fu quindi enorme e restò a lungo, anche nel dopoguerra, nei ricordi del pubblico come un elemento positivo tanto che, ancora nel 1950, il Ministro dei Trasporti del tempo, Ludovico D'Aragona, annunciava in una intervista il suo proposito – che poi non si realizzò - di istituire nuovamente i treni popolari[10].

Fischi alla "prima" e problemi col regime[modifica | modifica wikitesto]

Tuttavia lo spirito giovane ed innovativo del film non lo salvò da una accoglienza molto negativa degli spettatori. Quando nel novembre 1933 fu presentato in "prima" al cinema "Barberini" di Roma, esso venne vivacemente contestato. Sarà ancora Matarazzo a rievocare quell'episodio[11] con amarezza: «Alla "prima", mi ricordo, la gente, che vedeva tutto questo per la prima volta, ha gridato, fischiato come non avevo mai visto fischiare un film: erano rossi a forza di fischiare nelle chiavi e in cos’altro avevano. Fu una serata molto triste per me».

Ma oltre a subire i fischi del pubblico[12], Treno popolare ebbe anche inizialmente qualche problema con il regime, benché si ispirasse ad una sua iniziativa molto apprezzata. «Treno popolare non piace al regime fascista[13]: troppo disinteresse, anche in un breve divertimento, per i destini della patria, troppo naturalismo alla francese». E questo nonostante che nei suoi ricordi Marcello Spada affermi che «Matarazzo si preoccupava molto di far vedere i pezzi a quei tal personaggi che seralmente venivano in sala di proiezione e davano il loro parere[14]».

La versione del regista[15] fu che Treno popolare «era un film che mostrava la gente com'era, malvestita come era nella realtà, ed i fascisti non potevano ammetterlo, dato che la verità è sempre l'ultima cosa che viene detta; hanno protestato contro il film». Tuttavia questi malumori non impedirono la circolazione nelle sale della pellicola che, anche a motivo dei modesti costi della produzione, consentì di recuperare il denaro che vi era stato investito.

Critiche e commenti[modifica | modifica wikitesto]

I giudizi contemporanei[modifica | modifica wikitesto]

A fronte dell'insuccesso di pubblico, Treno popolare fu generalmente apprezzato dalla critica[16], ad iniziare dal Corriere della Sera che pubblicò una positiva recensione[17] nella quale, ricordando anch’esso che si trattava di un film giovane, osservava che «»non basta avere vent'anni, bisogna anche avere le qualità dei vent'anni. E Treno popolare, ha freschezza, semplicità, spontaneo interesse per le cose, impulsiva sincerità nel raccontarle. C'è però anche un notevole senso di proporzione e di misura, un'attenzione sempre vigile portata all'azione e ai caratteri principali. È un film divertente e simpatico, intonato e gentile, giusto nel ritmo, cinematografico sempre. Buono l'accompagnamento musicale di Rota, aderente all'azione e giustamente popolare».

Le location del film

La realizzazione tutta in esterni del film ha offerto a Matarazzo l'occasione per mostrare agli spettatori, come se fossero essi stessi utenti di un treno popolare, alcuni degli scorci artistici più importanti di Orvieto e degli ambienti più suggestivi dei suoi dintorni. All'arrivo ad Orvieto Scalo, i gitanti scendono in fretta dai vagoni, e attraversano di corsa il piazzale della stazione, per prendere subito la coincidenza con la Funicolare, che li trasporterà in cima alla rupe. All'epoca delle riprese, la trazione delle funi è ancora assicurata dall'originale sistema idraulico del 1888, che sarà ristrutturato nel 1935, ed in seguito (1990) sostituito da un impianto a trazione elettrica. Giunti in città, Lina, Giovanni e Carlo transitano sotto la Porta Rocca, un altissimo arcone esterno alla Fortezza del Cardinale Albornoz. Successivamente visitano l'Anfiteatro, una vasta arena risalente all'epoca postunitaria, che sarebbe stata demolita e ricoperta pochi anni dopo il film. Le inquadrature del Duomo mostrano un cantiere di restauro sulla parte sinistra della facciata. I portoni in legno saranno sostituiti nel 1970 da opere in bronzo di Emilio Greco. Una scena inquadra l'anziano con la moglie di fronte a San Giovenale, chiesa in stile romanico-gotico, tra le più antiche di Orvieto, risalente all'anno 1004, mentre una scena con i tre giovani inquadra la scalinata del Palazzo del Capitano del Popolo.
Le scene pomeridiane si svolgono anche fuori Orvieto. All'inizio della gita in bicicletta i protagonisti transitano sotto l'elegante Porta Romana, via di accesso ad Orvieto posta lungo l'attuale strada statale 71 umbro-casentinese-romagnola, e sormontata dalle statue in tufo dell'aquila e dell'oca (simboli che, insieme al leone ed alla croce, campeggiano nello stemma comunale).
Le fasi della giornata orvietana sono scandite dall'orologio della Torre del Maurizio, dove un automa in bronzo, vestito in foggia orientale, percuote meccanicamente la campana sovrastata dalla sagoma di un angelo che indica la direzione del vento. la scena in cui appare per pochi istanti lo stesso regista Matarazzo nei panni di un direttore di banda musicale è ripresa nella Piazza del Comune, sulla quale prospettano la Chiesa di Sant'Andrea e la annessa torre dodecagonale tufacea.

Giudizio confermato, qualche tempo dopo, anche da La Stampa[18] che gli attribuiva «tutti i pregi e l'ingenuità della giovinezza,
staccandosi dai soliti "tabarini" e dalla solita cartapesta» definendolo un «ottimo e promettente inizio di due giovani di ingegno,
spettacolo quasi sempre piacevole rallegrato da scorci e trovatine [che danno] un piacere sottile e sincero».

Lina Gennari e Carlo Pietrangeli in viaggio sul treno popolare
Nel film viene rappresentata una domenica della gente comune. Una novità per i tempi
La festa campestre nella quale i "cittadini" venuti da Roma col treno popolare si uniscono agli abitanti del luogo

Anche il settimanale Cinema Illustrazione, confermando la simpatia con cui aveva parlato del film durante la sua realizzazione, ne diede poi un giudizio positivo[19]. Il commentatore, Enrico Roma, lo definì infatti «uno dei pochi film, tre o quattro in tutto, dell'attuale cinematografia italiana che autorizzino a credere ancora nelle sue possibilità. Bosio e Matarazzo hanno composto un piccolo gioiello che, facendo giustizia di tanta robaccia, apre gli occhi ed il cuore a chi crede nella nostra cinematografia (...) Che bella compagine ! Che respiro !». Recensione positiva anche da La rivista del Cinematografo, pubblicazione di ispirazione cattolica, che ebbe parole di plauso[20] per «la gustosa rassegna dei tipi, di macchiette popolari, l'avvicendamento dei quadri, tutti espressivi», prevedendo che «Bosio e Matarazzo potranno fare ancora cose buone per la nostra cinematografia», pur non tralasciando di notare come «l'avventura sul fiume, con quel che ne segue, non è delle più castigate».

Tra molti giudizi contemporanei positivi ed incoraggianti, uno dei pochi controcorrente fu quello espresso nel novembre 1933 sul periodico Italia letteraria da N. Ch. [Nicola Chiaromonte], secondo cui «i due giovani [Bosio e Matarazzo ndr] hanno avuto paura di non so che; hanno puntato sul soggetto invece che sulla fantasia, non hanno saputo svolgere francamente la cosa sullo schermo, si sono tenuti rigorosamente alla macchietta, all'episodio (...), traditi dalla inesperienza».

I commenti successivi[modifica | modifica wikitesto]

Nell'esaminare in prospettiva storica il primo film diretto da Matarazzo si è spesso parlato di una sorta di "neorealismo" ante litteram. Fu lo stesso regista ad evocare, trent'anni dopo la realizzazione della pellicola, questa ispirazione. «Quel film - dichiarò[21] - era quello che più tardi verrà chiamato neorealismo». Ma anche diversi commentatori hanno espresso giudizi analoghi. Così, ad esempio Adriano Aprà e Patrizia Pistagnesi, secondo cui il film fu «per molti anni considerato un esempio di cinema pre - neorealistico, perché si svolge in esterni reali e perché guarda ad aspetti non spettacolari della realtà[22]», mentre, secondo Aldo Viganò[23] Treno popolare è un «significativo prototipo della commedia italiana; i primi dati del loro lavoro sono freschezza ed entusiasmo [e] l'idillio Lina-Carlo rinvia ad un certo cinema francese, tipo Une partie de campagne».

Si tratta comunque di riferimenti indiretti perché, come ha precisato Angela Prudenzi[24], «siamo certo lontani dallo sguardo critico del neorealismo, ma qui si può cogliere qualche segno premonitore di un movimento di là da venire: non è un sintomo da poco». Enrico Giacovelli[25] riconosce a questo primo film di Matarazzo anche un'altra qualità: «Treno popolare anticipa di una ventina d’anni le commedie a storie parallele tipo Domenica d'agosto e quelle turistico – vacanziere, tipo Souvenir d'Italie: luoghi reali, vagoni di terza classe, alcuni attori presi dalla strada ed un triangolo amoroso piuttosto ardito per l’epoca; è uno dei film più curiosi e liberi di quegli anni e mette in scena gente che lavora tutta la settimana e la domenica vuol fare festa».

Brunetta allarga la visione rilevando che l'anno di Treno popolare fu quello in cui si realizzò «una immissione continua e massiccia di figure e personaggi inediti per il cinema italiano: proletari, contadini, con un vero e proprio salto nell'Italia minore[26] ». Si trattava, secondo Rondolino[27] di una «tendenza al realismo che, sommessamente, percorse tutto l'arco della produzione italiana del periodo fascista», seppur costituendo «esempi isolati di scarsa incidenza sulla cinematografia del tempo». Una tendenza che era stata, proprio nel 1933, auspicata da Leo Longanesi in un articolo scritto per L'Italiano[28] nel quale lamentava che «è la verità che fa difetto nei nostri [italiani - n.d.r.] film. Bisogna gettarsi alla strada, portare la macchina da presa nelle vie, nei cortili, nelle caserme, alle stazioni». Un'attenzione alla vita reale quella della "opera prima" di Matarazzo, in cui, come ha scritto Pietro Cavallo[29], «viene tratteggiata una società nella quale acquistavano centralità i momenti di evasione e divertimento, e veniva evidenziato il rilievo assunto dalla realtà urbana all'interno del contesto nazionale».

Di Treno popolare si è occupato anche lo studioso statunitense James Hay[30] definendolo dotato di «uno stile e slancio verista», ed avvertendo che «interpretare questo film semplicemente come un esempio di propaganda prodotto per promuovere un’iniziativa del governo o per mascherare la situazione reale dello stato, come alcuni sono stati inclini a fare, vorrebbe dire ignorare l’innovazione del film, la sua ironia, la sua difficoltà di competere con gli altri film commerciali».

Gli sviluppi[modifica | modifica wikitesto]

L’insuccesso di Treno popolare e l'amara disillusione che Matarazzo né ricavò ebbero conseguenze decisive sulla futura attività di un cineasta che nei primi anni Trenta aveva svolto un vivace ruolo di stimolo e di innovazione nello sviluppo della cinematografia italiana[31]. «Quella tristezza e la cocente delusione - ha scritto Prudenzi[32] - finiscono per segnare in maniera indelebile le scelte future del regista che da allora, quasi punendosi, decide di operare secondo le leggi del mercato». Per tutti gli anni Trenta e nei primi Quaranta egli dirigerà soltanto commedie brillanti, talora derivate dal teatro dialettale, oppure pellicole di genere giallo. Poi nel dopoguerra si troverà, anche contro la sua volontà, ad essere identificato come il regista del melò. La «fresca vicenda che traeva motivo e slancio da annotazioni saporose[33]», resterà quindi per lui un caso quasi isolato.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Si tratta di ‘’Littoria’’ (1932), sulla bonifica delle paludi pontine e di ‘’Mussolinia di Sardegna’’ (1933) sulla costruzione di una diga nel bacino del Tirso. Prodotti entrambi dalla “Cines Pittaluga” durano circa 12 minuti ciascuno e sono privi di testo parlato, avendo solo un accompagnamento musicale, come nel cinema muto. Matarazzo sosterrà di non aver potuto fare a meno di girare i due documentari, pur essendo lui di idee antifasciste. Questa sua dichiarazione è contenuta in una delle rare interviste che Matarazzo - persona timida e riservata - rilasciò nel 1964, due anni prima della sua morte, al critico francese Bernard Eisenschitz. L'intervista rimase a lungo inedita e fu poi pubblicata postuma nel 1974 sul mensile di critica cinematografica francese Positif, citato in bibliografia.
  2. ^ In seno all'Accademia di Santa Cecilia esisteva dal 1931 una Scuola Nazionale di Cinematografia riconosciuta dallo Stato e diretta da Alessandro Blasetti, che organizzava corsi di durata biennale per attori e per tecnici destinati a lavorare nel cinema. Nel 1935 tale Scuola fu staccata dall'Accademia per la creazione del Centro Sperimentale di Cinematografia, la cui direzione fu affidata a Luigi Chiarini.
  3. ^ Rota descriverà la sua prima esperienza come autore di colonne sonore (in totale ne comporrà circa 150) come un esperimento. In una intervista a Guido Vergani dirà che la compose «quasi per gioco e del tutto gratis. Sbagliai tutti i tempi perché ero convinto che il minuto fosse di 100 secondi». Queste ed altre notizie sulle musiche sono contenute nel volume “L’undicesima musa” citato in bibliografia.
  4. ^ Il servizio, firmato da G.V. Sampieri, apparve nell'ambito della rubrica "corriere romano" nel numero 37 del 13 settembre 1933 del rotocalco. Nell'articolo era anche precisato che la società produttrice del film, la Safir, era stata fondata da Gastone Bosio.
  5. ^ L' articolo, redazionale non firmato, fu pubblicato sul numero del 5 settembre 1933, consultato presso l'archivio storico on line del quotidiano.
  6. ^ Il ricordo di Spada è stato raccolto e pubblicato da Francesco Savio nel volume "Cinecittà anni Trenta", citato in bibliografia, pag. 1055.
  7. ^ Articolo di G.V. Sampieri sul n° 37, citato.
  8. ^ Nel periodico mensile ‘’Scenario’’ si dà notizia dell’inizio delle riprese nel numero di settembre e della loro conclusione in quello di ottobre.
  9. ^ Dichiarazione tratta dalla citata intervista realizzata da Eseinschitz e pubblicata su Positif.
  10. ^ Le dichiarazioni di D’Aragona sono riportate ne ‘’La Stampa’’ del 18 aprile 1950.
  11. ^ Anche questo ricordo del regista è stata raccolto da Eseischitz nella citata intervista.
  12. ^ Va comunque ricordato a tale proposito che Luigi Freddi, primo Direttore Generale per la Cinematografia nel periodo 1935 –39, nel suo libro ‘’Il Cinema, il governo dell’immagine" – vedasi bibliografia, pag, 7 – riporta la circostanza che «i film italiani erano fischiati addirittura all’atto del loro annuncio ed ogni “prima” non serviva che di pretesto ad una gazzarra».
  13. ^ Giudizio contenuto ne "Il cinema, grande storia illustrata" - vedasi bibliografia - volume 2°, pag. 26.
  14. ^ Dichiarazione riportata da Savio, “Cinecittà anni trenta”, citato in bibliografia.
  15. ^ Riportata nella più volte citata intervista pubblicata su Positif.
  16. ^ L'esordio di Matarazzo fu caratterizzato da una situazione opposta a quella che avrebbe poi vissuto negli anni Cinquanta, quando i suoi film melodrammatici conobbero un enorme successo di pubblico, ma furono ignorati o disprezzati dalla critica, come egli stesso commentò in un suo articolo apparso sul quotidiano L'Unità del 18 dicembre 1955, nel quale descriveva «una critica quasi sempre concorde nello stroncare [i miei film] e un pubblico quasi sempre concorde nell'approvare».
  17. ^ L'articolo a firma F.S. [Filippo Sacchi] apparve sul numero del 15 novembre 1933 del quotidiano, consultato presso archivi bibliotecari. Matarazzo, nella citata intervista pubblicata su Positif, riconoscerà che Sacchi fu il primo critico a difendere il valore del suo lavoro quando il film uscì a Milano.
  18. ^ L'articolo del critico Mario Gromo fu pubblicato sul numero del 1 febbraio 1934, consultato presso l'archivio storico on line del quotidiano.
  19. ^ La recensione apparve sul numero 48 del 29 novembre 1933, nella rubrica "i nuovi film".
  20. ^ Il giudizio, a firma M.M., apparve sul numero 11 - 12 del dicembre 1933.
  21. ^ Anche questo è un passaggio della sua intervista a Eisenschitz pubblicata sul numero di Positif citato in bibliografia.
  22. ^ Il commento di Aprà e Pistagnesi è pubblicato ne "I favolosi anni trenta - vedasi bibliografia - pag. 98.
  23. ^ Viganò ha scritto "Commedia italiana in cento film", citato in bibliografia. I passi citati sono a pag. 24.
  24. ^ Prudenzi è l'autrice della prima (e finora unica) monografia completa relativa all'opera del regista romano, citata in bibliografia. Il passo riportato è a pag. 17.
  25. ^ Giacovelli ha scritto “Non ci resta che ridere”, storia del cinema comico italiano, citato in bibliografia. Il passaggio citato è a pag.32.
  26. ^ Brunetta esprime questi richiami nel suo volume "Cento anni di cinema italiano"- vedasi bibliografia, pag. 239. Cita, quali titoli che denotano questa tendenza Acciaio di Ruttmann, 1860 di Blasetti e Gli uomini, che mascalzoni... di Camerini.
  27. ^ Autore di una "Storia del cinema", citata in bibliografia. Il giudizio riportato si trova a pag. 352 del 2° volume.
  28. ^ L'articolo apparve sul n. 17-18 del 1933 ed è stato ripubblicato nel libro "Dai telefoni bianchi al neorealismo", citato in bibliografia.
  29. ^ Il commento è contenuto nel libro "Viva l'Italia" citato in bibliografia, pag. 75.
  30. ^ Hay ha condotto uno studio approfondito sulla cinematografia italiana del periodo fascista, pubblicata nel volume citato in bibliografia. Al film di Matarazzo sono dedicate numerose pagine, in particolare nella prefazione e dalla 145 alla 150.
  31. ^ Matarazzo aveva pubblicato nei primi anni Trenta su Il Tevere, quotidiano romano di cui aveva istituito la pagina dedicata al cinema, numerosi articoli, con i quali caldeggiava l'istituzione di una "Università del Cinema", un'idea innovativa che poi fu realizzata nel 1935 con l'istituzione di quello che ora è il Centro sperimentale di cinematografia in cui egli ebbe tuttavia incarichi secondari.
  32. ^ Il passo citato si trova a pagina 19 della citata monografia riportata in bibliografia.
  33. ^ L'espressione è di Ettore Maria Margadonna, tratta da "Il cinema degli anni Trenta", vedasi bibliografia, pag 45.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

(in ordine cronologico)

  • Settimanale Cinema Illustrazione, n. 37 del 13 settembre 1933 e n. 48 del 29 novembre 1933; Mensile Rivista del Cinematografo, n. 11 – 12 dicembre 1933; mensile Italia letteraria del 12 novembre 1934; mensile Scenario n. 9, settembre, e n. 10, ottobre 1933.
  • (FR) révue de critique cinématografique Positif. n. 183 - 184 , luglio - agosto 1976.
  • Francesco Savio: Cinecittà anni Trenta. Parlano 116 protagonisti. Bulzoni Editore, Roma, 1979. ISBN non esistente
  • Adriano Aprà, Patrizia Pistagnesi (a cura di): I favolosi anni Trenta. Cinema italiano 1929-1944. Edit. Electa, Milano ed Incontri internaz. d'Arte, Roma. 1979 ISBN non esistente
  • Massimo Mida, Lorenzo Quaglietti: Dai telefoni bianchi al neorealismo. Laterza Edit. Roma - Bari, 1980 ISBN non esistente
  • AA.VV. Il Cinema. Grande storia illustrata. volume II. Istituto Geografico De Agostini Edit. Novara, 1985. ISBN non esistente
  • (EN) James Hay: Film culture in fascist Italy (the passing of the Rex). Indiana University Press, 1987. ISBN 0-253-36107-9
  • Angela Prudenzi: Matarazzo. Il castoro cinema - La nuova Italia edit. Firenze, 1991. ISBN non esistente
  • Luigi Freddi: Il cinema. Il governo dell’immagine. Riedizione da originale del 1949 da Centro Sperimentale di Cinematografia. e da Gremese Edit. Roma, 1994. ISBN 88-7605-816-8
  • Roberto Scanarotti: Treno e Cinema. Le Mani Editore, Recco (Ge), 1997. ISBN 88-8012-081-6
  • Enrico Giacovelli: : Non ci resta che ridere. Storia del cinema comico italiano. Lindau Edit. Torino, 1999. ISBN 88-7180-299-3
  • Veniero Rizzardi (a cura di): L’undicesima musa. Nino Rota ed i suoi media. RAI – ERI Edizioni, Roma, 2001. ISBN 88-397-1191-0
  • Pietro Cavallo: Viva l’Italia. Storia, cinema ed identità nazionale (1932-1962). Liguori Edit. Napoli, 2009. ISBN 978-88-207-4914-9
  • Paolo Mereghetti: Il Mereghetti. Dizionario dei film 2011. Baldini, Castoldi e Dallai Edit. Milano, 2010. ISBN 978-88-6073-626-0
  • Ettore Maria Margadonna: Il cinema degli anni Trenta. Saggi, articoli, racconti (a cura di F. Andreazza). Le Lettere Edit. Firenze, 2013. ISBN 978-88-6087-693-5

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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